dall'Arena di Verona:

I gialli della storia. L’arca del condottiero scaligero sarà riaperta, l’iniziativa è del museo di Castelvecchio

Caccia ai segreti di Cangrande

Gli studiosi cercheranno di sapere come viveva e come è morto

Sarà un personaggio eccezionale quello di cui si occuperanno giovedì l’istituto di Medicina legale del Policlinico di Borgo Roma e il servizio di Radiologia dell’ospedale di Borgo Trento. Si tratta niente meno che di Cangrande I della Scala, il signore di Verona morto il 22 luglio 1329, quattro giorni dopo aver conquistato Treviso. Noto per le sue doti politiche e soprattutto militari, combattè sempre in prima linea ottenendo il rispetto e l’ammirazione persino dei suoi nemici. Se le sue doti guerresche sono state tramandate fino ad oggi, molti altri aspetti restano ancora avvolti nel mistero. Due in particolare: lo stile di vita che conduceva e la causa della sua morte. Due interrogativi cui si darà presto risposta. Giovedì mattina, alle 11, l’arca verrà aperta per sottoporre i resti del principe a un check-up completo, dalla tac, alle radiografie, all’esame istologico, antropologico, tossicologico, endoscopico e parassitologico.
Il museo di Castelvecchio ha deciso di organizzare in ottobre una mostra sul signore di Verona e ha quindi pensato, in accordo con la Soprintendenza per i Beni ambientali e architettonici, di riaprire l’arca dove riposa il principe. Nella speranza che il corpo sia rimasto nelle stesse condizioni nelle quali era stato trovato nel 1921 quando, in occasione del sesto centenario della morte di Dante, i conti Serego Alighieri (Dante Alighieri era stato ospitato alla corte di Cangrande) avevano sostenuto l’onere economico della riapertura della tomba. E con grande sorpresa Cangrande era apparso mummificato e perfettamente conservato, ma in quell’occasione ci si era limitati al prelievo del corredo funebre: la spada e alcune stoffe pregiate, custodite da allora nel museo di Castelvecchio. Ora l’esame sarà più approfondito, come ha spiegato ieri in Comune il sindaco Paolo Zanotto che ha voluto dare l’annuncio di un progetto che sicuramente appassionerà non solo gli studiosi, ma anche tutti i veronesi.
In sala erano presenti anche Paola Marini, direttrice dei musei civici veronesi, Gian Maria Varanini, ordinario di Storia medievale all’università di Verona, e Ettore Napione, che sta facendo il dottorato di ricerca in storia dell’arte, tutti membri del comitato scientifico della mostra su Cangrande e curatori del catalogo dell’esposizione. «L’intento», ha spiegato Paola Marini, «è quello di effettuare alcune indagini scientifiche coordinate dal professor Gino Fornaciari dell’Università di Pisa, paleopatologo di grande esperienza che si è già occupato di progetti analoghi per le tombe degli Aragonesi e per quelle Medicee. In questo modo avremo maggiori informazioni sul tipo di vita condotto dal signore scaligero e potremo anche programmare i necessari interventi di conservazione».
Più intatta sarà la mummia, maggiori possibilità ci saranno di dare risposta agli interrogativi rimasti aperti. L’indagine, comunque, sarà portata avanti sia che si ritrovi la mummia, sia che si rinvengano soltanto dei resti. «Ciò che aveva colpito chi aveva aperto l’arca nel 1921, oltre allo stato di conservazione del corpo, erano la prestanza fisica e l’altezza di Cangrande», ha ricordato Paola Marini. «Era alto quasi un metro e ottanta ed era stato messo in posizione rannicchiata perché potesse essere contenuto nel sarcofago.
Il professor Fornaciari ha coinvolto in questo progetto un gruppo di studiosi con specifiche competenze nel campo della paleopatologia, dell’antropologia, dell’archeologia medievale e inoltre si avvarrà della collaborazione del professor Franco Tagliaro, professore straordinario di Medicina Legale del Policlinico, per le indagini tossicologiche e del professor Giacomo Gortenuti, direttore del servizio di Radiologia dell’ospedale Maggiore, per quelle radiologiche.
«L’operazione avverrà in pochi giorni sotto il controllo delle Soprintendenze competenti», ha sottolineato Fornaciari. «Si tratta di un progetto interdisciplinare molto interessante, anche perché ci occuperemo di uno dei corpi più antichi mai analizzati finora. In fondo Cangrande dal punto di vista fisico resta un grande sconosciuto, non se ne sa quasi nulla. Come resta misteriosa la sua morte, provocata secondo alcune fonti da una forma febbrile di dissenteria e secondo altre da avvelenamento. Certo è che Cangrande morì a 38 anni nel pieno del vigore e dopo aver conquistato Treviso. Il suo corpo rappresenta un vero archivio biologico attraverso il quale si potranno studiare persino i germi antichi».
Chiara Tajoli
Nei libri di storia, il più illustre veronese di tutti i tempi è certamente Cangrande della Scala, che dal 1311 fino alla morte, avvenuta nel 1329, portò Verona e la signoria degli Scaligeri alla massima potenza e all’apice dello splendore. La sua nascita, nel 1291 fu anticipata da un sogno della madre Verde dei Salizzole: avrebbe dato alla luce un cane che col suo abbaiare svegliava il mondo. Vicario imperiale e Signore di Verona, Cangrande fu un forte e coraggioso guerriero ed un astuto politico. Con l’appoggio dell’imperatore Enrico VII, ed in seguito con le sue sole forze estese la signoria veronese a quasi tutto l’odierno Veneto. Conquistò in pochi anni Vicenza, Feltre, Belluno, Padova, Treviso, oltre a Mantova. A Soncino nel dicembre del 1318, dall’assemblea della Lega ghibellina fu nominato capitano generale. Ma Cangrande dette anche una svolta culturale a Verona, facendola diventare la bella capitale di uno Stato potente. Innanzitutto ampliò e restaurò la cinta delle mura, rafforzandola con alte torri e con un vallo profondo, tuttora esistente, fra porta Vescovo e San Giorgio e, nell’intera provincia costruì un sistema difensivo notevole con numerosi castelli. Revisionò gli Statuti, strinse patti commerciali, costruì palazzi e chiese, ponti e fontane; diede sviluppo al commercio e all’industria, specialmente quella della lana. Alla sua corte, vennero studiosi e letterati da ogni parte d’Italia, che lo celebrarono in numerose poesie. Cangrande accolse Dante Alighieri ed il divino poeta, esule, gli dedicò il «Paradiso», la terza cantica della Divina Commedia.
Cangrande morì a soli 38 anni, appena entrato vittorioso a Treviso. Era il 18 luglio del 1329. Dopo aver ricevuto le chiavi della città, chiese da bere: gli venne dato un calice di acqua freschissima. Colto da una febbre violenta e da una colica, il 22 luglio Cangrande moriva, dunque, pare, per una banale congestione. Non lasciava eredi legittimi: nel giro di una sessantina di anni la signoria scaligera sarebbe caduta.