Vorrei avere il piacere di commentare con voi questa penosa poesiola di Elie Wiesel, di cui riporto qui sotto il testo, affissa a scuola su varie pareti e ancora lì tutt'oggi (ma, si sa, la giornata della memoria inizia tre giorni prima e finisce due settimane dopo).
Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l'eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, ed i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso.
Mai.
In primo luogo fa capolino tra i "versi" un'interminabile serie di "Mai dimenticherò" posti in correlazione l'uno coll'altro, nella più facile delle figure retoriche: l'anafora, l'accorgimento retorico più tipico dell'inesperta poesia adolescenziale, che almeno ha la decenza di essere personale e l'umiltà di non voler essere pubblicata.
In secondo luogo - sempre a sottolineare l'incapacità di questo novello poeta (che - ricordiamo - prende 25.000$ a conferenza per andare a straparlare delle solite tre stronzate) - la struttura simmetrica dei periodi, (che conferisce al componimento un tono inevitabilmente nenioso) e l'esasperata paratassi sono altri richiami ai componimenti di chi in poesia non è esperto e vi si cimenta per le prime volte.
Le metafore poi sono di una banalità talmente disarmante da far cascare la braccia, e sono frutto di quel patrimonio semiotico/linguistico basilare che ha anche una massaia. Solo qualche esempio:
- notte -> metafora generica della negatività
- cielo muto -> metafora dell'indifferenza
- fiamme -> metafora del disfacimento
- deserto -> metafora della desolazione
Sorvolo sulla comicità involontaria dei "bambini trasformatisi in volute di fumo sotto un cielo muto".
Per quanto riguarda il significato complessivo dell'opera, (ma, a guardare bene, discorso analogo lo si può fare anche dettaglio per dettaglio) si tratta soltanto del solito canovaccio di ogni trattazione sull'olocausto, che comprende come sempre: dolore, desolazione, indifferenza, ricordo, senso dell'immensità proiettata nel tempo.
Vorrei far notare in ultimo luogo le frequenti ripetizioni (errore blu alle elementari) e l'anacoluto di "la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata", ma confido che siano solo errori del traduttore, escludendo che siano licenze poetiche, dato che fanno cagare.




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