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    Predefinito La vera storia dei kamikaze giapponesi

    Sta per uscire un libro* che racconta la loro «vera storia». Non erano pazzi suicidi ma giovani intellettuali, spinti al sacrificio da un Paese vicino alla disfatta. E non capivano spesso la necessità del loro olocausto



    Siamo abituati a vederli con la benda sulla fronte, il simbolo del Sol Levante, lo sguardo determinato e un sorriso accennato sulle labbra, quasi un sogghigno come quello di certe maschere giapponesi. E li vediamo andare in picchiata col loro aereo su una nave nemica, giù fino alla morte volontaria con la loro bomba sotto le ali. Nei nostri anni di nuovo terrore, inaugurato da tre aerei diretti in picchiata su New York e Washington e alimentato poi costantemente dalle notizie di autobombe e bombe umane che deflagrano in mezzo alla folla, è risultato facile l’accostamento fra i kamikaze – che significa "vento divino" – del Sol Levante e i soldati di Hamas o delle altre brigate dell’islamismo integralista. Ma è un accostamento di comodo, per lo più infondato e frutto di quelle semplificazioni che, solitamente, appartengono alla propaganda. Se si supera questa barriera, impressiona scoprire che in realtà molti di quei soldati suicidi che, con l’aereo o con un siluro, si gettavano in picchiata sul nemico, venivano da una cultura e una educazione che coltivava con passione la grande letteratura e i grandi spiriti del pensiero occidentale: lettori di Platone e di Socrate, di Goethe e di Thomas Mann, di Kierkegaard e di Rousseau, di Croce e di Heidegger; e amanti della musica europea: Bartók, Sibelius, Beethoven... E quella ideologia di sacrificio fece presa su di loro, studenti che quando morivano avevano poco più di vent’anni e venivano dalla leva obbligatoria (i soldati dell’accademia militare in genere rifiutarono le missioni suicide), perché erano imbevuti di cultura romantica e avevano un senso mitico e originario della patria riassunto nel simbolismo dei fiori di ciliegio.
    Il libro di Emiko Ohnuki-Tierney (in uscita a fine mese per la Bruno Mondadori), tenta di far luce su La vera storia dei kamikaze giapponesi, ovvero ci narra una storia diversa da quella che ci hanno sempre raccontato. È quella dei «fiori di ciliegio che caddero per l’imperatore» nell’ultimo ann o della seconda guerra mondiale, una storia che per molto tempo in patria è stata quasi dimenticata (pare anche negli Stati Uniti). La storia dei kamikaze è il frutto più tragico di una ideologia nazionalista e totalitaria di conio moderno (comincia a imporsi infatti dopo la metà dell’Ottocento, epoca Meiji), ma ancorata a un antico motto: pro rege et patria mori, e annuncia la decadenza militare del Giappone. Uno di quei "soldati studenti" suicidi, Seki Yokio, in un momento di amara, ma lucida sincerità, scrive: «Non c’è più speranza per il Giappone, se deve uccidere un pilota abile come me. Io posso colpire una portaerei con una bomba da 500 chili e tornare vivo, senza alcun bisogno di fare una picchiata suicida».
    Quello di Emiko Ohnuki-Tierney è un libro di storia culturale, non di storia militare. Intende mostrare come si affermò in Giappone quell’ideologia imperiale, la cui ispirazione non è estranea a certi modelli occidentali: molti giapponesi delle classi più elevate studiarono in Europa e portarono in Giappone un dibattito che ruotava sul confronto con l’idea dello Stato liberale ma anche alla critica marxista del capitalismo (considerato, agli occhi di questi giovani idealisti, un fattore distruttivo del rapporto profondo fra uomo e natura). Come scrive l’autrice l’Occidente era percepito dai giapponesi come il loro "Altro".
    Il libro offre spunti su versanti differenti: quello politico, che è utile conoscere per comprendere come si arrivò alla «militarizzazione dell’estetica nell’Impero del Sol Levante»; quello sociologico: si nota una selezione mirata del «materiale umano» in base a precise opzioni classiste; infine vi è un piano per così dire antropologico ed esistenziale che sembra il più interessante perché è anche il meno noto a noi occidentali. Attingendo alle fonti scritte degli stessi sacrificati, ci viene mostrato come l’operazione Tokkotai, decisa dalle alte sfere del governo nipponico nel 1944, fu una sorta di conato militare, quando i destin i del Giappone erano ormai segnati, che si realizzò come vero rito sacrificale a spese di una generazione che custodiva in sé una elevata dignità sociale e anche una disposizione intellettuale di prim’ordine. Questi "soldati studenti" (a cinque di loro il libro dedica un capitolo che ne ricostruisce la formazione, la psicologia e le idee), cresciuti in una società ancorata alla disciplina, conoscevano bene il valore della vita (alcuni erano di religione cristiana) e intuivano in molti casi anche l’inutilità del loro sacrificio: tanto più che, come sembra, la loro arma non fece la differenza nello scontro con gli americani. Un soldato della marina giapponese, addetto ai pasti e ad altre incombenze di servizio quotidiano, descrisse nel 1995, ormai ottantaseienne, una scena cui aveva assistito: «Qualcuno frantumava lampadine a colpi di spada. Qualcun altro scaraventava le sedie contro le finestre e faceva a pezzi le tovaglie bianche. L’aria era piena di una miscela di canti militari e di bestemmie. Mentre qualcuno gridava di rabbia, altri piangevano forte. Era lo loro ultima notte di vita. Pensavano ai genitori, ai loro visi e alla loro immagine, ai visi delle ragazze che amavano, ai loro sorrisi».
    Il cuore della sociocultura giapponese è la fedeltà ai genitori. L’ideologia del pro rege et patria mori, spostò questa fedeltà sulla figura dell’imperatore-padre. Ma alcuni fra questi soldati che si avviavano al sacrificio confessavano di affrontarlo non per l’imperatore, ma per difendere la madre o la moglie dalle potenziali violenze derivanti dalla vittoria del nemico. Erano, in realtà, combattuti fra l’amore per una patria, dove l’immagine dei ciliegi esprime l’unione con la natura, e il sentimento preciso di una dilapidazione della propria vita in un gesto che ritenevano non necessario. Che si tratti di una ferita non cicatrizzata lo si comprende quando nel tempio Yasukuni a Tokyo migliaia di lanterne di carta si accendono per commemorare i due milioni e mezzo di cadu ti in guerra. Fra questi anche i "soldati studenti" che obbedirono a un’ideologia che oggi definiremmo integralista.

    Maurizio Cecchetti
    L'Avvenire 14 02 04


    *Emiko Ohnuki-Tierney
    La vera storia dei kamikaze giapponesi
    Bruno Mondadori. Pagine 386. Euro 26,00

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  2. #2
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    Predefinito

    Sì...avevo già sentito qualcosa al riguardo.
    Comunque neanche il concetto originariamente propagandato
    del kamikaze o quello dello più recente dello shahid sarebbero così alieni alla nostra cultura...
    L'idea di morire combattendo i nemici della propria comunità, talvolta portandoli con sè nella morte, non sono affatto estranei alla cultura occidentale. In fondo che io sappia un tempo si parlava anche della morte in battaglia come della "bella morte"...
    ...e che dire della "visione" che ci da la religione degli antichi popoli scandinavi (e, a quanto ne so, pure di quelli germanici)?
    La presenza di luoghi che potremmo considerare sotto certi aspetti paradisiaci (Valhalla e Sessrumnir) che attendevano coloro che morivano combattendo, mentre coloro che morivano di vecchiaia o di malattiva finivano in un posto piuttosto sgradevole?
    Skarm
    Alle europee io voto Codacons...e tu?

 

 

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