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    Predefinito La lunga marcia del “compagno” Fausto

    La lunga marcia del “compagno” Fausto







    Ebbene lo confesso. Per alcuni anni sono rimasto vittima del fascino emanato da Fausto Bertinotti, un comunista che ispirava fiducia per le sue arringhe puntuali e scientifiche contro i danni della globalizzazione capitalista.

    Certo, quando si trattava di passare dalla contestazione all’alternativa, le proposte di Bertinotti erano un po’ meno convincenti, ma nel panorama degli allineati e coperti ai dogmi del libero mercato, il segretario di Rifondazione spicccava per essere sempre fuori dal coro.

    Una coerenza che lo portò pure a subire una dolorosa scissione quando, stanco dei continui compromessi con il tecnocrate Prodi, fece cadere il governo di centrosinistra.

    Scissione inevitabile, d’altronde, visto che l’ex collega di partito Cossutta era talmente attaccato alla formula ulivista da non uscire dal governo D’Alema nemmeno mentre gli aerei italiani bombardavano la Serbia e l’Italia fungeva da portaerei della NATO.

    Avevo notevolmente apprezzato la sua definizione di “partito americano” per indicare la mancanza di pluralismo in Italia, dove entrambi i Poli sono succubi delle decisioni statunitensi e incapaci di proporre una politica estera sovrana. A un certo punto Bertinotti doveva aver compreso che se il MSI non era mai riuscito a sfondare a “sinistra”, chissà, sarebbe anche potuto accadere il contrario, cioè i comunisti avrebbero potuto sfondare a “destra” e si mise a difendere i giovani nazionalpopolari che in una manifestazione a Cernobbio contestavano i poteri forti mondialisti, dichiarando -tra lo stupore generale- «avranno avuto le loro buone ragioni».

    Poi venne l’11 settembre 2001.

    Evidentemente spaventato dal possibile accostamento tra le sue idee anticapitaliste e gli attentati terroristici, il segretario di Rifondazione comunista inizia una lunga marcia di riavvicinamento all’Occidente, del quale -peraltro- il marxismo è figlio legittimo.

    Così, mentre nei vari dibattiti televisivi alcuni giornalisti -da Giulietto Chiesa a Massimo Fini- tentano di ricondurre il dibattito nei limiti della ragione, ricordando la politica criminale di Washington e i suoi legami finanziari e d’intelligence con l’estremismo wahabita, Bertinotti proclama una politica di equidistanza tra l’Occidente plutocratico e totalitario e i popoli sfruttati e invasi, definendo comunque di preferire gli Stati Uniti “democratici” all’Afghanistan dei gruppi tribali.

    Il 2003 diviene perciò l’anno della svolta.

    Sbarazzatosi definitivamente dell’armamentario ideologico anticapitalista, Bertinotti prima sconfessa l’appoggio a Cuba, condannando implacabilmente il regime di Castro per il suo autoritarismo e dimenticandosi ovviamente di calarlo nel contesto di accerchiamento subito dal leader dell’Havana, poi marcia addirittura con il corteo del “partito americano” in Italia «a favore degli studenti iraniani» -finanziati da Washington- in lotta contro il governo di Teheran.

    Ovviamente l’invasione dell’Iraq non fa eccezione; il no alla guerra di Rifondazione si stempera in quello dei milioni di pacifisti, che con il loro sterile neutralismo mai hanno impedito i crimini dell’imperialismo capitalista, mentre il suo segretario si rifiuta addirittura d’incontrare Tareq Aziz, in visita a Roma nel disperato tentativo di evitare il conflitto.

    Nemmeno l’eroismo e l’efficacia della resistenza irachena gli fanno cambiare idea e Bertinotti prende le distanze sia dalle azioni della guerriglia sia dalle manifestazioni in suo favore.

    Mancava ancora un tassello, il riconoscimento della politica sionista, ostacolato dalla tradizionale simpatia del popolo comunista per la lotta dei palestinesi.

    Una barricata che il PRC aveva mantenuto in piedi anche quest’anno, tanto da subire una violenta manifestazione della comunità ebraica romana davanti alla sua sede, con cartelli che arrivavano ad accostare Bertinotti a Hitler …

    Ebbene, il 2004 ha risolto anche l’ultimo inghippo all’accettazione completa di Rifondazione comunista nell’alveo dei sostenitori dell’Occidente.

    Quasi come si trattasse di un colpo di scena finale, Bertinotti ha accettato senza battere ciglio l’invito rivoltogli dal rappresentante della Comunità ebraica di Roma -Riccardo Pacifici- il quale, concludendo la trasmissione Rai “Enigma”, lo invitava a seguire lo stesso percorso già compiuto da Gianfranco Fini, cioè un convegno sulle “ragioni” di Israele e un bel viaggio premio a Tel Aviv.

    Mala tempora currunt per gli eredi di Marx; dai libri di storia ricordavamo la “Lunga Marcia” del compagno Mao e l’eroismo del popolo cinese contro i golpisti sostenuti dagli Stati Uniti, oggi siamo costretti a registrare la “lunga marcia” del compagno Fausto, ultimo rappresentante di quella “genia italica” sempre pronta a prostrarsi davanti al padrone di turno.



    Stefano Vernole

  2. #2
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    Predefinito Re: La lunga marcia del “compagno” Fausto

    La lunga marcia di Bertinotti verso le poltrone governative
    Nè DAVANTI Nè DI DIETRO, MA DI LATO

 

 

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