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Discussione: Mulini a vento e un...

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    ...Ripa di Meana poco don Chisciotte

    Se qualcuno pensa che Carlo Ripa di Meana sia Don Chisciotte, e che la sua battaglia contro i mulini a vento riguardi qualche modifica di poco conto al paesaggio montano, si sbaglia.
    E’ vero, invece, che gli impianti eolici stanno diventando in Italia una speculazione a spese dei contribuenti, potenzialmente distruttiva di una rilevante porzione di paesaggio italiano rimasta intatta fino a oggi, in cambio di un contributo residuale al bilancio energetico del paese.
    Non solo, la questione riveste un interesse politico perché utilizza un’immagine politicamente corretta e “ambientalista” per superare qualsiasi dissenso su installazioni assai discutibili dal punto di vista ambientale ed energetico. Il business del vento, in Italia, si regge su un’incentivazione, attraverso il meccanismo dei cosiddetti “certificati verdi” che, nelle intenzioni del legislatore, avrebbe dovuto favorire tutte le fonti rinnovabili mentre, come vedremo, finisce per incrementare solo le installazioni eoliche a scapito delle altre.
    Il meccanismo funziona così: in base alla legge Bersani, a partire dal 2002, tutti i produttori e importatori di energia elettrica devono immettere in rete un quantitativo di elettricità da fonte rinnovabile pari al 2 per cento dell’energia prodotta da fonti convenzionali.
    Essi possono soddisfare l’obbligo anche mediante l’acquisto di “certificati verdi”, titoli che attestano un certo quantitativo di energia rinnovabile prodotta. Da parte sua, un produttore di elettricità da fonti rinnovabili, oltre a vendere energia al gestore della rete al prezzo corrente del chilowattora (circa 5,60 cent di euro), vende anche certificati verdi ai produttori di energia elettrica da fonti convenzionali. Il prezzo del certificato verde viene stabilito in base a criteri abbastanza complessi dettati dall’Autorità per l’energia e, solo in teoria, determinati dal mercato.
    Nel 2002, è stato di circa 8,40 cent di euro/kWh.
    Sommando il prezzo di vendita dell’energia e quello del certificato verde, il produttore di energia da fonti rinnovabili ricava circa 14,00 cent di euro/kWh (5,60 + 8,40 = 14).
    Da uno studio accurato del costo di produzione del chilowattora eolico in funzione della ventosità del sito, si ricava che, al di sopra dei 6 metri al secondo di velocità media annua del vento, l’eolico è già competitivo, senza bisogno di incentivi. Con il certificato verde, a queste condizioni, il ricavo è più che raddoppiato e costituisce un business molto attraente. Addirittura, l’incentivo rende conveniente anche un impianto eolico di scarsa ventosità, al di sotto dei 5 metri al secondo, che funziona, non 2.000 o 3.000 ore all’anno, ma anche solo 1.000 ore. Ecco perché in Italia si è verificata la corsa alla costruzione di impianti eolici, anche in siti che, in Germania, in Danimarca o in Inghilterra, non verrebbero nemmeno presi in considerazione per la loro scarsa produttività. Gli operatori hanno abbastanza da guadagnare anche in siti non idonei, e possono promettere compensi ai comuni per agevolare il rilascio delle autorizzazioni all’installazione degli impianti.
    Come se non bastasse, alcune regioni, come la Campania, hanno deciso di concedere ulteriori incentivi in conto capitale, a fondo perduto, utilizzando i fondi strutturali europei.
    Da notare che, già oggi, sono state depositate al gestore della rete domande di impianti eolici per una potenza complessiva di oltre 14.000 MegaWatt.
    Ma esiste davvero un potenziale eolico così alto nel nostro paese?
    Quale può essere il contributo al bilancio energetico nazionale? In altre parole, quale sarebbe il vantaggio effettivo a fronte del sacrificio del nostro paesaggio montano?
    Considerando tutti i siti con condizioni favorevoli di ventosità (velocità media annua di 6 metri al secondo) e in assenza di vincoli di natura storico paesaggistica, gli Amici della Terra, in uno studio che stanno ultimando per il ministero dell’Ambiente, valutano un potenziale massimo di 8000 MegaWatt (di 6000 MegaWatt inferiore alle domande depositate), capace di generare circa 15 TWh all’anno. Questo contributo teorico massimo rappresenterebbe il 5 per cento del fabbisogno nazionale di elettricità (310 TWh nel 2002) e l’1,8 per cento dell’intero bilancio energetico italiano.
    Tuttavia, il valore di 15 TWh rappresenta anche il limite massimo di accettabilità da parte della rete elettrica per qualsiasi fonte di natura intermittente, dunque non solo per l’energia eolica, ma anche per quella solare. Ora, il senso dell’incentivazione alle fonti rinnovabili non era quello di fare affari esagerati con una tecnologia matura e dal potenziale limitato ma riguardava soprattutto la promozione di fonti energetiche di importanza strategica, capaci di rappresentare, in futuro, un’alternativa reale al consumo di fossili, fonti bisognose di sostegno anche per facilitare la sperimentazione di tecnologie in evoluzione.
    Il certificato verde, invece, concedendo un incentivo indifferenziato a qualsiasi fonte, senza tener conto dei diversi costi di investimento, finisce per scoraggiare proprio le tecnologie per ora più costose ma strategicamente più significative come, ad esempio, il solare fotovoltaico. Se, a causa degli incentivi così definiti, verranno realizzati gli impianti eolici relativi all’intero potenziale di 8.000 MW, circa 8.000 torri alte un centinaio di metri, sarà precluso ogni spazio di sviluppo del solare e, in pochi anni, il paesaggio montano risulterà irrimediabilmente compromesso. Non per niente il Piano energetico nazionale del 1988 indicava un potenziale eolico di gran lunga più basso (300 - 600 MW) perché aveva escluso, in accordo con la legge Galasso, tutti i siti al di sopra dei 1.000 metri. Ora questi vincoli non sono più considerati, e se Don Chisciotte non avrà sostegni adeguati nella sua battaglia apparentemente folle, apertamente avversata anche da molti ambientalisti come quelli di Legambiente, un esercito di frullatori giganti finirà per presidiare i crinali delle nostre montagne, sacrificando un futuro promettente di valorizzazione turistica e culturale del territorio.

    Rosa Filippini
    Presidente degli Amici della Terra su il Foglio di venerdì 13

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Quando il vento...

    ...porta danari

    Anche i Radicali contro le furbizie di Legambiente, che ha fatto troppi affari con le pale

    Roma. “Solo quarantotto ore fa su Legambiente è caduto un macigno” dice Carlo Ripa di Meana. E poi di seguito: “E’ un ufficio di candeggio ambientale”, si occupa solo di “operazioni finanziarie con pubblico denaro”, “è legata a un’industria fortemente parassitaria”.
    Dopo il litigio di mercoledì sulle frequenze di Radio radicale con il presidente di Legambiente, Roberto della Seta, il presidente del Comitato nazionale del paesaggio (Cnp) ha potuto ieri allungare la lista delle definizioni dell’associazione del Cigno verde durante una conferenza stampa con il segretario dei Radicali italiani, Daniele Capezzone.
    Già dal titolo molto eloquente: “Le mani (ambientaliste?) nel sacco”. Quale macigno? Quale sacco? Quale candeggio?

    Un passo indietro. Solo qualche giorno fa il segretario dei Radicali lucani Maurizio Bolognetti è venuto in possesso e ha reso pubblica una lettera datata 7 gennaio 2003 in cui il presidente regionale della Basilicata di Legambiente, Gianfranco De Leo, offriva all’amministratore delegato della Friel spa, società di costruzione di impianti eolici, una consulenza tesa a “facilitare rapporti stabili e durevoli con le comunità locali avviando un processo comunicazionale sistematico orientato a ottenere fiducia sociale e massima riduzione sociale del rischio”.
    La lettera si concludeva (e qui Ripa di Meana legge scandendo parola per parola) con questa frase: “I costi complessivi per la promozione, gestione e realizzazione sia del Piano di comunicazione integrata che delle attività di accompagnamento e facilitazione delle iniziative imprenditoriali sul territorio, sono di euro 57.000,00 (oltre Iva)”.
    Da qui in poi la bagarre. Perché in ballo non ci sono solo le differenti posizioni in materia di sfruttamento e promozione dell’energia eolica (cavallo di battaglia per Legambiente, “uno sperpero come risulta dall’analisi fra costi e benefici” per Ripa di Meana), ma soprattutto la prova, per dirla sempre con le parole del presidente del Cnp, della “deriva affaristica di Legambiente”. I cui dirigenti respingono al mittente le accuse invocando, come ha fatto il presidente della Seta a Radio radicale, “assoluta trasparenza”, “legittimità formale e sostanziale” del proprio operato, “normale promozione dell’uso di energia eolica che rientra negli scopi sociali dell’onlus Legambiente”. “Il problema però – precisa Capezzone durante la conferenza – non è che ci sia una lobby che fa affari, ma che non lo faccia e non lo dichiari secondo quell’assoluta trasparenza che rivendica”. “Tanto che – aggiunge Bolognetti – se questa lettera non l’avessimo diffusa noi, loro non l’avrebbero fatto”.
    E’ Carlo Ripa di Meana, avvalendosi anche degli interventi dei collaboratori Vittorio Giugni e Stefano Allavena sugli ultimi sperperi in materia ambientale approvati dalla onlus, a infilzare il Cigno verde: “Legambiente è ormai alla deriva affaristica che non può far altro che spingerla fuori dalle associazioni che tutelano l’ambiente. Perché quando si prendono soldi dalle imprese si perde ogni credibilità”.
    Anche se con Iva e fatturate? “Anche se con Iva e fatturate”.

    saluti

  3. #3
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