I libri sui cani si vendono meno bene di quelli sui gatti, dice un libraio a Roger Grenier, autore di un bellissimo libro - che spero venda benissimo! - sui cani. O meglio: sui cani attraverso la letteratura e il rapporto che gli scrittori hanno intrattenuto con loro, tra realtà ed elaborazione fantasiosa e creativa.
Oggi, grazie ad autori come Regan e Singer, ma soprattutto a intelligenti gruppi di animalisti in tutto il mondo (e alla Dichiarazione dei diritti degli animali stabilita dall’Unesco nel 1978, di cui è peraltro migliore la vecchia Dichiarazione del Forum di Delhi del 1953, che venne tradotta immediatamente in italiano da Aldo Capitini) la nostra sensibilità verso gli animali è enormemente aumentata, in particolare verso le loro sofferenze. No, l’uomo non è più il centro dell’Universo, creato da Dio a sua somiglianza, è solo una delle creature del pianeta anche se è la più pericolosa, la sola che può distruggere tutta o quasi la vita sul pianeta.
L’uomo ha addomesticato molti animali, sottoponendoli alla propria necessità ma anche alla propria avidità, ed è stato loro tanto irriconoscente da arrivare a negare che abbiano una sensibilità, un’“anima”. A negare che noi si abbia insomma qualcosa in comune con loro, e si abbiano dei doveri nei loro confronti. Il discorso cambia con i cani, con i gatti, e con poche altre specie che l’uomo ha accolto nella sua casa e di cui ha fatto un suo forte referente affettivo. Va chiarito che - come ha sostenuto con grande vigore il premio Nobel Coetzee, animalista e vegetariano - le vittime più vittime di tutte nella storia del mondo e nel presente sono gli animali delle specie erbivore, gli equini, i bovini, gli ovini, che non mangiano nessuno e sono mangiati (o sfruttati) da tutti. E’ forse per caso che il “capro espiatorio” è un capretto, e l’ “Agnus Dei” un agnello?
Il discorso cambia con gli animali più domestici di tutti, ma perfino tra il cane e il gatto si pongono differenze. Roger Grenier ama i cani, e ne ha posseduti diversi, uno soprattutto di nome Ulisse, e da qui viene il titolo del suo libro-divagazione, Le lacrime di Ulisse , tradotto dal francese da Maria Nicola e pubblicato da e/o in 144 dense pagine al prezzo di 14 euro.
Grenier non è un personaggio qualsiasi; è uno scrittore assiduo, ma soprattutto è redattore presso Gallimard ed è stato l’amico forse più antico e più saldo di Albert Camus, di cui ha curato le Opere. Per mestiere ha letto molto, e così ha messo insieme, in capitoli ora brevi e ora lunghi, riflessioni e citazioni sul modo in cui gli scrittori hanno parlato dei cani. E il risultato è un vero godimento. Anche per chi non possiede o non ha mai posseduto un cane, se è persona di qualità, ma soprattutto per chi con i cani o con un cane ha un rapporto costante. «Molti cani si chiamano Ulisse. Ma il cane di Ulisse, come si chiamava? Argo». E attende il padrone «in condizioni meno confortevoli» della sua stessa moglie. Argo, vecchio e malandato, riconosce Ulisse che nessuno ha riconosciuto e poi muore. Ulisse piange per lui. «Ulisse piange molto nell’Odissea, ma ora che è ritornato, strappargli una lacrima è dato soltanto al vecchio cane».
Senza parere, senza voler dimostrare altro che la sua cultura di lettore professionale e non, Grenier insedia una galleria elegante, misurata, gentile, spiritosa e, mi si conceda la parola, parlando di cani, umanissima. E’ un vero piacere passare da un capitolo all’altro all’inseguimento di una variante nelle opinioni sui cani e nelle amicizie uomini-cani che i libri citati ci propongono, scritti per lo più da persone che i cani li hanno ben conosciuti, e che parlano - anche quando la loro narrazione prende le ali - proprio del concreto quattro-zampe che hanno più amato o che li ha amati.
Si va così da Schopenhauer (che detesta gli uomini e il cui amore per i cani è da tipico misantropo) a Maeterlinck, che constata come il cane sia il solo essere vivente ad «aver trovato e riconosciuto un dio indubitabile, tangibile, irrecusabile e definitivo», al punto da saperlo riconoscere anche nei più abbrutiti o disumanati degli uomini. Si va da Rilke e Baudelaire al cane forse meglio raccontato di tutti, assieme a quelli molto “virili” di Jack London: Flush di Elisabeth Barrett Browning, nel capolavoro di Virginia Woolf, Flush, vita di un cane .
Si va da Flaubert a Kafka, per il quale i cani sono in definitiva immagini dell’uomo, e che li “umanizza” per dimostrare la pochezza e fragilità dell’uomo. Si va da Cervantes, e i suoi dialoghi dei cani, a Goya pittore di cani. E da Napoleone a Turgenev, che ci serve a ricordare il cane da caccia, grande amico dell’uomo in tempi in cui la caccia aveva un significato, ma grande nemico di uccelli volpi conigli... Ci sono nel libro aneddoti a dozzine e citazioni a dozzine (degli italiani, che Grenier dimostra di conoscere poco, ci sono solo Pirandello e Malaparte ed è un vero peccato: ma questo può stimolare qualcuno a scrivere un libro speculare a questo solo sugli italiani).
Chi ama i cani, avrà di che trovar conferma al suo amore e al suo interesse, anche se Grenier è troppo intelligente per tacere dei difetti dei cani, nonché degli odiatori dei cani... L’amore senza controparte del cane, puro nella sua devozione, e l’amore ambiguo dell’uomo per il suo cane... Colette Audry non sbaglia quando dice che «il cane è, di tutte le creature della terra, quello che l’uomo ha scelto per farne il supporto dell’amore puro. Senza dubbio prendiamo moglie e marito perché amiamo, ma anche per costruirci un futuro, qualunque esso sia, qualunque cosa valga; abbiamo dei figli per assicurarci questo futuro . L’amore interviene come un di più, irresistibile, ma come un di più, contrariamente a quanto si immagina. Fra marito e moglie, talvolta non è che un punto di partenza, lo scatto iniziale: poi se ne fa a meno, come tutti sanno. Il cane, invece, è piuttosto come una sorta di amante. Ma perfino un amante porta con sé qualcosa che non è amore puro: la gloria segreta di una vita, per esempio, a torto o a ragione. L’amore puro non esiste fra esseri umani. Ma un cane lo teniamo con noi per amarlo ed esserne amati, punto e basta. E anche se lo abbiamo preso per altri motivi, si va sempre a finire lì. E’ questo che l’uomo ha fatto del cane».
Dura conclusione, sarebbe, se non arrivassero a salvare la nostra parte di umani quegli umani che sono disposti a fare per il cane quel che il cane sa fare per loro. Per esempio, Queneau, che «rifiutò un premio letterario perché gli era appena morto il cane» e che per non lasciare la sua ultima cagnetta rimandò il suo ingresso in ospedale e, dice Grenier, «non ho difficoltà a credere che questo abbia potuto affrettare la sua morte».
Ma dove Grenier invece cade, al contrario del suo collega Queneau alla Gallimard, è nel finale, quando dice, e qui rispunta il letterato e il cane torna pretesto e non soggetto del libro: «E se la letteratura fosse un animale che ci portiamo dietro, notte e giorno, un animale familiare ed esigente, che non ci lascia mai in pace, che bisogna amare, nutrire, portare a spasso? Che amiamo o detestiamo. Che ci dà il dolore di morire prima di noi: dura così poco la vita di un libro, di questi tempi».
Di questo libro, più che di tanti di Grenier, sono disposto a scommettere che durerà, nonostante questo finalino, e grazie alla galleria appassionante di “casi” che ha saputo attraversare per noi che preferiamo, scandalosamente, il rapporto vero con una o più persone, o con uno o più animali (ciascuno il suo, non necessariamente il cane) che quello con un libro: perché sono pochi i libri che valgono un amore.
Goffredo Fofi
Il Messagero 23-10-03




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