tratto da Fronte della Tradizione
cosa ne pensate?
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Latinità e Romanità
I
Abbiamo già accennato, in un precedente articolo, come il pregiudizio anti-germanico ha avuto in una certa concezione «patriottica» della storia italiana obbediente alle suggestioni della ideologia demoliberale. Tale pregiudizio si ritrova anche nel dominio culturale, soprattutto negli ambienti di quegli intellettuali che hanno caro il mito della latinità. A tale riguardo, la parola d'ordine è che si è «latini» e mediterranei, per cui le nostre tendenze naturali, le nostre affinità elettive andrebbero verso le altre nazioni di cultura latina, mentre barriere spirituali ci separerebbero da tutto quanto è germanico.
L'Italiano e il Tedesco - si dice - non potranno mai intendersi. La nostra civiltà e mentalità latina è in contrasto con tutto ciò che è germanico. Vi è chi ha fatto intervenire lo stesso fattore religioso, mettendo in risalto il protestantesimo dei popoli tedeschi di contro al cattolicesimo di quelli latini. Il fatto che la Renania, l'Austria e la Baviera siano cattoliche, a ragion veduta non lo si considera.
In tutto ciò vi è un equivoco dovuto in gran parte a frasi fatte e a idee che non ci si curadi approfondire, ma anche ad insofferenze istintive, dovute a componenti razziali poco in ordine del popolo italiano, tanto che veder chiaro anche a tale riguardo, è cosa non priva di importanza per chi voglia contribuire ad un'opera rivoluzionario-conservatrice.
Cominciando col chiedere: che cosa si intende propriamente con «latino»? E a quale dominio ci si riferisce usando questa espressione? Che in Italia, come si è accennato, il mito della «latinità» sia caro soprattutto ad ambienti di letterati e di intellettuali, non è un caso. In realtà, è quasi esclusivamente sul piano delle lettere e delle arti, della cultura nel senso più esterioristico e sfaldato del termine, che la cosidetta «latinità» può in qualche modo definirsi. Per il resto però sarebbe più acconcio parlare di «elemento romanico», perchè si tratta di riflessi della tarda civiltà, perchè si tratta di riflessi della tarda civiltà classica conservatisi fra i popoli già ripresi nell'orbita dell'Impero romano, i quali fecero propria la lingua di Roma, la lingua latina, e di quella tarda civiltà mantennero varie forme. ma di fatto codesta «latinità» è poco più di un intonaco, oltre il quale differenze profonde, sia etniche, sia spirituali, non di rado determinarono aspre antitesi. A noi importa, in ogni modo, rilevare che il «comune retaggio latino» non può dirsi senz'altro romano; negli accennati caratteri estetizzanti ed umanistici, in aspetti del costume e perfino in alcune forme giuridiche, ciò che è «latino» precede da un mondo che è «romano» solo nella denominazione, da un mondo pel quale la Roma antica, eroica, patrizia e catoniana forse non avrebbe nutrito che disprezzo.
Qui si imporrebbero alcune considerazioni di carattere generale, in fatto di valori, perchè dal nostro punto di vista bisognerebbe precisare lo stesso significato di quel mondo «classico»greco-romano per il quale gli stessi umanisti latinizzanti nutrono un culto quasi superstizioso. Senza andare a fondo in un simile problema, rileveremo soltanto che quello «classico» è un mito assai affine il mito illuministico facente credere che solo con le «conquiste» e le creazioni artistiche della Rinascenza e con quanto ne è seguito, abbia preso inizio, dopo le tenebre del Medioevo, la civiltà vera. Anche nel mito classico, quale è stato formato dagli ambienti su accennati, si ritrova questa mentalità estetizzante ed anti-tradizionale. Sia nei riguardi della Grecia che di Roma viene fatto valere come «classico» un periodo di civiltà che, malgrado il suo splndore esteriore e la sua raffinatezza, sotto vari aspetti rappresentò una decadenza; è la civiltà che sorse e prevalse quando il ciclo della precedenta civiltà eroico-sacrale delle origini sia elleniche che romane si trovò già nel suo arco discendente.
E ove appunto alle origini ci si rifaccia, lo stesso mito latino si relativizza, la latinità appare non riguardare le forze creative fondamentali dei popoli che essa accomunerebbe.Già in sede filologica si può rilevare che se le lingue romantiche si rifanno essenzialmente alla lingua antica di Roma, cioè al latino, la lingua latina, a sua volta, appartiene notoriamente al tronco generale di quelle indoeuropee, cui fa parte a ugual titolo lo stesso idioma tedesco; anzi è un fatto che la lingua latina antica, se non come vocaboli, come articolazione e sintassi (partendo dalle declinazioni) è più affine a quella germanica che non alle lingue latine romaniche.
Non diversamente stanno le cose nel dominio etnico essendo stato riconosciuto che tanto la prima romanità quanto la prima Ellade furono creazioni di forze dello stesso ceppo indoeuropeo, dal quale più tardi si staccarono i popoli propriamente germanici. Non solo. È importante notare che, ove ci si riporti a questo mondo delle origini, l'espressione "latino" assume un significato che addirittura capovolge la tesi degli zelatori attuali della latinità antica-nordica. Uno dei risultati di indagini recenti circa l'Italia preistorica e preromana è che i progenitori dei «Latini» furono una gente, la parentela etnica e spirituale della quale col gruppo dei popoli nordico-arii è incontestabile. Si trattò di una propaggine del «popolo dell'ascia da guerra» praticante il rito dell'arsione dei morti, la quale, spintasi fino all'Italia centrale, si contrappose alla civiltà osco-sabella caratterizzata dal rito funerario del seppellimento, la relazione della quale civiltà inumatrice con quelle mediterranee e asiatico-mediterranee pre-indoeuropee e non indoeuropee è essa stessa visibile.
Fra le vestigia più antiche lasciate da tali ceppi vanno menzionate quelle scoperte in Val Camonica. Ebbene tali vestigia hanno una corrispondenza significativa con le tracce preistoriche di razze primordiali sia nordico-atlantiche (civiltà franco-cantarbica dei Cro-Magnon), sia nordico scandinave (civiltà di Fossum). Vi ritroviamo gli stessi simboli di una spiritualità «solare», lo stesso stile, la stessa assenza di tracce di quei culti feminili (tellurico-materni) che invece abbondano nelle civiltà non indoeurope o paleo-indoeuropee degenerescenti mediterranee (Pelsgi, Creta, ecc. - In Italia: la civiltàdella Maiella, gli Etruschi, ecc.). Non solo: vi è altresì affinità fra le tracce di Val Camonica e le civiltàdei Dori, il che valequanto dire la civiltàdelle genti che giunsero in Grecia dal nord e crearono Sparta, avendo in proprio, fra l'altro, il culto di Apollo quale Dio iperboreo della luce. Per cui si è potuto affermare che il movimento dei popoli da cui derivarono i Latini, e la conclusione del quale in Italiadoveva essere Roma, fu analogo alla migrazione achea-dorica, che in Grecia si concluse con Sparta: manifestazioni corrispondenti - Roma e Sparta - a loro volta apparentatecon quelle propriamente nordiche (per approfondimenti ci si può riferire alle ricerche di F. Altheim).
Ma con la prima romanità e con Sparta ci si trova dinanzi ad un mondo eroico-sacrale avente in proprio un ethos severo, l'amore per la disciplina ed una tenuta virile e dominatrice dell'animo, mondo che assai poco si continuò nella successiva civiltà detta «classica» (qui ci atteniamo al significato dato dagli umanisti al termine «classico»; per noi le cose stanno però nel senso opposto, come «classico» noi consideriamo proprio il mondo pre-umanistico ed elementare delle origini, avendo in vista meno le arti che non la visione del mondo e lo stile generale della vita), dalla quale, a sua volta, si vuol derivare la «latinità» e «l'unitàdei popolidi civiltà latina». Se usando il termine «latino» ci rifacciamo invece alle origini, vediamodunque compiersi un capovolgimento completo della tesi «latina». I latini furono fra le genti portatrici delle influenze la cui prima romanità deve la sua grandezza e il suo volto specifico, avendo in proprio forme di culto, di civiltà e di vita non opposte, ma anzi affini a quella che anche i popoli germanici nei loro aspetti migliori, dovevano poi presentare di fronte ad un mondo decadente il quale, più che «latino», era ormai solo romanico e largamente bizantinizzato. Invece la successiva «latinità», di là dalla vernice esteriore di mere vestigia, comprese forze eterogenee, suscettibili di andare insieme solo quando non ci si trovòdi fronte a nulla di più serio del «mondo delle lettere e delle arti»; a parte il cattolicesimo e a parte certe forme del sentire, alle quali non si può aplicare nemmeno il termine «latino» ma, se mai, il termine di «mediterraneo».
Su ciò torneremo fra un momento. Per ora vogliamo sottolineare l'importanza che dal punto di vista non semplicemente storico e retrospettivo ma anche pratico e normativo ha quanto abbiamo succintamente esposto; le analogie fra il primo stile romano di vita e quello spartano sono evidenti e riconosciute, come però sono anche evidenti le analogie fra entrambi e alcuni tratti caratteristici che i popoli germanici, per un insieme di circostanze, conservarono più a lungo di altre nazioni dello stesso ceppo indoeuropeo. Così non è un paradosso: se coloro che, come «Italioti», tengono tanto a sentirsi soltanto «latini» e «mediterranei» potessero venir messi faccia a faccia coi Romani del periodo eroico, la loro insofferenza per questi ultimi, pel loro stile di disciplina, di onore, di gerarchia, di drittura, di virilismo antiesibizionistico e anonimo, non sarebbe minore di quella che desta in essi l'animus anti-germanico e soprattutto anti-prussiano (è significativo che Aldington ha potuto chiamare i Romani «i Prussiani del loro tempo»).
Per quesot abbiamo accennato che in siffatto animus hanno sicuramente la loro parte influenze sospette; in effetti qui noi abbiamo una pietra di paragoneper ciò che in fin troppi Italiani non è in ordine e di cui la tesi della «latinità cattolica» o della «mediterraneità» non è che un alibi specioso.
Vale rilevare che a sua volta tale alibi si è associato non di rado alla polemica propria al guelfismo militante, alla quale è tornato comodo identificare, in funzione anti-germanica e anti-ghibellina, romanità, latinità e Chiesa cattolica («romano, latino e cattolico sono un tutto inscindibile»). Così vi è stato chi è giunto a parlare di una antitesi fra «Tempio» e «Selva», ove il Tempio rappresenterebbe la concezione latino-cattolica della vita, coi principi di autorità, di ordine, di trascendenza che le sarebbero caratteristici, e la Selva, invece, il caotico, il «nibelungico», individualistico mondo germanico, e poi protestante. (cfr. Guido Manacorda "La selva e il tempio") Puro dilettantismodi intellettualoidi faziosi, i quali evidentemente conoscono solo Wagner e qualche filosofo romantico tedesco, non sapendo, o facendo come se non sapessero, di tutto ciò che nei popoli centro-europeisi era praticamente conservato in molti strati sociali, come innata disposizione fino a tempi assai recenti, prima delle ultime catastrofi. Anche per quel che riguarda il dominio più esteriore, un Pareto ha giustamente rilevatocome in Germania, benchè essa sia in gran parte protestante, i sentimenti di ordine, di gerarchia e di disciplina siano fortissimi, mentre in Italia, bnchè essa sia cattolica, tutto ciò è presente in scarsissima misura e prevalgono l'individualismo, il disordine, l'istintività e l'indisciplina.
In ciò sta la radice vera dell'insofferenza che un certo tipo italiano ha nutritoper l'lemento germanico. Non si tratta solo di modo di vita, ma di etica. Un esempion una saga eroica germanicasi trova un episodio caratteristico: un principe, invitatoalla corte di re Etzel, viene avvertito che probabilmente si vuole attirarlo in un tranello. Quel principe risponde: «Andrò lo stesso, perchè, se così è, tantopeggio per Etzel». Intendeva che egli avrebbe potuto perderela vita, ma Etzel avrebbe perduto l'onore. Secondo certa mentalità «mediterranea», gode invece della maggiore considerazione colui che sa meglio raggirare gli altri: senza curarsi affatto del rispetto che egli deve a sé stesso.
E qui ci viene in mente un caso tipico, concernente proprio uno dei principali zelatori del mito latino-cattolico antigermanico, Guido Manacorda. In una sua conferenza, egli credettedi buon gusto far dello spirito circa la «tetra» concezione germanica della fedeltà. Egli riferì una delle leggende relative a Faust, secondo la quale questi avrebbe suggelato il noto patto con la sua parola d'onore. Da un eremita Faust viene fatto accorto dell'abisso verso cui si avviava e della necessità di rompere quel patto. Faust lo riconosce e sta per agire di conseguenza, quando si ricorda di aver dato la sua parola. Allora tutto cade, egli sente di non poter far nulla. Il Manacorda, con sinistro spirito,qui commentò: «Uno di noi Latini avrebe invece trovato il modo di farla anche al diavolo!». Del che, noi non sapremmo dubitare.




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