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  1. #1
    elettrica
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    Predefinito Lo sport malato è lo specchio della società

    Ora che è morto, incapace di vivere ancora a trentaquattro anni, il peso della sua tristissima fine rende difficili i discorsi su di lui. Un campione che forse non lo era, un mito usurpato, un uomo debole malgrado la capacità che pure aveva dimostrato di saper soffrire e riprendersi dopo incidenti devastanti. Tutto vero e sgradevole da dire, per la pietà che si prova per lui. E però anche troppo facile. C'è una considerazione ben più dura, una domanda ancor più angosciosa rispetto a questa morte che non si può non porre. Ed è: chi ha ucciso Marco Pantani? Non parlo di responsabilità penali, o di dubbi su come sono andate le cose. Dico di quale mondo l'ha stritolato, prima illudendolo d'una magica invulnerabilità ai limiti umani, limiti sportivi, etici, esistenziali, poi presentandogli un conto così alto per quel patto col diavolo chimico, per quei giorni di gloria e trionfo, da fargli credere che non avrebbe mai potuto pagarlo, che per lui non ci potesse essere un futuro, una nuova apertura di credito. Certo, Pantani quel patto l'ha sottoscritto in piena coscienza, sapendo di barare al gioco e probabilmente anche di quanto rischioso quel barare fosse. Ma non ha barato da solo. È stato spinto a farlo da chi gli ha mostrato da una parte una sicura scintillante riuscita e dall'altra l'incertezza d'ogni risultato se avesse voluto restare nelle proprie misure. Umano, troppo umano, da questa parte quando dall'altra si poteva divenire facilmente superuomini. Il che significava a sua volta raggiungere ricchezza e prestigio. Vincere per arrivare insomma. Attraverso il ciclismo, o il calcio, lo sci o l'atletica, vissuti da professionista. Già, una professione.

    Lo sport moderno nato come gioco cavalleresco per un tempo senza più cavalieri, solo gente comune, in un secolo è diventato una professione, e da diporto, ovvero uno svago, un mestiere. E invece di rappresentare alla società la possibilità di regole alternative, cavalleresche per l'appunto, ha fatto proprie quelle dominanti nella nostra società. Il gusto per la perfezione del gesto – appagante in se stesso perché l'importante è partecipare diceva l'inventore delle moderne Olimpiadi – si è trasformato, per il nostro piacere di spettatori, in ricerca di una efficienza funzionale cui è divenuto corrispettivo, come in ogni moderna professione, sempre più e sempre più largamente il successo economico. E allora morire di doping o di infarto da superimpegno, sacrificare la vita al lavoro, muscolare o meno che sia, barare con se stessi e ingannare chi ci ama, come campioni o come uomini, non fa molta differenza. Salvo che il tempo dello sportivo è più breve e la parabola si compie in un minor numero di anni. Così che lo sport davvero diventa metafora della vita, non però di quella umana troppo umana che pregiamo a parole, ma dell'altra su cui in realtà ci orientiamo come società.

    Non abbiamo introdotto persino nella scuola e nell'università sempre più valutazioni e preoccupazioni di cosiddetta professionalizzazione, criteri di rendimento dell'istituzione secondo termini presi a prestito dall'azienda, non parliamo di offerta formativa o di rendimenti quantificabili come se fossimo al mercato della cultura per l'appunto?

    Lo sport malato che la morte di Pantani, ma anche dello spagnolo Jimenez che se n'è andato in modo poco chiaro giovane e psichicamente provato, o quello delle squadre di calcio di gran nome come la Juventus sotto inchiesta da tempo, è un drammatico avvertimento. È forse troppo dire che Pantani l'abbiamo ucciso tutti assieme sollecitandolo, come si è detto; ma forse non è troppo dire che l'esempio di Pantani ci riguarda tutti e che prima di scandalizzarci per le vicende dello sport converrà preoccuparci di quelle della società in cui un Pantani può morire. Non moralizzeremo lo sport se non cambieremo prima noi.

  2. #2
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    Fosse solo quello, Ele.

    Ormai siamo al luna park...

  3. #3
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    Predefinito Re: Lo sport malato è lo specchio della società

    In Origine Postato da elettrica
    Ora che è morto, incapace di vivere ancora a trentaquattro anni, il peso della sua tristissima fine rende difficili i discorsi su di lui. Un campione che forse non lo era, un mito usurpato, un uomo debole malgrado la capacità che pure aveva dimostrato di saper soffrire e riprendersi dopo incidenti devastanti. Tutto vero e sgradevole da dire, per la pietà che si prova per lui. E però anche troppo facile. C'è una considerazione ben più dura, una domanda ancor più angosciosa rispetto a questa morte che non si può non porre. Ed è: chi ha ucciso Marco Pantani? Non parlo di responsabilità penali, o di dubbi su come sono andate le cose. Dico di quale mondo l'ha stritolato, prima illudendolo d'una magica invulnerabilità ai limiti umani, limiti sportivi, etici, esistenziali, poi presentandogli un conto così alto per quel patto col diavolo chimico, per quei giorni di gloria e trionfo, da fargli credere che non avrebbe mai potuto pagarlo, che per lui non ci potesse essere un futuro, una nuova apertura di credito. Certo, Pantani quel patto l'ha sottoscritto in piena coscienza, sapendo di barare al gioco e probabilmente anche di quanto rischioso quel barare fosse. Ma non ha barato da solo. È stato spinto a farlo da chi gli ha mostrato da una parte una sicura scintillante riuscita e dall'altra l'incertezza d'ogni risultato se avesse voluto restare nelle proprie misure. Umano, troppo umano, da questa parte quando dall'altra si poteva divenire facilmente superuomini. Il che significava a sua volta raggiungere ricchezza e prestigio. Vincere per arrivare insomma. Attraverso il ciclismo, o il calcio, lo sci o l'atletica, vissuti da professionista. Già, una professione.

    Lo sport moderno nato come gioco cavalleresco per un tempo senza più cavalieri, solo gente comune, in un secolo è diventato una professione, e da diporto, ovvero uno svago, un mestiere. E invece di rappresentare alla società la possibilità di regole alternative, cavalleresche per l'appunto, ha fatto proprie quelle dominanti nella nostra società. Il gusto per la perfezione del gesto – appagante in se stesso perché l'importante è partecipare diceva l'inventore delle moderne Olimpiadi – si è trasformato, per il nostro piacere di spettatori, in ricerca di una efficienza funzionale cui è divenuto corrispettivo, come in ogni moderna professione, sempre più e sempre più largamente il successo economico. E allora morire di doping o di infarto da superimpegno, sacrificare la vita al lavoro, muscolare o meno che sia, barare con se stessi e ingannare chi ci ama, come campioni o come uomini, non fa molta differenza. Salvo che il tempo dello sportivo è più breve e la parabola si compie in un minor numero di anni. Così che lo sport davvero diventa metafora della vita, non però di quella umana troppo umana che pregiamo a parole, ma dell'altra su cui in realtà ci orientiamo come società.

    Non abbiamo introdotto persino nella scuola e nell'università sempre più valutazioni e preoccupazioni di cosiddetta professionalizzazione, criteri di rendimento dell'istituzione secondo termini presi a prestito dall'azienda, non parliamo di offerta formativa o di rendimenti quantificabili come se fossimo al mercato della cultura per l'appunto?

    Lo sport malato che la morte di Pantani, ma anche dello spagnolo Jimenez che se n'è andato in modo poco chiaro giovane e psichicamente provato, o quello delle squadre di calcio di gran nome come la Juventus sotto inchiesta da tempo, è un drammatico avvertimento. È forse troppo dire che Pantani l'abbiamo ucciso tutti assieme sollecitandolo, come si è detto; ma forse non è troppo dire che l'esempio di Pantani ci riguarda tutti e che prima di scandalizzarci per le vicende dello sport converrà preoccuparci di quelle della società in cui un Pantani può morire. Non moralizzeremo lo sport se non cambieremo prima noi.
    Il mondo dello sport non può essere altro che uno specchio fedele del mondo che lo circonda, dove conta solo chi riesce ad emergere, costi quel che costi, con mezzi leciti e spesso, purtroppo, illeciti.
    Basta conoscere quanto accade frequentemente nei settori giovanili, con genitori assatanati, esasperati ed esasperanti, allenatori alla ricerca frenetica del campioncino ad ogni costo, con sempre davanti il miraggio luccicante del successo, del prestigio, della ricchezza.
    Ragazzini ancora imberbi vengono abituati e sferzati a vincere, sempre, senza cedimenti, senza rispetto per le regole, per gli avversari, per se stessi e per la propria salute.
    In generale, salvo rare eccezioni, è così.
    Come pensate che diventino da grandi?

  4. #4
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    Predefinito Re: Lo sport malato è lo specchio della società

    In Origine Postato da elettrica
    Ora che è morto, incapace di vivere ancora a trentaquattro anni, il peso della sua tristissima fine rende difficili i discorsi su di lui. Un campione che forse non lo era, un mito usurpato, un uomo debole malgrado la capacità che pure aveva dimostrato di saper soffrire e riprendersi dopo incidenti devastanti. Tutto vero e sgradevole da dire, per la pietà che si prova per lui. E però anche troppo facile. C'è una considerazione ben più dura, una domanda ancor più angosciosa rispetto a questa morte che non si può non porre. Ed è: chi ha ucciso Marco Pantani? Non parlo di responsabilità penali, o di dubbi su come sono andate le cose. Dico di quale mondo l'ha stritolato, prima illudendolo d'una magica invulnerabilità ai limiti umani, limiti sportivi, etici, esistenziali, poi presentandogli un conto così alto per quel patto col diavolo chimico, per quei giorni di gloria e trionfo, da fargli credere che non avrebbe mai potuto pagarlo, che per lui non ci potesse essere un futuro, una nuova apertura di credito. Certo, Pantani quel patto l'ha sottoscritto in piena coscienza, sapendo di barare al gioco e probabilmente anche di quanto rischioso quel barare fosse. Ma non ha barato da solo. È stato spinto a farlo da chi gli ha mostrato da una parte una sicura scintillante riuscita e dall'altra l'incertezza d'ogni risultato se avesse voluto restare nelle proprie misure. Umano, troppo umano, da questa parte quando dall'altra si poteva divenire facilmente superuomini. Il che significava a sua volta raggiungere ricchezza e prestigio. Vincere per arrivare insomma. Attraverso il ciclismo, o il calcio, lo sci o l'atletica, vissuti da professionista. Già, una professione.

    Lo sport moderno nato come gioco cavalleresco per un tempo senza più cavalieri, solo gente comune, in un secolo è diventato una professione, e da diporto, ovvero uno svago, un mestiere. E invece di rappresentare alla società la possibilità di regole alternative, cavalleresche per l'appunto, ha fatto proprie quelle dominanti nella nostra società. Il gusto per la perfezione del gesto – appagante in se stesso perché l'importante è partecipare diceva l'inventore delle moderne Olimpiadi – si è trasformato, per il nostro piacere di spettatori, in ricerca di una efficienza funzionale cui è divenuto corrispettivo, come in ogni moderna professione, sempre più e sempre più largamente il successo economico. E allora morire di doping o di infarto da superimpegno, sacrificare la vita al lavoro, muscolare o meno che sia, barare con se stessi e ingannare chi ci ama, come campioni o come uomini, non fa molta differenza. Salvo che il tempo dello sportivo è più breve e la parabola si compie in un minor numero di anni. Così che lo sport davvero diventa metafora della vita, non però di quella umana troppo umana che pregiamo a parole, ma dell'altra su cui in realtà ci orientiamo come società.

    Non abbiamo introdotto persino nella scuola e nell'università sempre più valutazioni e preoccupazioni di cosiddetta professionalizzazione, criteri di rendimento dell'istituzione secondo termini presi a prestito dall'azienda, non parliamo di offerta formativa o di rendimenti quantificabili come se fossimo al mercato della cultura per l'appunto?

    Lo sport malato che la morte di Pantani, ma anche dello spagnolo Jimenez che se n'è andato in modo poco chiaro giovane e psichicamente provato, o quello delle squadre di calcio di gran nome come la Juventus sotto inchiesta da tempo, è un drammatico avvertimento. È forse troppo dire che Pantani l'abbiamo ucciso tutti assieme sollecitandolo, come si è detto; ma forse non è troppo dire che l'esempio di Pantani ci riguarda tutti e che prima di scandalizzarci per le vicende dello sport converrà preoccuparci di quelle della società in cui un Pantani può morire. Non moralizzeremo lo sport se non cambieremo prima noi.
    Hai detto delle cose molto belle; suscitano sorrisi e lacrime al tempo stesso.

  5. #5
    Erwann
    Ospite

    Predefinito Re: Lo sport malato è lo specchio della società

    In Origine Postato da elettrica

    ...
    Lo sport malato che la morte di Pantani, ma anche dello spagnolo Jimenez che se n'è andato in modo poco chiaro giovane e psichicamente provato, o quello delle squadre di calcio di gran nome come la Juventus sotto inchiesta da tempo, è un drammatico avvertimento. È forse troppo dire che Pantani l'abbiamo ucciso tutti assieme sollecitandolo, come si è detto; ma forse non è troppo dire che l'esempio di Pantani ci riguarda tutti e che prima di scandalizzarci per le vicende dello sport converrà preoccuparci di quelle della società in cui un Pantani può morire. Non moralizzeremo lo sport se non cambieremo prima noi.


    E quindi? Cosa fai o faresti o bisognerebbe fare per migliorare la situazione?

  6. #6
    elettrica
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    Predefinito Re: Re: Lo sport malato è lo specchio della società

    In Origine Postato da Erwann


    E quindi? Cosa fai o faresti o bisognerebbe fare per migliorare la situazione?
    La soluzione in tasca purtroppo non ce l'ho, ma cosa possiamo aspettarci da una società dopata dalle fondamenta, dove le donne devono essere solo che bellissime, gli uomini solo che machi dove il lavoro nn basta ma ci vuole la carriera, dove ormai nessuno si accontenta della normalità.. e questo lo abbiamo voluto tutti.. accettando gli stereotipi proposti.. senza renderci conto che i veri eroi sono quelli che riescono ad essere semplicemente normali o se stessi

  7. #7
    Erwann
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    mmmm...mi sa che stai generalizzando un po' troppo...

  8. #8
    elettrica
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    In Origine Postato da Erwann
    mmmm...mi sa che stai generalizzando un po' troppo...


    Sentiamo qualche opinione dei forumisti, ma vedo che nessuno scrive

  9. #9
    elettrica
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    Vediamo cosa dicono i forumisti DIURNI

  10. #10
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    Predefinito Re: Lo sport malato è lo specchio della società

    In Origine Postato da elettrica
    Ora che è morto, incapace di vivere ancora a trentaquattro anni, il peso della sua tristissima fine rende difficili i discorsi su di lui. Un campione che forse non lo era, un mito usurpato, un uomo debole malgrado la capacità che pure aveva dimostrato di saper soffrire e riprendersi dopo incidenti devastanti. Tutto vero e sgradevole da dire, per la pietà che si prova per lui. E però anche troppo facile. C'è una considerazione ben più dura, una domanda ancor più angosciosa rispetto a questa morte che non si può non porre. Ed è: chi ha ucciso Marco Pantani? Non parlo di responsabilità penali, o di dubbi su come sono andate le cose. Dico di quale mondo l'ha stritolato, prima illudendolo d'una magica invulnerabilità ai limiti umani, limiti sportivi, etici, esistenziali, poi presentandogli un conto così alto per quel patto col diavolo chimico, per quei giorni di gloria e trionfo, da fargli credere che non avrebbe mai potuto pagarlo, che per lui non ci potesse essere un futuro, una nuova apertura di credito. Certo, Pantani quel patto l'ha sottoscritto in piena coscienza, sapendo di barare al gioco e probabilmente anche di quanto rischioso quel barare fosse. Ma non ha barato da solo. È stato spinto a farlo da chi gli ha mostrato da una parte una sicura scintillante riuscita e dall'altra l'incertezza d'ogni risultato se avesse voluto restare nelle proprie misure. Umano, troppo umano, da questa parte quando dall'altra si poteva divenire facilmente superuomini. Il che significava a sua volta raggiungere ricchezza e prestigio. Vincere per arrivare insomma. Attraverso il ciclismo, o il calcio, lo sci o l'atletica, vissuti da professionista. Già, una professione.

    Lo sport moderno nato come gioco cavalleresco per un tempo senza più cavalieri, solo gente comune, in un secolo è diventato una professione, e da diporto, ovvero uno svago, un mestiere. E invece di rappresentare alla società la possibilità di regole alternative, cavalleresche per l'appunto, ha fatto proprie quelle dominanti nella nostra società. Il gusto per la perfezione del gesto – appagante in se stesso perché l'importante è partecipare diceva l'inventore delle moderne Olimpiadi – si è trasformato, per il nostro piacere di spettatori, in ricerca di una efficienza funzionale cui è divenuto corrispettivo, come in ogni moderna professione, sempre più e sempre più largamente il successo economico. E allora morire di doping o di infarto da superimpegno, sacrificare la vita al lavoro, muscolare o meno che sia, barare con se stessi e ingannare chi ci ama, come campioni o come uomini, non fa molta differenza. Salvo che il tempo dello sportivo è più breve e la parabola si compie in un minor numero di anni. Così che lo sport davvero diventa metafora della vita, non però di quella umana troppo umana che pregiamo a parole, ma dell'altra su cui in realtà ci orientiamo come società.

    Non abbiamo introdotto persino nella scuola e nell'università sempre più valutazioni e preoccupazioni di cosiddetta professionalizzazione, criteri di rendimento dell'istituzione secondo termini presi a prestito dall'azienda, non parliamo di offerta formativa o di rendimenti quantificabili come se fossimo al mercato della cultura per l'appunto?

    Lo sport malato che la morte di Pantani, ma anche dello spagnolo Jimenez che se n'è andato in modo poco chiaro giovane e psichicamente provato, o quello delle squadre di calcio di gran nome come la Juventus sotto inchiesta da tempo, è un drammatico avvertimento. È forse troppo dire che Pantani l'abbiamo ucciso tutti assieme sollecitandolo, come si è detto; ma forse non è troppo dire che l'esempio di Pantani ci riguarda tutti e che prima di scandalizzarci per le vicende dello sport converrà preoccuparci di quelle della società in cui un Pantani può morire. Non moralizzeremo lo sport se non cambieremo prima noi.
    Disgustoso.

    Sfruttare la morte, il cadavere ancora caldo di un giovane famoso, per fare propaganda alle proprie "idee" politiche

    Non vi dico neppure vergogna, perche' e' evidente che non conoscete il significato di questa parola !!!

 

 
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