di Gilad Atzomon
"Spero e prego che vi unirete a me per dare un esempio a tutti i nostri fratelli; che il sentiero più vero da seguire, l'unico sentiero, e' quello del rispetto e, cosa più importante, dell'amore reciproco nonostante le differenze" (Mel Gibson, regista di Hollywood, in risposta ad una lettera di Abraham Foxman, direttore della Jewish Anti-Defamation League , che chiedeva fossero tagliate le cosiddette "scene che infiammano")
"Le sue parole non mitigano la nostra preoccupazione sulle potenziali conseguenze del film - alimentare e legittimare l'anti-semitismo" (Risposta di Foxman a Gibson).

Mi chiedo se sia possibile che il signor Foxman sia davvero così preoccupato della crescita dell'anti-semitismo. In pratica, e' la sua reazione al film di Gibson a scatenare sentimenti anti-semiti, più che il film stesso.
Da una prospettiva non-ebraica, l'intervento di Foxman negli aspetti della narrativa storica cristiana e' piuttosto bizzarro.
Foxman dovrebbe saperlo per esperienza personale: di certo non accoglierebbe con entusiasmo un "revisionismo dell'olocausto" che interferisca con la narrativa ufficiale sionista. Da un punto di vista ebraico, la reazione di Foxman non appare migliore.

La sua reazione porta ad un'associazione fasulla tra ebrei contemporanei e la folla biblica che spinse Pilato a portare a termine la crocifissione. Si tratta di un atto davvero pericoloso ed irresponsabile. Vorrei specificare chiaramente che non credo che la maggioranza degli ebrei si identifichino con i loro antenati biblici. Credo che neanche i gentili tendano a fare questa confusione. Nessuno degli ebrei che conosco si sente remotamente responsabile della morte di Cristo e, cosa più importante, nessuno dei miei amici ebrei e' mai stato accusato dell'uccisione di Cristo. La maggioranza del popolo ebraico non avrebbe mai neppure considerato di poter sfruttare la razzista "legge del ritorno" israeliana, in base alla quale ogni ebreo, dovunque sia e chiunque sia (anche presunti criminali) può stabilirsi in Palestina a spese del popolo palestinese.

Ma la verità deve essere rivelata; ci sono ebrei che supportano felicemente questo aperto invito israeliano. Questa gente si considera discendente dei suoi antenati biblici: si chiamano sionisti ed hanno cominciato ad emigrare in Palestina fin dal tardo 19esimo secolo, dove hanno riesumato il linguaggio ebraico. Si considerano entità bibliche rinate. Detto così, suona eroico e persino romantico, ma questa nuova identità nazionalistica soffre di numerosi problemi. E' espansionista, razzista e fondamentalmente intollerante non solo verso i suoi vicini ma verso una qualsiasi realizzazione di esistenza pacifica. La comprensione sionista della lezione biblica e' piuttosto ristretta. In qualche modo essa ignora gli insegnamenti spirituali ed etici della religione ebraica, adottando ciecamente la più brutale interpretazione della nozione biblica di conquista.

Dovrebbe essere qui ripetuto che la terra di Sion non e' mai stata priva di abitanti indigeni, né in tempi biblici né nel tardo 19esmo secolo. Questo fatto non fermò i sionisti. Al contrario, pieni di zelo missionario, essi seguirono le orme dei loro predecessori nella conquista della Terra Santa. Nel loro nuovo vocabolario, chiamarono quel violento assalto "liberazione della terra", iniettando la loro prepotenza di una sorta di contesto storico. Come se una ripetizione storica potesse essere una forma di giustificazione morale.

E qui giungiamo al cuore delle preoccupazioni di Foxman. Probabilmente, la tendenza sionista ad associarsi ai loro antenati può aiutarci a comprendere l'oppressione e le atrocità contro il popolo palestinese nei termini di una ripetizione della via dolorosa di Cristo, la via della sofferenza. I palestinesi appaiono il Gesù di oggi. Nel film Pilato, il governatore romano della Palestina, dice: "Ecco l'uomo", e mostra alla folla un Gesù spezzato e sanguinante. Ma il sommo sacerdote, in aramaico, insiste: "Crocifiggilo". Pilato risponde: "Non e' abbastanza?". La folla ruggisce: "No", e solo allora Pilato acconsente alla crocifissione.

Nella realtà di oggi il mondo dice: "Ecco l'uomo", e mostra dei palestinesi spezzati e sanguinanti chiedendo: "Non e' abbastanza". I palestinesi, gli abitanti indigeni della terra "del latte e del miele" stanno raggiungendo un livello di fame e malnutrizione simile a quello delle regioni più povere dell'Africa. Ma la folla sionista non se ne cura, alle richieste di misericordia ruggisce "No". Anzi, chiede più miseria e persecuzione. La popolarità del sommo sacerdote Sharon aumenta in maniera evidente dopo ogni assassinio di palestinesi. La folla ha tante volte urlato "Morte agli arabi" che i sacerdoti israeliani "democraticamente" eletti - siano essi Sharon, Peres, Rabin o Ben Gurion - sono riusciti a perfezionare la via dolorosa dei palestinesi. Tutto funziona: i massacri, le persecuzioni legali, la pressione economica, le umiliazioni continue, gli assassini ed ora il "Muro di Separazione". Di tanto in tanto la comunità europea o persino l'amministrazione americana, come Pilato, chiede: "Non e' abbastanza?", ma in qualche modo permettono che prosegua l'oltraggiosa distruzione del popolo palestinese.

Il signor Foxman comprende molto bene che una simile interpretazione del film di Gibson porterà molti occidentali a ripensarci. E' inevitabile una fitta di dolre nella coscienza di fronte alla miseria dei palestinesi. Sono certo che Foxman ed i suoi alleati sionisti comprendono che il mito artificiale dell'amicizia cristiano/sionista sta per collassare. E ciò non deve sorprendere. Una scorsa alla storia di queste due fedi rivali svela una serie di amari conflitti. Parliamo di due distinte visioni del mondo, chiaramente evidenti dalle citazioni fatte sopra. Mentre la reazione di Foxman e' precisa e concisa, le parole di Gibson parlano di "amore reciproco".

E' più che verosimile che il film di Gibson possa condurre verso una maggiore comprensione del ruolo del popolo palestinese, il nuovo Cristo, nel redimere il mondo dal male in cui e' immerso - sia esso il male dello stato d'Israele, dell'identità sionista, di Bush o di Blair. Quando capiremo il crimine contro i palestinesi, saremo pronti a stendere ponti sul divario imposto tra "Occidente" e "non Occidente", tra "noi" e "loro", tra gli USA e il mondo arabo. E' chiaro che Foxman ed i suoi accoliti non ne sono troppo entusiasti. Si sentono molto più sicuri nei corridoi del male, nel regno della guerra infinita e dei fiumi di sangue.