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Gli interventi
«Non possiamo ridurre il sardo a un puro oggetto di studio accademico»
Per togliere identità a un popolo basta togliergli la lingua. Lo ha scritto il filosofo Jacques Derrida. La lingua è un patrimonio da tutelare ma non dev'essere soltanto un oggetto da museo. È la storia di una comunità, con essa si evolve e si arricchisce, si apre e dialoga con il mondo. Ma subisce più di qualunque altra espressione culturale il livellamento e la massificazione. La lingua teme la globalizzazione, l'azzeramento delle differenze. Ed ecco le conseguenze. Nell'Isola il numero di chi parla correntemente il sardo diminuisce progressivamente, si introducono termini italiani nell'idioma tradizionale, i bambini usano con familiarità parole inglesi spesso senza conoscerne il significato.
Ai convegni organizzati ieri a Cagliari, Nuoro e provincia in occasione della Giornata mondiale della lingua madre è stato fatto il punto sullo stato di salute del sardo raccogliendo una sollecitazione dell'Unesco che ha indetto ufficialmente l'appuntamento internazionale. L'iniziativa cagliaritana promossa dall'Unione nazionale scrittori e artisti (Unsa) e dalla Uil Sardegna ha visto la partecipazione al Palazzo viceregio di studiosi e critici, pittori e poeti. Il presidente della Provincia Sandro Balletto ha fatto gli onori di casa, il segretario regionale della Uil Gino Mereu ha dato inizio ai lavori. Per l'occasione Natale Antonio Rossi, della presidenza Unsa, ha presentato un'antologia di autori sardi contemporanei. «Il sardo è usato soprattutto nella creazione letteraria», ha detto il docente di linguistica sarda Maurizio Virdis. «Gli intellettuali non hanno abdicato alle proprie radici ma non possiamo permettere che la nostra lingua si riduca a un mero oggetto di studio accademico». Tantomeno a un prodotto del folclore da vendere nei pacchetti turistici. Virdis ha proposto buone letture in sardo nelle scuole e il superamento dei luoghi comuni che associano la lingua tradizionale al ridicolo. «Si portano avanti le battaglie per salvare il vero cioccolato, impegnamoci allo stesso modo per salvare anche la cultura linguistica».
Dello stesso avviso il pedagogista Tonino Mameli: «Riscoprire la tradizione è la sopravvivenza etica e morale, un obbligo politico e culturale. Invece la tradizione oggi è vissuta solo in chiave lucro-turistica. Sarebbe opportuno ricominciare a usare il sardo nella comunicazione familiare». E sarebbe opportuno conoscere la propria storia, la storia locale. «Questo è un diritto dei giovani e dei cittadini ed è inaccettabile stabilire gerarchie di rilevanza tra storia locale e generale», ha spiegato lo storico Giuseppe Serri. «Piuttosto è corretto parlare di interazione e confronto tra approcci differenti. La Sardegna non ha solo subito le dominazioni ma ha pure beneficiato di importanti apporti culturali ed economici dall'esterno. L'esaltazione della costante resistenziale finisce col riportare visioni mitiche del nostro passato». I critici hanno scandagliato gli aspetti di un'espressione artistica depositaria di valori tradizionali e proiettata all'esterno.
Leandro Muoni ha parlato di una letteratura sarda rispettosa della tradizione ma aperta alla modernità, Annamaria Janin ha rilevato una distanza dell'arte contemporanea dal vissuto della gente pur riconoscendo notevoli esempi creativi. Maria Lai, uno su tutti. Nel nuovo cinema sardo, descritto da Antonello Zanda, l'immagine e l'identità si sovrappongono ma nessuno dei due aspetti sovrasta l'altro. «Tutta l'attenzione che oggi dedichiamo alla lingua, riserviamola anche alla musica. In Sardegna non esiste ancora una discoteca che raccolga le registrazioni del nostro patrimonio musicale tradizionale. È inammissibile», ha denunciato Walter Porcedda.
Walter Falgio




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