di Carlo Brambilla
Strana e sempre più caotica partita a poker nella Casa berlusconiana. Dopo che il premier ha sbandierato un «accordo su tutto», quale risultato della verifica più fantasma della storia dei governi italiani, ieri si è improvvisamente riattivato il gioco pesante. Da Umberto Bossi è arrivato l’ultimo, forse imprevisto, rilancio: «Se da domani (oggi ndr) al Senato non passa la riforma federalista, facciamo le valigie immediatamente». L’ha messa giù dura il ministro e leader leghista, così ieri si è fatto assegnare dal suo consiglio federale il «pieno mandato» per l’eventuale assunzione della «decisione estrema».
Bossi ha di fatto riscatenato la guerra all’Udc e al senatore Francesco D’Onofrio, relatore di maggioranza della riforma, che in questi giorni ha espresso la necessità di «alcuni compromessi costituzionali sulla pretesa contestualità di voto per le regionali e per il futuro Senato federale».
Il coordinatore delle segreterie del Carroccio, Roberto Calderoli, al termine della riunione leghista, ha confermato la linea di Bossi: «Se si fermano le riforme la Lega uscirà al cento per cento dal Governo e a deciderlo sarà il segretario Umberto Bossi». E ha aggiunto: «Abbiamo legato la nostra entrata nella Casa delle Libertà a certe riforme. Cose che sembravano concordate sono state invece messe in discussione, come il Senato federale. Quando si decide a livello di maggioranza qualcosa, poi bisogna mantenere gli impegni». I tempi della decisione di uscire o meno dal Governo sono molto ristretti: «Il primo passo sarà domani (oggi, ndr) e mercoledì mattina sul Senato federale poi si decide nell'arco di una settimana di voto. Di certo siamo in presenza di un passaggio estremamente difficile e a rischio».
Il rilancio di Bossi è pesante. Reso ancora più drastico dalla «decisione irrevocabile» di far correre la Lega in solitudine alle prossime amministrative di giugno. Con precisazione: «Si va da soli ovunque, anche alla Provincia di Milano», senza specificare se ci sarà accorpamento al secondo turno. Candidato della Lega sarà Massimo Zanello, attuale assessore al turismo e piccola impresa in Regione Lombardia. Un brutto colpo per Ombretta Colli, presidentessa uscente e ricandidata da Berlusconi in persona.
Ma a che cosa punta il ministro Bossi? Davvero sta pensando allo sconquasso? Al rilancio della Lega ha subito risposto l’Udc con un “vedo”: «Si tratta di minacce che non contano perchè - ha infatti dichiarato Maurizio Ronconi - la pistola di Bossi è scarica». Dunque se le cose stanno come dice l’Udc allora Bossi starebbe urlando solo per nascondere il boccone del compromesso già inghiottito sulla riforma federalista in discussione al Senato. Tant’è vero che nella riunione di ieri lo stesso Bossi ha anche spiegato ai suoi dirigenti che «se la riforma passa a Palazzo Madama, il problema della permanenza in maggioranza verrà spostato a quando la legge approderà alla Camera». E Bossi ha aggiunto: «E lì non ci saranno storie, dovrà essere approvata prima del voto per le europee, altrimenti non ci sarà più domani per il Governo». Par di capire che il leader leghista voglia a tutti i costi conquistare almeno il risultato anche di una riforma «così così», ma sufficiente da spendere nella propaganda padanista della campagna elettorale di giugno.
Per ora, dunque, il vero ricatto è scattato sul fronte delle amministrative. Qui la spiegazione politica della decisione di far correre in solitudine la Lega appare più semplice. Ancora una volta Bossi vuole ostinatamente dimostrare l’arcinoto teorema dell’indispensabilità dell’alleanza col Carroccio per vincere alle urne delle politiche. Un teorema che Bossi ha già provato a dimostrare «a dispetto». E cioè se in qualche amministrazione prevale il nemico giurato del centrosinistra a lui importa poco o nulla, l’importante è mandare segnali a Berlusconi affinchè si decida una volta per tutte a mettere in riga gli alleati agitati e con troppe pretese, come ai suoi occhi appaiono i centristi e il partito di Gianfranco Fini.
Tornando ai ricatti, c’è un piccolo ma significativo corollario alla decisione della corsa solitaria alle amministrative. Da ieri è in stato d’agitazione anche la Lega che siede a Palazzo Marino col sindaco Gabriele Albertini, anche lui alle prese con un rimpasto tribolato. Il capogruppo padanista Matteo Salvini ha annunciato, sempre al termine della riunione del consiglio federale: «Chiederò ufficialmente al direttivo provinciale del partito l’uscita della Lega dalla Giunta di Palazzo Marino». Attualmente il Carroccio è rappresentato da un solo assessore, l’ex ministro Giancarlo Pagliarini. Che ha subito dichiarato: «Sono prontissimo a dimettermi». Intanto ieri sera è saltata la riunione del Consiglio comunale che doveva decidere sulla tormentata privatizzazione dell’Aem. Reazione del centrosinistra: «Il sistema di potere berlusconiano si sta sgretolando proprio al Nord».


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