«La riforma costa più di quanto incassa, pagano i padani»
Pensioni, Bossi frena ma Fini lo corregge
La replica: non si tocca, via libera in 20 giorni.
Il ministro per le riforme Umberto Bossi (Reuters)
ROMA - Arrivano ieri a metà pomeriggio, come un fulmine a ciel sereno, le bordate del leader della Lega, Umberto Bossi, sulla riforma delle pensioni. «Costa di più di quanto incassa» e «a pagare sono sempre gli stessi: i lavoratori della Padania». E ancora: «Capisco il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, deve accreditarsi a livello internazionale. Ma fa esattamente come gli altri: perché non tocca le pensioni dei falsi invalidi?». Parole che Bossi dice ai giornalisti presenti al Senato mentre in Aula si discute del federalismo, la riforma costituzionale dalla quale la Lega fa dipendere la sua permanenza al governo. Non è un mistero che il riordino delle pensioni sia tenuto in sospeso dai leghisti e che il via libera ci sarà solo dopo che il Senato avrà approvato la devolution. Ieri Bossi ha voluto rimarcare il concetto, sottolineando la sua preoccupazione per le difficoltà che incontra il disegno di legge costituzionale. Non a caso ai cronisti che gli chiedevano quale fosse la soluzione per le pensioni ha risposto: «Partire dal federalismo per rifare il Paese».
OGGI TRE EMENDAMENTI - Al momento, comunque, nonostante le bordate di Bossi, al dicastero del Welfare confermano che il ministro, Roberto Maroni, anche lui leghista, illustrerà oggi in commissione al Senato tre emendamenti con l’ultima proposta di riforma delle pensioni. Ma la Lega ha già annunciato un proprio sub-emendamento. Il vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini, intervenendo in tv a Porta a Porta , taglia corto: «Puntiamo all’approvazione della delega sulle pensioni al Senato nei prossimi venti giorni. La riforma è un dovere, un obbligo». E aggiunge, ammonendo la Lega a non chiedere nuovi cambiamenti: «Ci sarà una discussione in Parlamento ma il governo non cambia opinione ad ogni stormir di fronde, quindi l’emendamento non è suscettibile di modifiche sostanziali».
UN ANNO IN PIU’ PER GLI AUTONOMI - Gli emendamenti del governo riducono il cosiddetto «scalone» a «scalino» e reintroducono il secondo canale di pensionamento. In pratica, dal 2008, i lavoratori dipendenti con 35 anni di contributi potranno andare in pensione di anzianità a 60 anni di età (61 dal 2010 e 62 dal 2014, ma per gli autonomi un anno in più mentre per le donne il limite resterà a 60 anni) oppure con 40 anni di contributi indipendentemente dall’età. Ma il Carroccio ha già annunciato un sub-emendamento per aprire anche un terzo canale di pensionamento a 57 anni d’età con 38 anni di contributi, sia pure con una penalizzazione sull’importo della pensione. Il governo proporrà tre mesi per il silenzio assenso sul Tfr (trattamento di fine rapporto): trascorso questo termine senza che il lavoratore abbia dichiarato di volersi tenere la liquidazione, gli accantonamenti futuri finiranno nel fondo pensione integrativa.
LE PENSIONI PADANE - Le parole di Bossi indubbiamente danno una spinta al sub-emendamento. Del resto, come sottolinea uno studio del professor Vincenzo Galasso pubblicato sul sito lavoce.info, «le pensioni di anzianità sono fortemente concentrate nel bacino elettorale della Lega». Quasi la metà in Lombardia, Veneto e Piemonte.
Il segretario della Cisl, Savino Pezzotta, sfida Bossi ad essere «coerente», non escludendo lo sciopero generale. «Se pensa quello che ha detto, allora faccia ritirare la riforma». «Bossi - aggiunge Morena Piccinini (Cgil) - si sta rendendo conto dell’iniquità della riforma proposta dal suo stesso ministro».
Enr. Ma.




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