Tutti gli articoli del dossier: lo zoo di Dio sono tratti dalla rivista mensile cattolica Jesus( http://www.stpauls.it/jesus/default.htm) in edicola questo febbraio. Una riflessione tra uomo e animale, come potrete leggere, ben più profonda ed articolata rispetto a quella dei teologi-gesuiti di Civiltà cattolica.
![]()
...e l'uomo giocherà con il leone
Due orecchie bianche e il muso timido di un coniglio si affacciano dalla borsa di una ragazza. Più avanti, con le zampe sulla panca, un cagnetto osserva incuriosito un’anatra che fa capolino dal giaccone di una signora un po’ attempata. Tutt’intorno è uno strepitìo di gatti, pulcini, criceti, pappagallini e cani di ogni razza arrivati chissà da dove con o senza padrone. C’è persino una bambina che tiene in grembo una boccia con i pesci rossi guizzanti. Sembra quasi che qui, nella chiesa di Sant’Eusebio, in piazza Vittorio a Roma, il 17 gennaio di ogni anno il creato si dia appuntamento.
Uno spettacolo da affascinare persino Goethe, che nel suo Diario, al 18 gennaio 1786, annotava: «Ieri, festa di sant’Antonio abate, abbiamo goduto una divertente giornata. Faceva il più bel dì del mondo». E, più avanti: «La chiesa sorge su una piazza così vasta da sembrare quasi deserta, ma che nella ricorrenza è animatissima; cavalli e muli, con le criniere e le code intrecciate di nastri vistosi e sovente sfarzosi, vengono condotti davanti a una cappelletta alquanto discosta dalla chiesa, dove un prete, con un grande aspersorio in mano e una fila di secchi e tinozze d’acqua benedetta dinanzi a sé, annaffia senza risparmio i vispi animali». Non c’è dubbio, rifletteva il poeta tedesco, che tutte le religioni che hanno allargato i limiti del loro culto o della loro meditazione filosofica, abbiano reso «partecipi dei favori della spiritualità anche gli animali».
Un bel passo in avanti dai tempi in cui l’agnello migliore veniva sacrificato a Dio. D’altra parte, in tutta la Bibbia, c’è un percorso di affinamento che va dai sacrifici umani al sacrificio delle labbra e del cuore. «Nell’epoca più antica tutti i popoli avevano un rapporto con Dio caratterizzato dai sacrifici», spiega Paolo De Benedetti, professore di Giudaismo alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale e autore di diversi testi sugli animali fra cui il libro E l’asina disse... (edizioni Qiqajon). «Questi popoli offrivano il meglio a Dio, addirittura sacrificavano i figli. L’ebraismo è uscito progressivamente da questa fase per non tornarci più. Al posto dei sacrifici umani al tempo di Abramo e di Isacco, e a quelli degli animali fino all’anno 70, il sacrificio vero per l’ebreo e per il cristiano diventa quello del cuore: la preghiera e l’ascolto della parola di Dio. Non è un caso che Gregorio Magno, a proposito della Scrittura parli di ruminatio scripturarum, come se noi dovessimo mangiare la parola, assaporarla come si assaporavano le vittime dei sacrifici».
Un altro errore va corretto nell’antica impostazione che vuole gli animali succubi dell’uomo. Le quattro parole della Genesi («Soggiogate, dominate, coltivate, custodite» il creato) dicono molto di più del semplice asservimento degli animali all’uomo. L’uomo, dunque, non è un tiranno, né un oppressore. I quattro verbi indicano una corresponsabilità nella creazione. «Nella tradizione rabbinica», ricorda ancora De Benedetti, «si dice che le opere dell’uomo sono migliori delle opere di Dio. Si fa il confronto tra un pane e una spiga di grano, tra un drappo di lino e un fascio di piante raccolte nel campo. Questo è il desiderio di Dio: che l’uomo perfezioni il creato. Non c’è nessun intento di dominio per il dominio. Anzi, è chiaro che tutto ciò che ha avuto la vita da Dio deve essere considerato prossimo. Dunque, secondo il pensiero biblico, il mio prossimo non è soltanto l’uomo, ma è tutto il creato».
Proprio per questo, Dio si preoccupa di dettare una serie di norme che potremmo definire di "rispetto del creato". Per esempio, quella sul riposo del sabato, che è riconosciuto anche agli animali, o quella sul divieto di usare museruole per i buoi durante la trebbiatura così che essi possano mangiare mentre lavorano. O, ancora, il divieto di aggiogare animali di forza diversa all’aratro, sì che l’uno non debba soffrire più dell’altro.
La particolare attenzione per gli animali torna anche in altri racconti biblici. Per esempio, quando Giona annuncia il castigo per Ninive, il re fa fare penitenza sia agli uomini che agli animali. E, quando Giona si lamenta con Dio perché non ha distrutto la città, Dio risponde: «Io non dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?». Dio, cioè, salva la città dalla distruzione per i bambini (chi non distingue la destra dalla sinistra) e per gli animali. Sono tutte tracce della preoccupazione per gli esseri viventi.
Che gli animali abbiano diritti, però, ai nostri giorni non è ancora pacificamente ammesso dalla dottrina della Chiesa. Qualche tempo fa, un editoriale di Civiltà cattolica, contestando la proposta di legge in discussione al Parlamento che vorrebbe inserire nel codice penale la tutela dei diritti degli animali, riproponeva la questione. La rivista dei gesuiti sosteneva che «in realtà gli animali non hanno diritti. Il diritto è una prerogativa dell’essere spirituale. E il motivo profondo è che il diritto è una prerogativa della persona, in quanto essere spirituale e non soltanto materiale, il quale, a differenza dei minerali, è vivente e, a differenza delle piante, è senziente, per cui prova piacere e dolore, ma è un soggetto che, oltre a essere vivente e senziente, è intelligente e libero, cosciente e responsabile, capace di comprendere ciò che è bene e ciò che è male, e quindi di determinarsi liberamente per il bene e per il male, per il bene proprio e degli altri o per la rovina propria e degli altri». Una impostazione preconciliare, «di vecchia teologia», secondo De Benedetti, che precisa: «I diritti non derivano dall’avere una coscienza più o meno sviluppata, ma derivano dall’esserci».
Chi segue l’impostazione fatta propria dall’editoriale di Civiltà cattolica pone anche l’accento sul fatto che l’uomo possiede «un’anima spirituale immortale che nessun animale possiede». Così facendo, però, si dimentica che il concetto di immortalità non è biblico. La Bibbia parla di risurrezione, non di immortalità. E la risurrezione riguarda tutti gli esseri viventi. «Tutte le creature sono preda della morte, ma, se anche una sola di esse – sia una persona, un agnello o anche un filo d’erba – non riavesse la vita in un modo misterioso che non sappiamo, l’opera creativa di Dio conserverebbe delle macchie: Dio avrebbe creato la vita e l’essere, ma non sarebbe riuscito a mantenerlo tutto vivo alla fine dei tempi», spiega De Benedetti.
Senza contare che la distinzione-separazione tra anima e corpo, ancora cara in certi ambienti, è un’idea platonica. Ma non si può dire, fuori da Platone e dai neoplatonici, che l’uomo abbia un’anima immortale. Non sorprende che l’attenzione verso il creato inteso come "prossimo", oggi molto sviluppata sia da alcuni teologi cattolici che da teologi protestanti ed ebrei, abbia cominciato a formarsi non per merito delle Chiese, ma di altri, in primo luogo degli ambientalisti.
Resistenze fortissime, ancora dure a morire, hanno rallentato il lavoro delle Chiese, anche se adesso, rispondendo alle provocazioni, esse stanno sviluppando una riflessione molto interessante su questo tema. Restano, come abbiamo visto, tanti punti controversi. Uno di essi, ripreso anche dalla rivista dei gesuiti, riguarda il problema degli animali dannosi e quindi dell’impossibilità, se pure si volessero attribuire agli animali dei diritti, di applicare questi ultimi a ogni specie vivente. Vale la pena ricordare, però, che nel racconto della Genesi non c’erano animali dannosi. «Anche i maestri di Israele», rammenta De Benedetti, «raccontano che, prima del diluvio, i leoni mangiavano erba. È un modo pittoresco per dire che quello che nel mondo c’è di dannoso è conseguenza del fatto che l’uomo non ha usato bene quei quattro verbi della Genesi: soggiogare, dominare, governare e custodire. Non aver realizzato questi verbi come immagine di Dio ha fatto sì che oggi si parli non solo di uomini cattivi, ma di animali dannosi». In questo, gli animali pagano una colpa non loro.
La tensione, però, è verso la profezia escatologica di Isaia, quando «il leone pascolerà con l’agnello e il bambino metterà la mano nella buca dell’aspide». La situazione di oggi è destinata a rigenerarsi. E, a guardare ciò che succede in piazza il 17 gennaio, sembra quasi di poter avere, di quella profezia, un piccolo assaggio.
«Dio benedice ogni essere vivente e dunque anche gli animali», dice don Gianfranco Martella, da 30 anni parroco di Sant’Eusebio. «Non si tratta di un appuntamento folcloristico, ma di un’occasione per "rimettere pace" tra l’uomo e la natura tutta, una sorta di rito di purificazione».
Una delle preghiere usate durante l’aspersione dell’acqua benedetta recita: «O Dio, fonte di ogni bene, che negli animali ci hai dato un segno della tua provvidenza e un aiuto nella fatica quotidiana, per intercessione di sant’Antonio abate fa’ che sappiamo servirci saggiamente di essi, riconoscendo la dignità e il limite della nostra condizione umana». E, più avanti, si dice: «Sii benedetto Signore che, per mezzo degli animali domestici, ci doni sollievo e compagnia e aiuto nella fatica quotidiana». Insomma, gli animali come compagni di viaggio per renderci lieto e meno faticoso il cammino.
Su tutti questi temi riflette anche il volume di Lodovico Galleni, Francesco Viola e Francesco Conigliaro, Animali e persone: ripensare i diritti (San Paolo, 2004, pp. 208, H 13,50). Introdotto da un invito alla lettura di Luigi Alici, il libro affronta in modo critico e coraggioso l’intera questione, attraverso un percorso che intreccia competenze e sensibilità diverse, orientate da un’esigenza comune e condivisa: accogliere la sfida, cercare di scrutare il fenomeno in tutte le sue implicazioni scientifiche, etiche, giuridiche e teologiche, rileggendo in profondità il grande tema dei diritti degli animali, con gli equivoci e le opportunità che esso racchiude. In queste pagine, pubblichiamo una parte del contributo di Francesco Conigliaro, che affronta il tema dal punto di vista biblico, riproponendo una corretta interpretazione teologica dei testi scritturistici.
Annachiara Valle




Rispondi Citando

