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    Predefinito Dossier:Lo zoo di Dio

    Tutti gli articoli del dossier: lo zoo di Dio sono tratti dalla rivista mensile cattolica Jesus( http://www.stpauls.it/jesus/default.htm) in edicola questo febbraio. Una riflessione tra uomo e animale, come potrete leggere, ben più profonda ed articolata rispetto a quella dei teologi-gesuiti di Civiltà cattolica.





    ...e l'uomo giocherà con il leone

    Due orecchie bianche e il muso timido di un coniglio si affacciano dalla borsa di una ragazza. Più avanti, con le zampe sulla panca, un cagnetto osserva incuriosito un’anatra che fa capolino dal giaccone di una signora un po’ attempata. Tutt’intorno è uno strepitìo di gatti, pulcini, criceti, pappagallini e cani di ogni razza arrivati chissà da dove con o senza padrone. C’è persino una bambina che tiene in grembo una boccia con i pesci rossi guizzanti. Sembra quasi che qui, nella chiesa di Sant’Eusebio, in piazza Vittorio a Roma, il 17 gennaio di ogni anno il creato si dia appuntamento.

    Uno spettacolo da affascinare persino Goethe, che nel suo Diario, al 18 gennaio 1786, annotava: «Ieri, festa di sant’Antonio abate, abbiamo goduto una divertente giornata. Faceva il più bel dì del mondo». E, più avanti: «La chiesa sorge su una piazza così vasta da sembrare quasi deserta, ma che nella ricorrenza è animatissima; cavalli e muli, con le criniere e le code intrecciate di nastri vistosi e sovente sfarzosi, vengono condotti davanti a una cappelletta alquanto discosta dalla chiesa, dove un prete, con un grande aspersorio in mano e una fila di secchi e tinozze d’acqua benedetta dinanzi a sé, annaffia senza risparmio i vispi animali». Non c’è dubbio, rifletteva il poeta tedesco, che tutte le religioni che hanno allargato i limiti del loro culto o della loro meditazione filosofica, abbiano reso «partecipi dei favori della spiritualità anche gli animali».


    Un bel passo in avanti dai tempi in cui l’agnello migliore veniva sacrificato a Dio. D’altra parte, in tutta la Bibbia, c’è un percorso di affinamento che va dai sacrifici umani al sacrificio delle labbra e del cuore. «Nell’epoca più antica tutti i popoli avevano un rapporto con Dio caratterizzato dai sacrifici», spiega Paolo De Benedetti, professore di Giudaismo alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale e autore di diversi testi sugli animali fra cui il libro E l’asina disse... (edizioni Qiqajon). «Questi popoli offrivano il meglio a Dio, addirittura sacrificavano i figli. L’ebraismo è uscito progressivamente da questa fase per non tornarci più. Al posto dei sacrifici umani al tempo di Abramo e di Isacco, e a quelli degli animali fino all’anno 70, il sacrificio vero per l’ebreo e per il cristiano diventa quello del cuore: la preghiera e l’ascolto della parola di Dio. Non è un caso che Gregorio Magno, a proposito della Scrittura parli di ruminatio scripturarum, come se noi dovessimo mangiare la parola, assaporarla come si assaporavano le vittime dei sacrifici».

    Un altro errore va corretto nell’antica impostazione che vuole gli animali succubi dell’uomo. Le quattro parole della Genesi («Soggiogate, dominate, coltivate, custodite» il creato) dicono molto di più del semplice asservimento degli animali all’uomo. L’uomo, dunque, non è un tiranno, né un oppressore. I quattro verbi indicano una corresponsabilità nella creazione. «Nella tradizione rabbinica», ricorda ancora De Benedetti, «si dice che le opere dell’uomo sono migliori delle opere di Dio. Si fa il confronto tra un pane e una spiga di grano, tra un drappo di lino e un fascio di piante raccolte nel campo. Questo è il desiderio di Dio: che l’uomo perfezioni il creato. Non c’è nessun intento di dominio per il dominio. Anzi, è chiaro che tutto ciò che ha avuto la vita da Dio deve essere considerato prossimo. Dunque, secondo il pensiero biblico, il mio prossimo non è soltanto l’uomo, ma è tutto il creato».

    Proprio per questo, Dio si preoccupa di dettare una serie di norme che potremmo definire di "rispetto del creato". Per esempio, quella sul riposo del sabato, che è riconosciuto anche agli animali, o quella sul divieto di usare museruole per i buoi durante la trebbiatura così che essi possano mangiare mentre lavorano. O, ancora, il divieto di aggiogare animali di forza diversa all’aratro, sì che l’uno non debba soffrire più dell’altro.


    La particolare attenzione per gli animali torna anche in altri racconti biblici. Per esempio, quando Giona annuncia il castigo per Ninive, il re fa fare penitenza sia agli uomini che agli animali. E, quando Giona si lamenta con Dio perché non ha distrutto la città, Dio risponde: «Io non dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?». Dio, cioè, salva la città dalla distruzione per i bambini (chi non distingue la destra dalla sinistra) e per gli animali. Sono tutte tracce della preoccupazione per gli esseri viventi.

    Che gli animali abbiano diritti, però, ai nostri giorni non è ancora pacificamente ammesso dalla dottrina della Chiesa. Qualche tempo fa, un editoriale di Civiltà cattolica, contestando la proposta di legge in discussione al Parlamento che vorrebbe inserire nel codice penale la tutela dei diritti degli animali, riproponeva la questione. La rivista dei gesuiti sosteneva che «in realtà gli animali non hanno diritti. Il diritto è una prerogativa dell’essere spirituale. E il motivo profondo è che il diritto è una prerogativa della persona, in quanto essere spirituale e non soltanto materiale, il quale, a differenza dei minerali, è vivente e, a differenza delle piante, è senziente, per cui prova piacere e dolore, ma è un soggetto che, oltre a essere vivente e senziente, è intelligente e libero, cosciente e responsabile, capace di comprendere ciò che è bene e ciò che è male, e quindi di determinarsi liberamente per il bene e per il male, per il bene proprio e degli altri o per la rovina propria e degli altri». Una impostazione preconciliare, «di vecchia teologia», secondo De Benedetti, che precisa: «I diritti non derivano dall’avere una coscienza più o meno sviluppata, ma derivano dall’esserci».

    Chi segue l’impostazione fatta propria dall’editoriale di Civiltà cattolica pone anche l’accento sul fatto che l’uomo possiede «un’anima spirituale immortale che nessun animale possiede». Così facendo, però, si dimentica che il concetto di immortalità non è biblico. La Bibbia parla di risurrezione, non di immortalità. E la risurrezione riguarda tutti gli esseri viventi. «Tutte le creature sono preda della morte, ma, se anche una sola di esse – sia una persona, un agnello o anche un filo d’erba – non riavesse la vita in un modo misterioso che non sappiamo, l’opera creativa di Dio conserverebbe delle macchie: Dio avrebbe creato la vita e l’essere, ma non sarebbe riuscito a mantenerlo tutto vivo alla fine dei tempi», spiega De Benedetti.


    Senza contare che la distinzione-separazione tra anima e corpo, ancora cara in certi ambienti, è un’idea platonica. Ma non si può dire, fuori da Platone e dai neoplatonici, che l’uomo abbia un’anima immortale. Non sorprende che l’attenzione verso il creato inteso come "prossimo", oggi molto sviluppata sia da alcuni teologi cattolici che da teologi protestanti ed ebrei, abbia cominciato a formarsi non per merito delle Chiese, ma di altri, in primo luogo degli ambientalisti.

    Resistenze fortissime, ancora dure a morire, hanno rallentato il lavoro delle Chiese, anche se adesso, rispondendo alle provocazioni, esse stanno sviluppando una riflessione molto interessante su questo tema. Restano, come abbiamo visto, tanti punti controversi. Uno di essi, ripreso anche dalla rivista dei gesuiti, riguarda il problema degli animali dannosi e quindi dell’impossibilità, se pure si volessero attribuire agli animali dei diritti, di applicare questi ultimi a ogni specie vivente. Vale la pena ricordare, però, che nel racconto della Genesi non c’erano animali dannosi. «Anche i maestri di Israele», rammenta De Benedetti, «raccontano che, prima del diluvio, i leoni mangiavano erba. È un modo pittoresco per dire che quello che nel mondo c’è di dannoso è conseguenza del fatto che l’uomo non ha usato bene quei quattro verbi della Genesi: soggiogare, dominare, governare e custodire. Non aver realizzato questi verbi come immagine di Dio ha fatto sì che oggi si parli non solo di uomini cattivi, ma di animali dannosi». In questo, gli animali pagano una colpa non loro.


    La tensione, però, è verso la profezia escatologica di Isaia, quando «il leone pascolerà con l’agnello e il bambino metterà la mano nella buca dell’aspide». La situazione di oggi è destinata a rigenerarsi. E, a guardare ciò che succede in piazza il 17 gennaio, sembra quasi di poter avere, di quella profezia, un piccolo assaggio.

    «Dio benedice ogni essere vivente e dunque anche gli animali», dice don Gianfranco Martella, da 30 anni parroco di Sant’Eusebio. «Non si tratta di un appuntamento folcloristico, ma di un’occasione per "rimettere pace" tra l’uomo e la natura tutta, una sorta di rito di purificazione».

    Una delle preghiere usate durante l’aspersione dell’acqua benedetta recita: «O Dio, fonte di ogni bene, che negli animali ci hai dato un segno della tua provvidenza e un aiuto nella fatica quotidiana, per intercessione di sant’Antonio abate fa’ che sappiamo servirci saggiamente di essi, riconoscendo la dignità e il limite della nostra condizione umana». E, più avanti, si dice: «Sii benedetto Signore che, per mezzo degli animali domestici, ci doni sollievo e compagnia e aiuto nella fatica quotidiana». Insomma, gli animali come compagni di viaggio per renderci lieto e meno faticoso il cammino.

    Su tutti questi temi riflette anche il volume di Lodovico Galleni, Francesco Viola e Francesco Conigliaro, Animali e persone: ripensare i diritti (San Paolo, 2004, pp. 208, H 13,50). Introdotto da un invito alla lettura di Luigi Alici, il libro affronta in modo critico e coraggioso l’intera questione, attraverso un percorso che intreccia competenze e sensibilità diverse, orientate da un’esigenza comune e condivisa: accogliere la sfida, cercare di scrutare il fenomeno in tutte le sue implicazioni scientifiche, etiche, giuridiche e teologiche, rileggendo in profondità il grande tema dei diritti degli animali, con gli equivoci e le opportunità che esso racchiude. In queste pagine, pubblichiamo una parte del contributo di Francesco Conigliaro, che affronta il tema dal punto di vista biblico, riproponendo una corretta interpretazione teologica dei testi scritturistici.


    Annachiara Valle

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    Predefinito Da compagnia e messianici

    La Bibbia tratta da diversi punti di vista il rapporto tra uomini ed animali. A tale proposito, è importante notare che nello sfondo si trova più o meno chiaramente il rapporto Dio, uomo, animali. Accenniamo soltanto al racconto della Genesi circa il fatto ed il significato che Dio conduce gli animali all’uomo affinché dia loro il nome e circa il mutamento provocato dal peccato nella vita e nella posizione dell’uomo nel mondo della natura: l’uomo, da lógos del creato, qual era, si trasforma in operatore di disordine e di violenze. Gli animali selvatici, che invadono le terre e le città abitate dagli uomini, sono messaggeri ed operatori del giudizio di Dio: tale è il destino di Babilonia, la grande metropoli del mondo (Isaia 13,19-22). Dio salva sia gli uomini che gli animali (Salmo 36,6; Matteo 6,26; 10,29s; Luca 12,6s; 1Corinzi 9,9s). Anche il giusto si prende cura degli animali (Proverbi 12,10).

    La rottura violenta di un rapporto forte tra uomo ed animale diventa metafora del delitto e dell’empietà commessi rispettivamente contro l’uomo e contro Dio: è il senso della parabola raccontata dal profeta Natan al re Davide, dopo che questi si era macchiato del delitto di omicidio e di altre nefandezze (2Samuele 12). Gli animali di ogni specie sono chiamati a lodare Dio insieme agli angeli, all’uomo ed al cosmo (Salmo 148).

    La Bibbia sviluppa anche il tema della compagnia tra uomini ed animali: nell’Antico Testamento viene narrato l’episodio di Daniele, il quale, al tempo della cattività babilonese, fu gettato per ordine del re persiano Ciro nella fossa dei leoni, ma questi, anziché divorarlo, gli tennero compagnia per sei giorni (Daniele 6;14,28-42); nel Nuovo Testamento si narra che Gesù, prima di iniziare la sua missione pubblica, rimase nel deserto per quaranta giorni in compagnia delle fiere (Marco 1,13); in entrambi i casi, ancorché diversi, sembra realizzarsi la profezia veterotestamentaria, secondo la quale i giusti possono stare insieme con gli animali selvatici senza alcun timore (Giobbe 5,22s). Verrà un giorno in cui tra animali selvatici ed uomini regnerà una pace generale (Osea 2,20).



    Assumendo una prospettiva messianico-escatologica, il profeta Isaia parla dei tempi del Messia come di un’èra in cui animali domestici e predatori, uomini ed animali pericolosi supereranno la reciproca diffidenza e si terranno una gradevole compagnia (Isaia 11,6s). Se il Qoelet, pressato dal proprio pessimismo, accomuna uomini ed animali in un ultimo destino di insignificanza (Qoelet 3,18-21), san Paolo, spinto dalla speranza cristiana, nella lettera ai Romani parla della creazione che nella sua interezza anela a superare i limiti di questo mondo transeunte e, trascinata com’è dalla nostalgia della pienezza, aspira a conseguire la condizione gloriosa dei figli di Dio (Romani 8,19-23).

    E questa non è l’ultima ragione del fatto che l’antica distinzione veterotestamentaria tra animali puri ed impuri (Levitico 11; Deuteronomio 12; Isaia 66,17), con Gesù, fondatore dell’eone definitivo, viene completamente superata (Marco 7,15; Atti 10,9-15). Nella linea rossa, che congiunge storia ed eternità e che accoglie in sé anche gli animali, può essere collocata ed interpretatacompiutamente la vicenda dell’asina di Balaam, che vede il trascendente nell’atto in cui si rende immanente nel mondo storico degli uomini (Numeri 22,20-35).

    Certo, la Bibbia parla anche dei sacrifici degli animali a Dio, e ne legittima la pratica come atti di religione (Levitico 3-7). Si tratta di dati che scaturiscono dalla dimensione cultuale della religione, ma la Bibbia si lascia guidare innanzitutto dall’idea che tutto è di Dio, a partire dalla vita, idea che è confermata dal divieto per l’uomo di cibarsi di sangue, ritenuto principio della vita (Deuteronomio 12,23), e di animali soffocati, in quanto si pensa che il principio che li animava, il «soffio vitale», partecipazione del ruah JHWH, è rimasto incorporato in essi (Atti 15,20.29; 21,15). Soprattutto bisogna prestare attenzione alla disapprovazione ed alle correzioni, cui la pratica in questione, in buona parte rigurgito culturale, viene sottoposta. Isaia dichiara che Dio non sa che farsene dei sacrifici e degli olocausti e, in loro vece, gradisce la realizzazione della giustizia e la solidarietà nei confronti dei deboli e dei bisognosi (Isaia 1,10-17).

    Geremia in maniera non meno esplicita per conto di Dio rifiuta i sacrifici cruenti ed incruenti ed indica la vera via della salvezza, che implica la giustizia, la compassione e la solidarietà (Geremia 6,20; 7,3-7).

    Il profeta Amos, dopo avere rifiutato i sacrifici tradizionali come abominio e dopo avere pronunziato minacce terribili, ricorda al suo popolo che, nel corso della quarantennale peregrinazione nel deserto, quando il bisogno era infinitamente maggiore rispetto a quelli di ogni altra epoca, non sono stati offerti sacrifici, e lo esorta a mettersi sulla strada del diritto e della giustizia (Amos 5,21-25).

    Insomma, Dio non ha bisogno di sacrifici; egli desidera solo che l’uomo segua la retta via e gli offra il sacrificio della lode (Salmo 50).


    Il Nuovo Testamento ha sviluppato il concetto di sacrificio in maniera articolata, nel senso che lo ha centrato sul sacrificio del Cristo (1Corinzi 5,7; 11,23-27), e, su questa base, ha parlato dell’offerta che l’uomo deve fare di sé stesso a Dio (Romani 12,1) e della lode che l’intero creato offre all’unico creatore e signore (Apocalisse 5,13s).

    Ci sembra, dunque, chiaro che, secondo la Bibbia, l’intera creazione si trova nella storia della signoria divina. L’idea di natura che emerge dai testi è quella di una realtà molto buona, frutto della libertà e della benevolenza del creatore. Essa ha un essere meramente creaturale, ma questo non ne fa un mero oggetto, assiologicamente debole, nelle mani dell’uomo. Dio destina la natura all’uomo, il quale, proprio perché la riceve in dono per soddisfare i suoi bisogni, è tenuto a trattarla come dono da accogliere, da custodire, da curare e da perfezionare con gratitudine e con responsabilità. La responsabilità umana circa la creazione è «creaturale», cioè deve essere esercitata con libertà, ma non è disponibile. Ciò significa che è sempre sotto la «signoria» ed il «giudizio» del Creatore.

    L’uomo non può trascurare in nessun caso e per nessuna ragione la chiamata divina ad adempiere il compito del dominium affidatogli in ottemperanza alla volontà del Creatore. In quanto è la sola creatura dotata di capacità intellettuali e morali, può agire religiosamente, politicamente ed ecologicamente, può superare tutte le spinte antropocentriche, cioè le spinte a favore della propria specie, può essere un vero cooperator Dei, può condividere, formulando un progetto ed imponendosi degli obblighi, il pianeta con tutti gli altri esseri, può rispettare gli habitat particolari delle varie specie viventi. Dio gli ha concesso il dominium, che non può in nessun modo essere interpretato in termini di potere, ma piuttosto deve essere preso in termini di compito e di capacità volti a trasformare, in generale, un mondo caotico in mondo abitabile e, in particolare, stando alle descrizioni di Genesi 2s, il deserto in terra coltivabile.


    Il dominium implica l’uso delle cose, ma, se queste sono tutte sottomesse a Dio, che ne fa dono con libertà sovrana e provvidente, l’uomo deve farne un uso «povero».

    Nel suo rapporto con il mondo l’uomo segue Dio, che ha compassione delle sue creature, cura la natura ed è custode del mondo, che gli appartiene. Il suo dominium, dunque, non può essere quello dello sfruttatore, ma è quello del pastore. Ne consegue che essere ad imaginem Dei per l’uomo è, oltre al resto, un monito: data l’esperienza del rischio, sempre incombente, del peccato, egli non deve smarrire mai il senso del limite e, in ogni caso, deve essere sempre pronto ad assumersi le proprie responsabilità.

    La Bibbia dice chiaramente che gli animali sono sottomessi agli uomini, ma con altrettanta chiarezza li presenta all’interno di una medesima comunità e come appartenenti all’unico ed identico mondo. Elementi, certamente secondari rispetto ad altri ma pur sempre significativi, si rendono evidenti nel fatto che l’uomo viene creato nello stesso giorno in cui vengono creati gli animali che vivono sulla terra (Genesi 1,24ss) e nel fatto che l’uomo è chiamato da Dio a dare il nome non a tutte le creature ma soltanto agli animali (Genesi 2,19s).

    Nella mente dell’agiografo uomo ed animali si appartengono reciprocamente, fino a costituire una comunità, ed ogni primato dell’uomo deve essere espletato all’interno della realtà della mutua appartenenza, che così ha una portata prioritaria.

    Soffermandosi su queste questioni, H. Heschel – un grande protagonista della cultura giudaica contemporanea – fa una considerazione che è come una rilettura sapienziale dell’intera vicenda dell’uomo sulla terra: l’uomo si trova sempre tra Dio ed il serpente, e non soltanto per quel che concerne le vicende della sua specie, ma anche in riferimento al mondo della natura, nel quale assolve importanti compiti e funzioni.

    Francesco Conigliaro

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    Predefinito Anche gli animali vanno in paradiso?

    Nella nostra epoca, fortemente segnata dalla sensibilità ecologica e dal dibattito sui diritti degli animali, l’antica domanda risuona con maggiore e rinnovata forza e viene resa ancora più impegnativa mediante una efficace articolazione nei quesiti seguenti: che rapporto c’è tra noi e gli animali? Si può parlare di salvezza per gli animali? La loro salvezza è legata alla nostra? Da parte nostra, possiamo almeno dire che gli animali non possono essere esclusi dalla salvezza eterna. E ciò va sostenuto sia in forza della tesi escatologica che afferma che non c’è cielo senza terra, sia soprattutto sulla base dell’insegnamento biblico neotestamentario che annunzia la salvezza per l’intera creazione (Romani 8,19-23). Commentando Romani 8,20s, Karl Barth cita un breve ma esplicito passo di G. Calvino a tale proposito: «Non vi è alcun elemento né alcuna particella del mondo che, quasi consapevole della sua presente miseria, non speri nella risurrezione». Ovviamente, è opportuno fare riferimento a tesi tradizionali dell’antropologia cristiana e dire che la salvezza delle creature infraumane non è un evento autonomo rispetto alla salvezza degli uomini. In questo caso la questione dei diritti degli animali sarebbe posta legittimamente soltanto per quel che concerne ciò che chiamiamo la loro pretensione di prendere parte, e proporzionatamente al loro grado di soggettività, al destino degli uomini, ma la salvezza eterna non potrebbe non essere grazia, come è grazia l’accoglienza da parte di Dio delle creature umane e di ogni altra creatura nel mistero della propria vita. Entrando nell’immensità di tale vita, l’uomo viene reso idoneo ad usare il linguaggio personale del Figlio incarnato (Galati 4,6; Romani 8,15). Dell’eventuale linguaggio degli animali infraumani non sappiamo nulla, come nulla sappiamo delle modalità della loro consistenza e della loro identificazione. L’idea che la salvezza degli animali consista nel prendere parte al destino eterno degli uomini è certamente formulata in prospettiva antropocentrica e, di conseguenza, è investita in pieno dal monito di E. Drewermann, che dice di non farsi carico della redenzione degli animali e di lasciarli in pace, ma la precisazione che la loro salvezza è grazia, manda in frantumi ogni antropocentrismo e ricostruisce il discorso in prospettiva strettamente cristocentrico-cristologica. In tale prospettiva e solo in essa Dio darà una risposta alla domanda di quel bambino che si chiedeva: «Anche il mio coniglietto andrà in paradiso quando morirà?». Evidentemente, si tratta della inscrizione della speranza cristiana nello spazio semantico della proclamazione della centralità del Cristo cosmico. Il primo passo è la percezione della trascendenza, che appartiene anche alla natura quale dono di Dio. Di un dono, che gli viene offerto dalle mani stesse del Creatore, l’uomo non può non prendersi cura.

    Francesco Conigliaro

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    Predefinito Bibbia: i testi incriminati

    La teologia si è sentita coinvolta nella grande questione dei diritti degli animali non tanto perché pressata dalla consapevolezza di una sua costante disattenzione al riguardo, quanto piuttosto perché colpita dalla durezza e dalla gravità dell’accusa rivolta alla tradizione giudaico-cristiana di avere legittimato, e per di più in nome di Dio, ogni sorta di arbitrio e di violenza nei confronti degli animali...

    Che l’accusa di dominium sia stata formulata nei confronti delle prospettive antropocentriche è un fatto, come è un fatto che sia stata formulata non a torto. Ciò che bisogna verificare è se è stata formulata a ragione, e non soltanto nei confronti delle ideologie del dominium, ma anche nei confronti della tradizione religioso-teologica giudaico-cristiana.

    I testi biblici fatti più degli altri oggetto di critiche sono Genesi 1,26-30 e Salmo 8,5-9.

    Genesi 1,26-30: «E Dio disse: "Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra". Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra". E Dio disse: "Ecco io vi dò ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io dò in cibo ogni erba verde"».

    Salmo 8,5-9: «Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi; tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna; gli uccelli del cielo e i pesci del mare, che percorrono le vie del mare».

    In particolare, è fatta oggetto di critica la locuzione dominium terrae di Genesi 1,28. Secondo alcuni interpreti di orientamento ecologista e ambientalista, le idee contenute in questi passi della Bibbia sono fattori di rischio per la natura, e lo sono per una serie di ragioni: propongono i miti dell’uomo centro di attribuzione di ogni cosa e del mondo feudo di proprietà esclusiva dell’uomo, titolare legittimo di un potere illimitato ed operatore arrogante di ogni sorta di sfruttamento e di distruzione; autorizzano l’essere umano a considerare e a rendere la natura «oggetto», e insieme a essa anche gli animali di ogni specie; consegnano all’uomo la licenza di sfruttamento dell’ambiente, senza alcuna clausola limitativa neppure circa eventuali attività distruttive.

    È indubbio che, se Genesi 1,26-30 viene letta in modo non esegetico, le accuse ricordate prendono veramente e vistosamente corpo per il fatto che sono supportate da parole che presentano l’uomo creatura ad imaginem Dei e, in quanto tale, chiamato a dominare su tutti gli esseri viventi: la sua specie si moltiplica, riempie la terra e la domina in ogni senso, sottomettendola in ogni sua parte. Ma si tratta di un testo frainteso: la Bibbia non intende legittimare né l’arroganza, né il dominio, né lo sfruttamento... L’insieme di tutti i dati raccolti ci consente di selezionare e attivare il significato seguente: la presenza dell’uomo in Eden viene compresain analogia a quella del pastore tra le pecore del gregge, il concetto di dominium non può non essere spiegato che come l’accompagnarsi del pastore con le pecore teso alla loro guida.

    Le espressioni del Salmo 8,6s poste sotto accusa ci sono già note: «Lo hai fatto poco meno degli angeli», «gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi». Ebbene, il loro significato deve essere colto nel contesto tematico avviato dalla Genesi: la somiglianza con Dio e il dominium terrae. Pertanto, la grandezza dell’uomo di cui si parla nel Salmo va vista nell’ambito creaturale, cui egli appartiene e in cui esercita il suo compito di custode intelligente, libero e responsabile. I qualificatori appena usati per descrivere l’attività dell’uomo ci fanno capire che il compito da lui espletato è partecipazione all’attività in cui Dio stesso è all’opera.

    Preso nel senso del tecnicismo moderno, il Salmo 8 è rischioso, perché il dominio dell’uomo sulla natura può raggiungere forme molto evolute di brutalità. L’uomo corre sempre il rischio di trasformarsi nel satana del creato. Tuttavia, egli non può dimenticare di avere ricevuto delle consegne dal creatore: la sua grandezza è una distinzione, ma è anche una responsabilità. Di fronte alla povertà che gli deriva dalla natura (Salmo 8,5), la sua posizione rispetto agli Elohim è un prodigio, che si spiega in considerazione della storia del popolo d’Israele legata a Dio e alla salvezza donatagli da lui e, soprattutto, in considerazione della chiamata trascendente dello stesso popolo alla pienezza del destino nel Cristo glorioso. E se ci fossero dubbi, mediante la benedizione dell’umanità originaria (Genesi 1,28s), per un verso, e il divieto di mangiare dei frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male (Genesi 2,16-17), per un altro verso, Dio pone dei limiti al dominium dell’uomo e attribuisce a sé la sovranità assoluta sull’intera creazione. Inoltre, nel Salmo 104, mentre viene cantato lo splendore del creato, si celebra la signoria assoluta di Dio su di esso, una signoria che viene narrata come atto creativo e come attenzione trepida, amorosa e provvidente nei confronti delle creature. Il dato più particolare del Salmo 104 è che parla della creazione in una prospettiva completamente libera da spinte antropocentriche (cfr. anche Giobbe 38s) (...).

    Il dominium, di cui l’uomo è titolare, è dono di Dio e, proprio perché tale, non può essere considerato frutto né di conquista personale, come nell’umanesimo rinascimentale e illuminista, né di usurpazione, come nell’umanesimo titanico e prometeico, né infine di autocoscienza e di autodeterminazione dello spirito assoluto, come nell’idealismo. Queste sono posizioni idonee a favorire la formazione della concezione dualistica dell’uomo soggetto, superiore, e del mondo della natura oggetto, inferiore, e l’affermazione dello sfruttamento tecnologico da parte dell’uomo.

    Il dibattito sul dominium terrae verte in modo particolare sul tema della creazione dell’uomo ad imaginem Dei e dei compiti affidati dal creatore alla creatura intelligente a motivo della sua peculiare struttura. L’uomo è diverso dagli animali: è ad imaginem Dei; viene creato a parte, a differenza di tutte le altre cose, che vengono create secondo ordini generalissimi; è il vertice e il centro della creazione; dà il nome agli animali; come abbiamo già visto, a lui, originariamente vegetariano, viene assegnato come cibo ogni seme e ogni frutto prodotto dalle varie piante dell’Eden, mentre agli animali viene assegnata l’erba. In quanto è costituito ad imaginem Dei, l’uomo è irriducibile agli altri esseri viventi. Il fatto che egli dia il nome a tutti gli animali fornisce altre indicazioni sufficientemente esplicite circa l’unicità dell’uomo nel mondo della natura: solo lui è dotato di lógos in un universo immenso, che è lógos a-lógos, e cioè parola muta (Genesi 2,19s).


    L’essere ad imaginem Dei, dunque, conferisce all’uomo molto più di una significativa caratteristica, e cioè gli dà una dignità specialissima e dei compiti di capitale importanza in ordine all’intero creato. Nessuna meraviglia che la Bibbia abbia una concezione fortemente antropocentrica. Anzi, secondo la Bibbia, l’antropocentrismo è ineludibile e insieme imprescindibile.

    A commento e integrazione di tutti questi dati, ricordiamo un grande teologo evangelico del XX secolo, Karl Barth, il quale nella sua lettura della Bibbia percepisce una grande idea e se ne lascia guidare nella sua riflessione: il creatore pone l’uomo «nel» creato. Di conseguenza, contesta con forza l’idea che il dominium terrae debba essere inteso nel senso di «signoria illimitata». Egli afferma che l’uomo ha certamente una solida e indubbia sovranità sul mondo della natura, ma si tratta di una sovranità relativa e limitata. Infatti, mai si dice né mai si può dire che gli animali appartengono all’uomo. Anzi, nella Bibbia si afferma che la terra e quanto essa contiene appartengono a Dio (Salmo 24,1); e, per quel che concerne l’uomo, si dice che è sua abitazione e non suo dominio (Salmo 115,16).

    È vero, però, che Dio, secondo la Genesi, conduce gli animali all’uomo affinché ricevano il nome da lui. Questo dato significa che nessuno degli esseri viventi ha dignità e funzioni autonome, a prescindere dall’uomo, ma soprattutto significa che tra gli uomini e gli animali si ripete, sia pure analogicamente, lo stesso rapporto che intercorre tra Dio e l’uomo.

    E occorre precisare subito che la chiave di lettura di tutto è la logica dell’alleanza, in virtù della quale l’uomo è signore non «del» creato ma «nel» creato. Dio, è vero, crea l’essere umano in modo speciale, ma non come un essere isolato, bensì all’interno del contesto di una società e di una compagnia composta di tutti gli animali della terra, del mare e del cielo e persino di tutti gli esistenti (Giobbe 5,23). Sicché, la signoria non conferisce all’uomo il potere, bensì la precedenza nella comunità dei viventi e la rappresentanza della loro vita, fino al punto da divenirne la voce. Il dono dell’imago è volto a qualificare l’uomo in quanto tale, e cioè l’uomo nella sua costitutiva struttura relazionale, che in termini assoluti e misteriosi si dispiega come relazione con Dio e, in termini relativi e visibili, viene all’evidenza in modo speciale nella relazione uomo-donna. Un fattore così determinante ha delle conseguenze sia nella vita interumana sia nella posizione dell’uomo nella comunità degli esseri viventi, ma non è affatto una legittimazione del dominium terrae esercitato dall’uomo. La fiducia nella creazione resta, nonostante la mutata concezione cosmologica.


    La Bibbia vede l’uomo all’interno di un rapporto di alleanza che lega Dio e mondo. Ovviamente l’alleanza è concepita soprattutto come un rapporto che Dio stabilisce con il suo popolo, un rapporto sostenuto da un patto bilaterale, in forza del quale Dio si rende presente nella storia del suo popolo come salvatore, e il popolo da parte sua s’impegna a essere fedele al suo Dio. In ogni caso, si tratta di un rapporto asimmetrico, in quanto Dio agisce sempre come creatore e salvatore e, dunque, come colui che prende l’iniziativa, mentre l’uomo, per quanto libero nel prendere le proprie decisioni, è e resta creatura, che non ha in sé la ragione di origine ed è bisognosa di salvezza (Esodo 19-40).

    Con l’alleanza primordiale sancita con il mondo della natura, anch’essa descritta dalla Genesi, Dio si rende presente con i tratti caratteristici del suo agire nella natura che circonda l’uomo. Dopo il diluvio Dio dice a Noè: «Dio disse a Noè e ai suoi figli con lui: "Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi; con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e bestie selvatiche, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio, né più il diluvio devasterà la terra". Dio disse: "Questo è il segno dell’alleanza che io pongo tra me e voi e tra ogni essere vivente che è con voi per le generazioni eterne. Il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra"» (Genesi 9,8-13).

    In questo luogo biblico gli studiosi vedono la formulazione implicita dei diritti umani, dei diritti delle generazioni future e dei diritti della natura. E, siccome tutti questi diritti hanno la loro ragione di origine nel creatore, sono inscindibili e nessuno è autorizzato a violarli; anzi, tutte le creature sono chiamate a rispettarli come segno di partecipazione attiva e positiva all’alleanza voluta da Dio. Tra tutti i diritti si distingue quello dei viventi di esistere e vivere secondo la propria specie in un ambiente sano.

    Francesco Conigliaro
    ____



    In attesa di un’Onu anche per la Natura

    Il 1948 è un anno felice per l’umanità perché è l’anno della Dichiarazione dei diritti universali dell’uomo: nessun potere può ignorare ed umiliare la dignità umana. L’attuale situazione ecologica rende urgente una Dichiarazione universale dei diritti della natura: la natura deve essere sottratta all’arbitrio dell’uomo e deve essere tutelata giuridicamente. Ci sembrano passi importanti verso questa direzione: la Carta mondiale della natura, pubblicata dall’Onu nel 1982, in cui l’uomo, in quanto parte integrante della natura, viene invitato a riconoscere il valore intrinseco di tutte le altre forme di vita ed a rispettarlo; la Legge sulla protezione degli animali del 1986, emanata dalla Repubblica Federale di Germania, in cui l’uomo viene dichiarato responsabile della vita e del benessere dell’animale in quanto è sua con-creatura; la dichiarazione Per un’etica mondiale, fatta dal Parlamento delle religioni mondiali a Chicago nel 1993, in cui, insieme alle affermazioni concernenti la persona umana e la protezione che le è assolutamente dovuta, si trovano quelle che riguardano la protezione, l’attenzione e la cura dovute alla vita degli animali e delle piante. Per contrasto, l’urgenza di interventi risolutivi viene percepita con particolare forza quando i governi, che a livello teorico dimostrano di rendersi conto della gravità del problema, non sempre riescono ad essere convincenti sul piano programmatico ed operativo, come è accaduto nella Conferenza di Kyoto sull’ambiente convocata dall’Onu (1997): dopo le dichiarazioni di principio, un protocollo d’intesa ed un calendario di provvedimenti e di interventi sono stati formulati a fatica e fra tante difficoltà e contraddizioni. Le adunanze internazionali, che i governi hanno organizzato successivamente al 1997, non hanno prodotto molto più che la formulazione di buoni auspici.

    f.con.

  5. #5
    Cristeros e sei protagonista!
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    Predefinito

    purtroppo per gli animalisti riesco a intendere le Sacre Scritture molto meglio di altri.
    Gli animali non sono in grado di lodare con lo spirito il loro Creatore, che è fondamentalmente ciò che ci distingue da loro, quindi non potranno mai andare da nessuna parte dopo la loro morte; quante ne ho sentite di cavolate.....

    Il Creatore ha creato gli animali per fare un dono a noi uomini ma, dopo il peccato originale, essi ci sono diventati abbastanza ostili a cominciare proprio dal serpente e finendo guarda caso ad un animale amico quale è l'agnello.
    E guarda caso che se non era il serpente a parlare, gli animali ci sarebbero stati tutti amici



    di questi tempi preferirei la guerra piuttosto di sentire cavolate.

 

 

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