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    Predefinito gulag: il "paradiso" comunista

    SUL LAGER SVENTOLA FALCE E MARTELLO
    La terribile percezione di una realtà che scosse le coscienze di quanti avevano creduto nel cosiddetto...

    "paradiso sovietico" IL GULAG

    [di FERRUCCIO GATTUSO]


    Quando nell'agosto 1946 il premier britannico Winston Churchill pronunciò all'università di Fulton, Missouri, il famoso discorso della "cortina di ferro", nessuno in Occidente poteva anche lontanamente immaginare che, al di là di quella metaforica divisione che si ergeva "da Stettino a Trieste", la soppressione della libertà avesse raggiunto, già da decenni, una scientifica applicazione. L'Unione Sovietica, era un "indovinello, contenuto in un mistero, all'interno di un enigma" (sempre nelle parole di Churchill) del quale non era dato conoscere nulla. Sul mito della Russia bolscevica, quindi, due sole erano le posizioni ufficiali: la condanna e l'esaltazione a priori. Questa assurdo incantesimo è potuto persistere, tra crisi di coscienza e polemiche, sino ad un recentissimo passato, il crollo del Muro, prima del quale le rigide posizioni della Guerra Fredda imponevano un atteggiamento condizionato dalle superiori esigenze strategiche dei due blocchi.

    Ora che, dopo il crollo dell'URSS, gli archivi moscoviti spalancano le porte agli studiosi, una mole impressionante di informazioni si riversa sull'opinione pubblica. Impossibile, e fondamentalmente ingiusto, in queste condizioni, appellarsi alla conservazione dei giudizi resi "immobili" dal dopoguerra ad oggi. Ai conati "conservatori", che si oppongono ad un inevitabile revisionismo conseguente alla scoperta di nuovi documenti, non resta che un piccolo, ma fastidioso potere: quello di rallentare nel tempo la nuova presa di coscienza. Se ancora oggi, per la stragrande maggioranza dei giovani studenti italiani, la parola "Gulag" appare un oggetto misterioso, lo si deve proprio ad una mancata operazione di informazione storica a livello scolastico.

    Il sistema dei campi di concentramento puntitivi appartiene alla storia sovietica sin dagli esordi, dai tempi di Lenin (già nel '20, presso le isole Solovki, situate nel Mar Bianco, a circa duecento chilometri dal circolo polare artico, era stato creato un "lager di lavori forzati per i prigionieri della guerra civile", dove vennero imprigionati tutti coloro che si opponevano al nuovo regime, non solo zaristi quindi, ma anche anarchici, socialisti rivoluzionari, menscevichi) ma il maggior sviluppo avviene negli anni del consolidamento del potere di Stalin, e durante il suo lungo "regno", che va dagli anni trenta fino alla metà degli anni cinquanta. La percezione del Gulag in Occidente ha subito diversi passaggi. Non va dimenticato che, per quanto possa sembrare assurdo, l'immagine della Russia stalinista godeva di un diffuso "rispetto democratico" in tutto il mondo.

    Nel 1933 gli stessi Stati Uniti avevano riconosciuto l'U.R.S.S. e non erano pochi gli ambienti intellettuali disposti a concedere credito e credibilità al regime dello "splendido georgiano". In quegli anni di crisi economica in tutto l'Occidente, non erano così sporadici i casi di intellettuali e operai disposti a lasciare l'odiato "inferno capitalista" per trasferirsi armi e bagagli nel "paradiso dei lavoratori". Un esempio per tutti può essere considerato l'operaio americano Fred Beal, di estrazione comunista, che lasciò l'America e si "rifugiò" in Russia dopo una condanna inflittagli in seguito ad uno sciopero. La stampa di tutto il mondo non mancò di regalare un'eccezionale cassa di risonanza all'avvenimento.

    Non altrettanto fece quando Beal - disilluso dalla realtà sovietica e constatate le condizioni inumane e senza diritti degli operai nella patria del socialismo - chiese (e, straordinariamente, ottenne!) di tornare negli Stati Uniti, dove scontò la pena e dedicò la sua vita a smascherare il mito dell'URSS. Eppure, come disse lui stesso, "mi trovai così, come spirito e come atteggiamento, del tutto fuori fase rispetto ai miei connazionali. […] Comunisti, simpatizzanti sovietici e anche democratici di vecchia scuola non volevano ascoltare nulla sulla atroce realtà del "paradiso operaio". Preferivano il quadro offertogli dai propagandisti; si adattava assai meglio ai loro ideali e alle loro illusioni". La responsabilità maggiore di questo clamoroso fenomeno di amnesia etica e storica sta però negli intellettuali, come magistralmente denunciò Raymond Aron nel suo splendido "L'oppio degli intellettuali". Una figura eminente in Russia fu lo scrittore Maksim Gor'kij, che si prestò a megafono del regime stalinista.

    Alla fine degli anni Venti lo scrittore compì un viaggio presso il lager delle isole Solovki, difendendone la sua "utilità sociale e la sua capacità rieducativa". Il viaggio di Gor'kij fu abilmente pubblicizzato in Russia e all'estero. Molti dei detenuti attendevano con ansia l'intellettuale, illudendosi di ricevere conforto dalla sua penna. Poco tempo dopo, le sue riflessioni sull'esperienza avuta alle Solovki erano tutte improntate ad una descrizione apologetica, che dimostra in modo agghiacciante la cecità di un'intera categoria. I lager, quindi, diventavano "luoghi indispensabili", dove "aiuole fiorite crescevano intorno alle caserme". La Croce Rossa prestò credito a Gor'kij, e le immagini dello scrittore sorridente tra gli agenti della famigerata Ghepeù fecero il giro del mondo.

    Già nel decennio precedente, c'era "la tendenza, - come scrive Marcello Flores - nella coscienza dell'Occidente, ad apparentare i lager russi ai campi di prigionia presenti in tutta Europa durante la guerra e a considerarli un retaggio - come suggeriscono gli stessi dirigenti sovietici che promettono una rapida sottomissione alla giustizia dell'azione della polizia - della guerra civile. Quel che nessuno sembrava intuire è che con la fine degli anni Venti avrà termine non già l'arbitrio poliziesco nella repressione e nella gestione dei campi, ma la fine della divaricazione tra giustificazione ideologica, responsabilità giuridica, prassi amministrativa e realtà della detenzione". Se il Gulag ancora fatica ad entrare nella coscienza dell'opinione pubblica, con molta più difficoltà rispetto al Lager nazista, è anche a causa della forte promessa idealistica contenuta nel comunismo, e del ricordo del contributo sovietico alla lotta contro il nazismo e il fascismo nell'ultima guerra mondiale.

    Eppure, sulle torrette agli angoli dei campi di concentramento, la bandiera che sventolava era quella con la falce e il martello. Anzi, come ha sempre lucidamente sottolineato, Marcello Flores, il Gulag ha finito per essere "l'altra faccia della società, una sorta di concentrato o proiezione della realtà sovietica, di microcosmo che riflette in condizioni punitive la vita della maggioranza dei cittadini […]". Il Gulag non è quindi un reazione impazzita ad un sistema in continua emergenza, bensì un fattore endemico e perfettamente conseguente al regime instaurato. Una prima riflessione di un certo spessore ci fu solo dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando alcune prestigiose testimonianze di vittime del Gulag cominciarono ad affiorare. In Francia, due dibattiti attirarono l'attenzione del mondo. Il primo fu il cosiddetto "affare Kravcenko", che prendeva il nome da quello di un funzionario sovietico che aveva disertato e si era consegnato agli Americani.

    "Ho scelto la libertà", il libro che Kravcenko scrisse e che venne tradotto in più di venti lingue, vendendo milioni di copie, era una indubbia testimonianza dall'interno del regime sovietico. Inaugurando una strategia che avrebbero seguito immancabilmente in seguito - quella di accusare il funzionario disertore di "aver scritto sotto dettatura della CIA" (quarant'anni dopo, in pieni anni ottanta, le stesse identiche parole marchiarono Armando Valladares, dissidente cubano che Castro tenne segregato per 22 anni, vittima di torture ed "esperimenti biologici") - i comunisti occidentali cercarono di isolare la testimonianza del dissidente. Nel processo per diffamazione che ne conseguì, l'attenzione degli inquirenti si concentrò sulla realtà dei campi.

    "Istituzioni rieducative dove i diritti umani venivano rispettati", secondo la propaganda comunista. Nemmeno lo sconvolgente racconto di Margarete Bauber-Neumann (passata attraverso il Gulag e il Lager nazista, dopo che i russi la consegnarono, in quanto ebrea, diligentemente agli alleati hitleriani) poté qualcosa contro la cieca fedeltà ideologica dei comunisti occidentali. Il secondo dibattito si svolse, sempre in Francia, intorno alla figura di David Rousset, membro dell'Associazione degli ex deportati nei lager nazisti, denunciato dai comunisti quando, nel novembre 1950, aveva lanciato un appello dal "Figaro", a tutti i sopravvissuti ai lager, nel denunciare il sistema del Gulag sovietico. "Se pensiamo - scrisse Rousset, ricordando la propria esperienza sotto i nazisti - che milioni di uomini si trovano oggi nella condizione in cui noi ci trovammo ieri, sapremo che abbiamo dimenticato". In occasione del processo per diffamazione che anche in questo caso seguì, numerose furono le testimonianze di sopravvissuti al Gulag.

    Voci come Julius Margolin (condannato al Gulag con atto amministrativo, senza essere ascoltato e senza subire processo) Alexandre Weissberg, (scienziato austriaco emigrato volontariamente in URSS, arrestato con accusa di spionaggio, di complotto per uccidere Stalin (!) e di sovversione), Jerzy Gliksman, (membro del partito socialista ebreo polacco, deportato quando, in fuga dai nazisti, finì nelle braccia della polizia segreta sovietica) lanciarono uno squarcio di luce sulla realtà entro i confini dell'URSS. Quando, nel gennaio 1951, Rousset vinse il processo intentatogli dai comunisti, spiegò: "L'esistenza dei campi non è grave perché ci si soffre e muore; è grave perché vi si vive. […]

    Un paese dove esistono i campi di concentramento è marcio fino al midollo: sono disumani i suoi detenuti, lo sono i guardiani e lo è soprattutto il suo regime. Il mondo concentrazionario attiva un contagio inevitabile e questa è la più grande sciagura che si possa conoscere". Il "Libro Bianco sui campi di concentramento sovietici" della Commission Internationale contre le régime concentrationnaire, pubblicato lo stesso anno, si rivelò un altro documento fondamentale apparso sulla scena culturale francese. Nemmeno la denuncia ad opera di Kruschev del terrore staliniano, nel XX congresso del PCUS del 1956 (VEDI), spinse l'Occidente a concentrare la propria attenzione sul fenomeno del Gulag. Quel particolare momento storico, anzi, fu visto unicamente come denuncia dello stalinismo come "deviazione" da un supposto comunismo originario e "democratico" e come suggerimento alla possibilità di una "riforma" del comunismo. Il sogno di cartapesta che lo stesso Gorbaciov, fino al Golpe del 1991, si illuse di poter realizzare. Più tardi, negli anni settanta, venne la volta de "La giornata di Ivan Denisovic" (premio Nobel per la Letteratura) e di "Arcipelago Gulag" di Aleksandr SOLZENICYN e dei "Racconti della Kolyma" di Varlam ŠALAMOV. Guardando verso la Francia - antica maestra di libertà - il mondo poteva quindi prendere coscienza degli orrori del sistema concentrazionario comunista già da quarant'anni. I Lao Gai maoisti, i campi cambogiani, le carceri castriste furono (e sono!) solo continuazioni in scala minore dello stesso incubo.

    Difficile condividere l'assordante silenzio in Italia di intellettuali, libri scolastici, mass media, dove le riflessioni francesi sono approdate, e non completamente, solo dopo il fatidico 1989. Ancor più difficile condividere l'atteggiamento assunto da parte di alcuni ambienti intellettuali, che cercano di chiudere il capitolo, mai definitivamente aperto, del Gulag, con la giustificazione dell'"esaurimento della Guerra Fredda", quando, nei confronti del Lager nazista e della Shoah, avvenuti cinquant'anni fa, mantengono - giustamente - alto il monito a "non dimenticare".

    "È fatta, siete arrestato. E voi non troverete altro da rispondere che un belato da agnello: Io?? Perché?? Ecco cos'è l'arresto, un lampo accecante, una folgorazione che respinge istantaneamente il presente nel passato e fa dell'impossibile un presente di pieno diritto. Ed è tutto. Nelle prime ore e anche nei primi giorni non potete rendervi conto di nient'altro. Vi balugina ancora, nella vostra disperazione, una luna da circo, un giocattolo: È un errore, se ne renderanno conto! Tutto il resto, tutto quanto è ora entrato a far parte del concetto tradizionale e anche letterario dell'arresto, non è più la memoria vostra che l'immagazzina e l'organizza, ma quella della vostra famiglia e dei vostri coinquilini. È una brusca scampanellata nel cuore della notte o un colpo brutale alla porta. È la gagliarda irruzione di stivali sporchi, d'insonni agenti. È, nascosto dietro le loro spalle, il testimone, impaurito e mortificato, che essi hanno reclutato d'autorità. […] L'arresto tradizionale sono, ancora, le mani tremolanti che preparano la roba di chi viene portato via: un cambio di biancheria, qualche provvista, un pezzo di sapone, nessuno sa che cosa dare, che cosa si può portare con sé, come sarebbe meglio vestirsi; ma gli agenti spronano, vi interrompono bruscamente dicendo: non ha bisogno di nulla. Là gli daranno da mangiare. Fa caldo".

    Con queste parole, Aleksandr Solzenicyn descrive in "Arcipelago Gulag" il momento dell'arresto di un individuo prima della deportazione. La grande forza di questo libro è proprio quella di focalizzare gli infiniti effetti dell'incubo del Gulag sulla vita di un uomo. Il grande rischio che comporta parlare del Gulag - data la gigantesca ampiezza del fenomeno, l'estensione geografica dell'Arcipelago concentrazionario, il numero inimmaginabile di persone risucchiatevi - è proprio quello di restare, inevitabilmente, prigionieri dei numeri, delle statistiche, "anestetizzando", per così dire, le implicazioni umane. Quell'arresto e tutto ciò che ne seguirà è, quindi, da pensare moltiplicato per decine di milioni di volte. Subito dopo l'Ottobre bolscevico la dirigenza del partito unico cominciò a pianificare un nuovo sistema carcerario.

    Già nel 1918 nasceva una Sezione punitiva centrale (CKO) all'interno del Commissariato del popolo alla giustizia, che avrebbe dovuto coordinare tutte le carceri dell'URSS. Questa istituzione fu, in definitiva, la "madre del Gulag". L'anno seguente, all'interno dell'NKVD (Commissariato del popolo agli affari Interni) fu creata la Sezione lavori forzati. Già due anni dopo la cosiddetta Rivoluzione, quindi, il nuovo regime dava rigore istituzionale al concetto dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, in aperto contrasto con le teorie marxiste cui sosteneva d'appellarsi. All'inizio del 1921 nei lager erano rinchiusi già intorno più di 156.000 detenuti. Entro il 1927 i reclusi arrivarono alla cifra di 200.000 persone. Il sistema di reclusione cambiò radicalmente nel 1929. Fuori di ogni retorica, si può affermare che, con il varo del piano quinquennale - il cui scopo era spingere la Russia in un processo di industrializzazione forzata - la "patria del socialismo", con un clamoroso salto indietro nel tempo, torna alla pratica dello schiavismo.

    Non tanto clamoroso, in verità, quel salto all'indietro, dal momento che il servaggio della gleba in Russia fu abolito nel 1860! Il regime bolscevico decideva quindi di creare campi di "rieducazione attraverso il lavoro" in regioni remote e lontane dai grossi centri urbani. La Siberia - già utilizzata in epoca zarista - e la sterminata regione del Nord vennero usate come luogo per ospitare i campi. Ogni campo sarebbe distato dall'altro centinaia di chilometri, in uno spazio sterminato e ghiacciato. Assolutamente impossibile, per chiunque fosse riuscito a fuggire dal complesso carcerario, attraversare quel deserto bianco a piedi, e men che meno sarebbe stato possibile varcare il confine. Nel 1930 i detenuti nei lager sovietici salgono improvvisamente da 23.000 a 160.000, e nella primavera dello stesso anno viene creata una direzione unica di queste strutture denominata ULAG sotto la guida dell'OGPU.

    Un ulteriore riforma amministrativa nell'anno seguente portò alla creazione del Gulag (Glavnoe upravlenje lagerei, Direzione centrale dei lager). È di quel periodo la decisione di sfruttare i detenuti per l'imponente costruzione del canale Mar Bianco-Mar Baltico: questo progetto sarà la chiave di volta sulla quale fiorirà il Gulag, che potrà fornire gratuitamente operai e ingegneri (tutti quelli arrestati per "sabotaggio" nelle cicliche "purghe anti-complotto") al fine di realizzare costruzioni imponenti. Ovviamente, ciò che veniva costruito a prezzo del sudore (e della morte: solo per questo canale 15.000 persone perirono in condizioni disumane) di migliaia di detenuti veniva presentato all'estero come una gloriosa edificazione del socialismo sovietico. Contemporaneamente, in Occidente, i sindacati egemonizzati dai comunisti combattevano per i diritti dei lavoratori e glorificavano le conquiste della patria del socialismo.

    Nel 1932 fu la volta della costruzione del canale Mosca-Volga, intorno al quale fiorirono diversi Gulag (l'ITL Dmiroski, 200.000 detenuti, l'ITL Bajkalo-Amurskij, 260.000 detenuti, il più grande della storia del Gulag). Nello stesso anno vengono eretti Gulag nella regione della Kolyma (l'ITL Nord-Est), che ospitò in 25 anni un milione di detenuti, destinati all'estrazione dell'oro e dello stagno, che mantenevano l'intero paese. L'anno 1934 vedeva, in tutta l'URSS, 510.000 persone "ospiti" del Gulag, e solo l'anno seguente, nel 1935, i dannati dell'inferno bianco salivano a 730.000!

    La crescita esponenziale non si sarebbe fermata, perché all'orizzonte si affacciava il periodo più buio della storia sovietica: il Grande Terrore. Stalin lanciava il colpo finale all'interno del partito e gettava le basi di quel "culto della personalità" che lo porterà ad essere giudice della vita di ogni singolo cittadino sovietico. Robert Conquest - nel suo illuminante "Il grande terrore" - ricorda come ogni sovietico, in quegli anni, non si sentisse immune dalla possibilità di finire nel Gulag. Il cittadino sovietico, e gli stessi membri di partito, che finivano sotto le poco umanitarie attenzioni della polizia segreta imputavano allo sgherro di Stalin, il capo dell'NKVD Ezov, tutta la responsabilità del terrore. Nella memoria russa, infatti, il grande terrore passerà come "il periodo di Ezov", ma lo stesso Conquest ricorda come, in quei terribili anni, la vita delle persone veniva decisa da un semplice segno di matita rossa da parte di Stalin. Ezov si limitava ad eseguire gli ordini. Il grande terrore portò ad un eccezionale sviluppo del Gulag. I Gulag che, fino al 1934 erano 14, diventarono 31 e, per la fine del 1938, i detenuti erano saliti al terrificante numero di due milioni di persone.

    All'inizio del 1940 i Gulag erano già 57, 82 l'anno successivo, per una popolazione incarcerata di 2.350.000 persone. Un certo rallentamento si ebbe negli anni della Seconda guerra mondiale: la popolazione del Gulag scese a 1.750.000 persone e, nel 1944, toccò il numero di 1.200.000 persone. Con la fine del conflitto, però, il Gulag riprese a pieno regime: il nemico esterno era stato sconfitto e, per mantenere salde le redini del potere, Stalin necessitava di un nuovo "giro di vite". L'aspetto più agghiacciante della storia del Gulag è sicuramente questo: che il numero di detenuti che avrebbe dovuto popolare il Gulag veniva deciso ad inizio anno, secondo direttive dello steso Stalin. Esisteva, quindi, una sorta di pianificazione degli arresti, che andava rispettata numericamente come si faceva per le direttive economiche di un Piano quinquennale. Stalin era pienamente cosciente che tutto il castello delle accuse ai condannati al Gulag era fondato sulla menzogna: il terrore gli serviva solamente per mantenere saldo il potere. In questo, lo "splendido georgiano" si attenne alle originali direttive del "grande padre" Lenin, che negli anni della guerra civile, auspicava l'uso del terrore nei villaggi e tra i contadini come arma rivoluzionaria necessaria alla vittoria.

    La fine della guerra, che comportava lo "scomodo" impegno a restituire i prigionieri militari nel frattempo impiegati come forza lavoro, spinse il regime stalinista a ributtarsi nel tetro "arruolamento" nelle file della popolazione sovietica. Gli schiavi servivano, e da qualche parte bisognava pur prenderli.

    Nel 1948 le direzioni dei Gulag erano già una novantina, e la popolazione detenuta era tornata a toccare il record di 2.000.000 di persone. Nel maggio 1950 i "dannati" erano arrivati, incredibilmente, al numero di 2.800.000 persone. Con la morte di Stalin il sistema del Gulag venne riformato, ma di certo non cancellato. Nel marzo del 1953, a pochi giorni dalla morte del satrapo georgiano, venne interrotta la costruzione di nuovi Gulag, e un decreto di amnistia del Presidium portò alla scarcerazione di un milione di detenuti, e alla riduzione degli campi dal numero esorbitante di 175 al numero di 81. Anche le pene furono mitigate. A metà degli anni cinquanta la popolazione incarcerata nei Gulag era "solo" di un milione. Il 25 ottobre 1956 la risoluzione del CC del PCUS e del Consiglio dei ministri dell'URSS decise che era "inopportuna l'ulteriore esistenza degli ITL (altra forma burocratica per definire il Gulag, ndr)". Nel mese di ottobre il Gulag cambiò nome in GUITK (Direzione centrale delle colonie di rieducazione attraverso il lavoro). L'inferno cambiava nome, ma le fiamme rimanevano le stesse, e non bruciavano certo di meno.

    di FERRUCCIO GATTUSO

    Bibliografia

    Gulag, il sistema dei lager in URSS, a cura di Marcello Flores e Francesca Gori, pp.227, Edizioni Gabriele Mazzotta, 1999
    Arcipelago Gulag, di Aleksandr Solzenicyn, pp. 619, Oscar Mondadori, 1990
    I racconti della Kolyma, di Varlam Šalomov, pp. 631, Adelphi, 1999
    L'oppio degli intellettuali, di Raymond Aron, pp. 304, Ideazione editrice, 1998
    Il grande terrore, di Robert Conquest, pp.876, Edizioni BUR, 1999

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    CRONACHE DALL’INFERNO: I GULAG
    E I KATORGI DELL’IMPERO SOVIETICO

    I brani seguenti sono tratti da “in Siberia”, dedicati ai campi di prigionia (gulag) e di sterminio (katorgi) della Russia comunista.

    VORKUTA
    “Poi raggiungemmo il guscio della miniera 17. È qui che nel 1943 fu creato il primo dei katorgi, i campi di sterminio di Vorkuta. Nel giro di un anno, dei 30 campi di Vorkuta 13 divennero katorgi: il loro obiettivo era quello di liquidare i reclusi. In un inverno in cui la temperatura precipitava a 40° sotto zero, e ululavano le tempeste di neve, i katoršane vivevano in tende con un fondo di assi leggere cosparse di segatura... Lavoravano 12 ore al giorno, senza tregua, trainando carrelli di carbone: nel giro di tre settimane erano distrutti. Entro un anno erano morti già 28.000 uomini...“In inverno i cadaveri venivano ammucchiati in baracche aperte finché non erano abbastanza perché valesse la pena di seppellirli; a quel punto un ufficiale del NKVD, l’antenato del KGB, fracassava i crani con un piccone, e quindi i corpi venivano scaricati in una fossa scavata d’estate per l’occorrenza”.

    LA KOLYMA
    “Nella memoria dell’uomo contemporaneo quella vastità era solo un continente di campi di sterminio. Nel 1931, qualche mese dopo la scoperta di immensi giacimenti auriferi, una regione che abbracciava tutta la Siberia nordorientale oltre il fiume Lena - un territorio più vasto del Messico - fu messa sotto il controllo di un’agenzia che si chiamava Dal’stroj e che divenne ben presto una branca del ministero dell’interno e della polizia. Dal’stroj era una legge a parte. Sotto la sua giurisdizione la Costituzione sovietica non entrava in vigore. Governò un incubo a occhi aperti...
    “Questa terra della Kolyma ricevette in dono ogni anno decine di migliaia di prigionieri arrivati via mare, la gran parte innocente. Nel punto in cui arrivarono costruirono il porto, poi la città di Magadan, poi la strada verso l’interno fino alle miniere, dove morirono. All’inizio i prigionieri erano contadini kulaki e criminali comuni, poi - quando la paranoia di Stalin dilagò - presunti sabotatori e controrivoluzionari di ogni classe: funzionari di partito, soldati, scienziati, medici, insegnanti, artisti...
    “Perirono nelle gallerie delle miniere, uccisi dai crolli o dai carichi, dai fumi di ammonio e dalla silicosi, dallo scorbuto e dalla pressione del sangue troppo alta, sputando sangue e tessuti polmonari...
    Dopo meno di 10 anni la Kolyma arrivò a fornire 1/3 della produzione mondiale di oro. Ma il numero dei morti rimane di fatto sconosciuto. Si è ipotizzata una cifra oltre i due milioni...
    “I primi dirigenti del Dal’stroj furono fucilati come spie nel 1937. Da allora si instaurò un regime di pura crudeltà. Gli indumenti di pelliccia e gli stivali dei prigionieri vennero sostituiti con calzature di tela e giacche imbottite che si ridussero ben presto a brandelli. L’intenzione era quella di uccidere. Si passò a una dieta da fame: 800 grammi di pane con l’aggiunta di qualche pezzetto di pesce salato o di cavolo in salamoia... La giornata lavorativa raggiunse le 14 ore, le condanne da scontare i 25 anni... Ogni sera eogni mattina gli ufficiali, levando la brina dai fogli che tenevano in mano, leggevano gli elenchi dei condannati a morte e di quelli già giustiziati... A volte intere squadre venivano prelevate sul lavoro e fucilate all’istante... In alcuni campi non ci fu nemmeno un superstite”.

    SERPENTINKA
    “Su uno sperone sopra la strada che scendeva serpeggiando fino al fiume ci accolse Serpentinka. Pavlov e Garanin, i nuovi signori del Dal’stroj, ne avevano fatto un centro di tortura e sterminio...
    “Su uno strapiombo vicino alle celle d’isolamento, due trattori venivano tenuti con i motori al massimo per soffocare gli spari e le grida delle esecuzioni. Nel 1938 vi morirono 26mila prigionieri, centinaia per mano dello stesso Garanin. I corpi venivano trascinati dietro la collina su slitte trainate dai trattori, oppure i prigionieri erano condotti ancora vivi a occhi bendati sull’orlo delle fosse e uccisi con un colpo di fucile alla testa. Poi, in linea con la politica di Stalin di liquidare i responsabili degli apparati di sicurezza, anche Garanin fu fucilato, e con lui tutto il personale di Serpentinka, e il campo venne raso al suolo”.

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    I CITTADINI SOVIETICI NEI GULAG

    I campi di concentramento sovietici, attivi dal 1918, si moltiplicarono negli anni Trenta per le note repressioni ordinate da Stalin, ma anche negli anni del secondo conflitto mondiale, quando vi finirono milioni di prigionieri di guerra e con loro grandi masse di cittadini sovietici, deportati da intere regioni. In Crimea, per esempio, la popolazione era stata deportata perché non fu capace di resistere ai tedeschi. Furono comunque milioni i semplici cittadini deportati nei campi per i più svariati motivi.

    Nel 1937 fu stampato in Polonia il racconto di un sopravvissuto ad uno dei tanti campi sovietici: "[...] Il convoglio, per stimolare i ritardatari o quelli che non potevano lavorare per causa dell'esaurimento, si serviva del calcio del fucile e di un semplice bastone e bastonavano senza pietà tanto i simulatori che quelli che cascavano giù sotto il peso del lavoro [...] Come castigo per diverse mancanze, e specialmente per quella di subordinazione, facevano spogliare i colpevoli e li facevano stare al gelo una mezz'ora ed anche di più [...] Succedeva anche che gl'impazziti si tagliassero tutta la mano destra".

    Alla fine degli anni Quaranta l'O.N.U. raccolse varie testimonianze di cittadini sovietici reclusi in precedenza nei campi di lavoro forzato: "I prigionieri venivano picchiati sul lavoro e nei dormitori, picchiati con i pugni, con bastoni, e con i calci dei fucili [...] ogni tanto le guardie uccidevano dei prigionieri. Ci sono stati dei casi in cui decine di prigionieri venivano bastonati a morte [...] il ferirsi e mutilarsi volontariamente continuò. In questa maniera i prigionieri cercavano di sfuggire al lavoro e di avere un po' di riposo all'ospedale [...] dal 1930 in poi l'alimentazione peggiorò rapidamente. Prima era raro che i prigionieri soffrissero la fame [...] Così, a volte, quelli che si rifiutavano di lavorare, quelli che lavoravano male e quelli che sistematicamente non arrivavano a fare il lavoro assegnato, venivano riuniti e fucilati a gruppi di 30 o 40, per scoraggiare gli altri dal simulare malattia [...] C'erano inoltre i campi d'isolamento dove si tenevano i prigionieri che erano puniti per mancanze nel campo; queste includevano il rifiutare o non fare tutto il lavoro. Nei campi d'isolamento i prigionieri erano tenuti in condizioni terribili e quasi del tutto privi di cibo; la maggioranza dei puniti generalmente moriva [...] Nel tracciato Vym-Ust Ukhta lavoravano circa 20.000 persone; nuovi prigionieri rimpiazzavano via via i morti. Circa 9.000 di loro morirono [...] Sapevo che nessuno poteva sentire le mie sofferenze al di là delle pareti dell'ufficio del Procuratore, e molto depresso, dopo 10 giorni passati sempre seduto su una sedia, firmai tutto quello che il giudice voleva [...] Di un gruppo di 1.000 caucasiani, colà inviato, alla fine dell'inverno ne sopravvivevano solo 10 [...] Durante l'estate nell'isola di Popov venivano scavati dei grandi crateri per 2.000 o 3.000 persone ognuno. Durante l'inverno li riempivano di cadaveri, l'estate dopo scavavano degli altri crateri".

    La vita all'interno dei gulag era condizionata dal terrore: ad esempio, in uno dei tanti campi sparsi sul territorio, il comandante a titolo di avvertimento decise di fucilare trecento prigionieri; furono uccisi tutti con un colpo alla testa. Oppure nel campo di Vorkuta, millecinquecento prigionieri vennero liquidati con il solito colpo alla nuca, mentre entravano in una capanna, convinti di andare a fare il bagno.

    I prigionieri vecchi e malati, comunque inutilizzabili nei vari campi di lavoro, venivano eliminati con un sistema che nulla aveva da invidiare a quelli utilizzati dai nazisti con gli ebrei: uomini e donne venivano ammassati su vecchie navi che poi venivano fatte affondare nel Mar Bianco, portando con sé tutti gli sventurati.

    --------------------------------------------------------------------------------




    I comunisti italiani

    Non furono certo fortunati i fuoriusciti italiani, tedeschi e d'altre nazionalità che trovarono rifugio in Russia; molti dopo la scuola di partito obbligatoria dovettero subire i campi di concentramento, quando iniziò una delle grandi purghe staliniane dovuta all'uccisione del governatore Kirov di Leningrado.

    Fra i fuoriusciti aleggiava sempre il sospetto reciproco; spesso una frase sbagliata o una confidenza furono utilizzate per accusare la persona di spionaggio o attività sovversiva. Su circa seicento emigrati in Unione Sovietica si calcola che almeno un terzo fu arrestato dal NKVD e spedito nei campi in Siberia.

    Emblematica è la figura di Palmiro Togliatti, vicecapo del Comitern e nel dopoguerra personalità di spicco della politica italiana. Egli lasciò morire i fuoriusciti italiani imprigionati nei campi, come confermerà più tardi a Davide Lajolo, al contrario di quanto fecero il capo dei comunisti tedeschi ed il capo dei comunisti austriaci che intervenirono presso Stalin e riuscirono a salvare dalla morte diversi dei loro compagni arrestati. Stesso trattamento ebbero gli sfortunati prigionieri italiani dell'ARMIR, sui quali Togliatti scrisse: "... se un buon numero dei prigionieri morirà in conseguenza delle dure condizioni di fatto non ci trovo assolutamente niente da dire, anzi...". Le "qualità" di Togliatti furono poi confermate all'apertura degli archivi della polizia segreta sovietica.

    Un dirigente del P.C.I. esule anch'egli a Mosca, Vincenzo Bianco, scrisse all'epoca dei fatti a Togliatti chiedendogli di intercedere presso Stalin in aiuto dei fuoriusciti italiani. La risposta fu che alcune migliaia di morti non avrebbero di certo danneggiato la causa comune. Negli anni successivi, visti i contenuti della stessa, si cercò in tutti i modi di far credere che fosse un documento falso, ma purtroppo risultò vera e rispondente alle caratteristiche del suo estensore.

    Togliatti tornò in Italia nel marzo del 1944 e subito i parenti dei soldati appartenenti all'ARMIR gli chiesero informazioni sui loro cari; la risposta fu che i nostri soldati stavano bene ed erano trattati con riguardo. Oggi sappiamo che già nella primavera del 1943, circa l'80% dei prigionieri era morto di stenti e di malattie. Ogni ulteriore considerazione risulta ovviamente superflua.

    Quando il P.C.I. ha celebrato il ventennale della morte di Palmiro Togliatti, rivendicandone l'eredità politica e, aggiungo io, anche quella ideologica e morale, non una parola fu spesa per tutti i morti provocati dal Comunismo, da Stalin e da tutti i suoi seguaci, fra cui il grande statista Togliatti.

    Emilio Guarnaschelli era un operaio comunista torinese che aveva accolto con entusiasmo l'ideale rivoluzionario sovietico; riuscì a raggiungere Mosca proprio quando suo fratello Mario e la direzione torinese del P.C.I. entrarono in disaccordo. I fuoriusciti italiani ne furono in breve informati e Guarnaschelli ne subì le conseguenze. Deluso dalla situazione sovietica e dalle condizioni di vita della popolazione, contattò l'ambasciata italiana per riottenere il passaporto italiano, tentativo già allora fatto da numerosi fuoriusciti. Fu subito arrestato dalla Ghepeù e accusato di essere una spia fascista. Il fratello Mario chiese aiuto al compagno Togliatti che ovviamente non lo degnò neanche di una risposta. Solo all'apertura degli archivi segreti del KGB, si scoprirà che Guarnaschelli era stato fucilato.

    Al ritorno dalla lunga prigionia in terra russa, alcuni ufficiali dell'ARMIR (Giorgio Pittaluga, Ugo Graioni, Domenico Dal Toso, Luigi Avalli e Ivo Emett) diffusero un numero unico intitolato "Russia" in cui accusavano esplicitamente alcuni fuoriusciti italiani per il loro comportamento verso i prigionieri. I comunisti chiamati in causa furono Ruggero Grieco, Paolo Robotti, Luigi Amadesi e Edoardo D'Onofrio, quest'ultimo come tanti altri fu premiato dal P.C.I. per l'ottimo "lavoro" svolto ed eletto senatore. Il D'Onofrio, offeso dal contenuto del numero unico pubblicato a cura dell'U.N.I.R.R. (Unione Nazionale Italiana Reduci Russia), denunciò gli estensori per diffamazione. L'Unità ovviamente difese a spada tratta il compagno D'Onofrio e la sua positiva attività d'aiuto ai nostri connazionali. Durante il processo, la difesa del querelante e tutta la stampa di sinistra cercarono in tutti i modi di eludere le responsabilità del D'Onofrio ed il processo si ritorse contro il povero "innocente". Le accuse dei reduci inchiodarono il senatore alle sue responsabilità; non potendo negare quanto fu dichiarato dai "colpevoli", cercò di trasformare i fatti, arrivando ad affermare che gli interrogatori ai quali sottoponeva i prigionieri non erano altro che innocenti conversazioni. Alla fine del processo, arrivò addirittura a prevedere che una sua condanna, avrebbe potuto avere ripercussioni per gli ancora 28 italiani prigionieri in Unione Sovietica; da notare che la guerra era abbondantemente finita e l'Italia era passata al fianco degli Alleati. Il povero D'Onofrio non vinse la causa e i 28 prigionieri furono condannati a 20 di lavori forzati con l'accusa di "attività antisovietica"; riuscirono a rimpatriare solo nei primi mesi del 1954.

    In diversi testi di reduci dal Fronte Orientale, si possono trovare precise indicazioni sulle attività dei fuoriusciti italiani durante la ritirata dell'A.R.M.I.R. e durante la prigionia dei soldati. Essendo militanti nell'Armata Rossa, s'infiltravano nelle colonne in ritirata con compiti di spionaggio. Secondo alcuni autori protagonisti dei fatti, diversi fuoriusciti si macchiarono anche d'assassinio, colpendo a morte i feriti rimasti incustoditi; la presenza di diversi soldati inspiegabilmente uccisi con un colpo alla testa rafforza indubbiamente questa ipotesi.

    Per dare un'idea della formazione della classe politica comunista di quegli anni (e dei successivi), potremmo utilizzare le parole utilizzate da Togliatti per definire Giovanni Gentile il giorno del suo assassinio: "bandito politico, camorrista e traditore volgarissimo". Da ricordare che Gentile era un filosofo e non un appartenente alle forze armate della R.S.I.

  4. #4
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    Cronache dal Gulag. I campi di morte di Stalin e la memoria rimossa nel Novecento

    di Marcello Flores



    Nel finale de La casa deserta di Lidija Zukovskaja, la protagonista prende la lettera che ha ricevuto dal figlio rinchiuso nel lager e la brucia, calpestandola sotto i piedi. Il giovane raccontava le violenze che era costretto quotidianamente a subire ma la madre cancellava con rabbia e dolore la sua testimonianza: non voleva che quanto accadeva dentro le baracche del Gulag si riflettesse come in uno specchio nella vita di tutti i giorni di chi era riuscito a sfuggirlo.*Evocato ripetutamente e genericamente dalla propaganda anticomunista, rimosso con coerente pervicacia dai comunisti, il Gulag (sigla della direzione centrale dei campi di lavoro sovietici) continua a essere un buco nero della conoscenza contemporanea (anche se meno che in passato) e una spina contraddittoria nella memoria collettiva del secolo. I primi a parlarne, inascoltati e spesso derisi oppure stupidamente enfatizzati e strumentalizzati, erano stati gli anarchici e qualche prete e ufficiale zarista in esilio; ma neppure quando furono i socialdemocratici e i conservatori a raccogliere e timidamente proporre notizie e memorie dai lager sovietici, l'opinione pubblica sembrò particolarmente interessata e impressionata. Non negli anni Venti, ma neppure negli anni Trenta quando il Gulag fu costruito in tutta la sua tragica capillarità o negli anni Cinquanta quando raggiunse apogeo e declino dopo la morte di Stalin.

    È stata la letteratura, principalmente con Solzenicyn - in modo più circoscritto nel 1962 con Una giornata di Ivan Denisovic, con risultati clamorosi quando Arcipelago Gulag venne tradotto in occidente a metà degli anni Settanta - ma anche con Grossman e Salamov, per citare soltanto i due più grandi sul piano letterario, a fissare la memoria del Gulag almeno fino al crollo del comunismo e dell'Urss. "Il lager", dice un cekista in Vita e destino, "era il riflesso per così dire iperbolico, ingigantito, della vita di fuori. Tuttavia la realtà che si affermava sulle due sponde del reticolato, lungi dall'essere contraddittoria, rispondeva alle leggi della simmetria. Se si fosse sviluppato il sistema dei lager con audacia e in modo consequenziale, liberandolo da intralci e pecche, i confini sarebbero stati cancellati. Il lager era destinato a fondersi con la vita al di fuori. In questa fusione, nell'annullamento della contrapposizione fra lager e vita esterna, stava la maturità, il trionfo dei grandi principi". Questa immagine, di una zona interna costituita dal Gulag e di una grande zona rappresentata dall'intera Unione Sovietica, ha pesato e forse pesa ancora adesso sulla percezione storica dell'universo concentrazionario sovietico e sulla memoria collettiva e pubblica che si è sedimentata a proposito del Gulag. È sembrato quasi che compito prioritario fosse dimostrare e raccontare - dopo decenni di silenzi, giustificazioni o addirittura stolti omaggi menzogneri - la natura repressiva e totalitaria di un regime che era nato promettendo la liberazione dell'uomo, lasciando invece in ombra la narrazione, tra cronaca e storia, dell'istituzione che più d'ogni altra aveva riassunto ed esasperato quei caratteri.

    L'attenzione è stata rivolta per anni molto più alla tragica vicenda della rivoluzione che divora i suoi figli che non alle vittime naturali e designate di un disegno utopico e violento di dominio sulla storia e creazione di un'umanità nuova. Mentre a proposito del nazismo sembrava che ripercorrere le tappe della Shoah permettesse di entrare con immediatezza nella natura e nella verità del regime di Hitler, l'analisi e il giudizio sullo Stato creato da Stalin, sopra le fondamenta gettate da Lenin, pareva riassumere ed esaurire tutte le sue articolazioni, facendo del Gulag un termine simbolico, una parola emblematica più che una struttura che meritava di essere conosciuta e raccontata nel dettaglio della sua evoluzione e nella successione delle sue vicende. La letteratura della Shoah è stata fondamentalmente una letteratura di testimonianza e di memoria - basti pensare a Levi, Amery - quella sul Gulag di racconto storico e geografico; nel primo caso gli individui sono colti alle prese con l'assoluto e l'indicibile, in un contesto di incredula eccezionalità; nel secondo a confronto con il potere, nell'ambito di una tragica normalità. La memoria del Gulag, diversamente da quella analitica e minuziosamente descrittiva della Shoah, rimane ancora generica ed evocativa, di un'epoca e di un regime, più che di un'istituzione e di un evento, che hanno segnato la vita di più d'una generazione. È una memoria, quando si manifesta, più politica e ideologica che non morale e filosofica; che nessuno - sopravvissuti, progenie, comunità, Stati - ha assunto come propria e fatta diventare parte integrante e forte della propria identità.

    La memoria della Shoah si è costruita nel tempo, spesso con difficoltà e contraddizioni, attorno a riconoscibili tratti comuni religiosi e culturali, generazionali e associativi, statali e comunitari. Non così è stato per la memoria del Gulag: più vicina nel tempo per le vicende politiche che ne hanno permesso, dopo il crollo del comunismo, la piena conoscibilità e documentazione; ma più lontana perché iniziata assai prima e di più lunga durata, frammentata in sopravvissuti di generazioni diverse e in gran parte ormai scomparse, slegata da identità che non fossero quelle generiche e arbitrarie - "nemico del popolo", "controtrivoluzionario", "kulak", "sabotatore" - attribuite alle vittime dal potere e in modo spesso mutevole di anno in anno. La memoria del Gulag, dopo un breve periodo in cui è diventata patrimonio collettivo di un Paese che scopriva al tempo stesso la democrazia e il proprio passato, è rimasta nelle mani di pochi individui e di qualche meritevole istituzione: di figli o nipoti che non hanno voluto dimenticare le tragiche peripezie dei propri cari, di sempre più ridotti sopravvissuti non sempre desiderosi di ricordare la propria esperienza, di associazioni come Memorial, che a Mosca e in decine di altri centri raccoglie faticosamente documenti e reperti d'ogni tipo e organizza le ricerche più complete e organiche che lentamente stanno ricostruendo la storia del Gulag. La Russia d'oggi sta cercando, nei vertici dello Stato e in larghi strati della società, di ritrovare un legame con la tradizione nazional-imperiale che ha caratterizzato gran parte del suo passato comunista, per ritrovare orgoglio e senso di una grandezza che non ci si rassegna a vedere svanita per sempre.

    In questo tentativo non c'è spazio per la memoria del Gulag, che necessiterebbe di un esame di coscienza critico e collettivo del passato comune e di un'adesione convinta alla cultura dei diritti umani che sembra ancora largamente assente tanto nella società civile quanto nelle istituzioni pubbliche della Russia post-comunista. Ma la memoria del Gulag stenta anche a diventare momento della coscienza contemporanea, non riuscendo a trovare alcun luogo di radicamento né alcun veicolo di diffusione. Avrebbe forse potuto essere la sinistra, quella europea erede del comunismo ma che aveva preso da tempo le distanze dai suoi crimini, a farsi carico di un passato con cui aveva intrecciato responsabilità politiche e morali e a cercare di fare della storia del Gulag un momento centrale e ineliminabile di ricostruzione della propria identità e finalità. La tentazione della rimozione ha però avuto il sopravvento. E il Gulag sembra destinato a restare parola simbolo, insieme a poche altre, delle tragiche violenze statali di massa del Novecento, ma a lasciare che ancora troppe ombre gravino su una ricostruzione soddisfacente della sua storia. Eppure non manca, ormai, una documentazione ricca, articolata, composita sugli aspetti diversi - storici, istituzionali, giuridici, politici, ideologici, umani - di cui è costituita la storia del Gulag.

    Sono soprattutto testimonianze di scampati al lager dopo anni di prigionia, di epoche diverse, di valore dissimile tanto sul piano delle informazioni quanto su quello delle emozioni che sono capaci di suscitare; che riescono tuttavia a rappresentare, grazie a un lento accumulo, una mappa sempre più completa e ricca di una storia - quella dell'universo concentrazionario sovietico - resa complessa non solo dalla sua lunga esistenza ma dalla sua evoluzione dentro un sistema che ha conosciuto continue trasformazioni. "Il presente sradica il passato. Non si può affrontare il lusso di ricordare ieri quando l'oggi mobilita tutte le risorse nello sforzo di sopravvivere". Sono parole di Isaac Vogelfanger, chirurgo capo di un ospedale negli Urali del nord durante la guerra, dove era capitato dopo aver raggiunto come volontario l'Armata rossa, finito improvvisamente e inaspettatamente nel Gulag dove trascorse otto anni prima di venir liberato e raggiungere la natia Polonia e, successivamente, il Canada. Parole scritte nel ricordare il momento di arrivo nel campo di Kasalmanka dove Isaac era giunto dopo un periodo di detenzione in quello di Voronka, entrambi appartenenti a Sevurallag, il lager del nord degli Urali che conteneva nei primi anni Quaranta circa un milione di prigionieri. Ma sono parole che illuminano ugualmente bene le difficoltà e le contraddizioni che incontra la memoria, nell'ineliminabile intreccio e confronto con l'oblio: il dovere di tenerla viva, difenderla e diffonderla non può cancellare il bisogno che ha ogni tanto il presente di pensare a se stesso o al futuro.

    I gulag nella rete

    OSA. Open Society Archives Lettere, foto, documenti originali.
    Molto curato graficamente
    http://www.osa.ceu.hu/gulag/
    i-Biblio La Storia dell'Urss con documenti originali
    http://www.ibiblio.org/expo/soviet.exhibit/gulag.html

  5. #5
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    a proposito di gulag, ecco la mappa del sistema di sterminio comunista nell'urss...

  6. #6
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    Predefinito A proposito di stermini...



    Ecco la mappa dello sterminio delle coscienze in Italia...

  7. #7
    sacher.tonino
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  8. #8
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    In origine postato da MrBojangles


    Ecco la mappa dello sterminio delle coscienze in Italia...
    Al di là di come la si pensa politicamente mi sembra davvero di cattivo gusto irridere milioni di vite spezzate e le sofferenze di decine di milioni di altre.

    Cordiali Saluti

    Lorenzo

  9. #9
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    In origine postato da Lorenzo
    Al di là di come la si pensa politicamente mi sembra davvero di cattivo gusto irridere milioni di vite spezzate e le sofferenze di decine di milioni di altre.

    Cordiali Saluti

    Lorenzo
    Dovresti girare le tue parole al "supposto" moderatore Pieffebi che si è "premurato" di censurare un mio post dove riportavo le immagini di un'altro sterminio; l'olocausto.
    Lasciando solo questo con la piantina di Arcore; "ovviamente funzionale" a risposte come la tua.
    Ognuno ha il moderatore che si merita.
    Saluti.

  10. #10
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    Lei continua a violare il regolamento. E' un calunniatore professionale, un bugiardo per mestiere. In questo forum non si censurano le foto dell'Olocausto, e il primo 3d in rilievo riguarda le infami leggi razziali del fascismo, come tutti possono leggere, al di là della SUA miseria morale. Qui si censurano solo provocatori sistematici che agiscono in spregio alle regole, come lei.
    Chiaro? Ogni suo ulteriore commento, in quanto contrario al regolamento, sarà inesorabilmente eliminato.

    Saluti d'uso.

 

 
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