Andremo avanti così, strage dopo strage, marciando separati «per la pace e contro il terrorismo»? C'erano centinaia di migliaia di persone ieri in piazza a Roma, a un anno esatto dall'inizio del conflitto iracheno. I pacifisti si sono rimessi in marcia con i vessilli arcobaleno e gli slogan aggiornati dopo il massacro dei pendolari di Madrid. Tre le parole d'ordine: «Fuori le truppe, l'Iraq agli iracheni!», «No ala guerra y al terror» (in spagnolo, per ricordare le 202 vittime dell'11 marzo) e infine «Vostre le guerre nostre le vittime».
Ma un anno dopo, il consenso non è più lo stesso. Quel movimento di popolo di un'Italia profonda e bipartisan che gridava no all'intervento militare e aveva saputo coinvolgere gente di tutti gli schieramenti politici, al di là delle posizioni ufficiali dei partiti, è venuto meno. E la testa dei cortei della pace è stata ripresa dai soliti volti noti dell'antiamericanismo, dai pacifisti a senso unico: Bertinotti, Pecoraro Scanio, Mussi e compagni vari. Ai dirigenti diessini, contestati per il «non voto» in Parlamento sul rifinanziamento delle missioni in Iraq, è stata riservata l'ultima fila. Rutelli ha preferito non farsi vedere, partecipando ad un convegno a Torino. Una frattura che ha attraversato la stessa sinistra: unita contro la guerra, ma ora divisa sul dopoguerra.
Troppe cose sono cambiate: Bush e Blair – raccontando bugie – hanno scatenato e vinto una strana guerra; l'odioso regime di Saddam Hussein è caduto; l'Iraq «liberato» è diventato una polveriera nella quale ogni giorno si registrano nuovi attentati; l'Italia, intervenuta nel post-conflitto per aiutare la ricostruzione e garantire sicurezza alla popolazione civile, ha pagato un alto tributo di sangue a Nassiriya. E soprattutto c'è stato «l'11 settembre europeo». Il punto di svolta. Quel maledetto giorno in cui, come ha commentato il presidente Ciampi, «non è stata attaccata soltanto la Spagna, è stata attaccata l'Europa».
«I morti dell'11 marzo a Madrid sono i nostri morti», ha detto il capo dello Stato. Ma i manifestanti di ieri non sembrano essersi resi conto fino in fondo della gravità che la minaccia terroristica rappresenta non solo per la sicurezza dell'Occidente, ma anche per il suo futuro. Non basta aggiungere «no al terrorismo» sugli striscioni per continuare a recitare il solito copione ideologico, già visto e ormai datato, che pone sullo stesso piano l'America coi suoi alleati e i terroristi. Dopo la strage di Madrid non si può più continuare a leggere la realtà europea e occidentale secondo la logica degli schieramenti, perché ora siamo tutti minacciati dal fondamentalismo e quella minaccia è grande. Tanto grande da poter incidere, seminando morte, sulle libere elezioni di un popolo. Lo ha dovuto ammettere anche un uomo prudente come il ministro dell'Interno Pisanu, sempre attento a non alimentare allarmismi. «Il terrorismo islamico di massa purtroppo è ormai un fatto interno all'Europa», ha dichiarato tre giorni fa a Bruxelles.
Certo, la guerra contro l'Iraq è stata un imperdonabile errore, un'arma di sterminio di massa irresponsabilmente consegnata nelle mani di criminali che agiscono nel nome di Allah, e tuttavia, dopo Madrid, la risposta delle piazze non può essere la stessa di un anno fa. La decisione del governo italiano (e dei riformisti) di non riportare a casa i soldati e di accelerare il processo di unificazione politica dell'Europa, iniziando proprio dall'individuare una strategia comune contro il terrorismo, ci appare, oggi, finalmente, un atteggiamento serio e responsabile. Agli iracheni va garantita una possibile convivenza, e i mandanti e gli esecutori delle stragi vanno catturati e processati secondo giustizia, nel rispetto dei principi della democrazia. In questo l'Europa può insegnare molto agli Stati Uniti (si pensi alla vergogna di Guantanamo), ma i terroristi che tentano di distruggere le fondamenta delle nostre società è bene che sappiano che non solo gli americani, ma anche i popoli del Vecchio Continente sono disposti a difendere con tutte le forze, e se serve con durezza, la loro civiltà e la loro storia.
Per questo – mentre restiamo contrari alle guerre preventive e ci auguriamo che l'Onu intervenga per riportare la pace in Iraq – ci pare imprudente, nel momento drammatico che viviamo, fornire alibi, anche solo morali, al terrorismo internazionale
Ettore Ongis




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