Risultati da 1 a 5 di 5
  1. #1
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    Predefinito Algeria:"L'esercito non sarà neutrale"

    In vista delle prossime presidenziali il generale Lamari, capo di stato maggiore dell'esercito, ha riaffermato il ruolo delle forze armate algerine quali garanti della laicità dello Stato. Sembra in tutto un avvertimento per il candidato islamico Djaballah affinché lasci fuori la religione dalla politica.
    In caso di vittoria del leader musulmano, succederà come nel '91, quando un golpe dell'esercito invalidò la vittoria popolare del FIS ed innescò una reazione a catena che portò ad un'atroce guerra civile?

  2. #2
    suum cuique
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    Kemal Ataturk giudio?
    Ma guarda!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    nulla è casuale

    devo aggiornare la lista

  3. #3
    suum cuique
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    ho gravi lacune in storia; però siamo qui per imparare

  4. #4
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    Predefinito

    Scusate ma il rado non è svizzero che centrano gli ebrei o gli yenkie (è il mio orologio preferito)
    Ciao.

  5. #5
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    Predefinito

    La cattiva coscienza dell'Occidente: il Golpe del 1992
    di Antonello Sacchetti


    Faro del movimento terzomondista negli anni Sessanta, l'Algeria ha vissuto nei decenni successivi un lento declino politico ed economico. Archiviate le politiche socialisteggianti di Ben Bella e Boummedienne, nel 1986 il Paese è costretto ad affrontare una crisi finanziaria spaventosa. Nel 1988 le sommosse antigovernative scuotono una classe dirigente corrotta e ormai autoreferenziale, lontana dalle aspettative e dai bisogni della gente comune. E' in questo frangente che gli islamisti si propongono come mediatori e interpreti del malcontento popolare. Subito dopo l'indipendenza il Fronte di liberazione nazionale (Fln) è stato divenuto il partito unico dell'Algeria e ha schiacciato tutte le voci del dissenso, in modo particolare quelle che si ispiravano all'Islam. Adesso il sogno della modernizzazione in chiave socialista è finito e con esso il regime. Ali Belhadj e Abassi Madani creano il Fronte islamico di salvezza (Fis) che stravince le elezioni amministrative nel 1990. Nel dicembre 1991 si tiene il primo turno delle legislative e il Fis trionfa di nuovo. A gennaio è evidente che saranno gli islamisti a governare l'Algeria, ma Chadli Bendjedid, presidente dal 1979, si affida all'esercito per un golpe che annulla le elezioni e instaura lo stato d'emergenza. Il mondo occidentale approva. Il plauso non viene solo dai governi, ma anche da buon parte della stampa liberale europea ed americana. Meglio un golpe che un'Algeria guidata dal Fis. E qui si crea un precedente terribile. Perché d'ora in poi tutte le forze islamiste del Maghreb e del Medio Oriente si convincono che la via elettorale non è percorribile e che la lotta politica va condotta armi in pugno. Il Fis stava per vincere elezioni regolari e si apprestava a governare in modo legittimo. Non sapremo mai che tipo di governo sarebbe stato perché l'esercito, custode della laicità dello Stato, decide di assumere il controllo del Paese. Difficile st abilire un parallelo con la Turchia. Anche ad Ankara i militari hanno un peso determinante, ma in Algeria le forze islamiche hanno una tradizione più forte e sono più radicate nel tessuto della società. Inoltre, l'Algeria per trent'anni ha guardato al blocco socialista sia in termini di scambi economici sia in termini di riferimenti ideologici. Al momento del golpe, quel blocco si è ormai dissolto. L'Algeria è sola per davvero. E scoppia il finimondo. Il Gia (Gruppo armato islamico) colpisce con violenza crescente tutto ciò che è riconducibile al governo di Algeri e all'Occidente. L'esercito risponde in modo indiscriminato, massacrando interi villaggi e applicando in modo sistematico la tortura e gli arresti extragiudiziali. La Conferenza di Roma del 1995 e la legge di pacificazione civile del 1999 riducono l'intensità ma non danno una soluzione a una guerra che continua a seminare morte e terrore.



    Cosa succede oggi in Algeria: dal Gia ai salafisti
    Secondo fonti governative algerine, nel 2003 le violenze politiche hanno provocato "soltanto" 900 morti. Un netto miglioramento rispetto ai 1.200 del 2002, i 1.900 del 2001 e i 3.000 del 2000. I principali centri urbani, compresa Algeri, non hanno subito attacchi terroristici particolarmente gravi e diverse compagnie aree europee, come la British Airways e l'Air France, hanno ripristinato i voli nel Paese. Ma se nel nord dell'Algeria si respira un'atmosfera relativamente tranquilla, nella Kabilya la situazione è esplosiva. E' infatti evidente che i gruppi islamisti armati abbiano compiuto un salto di qualità, operando sempre più su scala internazionale e in alleanza con Al Qaeda. Il collasso del Gia (Gruppo armato islamico) ha lasciato campo libero al Gruppo salafista di preghiera e combattimento (Gspc), da almeno sei mesi formazione egemone nel jihad algerino. Oggi il Gspc può contare al massimo su 400 guerriglieri, ma la vera forza sta nell'appoggio di una vasta rete di fiancheggiatori dediti a traffici criminali di ogni tipo. A differenza del Gia, i salafisti hanno deciso di non colpire i civili e di limitarsi ad azioni mirate contro obiettivi occidentali e governativi. Il leader del Gspc Nabi Sahrawi ha di recente esposto in un'intervista i tre punti chiave della lotta dei salafsiti: 1) instaurazione dello stato islamico in Algeria 2) annientamento dell'attuale classe dirigente apostata 3) sostegno al jihad in tutto il mondo, dalla Palestina alla Cecenia. Nel dicembre 2003 il Dipartimento di Stato Usa ha incluso i salafsiti nell'elenco delle formazioni terroristiche che si credono legate a Bin Ledan e Colin Powell è volato ad Algeri con un finanziamento di 700mila dollari per l'addestramento di forze speciali anti Gspc. Si tratta di un dato molto importante dal punto di vista geopolitico. La longa manus di Washingotn arriva anche ad Algeri, un tempo bastione del movimento antimperialista. Un altr o Paese è arruolato nella lotta al terrorismo islamico. Un altro paese - guarda caso - ricco di petrolio in una posizione strategica.

    Verso le elezioni: la "neutralità vigile" dei militari
    A due mesi dal voto sono tre i protagonisti della scena politica. Abdelaziz Boutefilka è presidente dal 1999. Il suo è a tutti gli effetti un regime. Assai probabile una sua rielezione. Lo sfida Ali Benflis, suo ex braccio destro, oggi interprete della voglia di cambiamento di buona parte del Paese. Benflis si propone come "uomo della pulizia", intenzionato ad aprire l'Algeria agli investimenti stranieri attraverso un serrato piano di riforme economiche. Ma non esiste una campagna elettorale chiara, aperta. Il 13 gennaio 2004 il generale Mohamed Lamari ha lanciato una frase sibillina. "Non abbiamo mai detto che l'establishment militare rimarrà neutrale di fronte a qualsiasi minaccia che possa mettere in pericolo la stabilità del Paese". Una "neutralità vigile", quella dell'esercito. Ancora non è chiaro se è giunto il momento di cambiare cavallo. Sembra però evidente che i militari non hanno alcuna intenzione di cedere le redini dell'Algeria.

 

 

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