L'espressione si è diffusa come una scia di polvere. Nello spazio di qualche settimana, dirigenti, diplomatici ed esperti in relazioni internazionali si sono messi a parlare di «Grande Medio Oriente», alcuni con inquietudine o accondiscendenza, altri con un reale o prudente interesse. La creazione del Greater Middle East è entrata nell'ordine del giorno dei grandi appuntamenti euroamericani di giugno. L'Unione europea, sollecitata a trovare una posizione comune, ha infatti aggiunto l'argomento nel menù del suo prossimo vertice di fine marzo.

Il progetto americano consiste nel definire con gli alleati europei e i partners del G8 una strategia globale in grado di favorire un circolo virtuoso in una regione che vada «dal Marocco all'Afghanistan». Al vertice del G8 che si terrà in luglio a Sea Island in Florida, Washington esporrà ai suoi partners gli aspetti civili e politiche di questa iniziativa. Il dossier sicurezza sarà affrontato invece al vertice della Nato di Instabul del 28 e 29 giugno. Secondo Nicole Gnesotto, direttrice dell'Istituto di studi strategici dell'Ue, l'iniziativa è figlia delle difficoltà incontrate dall'amministrazione Bush non solo sul fronte iracheno ma nelle sue stesse relazioni con il resto del mondo: «George Bush deve trovare un terreno più consensuale di quello che ha preceduto l'intervento in Iraq. Nell'anno della campagna elettorale è costretto a riconciliare l'America con i suoi alleati in modo che le diverse correnti del suo governo possano ritrovarsi in un unico concetto». Questa analisi è condivisa da numerosi responsabili europei, i quali ricordano che il progetto americano trae ispirazione dalle idee di rimodellamento del Medio Oriente sviluppate dallo stesso Bush. Tuttavia con questo progetto l'amministrazione Usa sembra riconoscere per la prima volta che la povertà e il ritardo economico in molti paesi sono delle realtà che stanno alla base del terrorismo e dell'instabilità politica. Una tesi che, l'Europa sostiene da sempre. Il primo reagire è stato il capo della diplomazia tedesca Joshka Fischer che nel corso dell'incontro atlantico annuale che si tiene a Monaco ogni 7 febbraio ha accolto con entusiasmo la proposta americana, interpretandola come un tentativo di costruire un partenariato euro-atlantico per il vicino e medio oriente. Ma altri paesi europei, Francia in primis, restano molto più circospetti.
Il conflitto israelo-palestinese
In primo luogo ogni opera di stabilizzazione di aiuto e di riforma per quella vasta regione non può prescindere da una risoluzione di fondo del conflitto israelo-palestinese. In tal senso Parigi fa notare che l'Europa non ha certo atteso gli Stati Uniti. Il processo di Barcellona, lanciato nel 1995 tra Unione europea e paesi del sud dell'est mediterraneo, ha come obiettivo proprio il raggiungimento della stabilità politica, della prosperità economica e della modernizzazione della società civile di quei Paesi. L'Europa ha consacrato dal 1995 miliardi di euro per questa politica di cooperazione. Mentre gli Stati Uniti per il momento non hanno intenzione di sborsare più di 150 milioni di dollari. «La nostra paura - dichiara un esperto di Bruxelles - è che gli americani si vogliono servire dei nostri strumenti per fare avanzare la loro visione geopolitica del Medio Oriente, relegandoci al ruolo di semplici finanziatori». Leggendo il documento americano di preparazione al G8, colpisce vedere fino a che punto venga ripreso nei dettagli il progetto di cooperazione europea con i suoi vicini mediterranei. Vengono persino riprese le conclusioni dell'ultimo summit mediterraneo per ridurre la «frattura numerica».

Lo strumento peggiore
Nel corso dell'ultima riunione dei ministri degli esteri dell'Ue, Javier Solana, alto rappresentante dell'Unione, ha sottolineato che «l'impulso deve venire dalla regione, l'Europa non deve definire un approccio diverso da quello degli Stati Uniti e lavorare attraverso le sue proprie istituzioni». Per quanto riguarda la dimensione "securitaria" del progetto e l'idea di implicarvi la Nato, a Parigi come a Bruxelles vi è più di una perplessità: «Sarebbe lo strumento peggiore che provocherebbe una reazione di rigetto» afferma un diplomatico francese. In effetti le prime reazioni nei paesi chiamati in causa sono state negative. I dirigenti arabi sospettano che Washington voglia creare un diversivo rispetto alla questione israelo-palestinese. Tanto più che sono stati informati dei progetti in gestazione alla Casa Bianca soltanto attraverso i diplomatici europei; un metodo che sembra di cattivo augurio per un eventuale «partenariato».

Nelle ultime settimane l'amministrazione americana si è sforzata nel correggere l'impressione di voler imporre la democrazia "chiavi in mano" ai paesi musulmani. Alla Nato i funzionari statunitensi si sforzano nel relativizzare: «Alcune nazioni vogliono stringere rapporti più stretti con l'alleanza atlantica, potrebbe trattarsi di esercitazioni militari, di formazione di ufficiali, di assistenza nella lotta antiterrorista» afferma uno di essi.

Ma molti europei fanno giustamente notare che si tratta di compiti che rientrano ampiamente nel quadro del «dialogo mediterraneo» che la Nato già intrattiene con sette paesi della regione (Algeria, Marocco, Tunisia, Mauritania, Egitto, Giordania e Israele). «Avere una stessa strategia che va dall'Afghanistan alla Mauritania non ha alcun senso» ironizzano dalla Commissione europea. In questo prologo di discussioni le divergenze tra Europa e Stati Uniti sul «Grande Medio Oriente» forse non sono tutte insormontabili, ma sono senza alcun dubbio reali.

Claire Tréan e Laurent Zecchini
da "Le Monde"
(Liberazione 28.02.04)