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    Predefinito Bossi, messaggio a Berlusconi "Posso dimettermi da ministro"

    A questo punto federalismo impossibile. Forse è meglio
    che io stia fuori". Poi scherza: "Gliela famo"

    "Ho detto solo da cittadino quello che pensavo sulla Curia e la Chiesa dei poveri. Se non c'è più il diritto di critica lo dicano"
    di GUIDO PASSALACQUA


    Umberto Bossi

    MILANO - L'umore di Umberto Bossi, nel pomeriggio, è pessimo. Anche se più tardi a Telepadania scherzerà e - in romanesco - dirà a proposito delle riforme: "Gliela famo". Domani, forse, troverà una "quadra" e la coalizione si rappattumerà fino al prossimo scontro all'arma bianca. Ma intanto dice: "Io Silvio non lo capisco più, certo non lo vorrei lasciare solo in preda alle alchimie di Fini e Follini". L'oggetto del contendere non sono certo le dichiarazioni sulla Chiesa ma le votazioni sulla devolution, l'unica cosa a cui il senatur tiene veramente: "Mi vogliono dipingere come un matto, come uno che non sa quello che dice, per fare il sillogismo un matto vuole fare le riforme, lui è matto, allora le riforme sono cosa da matti", dice. A Roberto Calderoli Bossi ha dato l'incarico di puntualizzare la sua posizione, il succo della dichiarazione è nascosto in una parentesi ("Se così non fosse gli converrebbe lasciar perdere di fare il ministro"). Non è la prima volta che Calderoli ne parla. Da ieri però il suggerimento non cade nel vuoto e lo stesso Bossi lo fa capire. Forse per vedere l'effetto che fa. "Mi sa che le riforme non si faranno fino a che io sarò ministro, soprattutto se io continuerò a esserci. È quasi un fatto personale".

    Allora si dimette, questa volta?
    "Questo lo dice Calderoli, non lo dico io. Vediamo. I miei mi vorrebbero fuori, sul territorio, a briglia sciolta".

    Sarebbe la crisi?
    "Perché"?

    Spieghi allora perché lei dovrebbe essere fuori dal governo.
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    "Ci sono da saldare un po' di conti e bisogna saldarli altrimenti non si va da nessuna parte".

    Non si capisce un bel niente delle dinamiche politiche della maggioranza. Non siete mai d'accordo.
    "Dal punto di vista personale l'imbarazzo è notevole".

    Le frasi sull'8 per mille le ha dette o no?
    "Certo, le dico da mesi nei comizi e nelle interviste, mi chiedo come mai all'improvviso si scatena tutto questo cancan, era tutto scritto, non credo che non leggano. Se pensavano che fosse una cosa tanto grave potevano intervenire prima".

    Forse c'è stato il combinato disposto dell'attacco della Padania al Papa sulla questione del romanesco e poi le sue dichiarazioni. Lei è un ministro della Repubblica, dovrebbe essere più prudente.
    "Le chiedo se è prevista la soppressione delle libertà costituzionali. Io non ho presentato un disegno di legge, non ho picchiato il pugno, non ho attaccato il Papa, ho detto solo quello che pensavo sulla Chiesa della Curia e sulla Chiesa dei poveri. Se non c'è più il diritto di critica me lo dicano. Io lo rivendico, voglio pensarla con la mia testa, ministro sì, ma prima cittadino".

    Di prudenza non se ne parla...
    "Questi non perdono l'occasione di saltarci addosso".

    Forse lei gliene dà la facoltà con le sue parole.
    "Ma insomma le riforme non vengono. Se pensano di poterci logorare giorno per giorno, votazione per votazione, si sbagliano, non vogliamo arrivare all'estate per vederci di fronte un testo stravolto".

    Non si fida più della coalizione?
    "La mia esperienza riformatrice mi sembra sia finita. Bisogna ritornare alla piazza e alla strada".

    Sicuro?
    "Penso di si".

    Ma con Fini ne ha parlato?
    "Ci parliamo al consiglio dei ministri".

    E con Berlusconi?
    "Silvio non lo capisco più. Mi sembra che la situazione sia complicata per tutti. L'altro giorno mi ha chiesto di impedire che la Lega corra da sola alle amministrative, ma noi non possiamo non andare da soli".

    Senta, ma la maggioranza si potrebbe rompere per una dichiarazione sulla Chiesa?
    "Non è così semplice. Provi a pensare: tutti sono d'accordo, da Bertinotti a Fini, sul dare addosso alla Lega per questa questione. Le pare logico? Le pare che abbia un senso politico? A me no. Ma lo ha letto il corsivo di Jena sul Manifesto?: 'Un capo della destra dice che la Chiesa straricca non è poi tanto buona e giusta e i leader della sinistra insorgono in difesa della Chiesa straricca. Si sono scambiati il copione?'".

    Cosa vuole dire? Che la Lega è d'accordo col Manifesto?
    "No. Ma pongo un problema politico. Se tutti sono schierati, questo vuole dire che il vero busillis non sono le mie dichiarazioni ma sono le riforme. Non vogliono le riforme. Questi sono per il Papa Re, quando nemmeno il Papa vuole essere Re, è un fatto emblematico, sono per il centralismo. Quella roba lì danneggia la Chiesa, non è che la rafforzi. Oggi è l'8 per mille, domani sarà un'altra cosa, ma questi sparano ogni giorno sulle riforme, si aggrappano a tutto".

    Lei non valuta positivamente la sua esperienza al ministero...
    "Come è messa la cosa, il federalismo, mi sembra impossibile da fare. Sono convinto che ci sia una buona dose di odio personale. Calderoli dice che potrebbe essere meglio che io stia fuori dal governo, è una sua idea. Vedremo. Certo è che io sul territorio conto di più che nel governo. Quello che vedo è che la maggioranza sta tirando a campare. Aspettano l'estate, magari poi all'orizzonte c'è un bel governo di unità nazionale".


    (3 marzo 2004)
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #2
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    Predefinito

    Intervista a Umberto Bossi
    «Dimettermi? Forse così salvo le riforme»

    «Non ho presentato un ddl contro l'8 per mille. Mi sa che da Bertinotti a Fini vogliono il Papa re»


    Umberto Bossi (Emblema)
    MILANO - Che a Umberto Bossi non dispiaccia l’idea di togliere le tende dal governo è storia che in Lega circola da qualche mese. Oggi un po’ di più. È una tentazione. Sempre più forte. «Io sono un grande incassatore. Reggo, reggo, reggo... Ma alla fine la domanda me la pongo: serve continuare così? Qualunque cosa io dica mi saltano addosso, c’è probabilmente dell'odio personale. E allora mi chiedo: c’è la possibilità di evitare tutto questo? Forse che con un altro leghista al posto mio cambierebbe la situazione? Se resto lì può darsi che le riforme non arrivino e allora è giusto riflettere... dilemma: io, segretario politico a tempo pieno, un comizio al giorno, su e giù per il Nord? Fuori a briglia sciolte sul territorio? Oppure io, ancora ministro? Sì, mi dispiacerebbe per Silvio. Poveretto lasciato solo in mano agli alchimisti. Non so se è tanto esperto di controalchimie. Però, io, prima o poi sono costretto a tirare le somme». Se fino a questo momento il senatur si è astenuto dal presentare le dimissioni da ministro è stato per tre motivi: non incrinare il rapporto con Silvio Berlusconi, rapporto che resta saldo; non dare partita vinta a Fini e a Follini nella infinita contesa che vede da tempo la coalizione sull’orlo della rottura; infine non mettere gli altri due ministri del Carroccio, Maroni e Castelli, nella condizione di trovarsi isolati o delegittimati dalla defezione del loro segretario (sia Maroni sia Castelli anche nell’ultimo consiglio federale hanno spiegato che di fronte a un abbandono di Bossi non sarebbero disposti a restare).
    Negli ultimi giorni e nelle ultime ore la situazione è però cambiata: il leader leghista ha fatto capire ad alcuni dirigenti che il passo di addio all’esecutivo - il suo passo d’addio non quello del Carroccio - non sarebbe poi un’ipotesi tanto campata per aria. Un segnale, nascosto in una dichiarazione di ieri e che va colto, lo ha dato Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato. Ha detto: «Bossi dovrebbe essere libero di apprezzare, criticare, contestare qualunque contributo, se così non fosse gli converrebbe lasciare perdere di fare il ministro». Parole non casuali. La questione dell’otto per mille alla Chiesa con le conseguenti prese di posizioni sia di Fini sia di Berlusconi è soltanto uno specchietto per le allodole. Dietro alla tempesta più recente c’è l’irrisolto rapporto fra le diverse anime della maggioranza e il tormentato tira e molla del disegno di legge sul federalismo. Bossi che in pubblico promette di continuare a esercitare «pazientemente» il suo ruolo e di non avere intenzione di lasciare il governo ha in verità un gran voglia di riprendersi le cosiddette mani libere e di svincolarsi da ogni impegno di governo: sa che il passo avrebbe una forte valenza politica ma non lo esclude. Se la minaccia di dimissioni fino a ieri era esercitata come arma di pressione adesso è qualcosa di più.
    Non che sia un atto automatico e certo, ma lo potrebbe diventare.
    Onorevole Bossi le sue uscite sull’otto per mille e sulla Chiesa hanno sortito uno scossone forte, l'ennesimo, nella coalizione. Non le sembra di avere esagerato?
    «Ho detto che sto con la Chiesa dei poveri e non con la Chiesa della Curia, che male c’è? Ho il diritto di esprimere il mio pensiero? Io lo rivendico: ministro sì ma prima ancora cittadino. È stata soppressa la libertà di espressione? Se non c’è più il diritto di critica me lo dicano. Ho presentato un disegno di legge sull’otto per mille? Ho attaccato il Papa? No».
    Un po’ di prudenza, da parte di un ministro, non guasta.
    «Il polpettone lo avete confezionato voi del Corriere della Sera e Fini ci è cascato».
    Sempre colpa dei giornali. Le ha dette o non le ha dette quelle frasi sui cardinali, sulla Chiesa, sull'otto per mille?
    «Sì, le dico da mesi nei comizi e nelle interviste. Solo ora qualcuno se ne accorge: quella roba lì, l’otto per mille, danneggia la Chiesa, non la rafforza mica. Perché prima sono stati zitti? Perché questo maledetto can can? E poi voglio sottolineare che io il Papa non mi sono permesso di attaccarlo. Semmai nel vedere la compagnia che è insorta, da Bertinotti a Fini, da D’Alema a Follini mi viene da sospettare che tutti questi signori sono per il Papa re quando nemmeno il Papa vuole essere re. Ma le ultime polemiche sulla Chiesa sono solo un pretesto».
    Quale pretesto?
    «Mi vogliono dipingere per matto, come uno che non sa quello che dice e per arrivare al sillogismo: un matto vuole fare le riforme, lui è matto allora le riforme sono cose da matti. Il problema vero è sempre quello: le riforme».
    L’articolo tre sul Senato federale è passato: un buon segno?
    «Me lo auguro. In ogni caso se sperano di logorarci giorno per giorno, votazione per votazione si sbagliano. Non intendo aspettare l’estate per vedere il testo stravolto».
    Si dimette?
    «Questo lo dice Calderoli».
    E lei che cosa risponde?
    «Io incasso, prendo cazzotti e cazzottoni ma reggo. Il problema politico però c’è. Purtroppo, ma spero proprio di sbagliarmi, ho il timore che la mia esperienza riformatrice si stia esaurendo. Se resto nel governo, se io Umberto Bossi resto nel governo le riforme si fanno? Se io, Umberto Bossi, esco dal governo che cosa accade? Su questo sto ragionando: bisogna ritornare a una Lega di lotta? Di certo per avere le riforme occorre tornare alla piazza e alla strada, con Bossi ministro o con qualche altro leghista al suo posto. Tirare a campare non si può più. Perché mai lasciare che si profili all’orizzonte un bel governo di unità nazionale? No: i problemi si risolvono ora. Vogliono distruggere me e con me le riforme. Se tolgo il disturbo salvo le riforme? Ecco il busillis».
    Con Berlusconi ha parlato?
    «A volte Silvio non lo capisco... mi sembra che la situazione sia complicata. L’altro giorno mi ha chiesto di impedire che la Lega corra da sola ma noi non possiamo. Si va da soli».

    Fabio Cavalera
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

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