Una strada possibile per le riforme: referendum costituzionale ed elezioni politiche anticipate


Uno dei mantra preferiti da Silvio Berlusconi è il richiamo costante alle necessarie ed indifferibili riforme costituzionali, per un cambiamento profondo e radicale dell’assetto istituzionale repubblicano. Fra i punti all’ordine del giorno vi sono la fine del bicameralismo perfetto e la creazione di un Senato federale, la diminuzione del numero dei parlamentari, il rafforzamento dei poteri del Presidente del Consiglio, il riassetto del Consiglio Superiore della Magistratura.

Alcuni importanti cambiamenti vennero introdotti in una legge di revisione costituzionale nel corso della XIV Legislatura (2001-06) dominata dal centrodestra. Quella legge, ricordata in modo sbrigativo come “devoluscion”, in quanto sponsorizzata dalla Lega Nord di Umberto Bossi, fu sonoramente bocciata dagli italiani nel giugno del 2006, l’anno della risicata vittoria di Prodi. La Casa della Libertà, con la strategia delle riforme approvate a colpi di maggioranza, non riuscì ad ottenere alcun risultato concreto.

Alla luce di ciò, ancora oggi molti esponenti politici predicano la strategia delle “riforme condivise”, frutto di intese concordate fra la maggioranza e le opposizioni (o almeno parti di esse). Questi appelli, pur condivisibili e di buon senso, rischiano però di scontrarsi con la dura realtà dei fatti, che vede il Partito Democratico ormai appiattito sulle posizioni irriducibili di Antonio Di Pietro. L’Italia dei Valori avrebbe gioco facile nel denunziare come tradimento ogni tentativo di incontro o di mediazione fra rappresentanti del PDL e del PD.

Si può facilmente prevedere, quindi, che da parte del centrosinistra moderato non vi sarà in futuro alcuna disponibilità a trattare sulle auspicate modifiche alla Costituzione. Il Cavaliere, consapevole dello stallo, non può far altro che premere per una accelerazione dell’iter parlamentare delle riforme, ed alludere alla possibilità di un ricorso al voto popolare tramite referendum costituzionale (obbligatorio qualora nella seconda votazione del provvedimento non si raggiunga il quorum dei due terzi in entrambe le Camere). Resta sempre presente, però, l’incubo di un risultato negativo nelle urne, talmente devastante da condurre quasi certamente a morte prematura la Legislatura.

Il gioco vale la candela? A certe condizioni, la risposta è affermativa. Fatti i dovuti calcoli, per l’approvazione di riforme strutturali di simile portata serve almeno un anno di tempo, fra dibattiti, polemiche, rinvii. Il percorso della revisione costituzionale è ulteriormente aggravato rispetto alle leggi ordinarie (si veda l’art. 138 della Carta). Dunque, si dovrà attendere come minimo l’autunno del 2010 prima del via libera delle Camere. Il referendum confermativo, in tal caso, potrà tenersi nella primavera del 2011.

Poichè, come appare, i destini del centrodestra sono legati alle riforme, non è difficile ipotizzare la convocazione in contemporanea delle urne per elezioni politiche anticipate. Nel caso in cui le modifiche venissero accolte dagli italiani, non avrebbe senso continuare una Legislatura delegittimata dai cambiamenti, in presenza di una seconda parte della Costituzione nuova di zecca. In caso di bocciatura, invece, maggioranza ed esecutivo perderebbero di credibilità agli occhi degli elettori. Un altro fallimento, dopo quello del 2006, non sarebbe tollerato.

Berlusconi, che gode attualmente di un vasto consenso (anche per demerito degli avversari), potrebbe quindi fornire la spinta decisiva alla Carta disegnata dal centrodestra abbinando il voto referendario con quello politico, a lui favorevole. E vincere tutto, inaugurando - attraverso la sua persona o con nuovi candidati Premier - la tanto auspicata Terza Repubblica.


Una strada possibile per le riforme: referendum costituzionale ed elezioni politiche anticipate