Dal Corriere di oggi:
ROMA - Non più tardi di due mesi fa, preoccupato per le voci ...
ROMA - Non più tardi di due mesi fa, preoccupato per le voci insistenti sulle difficoltà della Parmalat, un esponente del centrosinistra chiese notizie a Calisto Tanzi. «Non c’è nulla da temere - rispose il patron -: come un buon padre di famiglia ho fatto un po’ di debiti nell’interesse dell’azienda e dei figli». L’incontro si svolse a Parma. Negli ultimi anni Tanzi aveva ridotto la frequenza dei viaggi a Roma, dove un tempo curava in modo discreto quanto intenso i suoi rapporti con le istituzioni senza mai dimenticare di salire al Quirinale e di salutare il ministro dell’Agricoltura di turno. Ma il mondo in cui era cresciuto non c’era più, sebbene rimanessero tracce del passato, compresa quell’amicizia con Geronzi che gli era valsa l’ingresso nel Cda della Banca di Roma.
La storia di Tanzi è una storia che attraversa la prima e la seconda Repubblica, senza cesure. Appartiene all’album di famiglia dell’Ulivo, su questo non c’è dubbio, ereditato da quel pezzo di Scudocrociato che si oppose all’avvento del Cavaliere. Non a caso appoggiò la sfida di Prodi nel ’96, in ostilità a Berlusconi. Non a caso nel 2001 divenne azionista di Nomisma, così vicina al Professore. E non a caso il suo nome era nella lista degli imprenditori a cui rivolgersi, quando venne tentato il primo salvataggio dell’ Unità con D’Alema a Botteghe Oscure. Tanzi, insomma, è una costola del centrosinistra, fino a ieri ne è stato un fiore all’occhiello e il silenzio dinanzi al suo crac è dovuto all’incredulità prima che all’imbarazzo.
Il basso profilo adottato dalla coalizione sulla vicenda cela poi una meditata strategia: «Se avessimo affondato il colpo - spiegano alcuni ex ministri dell’Ulivo - avremmo finito per coinvolgere gli organismi di vigilanza che sono nel mirino di Tremonti, spianando la strada al suo progetto di annientamento». È ormai evidente che dietro alla crisi Parmalat si svolge una gigantesca battaglia di potere che comprende Bankitalia e Consob. In principio i Ds e la Margherita pensavano di far muro, in modo da difendere «i nemici dei nemici», cioè Fazio e Cardia.
Poi hanno ripiegato su posizioni più realiste, quelle teorizzate da Bersani e da Enrico Letta, secondo i quali «una cosa è riformare la Banca d’Italia, un’altra è metterla nelle mani di Tremonti». Così le vicissitudini dei Tanzi finiscono nel sottoscala della memoria. Ma Tanzi non era un imprenditore qualunque, e non era un imprenditore vicino alla Dc. Tanzi era un diccì. Prima che la sua azienda divenisse un impero, era iscritto alla sezione di Collecchio. Prima che diventasse demitiano era legato a Emilio Colombo, grazie al presidente della Cassa di Risparmio di Parma, Alessandro Duce, famoso per esser stato l’ultimo tesoriere dello Scudo crociato. Per il capo della Parmalat la banca cittadina fu sempre uno snodo politico e finanziario importante. Sfruttò l’amicizia di Goria per sponsorizzare il nome di un oscuro commercialista alla guida dell’istituto: in poco tempo, infatti, Luciano Silingardi prese il comando della banca. Silingardi, oggi imputato di corruzione insieme al procuratore capo di Parma per un’altra storia, ha fatto parte del Cda di Collecchio.
Come ogni industriale che conta, Tanzi ha avuto un leader politico, ma ne ha serviti tanti. Le relazioni con Andreotti gli garantirono i buoni uffici di Paolo Cirino Pomicino: tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, il ministro del Bilancio intervenne su Guido Carli, titolare del Tesoro, per consentire alla Parmalat un aumento di capitale. Era già una fase difficile per la società: i debiti ne minacciavano la crescita. In quel periodo il patron si affidò alla Akros del finanziere cattolico Roveraro per un progetto di risanamento.
Al piano collaborò anche Giuseppe Gennari, un businessman discusso, e che si dice fosse il proprietario del cavallo sul quale venne immortalato il capo della Procura di Milano, Saverio Borrelli.
Dopo quel piano la Parmalat spiccò nuovamente il volo. Tutti chiedevano e tutti ricevevano. Tanzi si distingueva in opere di assistenza, ingraziandosi anche gli alti prelati. In Vaticano vantava l’amicizia del segretario di Stato, il cardinale Agostino Casaroli, nativo di Piacenza ma affezionato alle montagne vicino Parma, dove trascorreva le vacanze estive e incontrava «Calisto». Il feeling con De Mita non ammette tuttavia paragoni. Tanzi lo conobbe attraverso un altro imprenditore, Rino Maggiali, che apriva la sua villa di Chiavari per allietare il riposo del leader di Nusco, e apriva la porta agli industriali che volevano conoscere il segretario della Dc. Al matrimonio del figlio di Maggiali, De Mita e Martinazzoli furono testimoni di nozze: tutto il mondo delle Partecipazioni statali era presente, in molti gareggiarono per guadagnarsi l’invito «e chi non c’era - ricorda uno degli ospiti - voleva dire che non contava nulla.
Maggiali finirà nei guai per l’inchiesta Rayton-Fissore, l’azienda del celebre fuoristrada Magnum che costò uno schizzo di fango anche a De Mita.
È probabile che all’inizio del rapporto - per usare le parole di un autorevole boiardo di Stato - Tanzi non sedesse «nella tribuna d’onore di Ciriaco». D’altronde l’uomo più potente d’Italia poteva vantare su un pacchetto di mischia composto da Prodi, De Rita, Fabbiani e Ruffilli.
Aveva il controllo dei centri nevralgici del potere, era intimo con grandi capitani d’industria. Ma in Tanzi vedeva «l’energia imprenditoriale di chi può svilupparsi nel mondo della comunicazione».
Era quello il tallone d’Achille, siccome Craxi si teneva ben stretto Berlusconi. La Rai non veniva conteggiata nel nuovo Risiko. «Bettino ha tre tv private». Così De Mita chiese al Cavaliere la cessione di una rete a favore di Tanzi, perché questa è la versione dei fatti fornita oggi anche da alcuni amici che non hanno abbandonato l’ex leader della Dc. De Mita chiese, e Sua Emittenza lo gabbò: «Ho una sola parola, onorevole. Faccia conto che il contratto è già firmato». Da allora Berlusconi è per De Mita «il più grande bugiardo che esiste sulla faccia della terra». Per il patron della Parmalat, Ciriaco rimarrà per sempre «la più grande intelligenza della politica italiana.
Negli anni Tanzi offrirà i suoi aerei per i viaggi del leader, e riceverà i fondi della legge speciale per il terremoto in Irpinia, grazie ai quali avvierà uno stabilimento Dietalat a Nusco. Si trattò di un «omaggio al presidente», visto che nel suo impero non tramontava mai il sole, visto che nelle favelas brasiliane c’erano solo due cose: la tv per vedere le partite della Selecao e il frigo per conservare i prodotti Parmalat. Nulla sembrava offuscare quel rapporto, finché l’inchiesta Mani Pulite e la crisi della prima Repubblica segnarono il distacco. Fu di quegli anni la deposizione dell’ex tesoriere della Dc, Severino Citaristi, che rammentò versamenti al partito da parte di Tanzi. E aggiunse che a indicarlo era stato De Mita. De Mita smentì, e c’è chi - ripercorrendo oggi quella stagione - ironizza ancora sul fatto che «Calisto in realtà era di manica stretta». Senza più lo scudo dello Scudo crociato, Tanzi si rifugiò dove altri suoi amici si rifugiarono. Fino all’epilogo.
Francesco Verderami
Politica




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