Il progetto del chitarrista della band: sei album fino a dicembre


«Da solo mi sento più libero ma non lascerò i Red Hot»

John Frusciante, nuovo cd: mi tuffo nel rock anni ’70


«Il meglio deve ancora venire». Così John Frusciante annuncia il suo nuovo e imponente progetto da solista: sei album fino a dicembre, praticamente un disco al mese. «Non sto andando troppo in fretta, come pensano in molti», assicura lui. Si intitola «The Will To Death» (il quinto album della sua carriera da solista) il disco che apre il progetto dell’ultimo «guitar hero», sopravvissuto agli eccessi del rock. Frusciante però non ha nessuna intenzione di lasciare i ritrovati Red Hot Chili Peppers che hanno appena pubblicato «Live In Hyde Park», primo cd dal vivo della loro ventennale carriera. «Posso fare benissimo tutte e due le cose. Mi bastano due giorni per registrare la mia musica, durante il weekend. E ho in mente anche un tour, non prima del 2005», ha detto il trentaquattrenne musicista e cantante newyorkese che ha le braccia coperte da tatuaggi e cicatrici, segni della sua vecchia dipendenza da cocaina ed eroina. Fra due giorni uscirà negli Stati Uniti «Automating Writing», dove però Frusciante si nasconde sotto il nome di Ataxia, con lui Josh Klinghoffer dei Bicycle Thief e Joe Lally dei Fugazi. «Ci sono momenti in cui mi sembra di suonare come Joe Strummer nel primo album dei Clash», ha raccontato. «Endless», invece, sarà pronto alla fine di settembre.
I nuovi suoni di Frusciante sono stati registrati in una manciata di giorni. L’ispirazione è arrivata dagli anni ’70: «Gli spiriti della musica sarebbero d’accordo con me: è importante uno sguardo al passato. Abbiamo registrato come se vivessimo nel 1971. Senza computer. Volevo un suono ruvido e imperfetto. Non bisogna forzare la musica, ma lasciarla arrivare quando vuole, soltanto così è vitale. E gli errori sono benvenuti, modellano le canzoni».
Appartengono all’era d’oro del rock anche i dischi che lo hanno ispirato: «Fear Of Music» dei Talking Heads, «The End» di Nico, «Fear» di John Cale, «Mona Bone Jakon» di Cat Stevens, «Goldbluff» dei Van Der Graaf Generator. Ma la nuova produzione è segnata soprattutto dai Velvet Underground. «Lou Reed e Nico hanno scritto tante canzoni oscure, per questo mi piacciono, anche nei miei pezzi è sempre presente la morte: non vuol dire raccontare la fine di qualcosa, ma un altro modo di vivere, che non riguarda la nostra realtà».
La realtà di Frusciante, oltre alla musica, oggi è fatta di libri gialli, yoga e analcolici alla frutta. Una tranquillità ritrovata, ma difficile da raggiungere. Entrò a 18 anni nei Red Hot Chili Peppers (per sostituire il chitarrista Hillel Slovak, morto per un’overdose). Ne uscì nel ’92, devastato dalla droga. «Era come se avessi 400 fantasmi alle costole che mi dicevano cosa fare. Mentre io volevo soltanto sdraiarmi sul divano e pensare a niente», ha detto dopo essere ritornato a suonare, nel ’98, con i suoi vecchi amici. «La musica è energia. Senza, non ci sarebbe nemmeno la vita. L’unica differenza fra un morto e un vivo è l’elettricità che scorre nel corpo. Di questa stessa forza è fatta la musica. C’è stato un periodo in cui quell’energia non scorreva più dentro di me. Sapevo tecnicamente come mettere insieme le note e suonare gli accordi. Ma non bastava». Il suo terzo album da solista, «To Record Only Water For 10 Days» del 2001, è un omaggio alla sua sopravvivenza e alla follia ispiratrice. «Ero fuori di testa - ha ricordato di recente - e non c’era nessuno che potesse aiutarmi. La musica mi ha riportato in vita. Quei fantasmi non ci sono più».