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    Bevar Christiania
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    Predefinito Dei toscani e massimamente dei pratesi

    Curzio Malaparte

    Dei toscani e massimamente dei pratesi



    Selezione di brani tratti da
    MALEDETTI TOSCANI
    A cura di Lorenzo Fiaschi




    Dei toscani...



    E maggior fortuna sarebbe, se in Italia ci fossero più toscani e meno italiani.


    Se è cosa difficile essere italiano, difficilissima cosa è l’esser toscano (1). E non già perché noi toscani siamo migliori o peggiori degli altri, italiani o stranieri, ma perché, grazie a Dio, siamo diversi da ogni altra nazione (2).
    Nessuno ci vuole bene (e a dirla fra noi non ce ne importa nulla). E se è vero che nessuno ci disprezza (non essendo ancora nato, e forse non nascerà mai, l’uomo che possa disprezzare i toscani), è pur vero che tutti ci hanno in sospetto. Forse perché non si sentono compagni a noi (compagno, in lingua toscana, vuol dire eguale) (3).
    Il sospetto e l’inimicizia degli altri popoli, italiani e stranieri, ci fanno senza dubbio onore, essendo segni manifesti di rispetto e di stima (4).
    In se stesso il toscano ha fiducia, pur senza orgoglio, ma negli uomini, nella pianta uomo, no (5). E non per la loro cattiveria [...], ma per la loro stupidità. Degli stupidi il toscano ha ribrezzo, perché non si sa mai cosa possa venir fuori da uno stupido (6).
    Che tutti gli italiani siano intelligenti, ma che i toscani siano di gran lunga più intelligenti di tutti gli altri italiani, è cosa che tutti sanno, ma che pochi vogliono ammettere. Non so se per gelosia, o per ignoranza di quel che sia veramente l’intelligenza: la quale non è furbizia, come si crede comunemente in Italia, ma un modo di abbracciar con la mente le cose, di comprenderle, cioè, e di penetrarle, mentre la furbizia è soltanto quello che il batter delle ciglia è in confronto con lo sguardo (7).
    La libertà è un fatto dell’intelligenza: ed è quella che dipende da questa, non l’intelligenza dalla libertà. Dirò che, nel concetto dei toscani, chi non è un uomo libero è un uomo grullo (8).
    Può darsi che i toscani abbiano torto, ma la schiavitù è sempre, ai loro occhi, una forma d’imbecillità: intelligenza e libertà essendo, in Toscana, sinonimi (9). Non può essere, infatti, per un puro caso che i toscani siano sempre stati un popolo libero, il solo, in Italia, che non abbia mai sofferto schiavitù straniera, e si sia sempre governato da sé, con la propria testa o con le proprie palle (10).
    E se qualche volta è capitata a noi pure la disgrazia d’esser governati da tiranni, bisogna riconoscere che una tal disgrazia è sempre durata poco, e che i tiranni ce li siamo sempre scelti in famiglia, eran di casa (11).
    Talché quei popoli che non son liberi paiono, agli occhi dei toscani, popoli stupidi. Naturalmente i popoli stupidi non ne vogliono saper di quei sinonimi, intelligenza e libertà, e pretendono di essere schiavi non per mancanza d'intelligenza, ma per forza maggiore. Il che è una riprova della loro stupidità, perché non c’è forza che resista all’acido e alla lima dell’intelligenza: tanto è vero che le tirannie non temono gli uomini forti, nerboruti, muscolosi, e stupidi, ma gli uomini intelligenti, sian pur magri, deboli, e di poche spalle (12).
    Dovevan proprio venire i piemontesi di Cavour, liberali e codini, i milanesi del Caffè, e i bacchettoni, i barbogi, i parrucconi, gli ipocriti di tutta Italia, a torcere il naso davanti alla sboccata insolenza dei toscani. A sentir quegli “italiani”, l’Italia vera non era quella sana, schietta, popolare che dice “’ioboia”, ma quella a quella a modino, di boccuccia stretta, di manine bianche, di nasino a ricciolo, di voce scivolosa, che dice “permio”, l’Italia, insomma, manzoniana. E chi sa che cosa sarebbe diventata l’Italia in mano a quei signori, se i toscani non avessero salvato l’antica e nobile tradizione di un’Italia popolare, sfrontata e sboccata, allegra e insolente, che è poi la sola Italia degna di rispetto, almeno agli occhi dei toscani, che di certe cose s’intendono più di tutti gli altri italiani (13).
    Gran fortuna per tutti, in Italia, che i toscani siano uomini intelligenti, e perciò liberi. E maggior fortuna sarebbe, se in Italia ci fossero più toscani e meno italiani (14).
    A esser italiani tutti son boni: ci son riusciti perfino i piemontesi e i siciliani! Ma provati a esser toscano, e pratese, se ti riesce (15).




    ...e massimamente dei pratesi



    Io son di Prato vo’ esser rispettato e posa il sasso, sai. (antico detto del popolo pratese)


    Se Pistoia ed Empoli, per tacer di Firenze, parlan male di Prato, giuro che non è colpa del popolo pratese, e non vien dal fatto che sia un popolo peggiore degli altri toscani, poiché è umanamente impossibile, anche per un toscano, esser peggiore di un altro toscano, ma dal fatto che è il più toscano dei toscani, se per toscani s’intende tutti quelli che son meno toscani dei pratesi (16).
    Io son di Prato, m’accontento d’esser di Prato, e se non fossi nato pratese vorrei non esser venuto al mondo (17). E dico questo non perché son pratese, e voglia lisciar la bazza ai miei pratesi, ma perché penso che il solo difetto dei toscani sia quello di non esser tutti pratesi (18).
    S’immagini quello che sarebbero stati un Dante, un Petrarca, un Boccaccio, un Donatello, un Arnolfo, un Brunelleschi, un Michelangelo, se invece di nascere qua e là, sparsi tutt’intorno a Prato, fossero nati a Prato: e quel che sarebbero Firenze, Pistoia, Pisa, Lucca, Siena, Arezzo, Livorno, se invece di crescere sparpagliate, come sobborghi tutt’in giro alle mura di Prato, fossero state costruite proprio dentro Prato! Sarebbe stato certo un bel guadagno per tutti: perché la storia di Prato sarebbe stata la storia d’Italia, mentre ora la storia d’Italia è la storia di Prato (19).
    Non mi par giusto, perciò, che fiorentini e pistoiesi, non so se per gelosia o per prudenza, fingano di non conoscerci, e a chi domanda loro notizie dei pratesi fan le finte di non saperne nulla, di non averci mai sentiti nominare: “Prato? la mi riesce nova”, e intanto si dan nell’occhio, e cercano di sviare il discorso, parlando di quanto è bella Firenze, e di quanto è grande Pistoia: quando Firenze, per noi pratesi, non è altro che una Prato di fuor di Porta Fiorentina e Pistoia nemmeno esisterebbe se a Prato non ci fosse la Porta Pistoiese (20).
    E mi fan ridere, quanti credono di offendere i pratesi dicendo che sono il popolo più becero che sia in Toscana, anzi in Italia. Come se becero fosse un ingiuria. Un becero è un becero: cioè un toscano allo stato di grazia. E i pratesi son beceri, quando son beceri, non per il fatto che lavoran gli stracci, [...], bensì per il fatto che dicono a voce alta in piazza quel che gli altri italiani tacciono o sussurrano fra quattro mura, in famiglia, e che non han paura di parlare come pensano, mentre gli altri italiani pensano come parlano, cioè biascicando i pensieri come biascicano le parole, e che non temono di “bociare” anche quando hanno torto, mentre gli altri italiani temono di vociare anche quando han ragione, e che, finalmente, son beceri ma pratesi, mentre gli altri italiani son beceri senza neppure il beneficio d’esser toscani, e pratesi (21).
    Che l’esser pratese sia un gran beneficio, e più un merito che una fortuna, si vede dall’accanimento dei pratesi nel mantenersi pratesi, quando sarebbe loro così facile farsi passar per fiorentini. (E ce ne sono, per fortuna, che vanno a star di casa a Firenze, e si fan passare per fiorentini: ma son come i fagioli che vengono a galla nel bollore: son bacati, e il bollore li butta fuor di Prato come fuor di una pentola, e fuor di Prato c’è Firenze. Peccato, però, che Firenze stia fuor di Prato: mi fa l’effetto di un cane fuor dell’uscio (22).
    Siccome i pistoiesi sono un popolo cortese, lento, quieto, e han l’aria, senza volerli offendere, un po’ addormentata [...], si direbbe che tengano, anche oggi che non c’è più, dalla parte del Granduca, tanto è vero che parlano con la lisca [...] (23). Gran peccato, che i pistoiesi abbiano la lisca, e parlino con la zeta! Perché, a parte il resto, che qui non conta, si può dire in tutta coscienza che i pistoiesi abbian tutto dei toscani, tranne il lato cattivo, che è il meglio dei toscani, massimamente dei pratesi (24).
    I quali son lavoratori, traffichini, inventamestieri, e hanno il cuore più largo della mano: spendono tutto quel che guadagnano, e tanto son brava gente finché rimangono poveri operai, quanto sono avidi e pelosi non appena fanno, con le buone o con le cattive, un po’ di quattrini, e da operai diventan padroni, da tessitori impannatori. (Il che, tuttavia, non è proprio dei pratesi, ma di tutti i popoli del mondo, e non c’è da meravigliarsene.) Ho detto che sono inventamestieri: e infatti i mestieri che fanno i pratesi se li sono inventati loro, a cominciar da quello d’esser pratesi, perché anche l’esser pratese è un mestiere, e non è tra i più facili: pratese vuol dire uomo libero, e il mestiere dell’uomo libero, come tutti sanno, non è certo tra i più facili, specie in Italia (25).
    Dall’essere un uomo libero ad aver pochissima stima di chi comanda, il passo è corto, e non è perciò da stupire se noi di Prato siamo un popolo, grazie a Dio, senza padroni, nemico d’ogni autorità, spregiatore d’ogni titolo e d’ogni prosopopea (26).
    Rabbiosi, rissosi, riottosi, i pratesi son tuttavia non soltanto buoni lavoratori, benché non voglian sudare per gli altri, ma anche buoni soldati, benché vadano in guerra a occhi aperti e non intendan morire per nessuna cosa in cui non ci sia, anche per loro, qualche speranza di guadagno. Morire è un conto, e rimetterci è un altro conto. E non mi sembra che abbian torto. Poiché, come stimano una grossa coglioneria il lavorare per gli altri, e perciò ognuno si adopra a lavorar per sé, così stimano il morire in guerra una coglioneria ancora più grossa: se è vero che anche il morire in guerra è un lavorare per gli altri, anzi, peggio, un far guadagnare milioni a chi rimane a casa a sfruttare chi lavora e chi muore (27).
    Ma se in tutta la nostra storia noi di Prato non abbiamo mai vinto una battaglia (non è poi tanto difficile, è solo questione di denaro: e non l’abbiamo vinta perché non eravamo così ingenui da pagare, come facevano le altre città italiane, qualche masnada di mercenari stranieri che la perdessero per conto nostro), abbiamo fatto tuttavia per la civiltà e per l’Italia molto più che vincere una battaglia [In realtà, non solo Prato ha vinto qualche battaglia, ma ha concluso vittoriosamente anche qualche guerra: per tutte cito quella vinta contro Pistoia nel 1193. Si tenga presente che Prato è l'unica in Toscana che sia riuscita a conquistare territori del contado fiorentino - n.d.c.]. Tutti son buoni a far gli eroi con la pelle degli altri: ma se non c’eravamo noi pratesi a inventar la cambiale e l’assegno bancario [...], il commercio in Europa sarebbe morto sul nascere, e l’Italia, per non dir Firenze, non sarebbe diventata la prima potenza bancaria del mondo (28).
    E qui mi par cosa onesta dire che, se fra i toscani , i quali son tutti degnissimi di rispetto, ce ne sono alcuni più rispettabili degli altri, quelli sono i pratesi [...]. Perché i pratesi son toscani a modo loro, e non han nulla a che fare con Roma e coi romani (cui la toscana non perdonerà mai la brutale schiavitù, le feroci persecuzioni, i crudelissimi eccidii, e la morte della lingua etrusca [...]), ma sono scesi in tempi tardi [...] a vender vino e civaie ai Longobardi della fortezza di Borgo al Cornio, che fu il nocciolo di Prato (29) [Le recenti scoperte archeologiche, assommate a quelle dei decenni e secoli passati, hanno confermato l'esistenza, nei luoghi dell'attuale città, di abitati organizzati risalenti alla civiltà villanoviana e di una vera e propria città etrusca, risalente al VI-V secolo a.C., che dominava la valle e la via per l'Emilia. Queste scoperte spostano indietro di almeno 1.500 anni l'origine dei pratesi e di Prato, e indirettamente confermano quanto detto dal Malaparte: i legami tra Prato e Roma sono praticamente inesistenti, non perché i pratesi siano nati dopo, ma piuttosto perché hanno origini ben più antiche dei romani - n.d.c.].
    Da quell’incontro con i Longobardi son nati prima i pratesi, e poi Prato: che nulla debbono, perciò, al solito Mario, al solito Silla, e al solito Cesare, perché son nati quando Roma e i romani eran già morti, e si son fatti una storia per conto proprio, tutta pratese [...], senza dover nulla a nessuno (30).
    Poiché di tutto i pratesi san far guadagno, a cominciar dagli stracci, che arrivano a Prato da ogni parte del mondo, dall’Asia, dall’Africa, dalle Americhe, dall’Australia, e più sozzi, più pidocchiosi, più cenci sono, e più son materia preziosa per un popolo che sa far ricchezza dei rifiuti di tutta la terra (31) [Ovviamente si deve considerare che Malaparte si riferisce ad una attività che, nel periodo a lui contemporaneo, ha fatto la fortuna di Prato, ma che ora non costituisce certamente l'attività principale del Distretto Industriale di Prato - n.d.c.].
    [...] Tutta a Prato, e tutta in stracci, va a finire la storia d’Italia [...] (32).
    E non soltanto la storia d’Italia, ma quella di tutta Europa finisce a Prato, fin dai tempi più remoti [...] (33). A Prato, dove tutto viene a finire: la gloria, l’onore, la pietà, la superbia, la vanità del mondo (34).
    E poi c’è ancora chi si meraviglia che i pratesi non credono in nulla di tutto ciò in cui credono gli altri (35)? Eppure non sono da meno degli altri, quando proprio non possono tirarsi indietro, nel buttare la propria pelle al macero, benché meglio di chiunque sappiano che anche della loro pelle c’è sempre al mondo chi fa commercio e guadagno (36).
    O mirabile non curanza dei pratesi, che non si meravigliano né si arrabbiano né si scandalizzano di nulla, e della grandezza umana, della superbia degli uomini, ridono, perché sanno di che son fatte. O semplicità dei pratesi, che sanno d’essere nati dal nulla, ma non fanno come tanti altri, che anche quando vanno a piedi sembra che vadano in carrozza, e quando camminano fan suonare i dindi nelle tasche, per far vedere che son gente per bene, e che i soldi per pagarsi la reputazione ce li hanno. O lealtà dei pratesi, che non si vergognano d’esser nati poveri (e a dire il vero non si vergognano nemmeno d’esser diventati ricchi), e non si danno le arie d’esser figli di nobili e di preti, com’è d’uso in certe parti d’Italia, e restano gente del popolo anche quando vanno in carrozza, che per loro è soltanto un modo di andare a piedi stando seduti, [...] e sono esempio di semplicità e di lealtà in un mondo, dove tutti cercano di nascondere quel che sono, e che erano, e si danno l’aria d’essere, il contrario di quel che sembrano (37).

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  2. #2
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    Predefinito Rif: Dei toscani e massimamente dei pratesi

    Bellissimo questo estratto, comunque al giorno d'oggi Plato unn'è più la Prato di un tempo e comunque...
    Bisognerebbe fà di Prato campi e di Campi prato

  3. #3
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    Predefinito Rif: Dei toscani e massimamente dei pratesi

    Ho una copia in bella vista che troneggia nella mia libreria
    "I socialisti sono come Cristoforo Colombo: partono senza sapere dove vanno. Quando arrivano non sanno dove sono. Tutto questo con i soldi degli altri."

  4. #4
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    Predefinito Rif: Dei toscani e massimamente dei pratesi

    Si tenga presente che Prato è l'unica in Toscana che sia riuscita a conquistare territori del contado fiorentino - n.d.c.].
    Si, come no, ricordo che Poggibonsi e Colle val d'Elsa erano passate a Firenze e Siena se l'è prese a legnate.

    Tutti son buoni a far gli eroi con la pelle degli altri: ma se non c’eravamo noi pratesi a inventar la cambiale e l’assegno bancario [...], il commercio in Europa sarebbe morto sul nascere, e l’Italia, per non dir Firenze, non sarebbe diventata la prima potenza bancaria del mondo.
    Mai sentito parla' di Sallustio Bandini?

    O' pratesi, sarete anche simpatici, ma ciavete riempito di cinesi, accident'avvoi!

  5. #5
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    Predefinito Rif: Dei toscani e massimamente dei pratesi

    Citazione Originariamente Scritto da virus Visualizza Messaggio
    Mai sentito parla' di Sallustio Bandini?

    Ho paura per te che viene poco dopo i mercanti/banchieri Lucchesi e Fiorentini.
    "I socialisti sono come Cristoforo Colombo: partono senza sapere dove vanno. Quando arrivano non sanno dove sono. Tutto questo con i soldi degli altri."

  6. #6
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    Predefinito Rif: Dei toscani e massimamente dei pratesi

    Citazione Originariamente Scritto da Supermario Visualizza Messaggio
    Ho paura per te che viene poco dopo i mercanti/banchieri Lucchesi e Fiorentini.
    Non volevo fare una gara con i pratesi, volevo solo ricordare un grande illuminato, che avrebbe influenzato fortemente la politica liberista di Leopoldo.

 

 

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