Per motivi incomprensibili le italiane sono le donne che fanno meno figli al mondo, favorendo così l'immigrazione.
Sarà perchè lavorano, si dirà.
No, le donne italiane sono anche quelle che lavorano meno al mondo.
Qualcuno mi faccia una statistica per vedere se per caso sono anche quelle con meno telefonini e comodità al mondo.
Secondo me le abbiamo viziate troppo, è ora che tornino al loro posto, per colpa loro la nostra società si sta disgregando.
Il Paese delle donne dimezzate
In Europa l´Italia è ultima sia per occupazione femminile che per livello di natalità
Colpa di un modello di stato sociale che fa scarseggiare asili nido e servizi per anziani
"Una ragazza che non sa dove tenere il figlio o a chi affidare il padre malato spesso deve lasciare il lavoro o smettere di cercarlo"
I dati confermano: una donna su cinque si ritira dalla professione o dall´impiego fra i 21 e i 30 anni, dopo la nascita del primo bambino[/
GIANCARLO MOLA
da Repubblica - 8 marzo 2004
ROMA - Il tempo delle scelte dolorose arriva dopo i vent´anni, al termine degli studi liceali o universitari. È il momento in cui il sogno giovanile delle ragazze - famiglia e carriera - entra in rotta di collisione con la realtà. Ben diversa: famiglia o carriera. C´è tutta l´anomalia italiana, in quel cambio di congiunzione. C´è il peso di decenni di ritardo culturale e pigrizia politica. Ma soprattutto l´insostenibile leggerezza di un welfare incapace di conciliare maternità e lavoro, realizzazione nella vita privata e pari opportunità nello spazio pubblico.
È proprio il modello di stato sociale a fare dell´Italia il fanalino di coda in Europa sia per occupazione femminile sia per natalità (le due questioni poste dal presidente Ciampi). È la scarsezza di asili nido e servizi per gli anziani a costringere le donne all´opzione secca: rinunciare al lavoro o rinunciare alla famiglia. Per capirlo basta incrociare le statistiche. Lo fa, per esempio, una ricerca recente Iref-Acli, che mette sotto la lente d´ingrandimento il livello di welfare nelle regioni italiani. Ecco i risultati: nelle aree più ricche del paese (quelle del Nord) il tasso di occupazione delle donne fra i 20 e i 34 anni supera abbondantemente il 60 per cento, nelle zone più povere (il mezzogiorno) la percentuale di donne lavoratrici precipita al 24,8 per cento.
Una forbice spropositata, che si restringe enormemente prendendo in esame il tasso di occupazione maschile nelle stesse aree. E che si spiega analizzando il livello dei servizi a disposizione delle famiglie. Nel primo gruppo di regioni settentrionali, dieci bimbi con meno di due anni su cento possono contare su un posto in asilo nido, nel secondo gruppo la percentuale scende al 3,3 per cento. Il discorso non cambia se si guarda il numero di posti letto in case di riposo ogni cento anziani ultrasessantenni: 4,9 dall´Emilia Romagna in su, 1,5 dall´Abruzzo in giù.
«Una donna che non sa dove tenere il figlio appena nato o a chi affidare il padre malato spesso non ha altra scelta, deve rinunciare a cercare un lavoro o abbandonare quello che ha trovato», dice Cristiano Caltabiano, sociologo e autore della ricerca Iref-Acli. Una considerazione confermata dai numeri: una donna su cinque si ritira dalla professione o dall´impiego fra i 21 e i 30 anni, dopo la nascita del primo figlio. È anche una questione economica. Il costo dei servizi si aggiunge alla loro scarsezza. Lo stipendio di una donna (più basso del 25 per cento, in media, rispetto a quello di un uomo) rischia di non essere sufficiente a pagare baby sitter o badante. E allora rimanere a casa ad accudire la famiglia diventa addirittura conveniente.
Eppure, alle donne, la voglia di mettersi in gioco, affermarsi nel lavoro non manca. Non a caso affrontano con più assiduità e con più successo gli studi: il 73,4 per cento delle giovani fra i 20 e i 24 anni ha oggi in mano almeno un diploma di scuola media superiore (un livello analogo a quello delle ragazze tedesche e inferiore di appena tre punti alla media Ue). Fra i ragazzi, la percentuale di diplomati o laureati scende al 66,4 per cento (in Germania - per mantenere il paragone - è al 72,6 per cento): in questi casi la media europea è lontana di cinque punti.
Le speranze lasciano dunque il posto alla delusione e alla frustrazione. I tentativi di tenere insieme famiglia e lavoro si caricano di stress. E allora si torna indietro. È accaduto, di recente, anche nel mondo dell´imprenditoria: secondo la Camera di commercio di Milano, nel secondo semestre del 2003 si sono perse per strada - complessivamente - 16.400 aziende al femminile (quelle al maschile sono aumentate più o meno nella stessa misura). Se poi si considera il lavoro dipendente, la situazione non migliora. I progressi sono lentissimi. Il tasso di occupazione femminile in Italia è il peggiore d´Europa (il 42 per cento nel 2002, era il 35,8 per cento nel 1993). Ebbene, nello stesso periodo la Spagna ha fatto un balzo enorme, passando dal 30,7 per cento al 44,1.
Non c´è da stupirsi, quindi, che manchi l´ottimismo, che a nutrire sfiducia per il futuro siano proprio le donne. «La giovani famiglie di oggi - conclude Caltabiano - sono diverse da quelle di vent´anni fa. Allora almeno c´era un reddito sicuro: era il perno del welfare all´italiana che abbiamo ereditato. Adesso non c´è più nemmeno quello. Il lavoro flessibile può anche essere un´opportunità. Ma a condizione che aumenti il sostegno alle famiglie, che cresca il livello dei servizi. Non è con un assegno di mille euro che si risolve il problema».




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