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Originally posted by poliedrico
Cari forumisti,
la Costituzione del Vaticano II Sacrosanctum Concilium è senza alcun dubbio il frutto maturo di una storia più che centenaria, che ha visto raccogliere e convergere istanze provenienti dal mondo della ricerca teologica, storica e liturgica, come pure dall’esperienza liturgica della tradizione monastica e dalla sofferta azione pastorale di non pochi responsabili nel ministero.
Il “Movimento liturgico” è la punta più alta e il volto più riconoscibile di tale storia più volte secolare; bisogna includervi però un' ampia base, più silenziosa, eppure non meno significativa e attiva. I Padri Conciliari hanno riconosciuto autorevolmente “questo fiume” e ne hanno riproposto le grandi linee alla Chiesa.
Al corteo, nobile e operoso, di tutti coloro che hanno alacremente lavorato negli anni pre-conciliari, ai periti, che hanno reso possibile la stesura del testo conciliare, ai vescovi uniti al Papa, che hanno discusso e approvato il documento, a tutti va oggi, quarant'anni dopo, la nostra gratitudine.
Essi hanno trasmesso la grande tradizione, autenticamente rinnovata, alle istituzioni ecclesiali, centrali e locali che, secondo le rispettive competenze, hanno gradatamente messo in pratica le indicazioni del Concilio, sia a livello ispirativo e normativo, sia sul piano della prassi celebrativa e dell’animazione pastorale. In questa fase di attuazione, il fiume è divenuto una sorta di enorme corso, dall'alveo vastissimo, dove si mescolano ormai centinaia di culture, di lingue, di comunità e di luoghi pastorali in cui la liturgia viene vissuta e sviluppata.
Anche a tutti coloro che hanno accolto lo spirito e la lettera della Sacrosanctum Concilium, prestandole generosa, intelligente e creativa realizzazione, va la nostra riconoscenza senza riserve.
Nello stesso tempo intendiamo sostenere, incoraggiando e offrendo ogni utile contributo di riflessione e di ricerca, i singoli e le diverse istituzioni formative, rivolte sia al clero sia al mondo dei religiosi e religiose sia ai fedeli laici, nel proseguire lo studio, l’approfondimento e la tenace concretizzazione degli ideali conciliari. Tale linea di “formazione continua” risponde al cap. I, parte II (nn. 14 19) della Costituzione liturgica stessa.
Come ogni riforma ecclesiale veramente incisiva, che penetra nel vivo della vita cristiana, la riforma della liturgia ha suscitato incomprensioni e ha messo in luce varie forme di incoerenza.
La prima remora è derivata probabilmente da una prevedibile resistenza al cambiamento, che in campo rituale mette in crisi radici profonde e affettività pronunciate. La necessaria gradualità nel proporre modifiche e mutamenti si è dovuta articolare con un'urgenza, fortemente sentita, di riformare un campo così vitale per tutta la Chiesa. Non sempre le resistenze sono state illuminate, né le urgenze sono state perseguite in modo paziente, graduale e fiducioso. La stessa condizione attuale dei riti riformati non si può dire abbia raggiunto sempre e dovunque soluzioni interamente soddisfacenti per un pacifico possesso generale.
Secondo la dottrina conciliare, tutta la Chiesa è soggetto dell’azione rituale. Infatti nella celebrazione liturgica ha luogo “la principale manifestazione della Chiesa”. E ciò avviene “nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo di Dio”(cfr. SC 41).
La liturgia esprime dunque con pienezza sia la funzione comune dei battezzati, il loro sacerdozio battesimale, sia la funzione dei ministri ordinati, la sacramentalità propria del loro essere diaconi, presbiteri, vescovi. L’adesione profonda al dettato conciliare comporta una indubbia conversione ecclesiologica, l’acquisizione convinta di un modello comunionale che lega insieme, nella reciprocità delle funzioni (cfr. LG 10), l’originaria comune dignità e la peculiarità del compito proprio a ciascuno.
Non è difficile scorgere in non poche critiche alla riforma liturgica e alla sua attuazione, il persistere di un malinteso o di una ripulsa di una rinnovata ecclesiologia. Sarebbe profondamente contrario alla dottrina di Sacrosanctum Concilium e di Lumen Gentium ritornare a una scissione, anche solo velata, tra fedeli laici e ministri ordinati o, con appropriata immagine, tra presbiterio e navata. Occorre invece promuovere in modo sempre più convinto la corresponsabilità di tutto il Corpo di Cristo, che vive nei cristiani e che si articola nella varietà dei compiti e dei servizi. Sarebbe altresì non in sintonia con l’autentico spirito del Concilio sottovalutare anche sotto questo aspetto l’importanza delle chiese particolari (in quibus et ex quibus una et unica Ecclesia catholica exsistit, LG 23 e 26; CD 11). E’ probabile che l’approfondimento teologico su questi temi fondamentali possa e debba ancora offrirci copiosi frutti.
Il tema ricorrente fra coloro che ritengono di dover opporre un ulteriore rifiuto allo sviluppo della riforma liturgica è quello di una come dicono perdita del “senso del mistero”. Se questa critica è provocata da una sconsiderata maniera di pensare, gestire e attuare le celebrazioni, al di fuori di una assunzione di responsabilità nei confronti e del mistero di Cristo e delle esigenze dei cristiani, essa tocca non tanto il progetto riformato e i programmi conseguenti, quanto piuttosto coloro che dovrebbero aver appreso a rispondere delle loro azioni.
Se invece la conclamata perdita di senso del mistero si riferisse a una concezione che si richiama più alla “seduzione dell’arcano” che alla “mistagogia” cristiana, occorre ribadire la centralità del mistero di Cristo, incarnato, morto e risorto, unico autentico paradigma della sacralità, o meglio, con nome proprio, della santità cristiana. Essa si attua nella “carne” ed è animata dallo Spirito, si nutre dei simboli delle culture umane e li vitalizza con i grandi significati della storia della salvezza. Non nutre sospetti manichei né coltiva spiritualismi disancorati dalla storia. Si traduce in 'ritus et preces' accuratamente predisposti e ne fa un uso attento, impegnato e rispettoso.
Segnale caratteristico ne è la presenza di momenti e tempi di silenzio, opportunamente presenti nelle norme rituali e, si spera, diligentemente osservati. Segno più ampio e avvolgente ne è anche il mai interrotto apporto delle arti, quelle visive e quelle della parola, del canto e della musica, le quali danno respiro all'azione rituale e offrono allo spirito una benefica molteplicità di sensi e di rimandi.
Da questo autentico senso di santità, infine, sono egualmente alieni tanto il formalismo cerimoniale (pura messa in scena) quanto l’accensione improvvida di emotività e di entusiasmi di folla, che non aggiungono nulla all'interiorità dell'azione liturgica.
L’impegno per un futuro migliore, sull'onda delle buone realizzazioni che già possono essere messe all'attivo di questa stagione post conciliare, dovrà essere adeguato alla gratitudine e alla riconoscenza che si sono ora espresse nei riguardi di tutti gli artefici, antichi e recenti, del rinnovamento liturgico.
Il cantiere di tale rinnovamento non è, e non deve essere considerato, chiuso e bloccato una volta per tutte. Restano ancora grandi compiti da onorare. Desideriamo invitare tutti, da chi vi si dedica in modo più diretto, con competenze specifiche, fino a tutti quelli - e sono l’immensa maggioranza dei credenti che praticano costantemente il culto divino, a un profondo senso di speranza.
Lo Spirito di Dio, che ha guidato i Padri Conciliari nei luminosi giorni del Concilio, lui stesso continuerà a ispirare il grande corpo della Chiesa nei tempi, talora grigi, del suo “pellegrinaggio nella storia”.
Il proseguimento della seria ricerca biblica e teologica sui temi attinenti al culto divino sarà senza dubbio un sostegno prezioso allo sviluppo e al consolidamento di una liturgia sempre da rinnovare nel suo spirito e anche, occorrendo, nelle sue pratiche concrete.
Il problema che svetta su tutti è - oggi ma soprattutto nel prossimo avvenire quello di una culturazione paziente e ininterrotta.
È in gioco la vera identità di ogni Chiesa e la possibilità di garantire un futuro auspicabile al celebrare cristiano. È un settore di proporzioni vastissime, che dovrà continuare a fare appello a tutte le scienze, conoscenze, discipline umane, che abbiano un rapporto con la ritualità e la teologia, la spiritualità e la pastorale.
La questione si pone in modo nuovo, ma è la traduzione di una tensione che muove fin dalle sue origini la Chiesa di Cristo.
Attilio Rovelli
Docente di Sacra Liturgia
presso il Pontificio Istituto liturgico S. Anselmo di Roma
Caro Poliedrico,