Un numero speciale dei “Quaderni Padani” dedicato al “professore”
Gianfranco Miglio, uomo libero e scomodo
di Elena Percivaldi

Sono passati ormai quattro mesi da quel 10 agosto in cui Gianfranco Miglio, dopo una lunga e terribile malattia che lo ha fiaccato nel corpo ma non nello spirito, passava a miglior vita nella sua casa di Como. Quattro lunghi mesi in cui tutti quelli che hanno amato e amano la libertà hanno continuato a ricordarlo con affetto e a riflettere sul suo pensiero, così innovativo e dirompente da risultare per la classe politica italiana media - solitamente tutta parole e niente fatti, e sempre pronta a scandalizzarsi quando qualcuno osa di mettere in dubbio le parole d’ordine del sistema - persino scandaloso. Forse fu questo il merito principale, insieme all’aver richiamato l’attenzione sull’urgenza di riforma del Paese chiamato Italia. A quattro mesi dalla scomparsa, a Varese, La Libera Compagnia Padana - l’associazione culturale che da anni ormai opera attivamente nel campo dell’autonomismo e dell’indipendentismo - ha voluto tributare a Miglio il giusto omaggio con un numero speciale (il 37-38) della sua rivista Quaderni Padani, intitolato appunto “Gianfranco Miglio: un uomo libero” (per richiederlo, L.L.C.P., Casella Postale 55, Largo Costituente 4, 28100 Novara, tel. 333 1416352). La presentazione è avvenuta durante il convegno (organizzato dalla Compagnia con la promozione dell'Assessorato alle Culture, Identità e Autonomie della Regione Lombardia), svoltosi domenica a Varese, sul tema “Culture, arti e popoli in Lombardia. La forma dell'identità. Cultura identitaria, architettura e paesaggio popolare”, una giornata che ha visto i relatori intervenuti (Giovanni Simonis, Leo Miglio, Giulio Crespi, Luisa Bonesio, Gilberto Oneto) esaminare il valore dell'architettura popolare, della costruzione del paesaggio e dei riferimenti ambientali nella formazione e conservazione dell'identità dei popoli: un tema poco studiato ma che assume importanza fondamentale anche sotto la particolare luce della resistenza al globalismo e per l'affermazione dell'indipendentismo padano. Un tema che al “professore” sarebbe piaciuto molto. La pubblicazione è molto ricca e contiene interventi di prim’ordine. Due le sezioni in cui si divide: una critica e una antologica. Dopo una premessa di Carlo Stagnaro (curatore del volumetto), il breve scritto “La speranza è nell'opera” di Leo Miglio e una biografia del “professore” rappresentano la migliore introduzione al Miglio-pensiero e al Miglio-personaggio. Quest’ultima chiave di lettura è affrontata nella sottosezione “Il maestro e il collega”, nella quale Miglio viene ricordato da docenti e intellettuali che hanno lavorato al suo fianco. I contributi sono prestigiosi, e basta scorrere i nomi: Alessandro Vitale, Roberto Formigoni, Augusto Barbera, Giancarlo Pagliarini, Massimo Cacciari, Alessandro Campi e Alberto Quadrio Curzio. Lo stesso si può dire per gli scritti che ne ripercorrono invece il pensiero di “intellettuale anticonformista”, di Ettore A. Albertoni, Gilberto Oneto, Lorenzo Busi, Alessandro Vitale e Stefano Talamini, Leonardo Facco. La sua verve di “politico scomodo” torna in tutta la sua veemenza nei contributi di Gilberto Oneto (Gianfranco Miglio padano e padanista), Antonio Cardellicchio (Sud e Nord insieme per dividersi. Uno sguardo meridionale su Miglio) e Marcello Staglieno (È Gianfranco Miglio il vero "precursore" della Seconda Repubblica), mentre un ricordo del professore e dei suoi rapporti con Bossi è tracciato in Miglio e la Lega e nello scritto di Davide Gianetti Gianfranco Miglio e il diritto di secessione. Tutte cose che egli stesso spiegò nella Lettera agli elettori che Miglio scrisse in occasione delle elezioni del ’92, quando era candidato al Senato per il collegio di Milano IV come indipendente nelle fila della Lega Nord - Lega Lombarda. Gli aspetti “tecnici” del suo pensiero sono raccontati nei contributi di Rocco Ronza, Carlo Lottieri, Carlo Stagnaro e Alessandro Vitale. Chiude il volume una ricca antologia di scritti del “professore”, dagli Auguri che fece (il 4 dicembre 1999) ad un gruppo di giovani che avevano dato vita all’associazione culturale “Nord Indipendente” ai testi pubblicati su giornali e riviste, ai discorsi che pronunciò al Senato, fino ad Oltre lo Stato-nazione: l'Europa delle città, ultimo suo contributo prima della scomparsa. Infine, l’indispensabile bibliografia delle opere che pubblicò dall’88 fino alla morte. Questo volumetto ci sembra davvero indispensabile perché ci consente di incontrare e conoscere a fondo sia l’uomo sia il pensatore. Al di là delle teorie politiche, ciò che emerge e si staglia con evidenza quale caratteristica principale di questa persona semplice ma coltissima, assolutamente non convenzionale, innovativa ma mai sopra le righe è senza dubbio la libertà e l’autonomia di pensiero. Il coraggio di non essere “politically correct”, in un momento in cui invece l’essere “politically correct” rappresentava, per il politico medio come per l’intellettuale da strapazzo, la conditio sine qua non per avere successo ed essere accolti nei salotti mondani. Dove per ricevere gli applausi artefatti della società-bene “multiculturale” e snob è mandatorio vergognarsi delle proprie radici e dei legami con la propria terra, tradirli e rinnegarli, perché si sa: la terra “fa” contadino, e i contadini nei salotti “fanno” sporco e disordine, insomma sono poco “trendy”. Miglio questa cosa non volle farla mai, ma anzi delle sue origini “provinciali” (nacque nel 1918 a Como, la sua famiglia era nativa di Domaso da generazioni) rimase orgoglioso fino in fondo, fino a farsi accompagnare nella “sua” cittadina in fondo al Lario da quei battelli manzoniani da lui sempre profondamente amati, e a stabilire proprio a Domaso la sua ultima dimora. Anche per questa sua estrema semplicità, oltre che per la ricchezza inestimabile del suo pensiero, così foriero di spunti e fecondo quanto pochissimi altri, è e resta il più grande.