Emergenza giovani per le pensioni. A lanciarla in quest'intervista è Maurizio Ferrera, esperto di welfare e docente di Politica sociale e del lavoro all'Università degli degli Studi di Milano nonché direttore del centro studi e ricerche Poleis della «Bocconi». «I giovani - dice Ferrera - rischiano di non avere pensioni generose come quelle dei loro padri, ma addirittura potrebbero perdere anni di contributi per la difficoltà di ricostruire una carriera lavorativa fatta di tanti, spezzettati, lavoretti e occupazioni. Occorre intervenire subito».
Pensioni, l'Ocse parlano di una riforma italiana «zoppa» spiegando, tra l'altro, che le imprese vanno coinvolte a non espellere i lavoratori anziani. La commissaria Ue per l'occupazione, Margot Wallstroem, aveva già detto una cosa simile. Si pone un problema?
«Innanzitutto terrei a distinguere tra prepensionamento e pensione di anzianità. Il prepensionamento è una pratica di uscita dal mercato del lavoro contrattata da aziende e governi in tutti i paesi d'Europa, in relazione a crisi aziendali. Sul prepensionamento ho lo stesso parere della commissaria europea che lei ha citato: si tratta di un modo per rispondere alla crisi del mercato del lavoro europeo sbagliato, perché si paga la gente per uscire dal lavoro invece di riformarlo in modo da mantenere i posti che ci sono ma anche di crearne di nuovi. Il problema italiano non è un problema di prepensionamento ma di pensionamento di anzianità, cioè di quel diritto soggettivo dei lavoratori a uscire dal mercato del lavoro ad un'età anteriore rispetto a quella prevista dal pensionamento di vecchiaia. Le nostre pensioni di anzianità sono un po' un'anomalia nel panorama europeo anche rispetto ai prepensionamenti».
La partita della legge delega sulle pensioni non è ancora chiusa. Il sindacato, invece, rilancia con una piattaforma che parla anche e soprattutto di sviluppo e welfare. Qual'è la vera priorità per il nostro Paese?
«Il welfare è un sistema complesso di tasselli che si tengono uno con l'altro e quindi non si può toccarne uno senza prevedere quali sono le implicazioni che si determinano sugli altri. Quindi, hanno ragione coloro (non solo il sindacato ma anche il governo che ha voluto un tavolo di confronto proprio sul welfare) che dicono che la riforma della previdenza va congeniata, discussa e negoziata nella cornice di un più ampio processo di ricalibratura dello stato sociale: gli ammortizzatori sociali, le politiche per la famiglia, le politiche di contrasto della povertà».
Cosa fare?
«Il problema italiano, lo si dice dalla metà degli Anni Novanta è un problema di ricalibratura, di riequilibrio. Va diminuita la "generosità" delle pensioni, il loro peso sul complesso della spesa sociale, e vanno invece aumentate una serie di voci che in Italia sono anomalmente basse, come gli ammortizzatori sociali e le politiche familiari».
Lei ha scritto un libro dal titolo «Le trappole del welfare». Per i giovani si può parlare di una trappola del futuro, stretti, come saranno, in una morsa tra un lavoro iperflessibile e un futuro pensionistico incerto?
«Le trappole in cui si può cadere sono quella della rigidità, mantenendo troppo rigidi i programmi ereditati dal passato senza portarli in sintonia con i nuovi bisogni e i nuovi rischi della società. Questi nuovi bisogni sono quelli che investono i giovani e le donne, le due figure sociali intorno alle quali dovrebbe essere riprogettato il welfare».
Parliamo delle pensioni dei giovani...
«In Italia abbiamo tassi di disoccupazione giovanile molto alti e i giovani sono il gruppo sociale che è stato maggiormente sacrificato dalle riforme pensionistiche degli ultimi dieci anni, dalla "Dini" in poi. Le loro pensioni saranno molto meno generose, ma non solo: c'è un problema vistosissimo che andrebbe affrontato al più presto. Per loro diventerà sempre più difficile costruire dei percorsi di carriera omogenei e ininterrotti. La norma del loro lavoro è quella di una carriera spezzata, soprattutto all'inizio, fatta di tante piccole attività. Il guaio serio è che nell'attuale regime è difficilissimo, se non impossibile, ricongiungere in un unico "conto" tutta la contribuzione versata. Quindi i giovani rischiano di sacrificarsi due volte: uno perché la formula con cui verrà, in futuro, determinata la loro pensione sarà molto meno generosa di quella dei loro padri. In secondo luogo perché rischieranno di sprecare, ai fini contributivi, alcuni anni della loro vita lavorativa».
Daniele Vaninetti




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