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    Predefinito La Calabria fra storia e mistero

    Pentedattilo, un paese abbandonato nella Calabria grecanica

    Nel 1686 Pentadattilo fu teatro di un tragico avvenimento, esplosione di un vecchio rancore covato per anni dalla famiglia Abenavoli, Baroni di Montebello, nei riguardi dei Marchesi Alberti di Pentadattilo. L'antefatto va ricercato nell'acquisto del territorio di Pentadattilo da parte degli Alberti di Messina. Questo territorio veniva così sottratto agli Abenavoli che lo avevano in possesso da circa un secolo. Il capostipite, Ludovico Abenavoli, uno dei tredici italiani partecipanti alla Disfida di Barletta, era stato insignito nel 1503 del titolo di barone con l'assegnazione di un vasto feudo comprendente Pentadattilo. Ai tempi della disfida, Ludovico militava sotto il comando del generale Consalvo di Cordova che, divenuto primo viceré del regno di Napoli, promuoveva il privilegio in favore di questo valoroso cavaliere. Gli Abenavoli accusavano gli Alberti di aver brigato nel lontano 1589 presso Sua Maestà Cattolica per ottenere questa concessione. All'epoca del misfatto gli Alberti erano imparentati con Pedro Cortez, consigliere del viceré, avendo Lorenzo Alberti sposato Caterina, figlia di Don Pedro. A nulla valse l'intervento di Don Pedrillo Cortez, inviato dal padre a cercare di porre pace tra le due casate. Anzi questo incontro fu la causa scatenante dell'eccidio. Infatti, Bernardino Abenavoli, detto «il Rapace», ebbe modo di conoscere Antonietta, sorella di Lorenzo Alberti e se ne invaghì. Sembra che Antonietta, alquanto lusingata, non rifiutasse la corte dell'intraprendente Bernardino, sebbene fosse consapevole dell'assoluta opposizione di Domenico Alberti ad un matrimonio che probabilmente avrebbe finalmente spento l'astio tra le due famiglie. A far precipitare la situazione ci fu l'improvviso amore tra Pedrillo ed Antonietta.


    (Immagine tratta dal sito http://digilander.libero.it/baccili/)

    La mente di Bernardino fu sconvolta a tal punto da meditare il rapimento della diciottenne marchesina. Nel frattempo Cola Maria III, padre di Bernardino, veniva ucciso proditoriamente. La notte di Pasqua del 1686 Bernardino Abenavoli con alcuni armati partiva da Montebello per attuare il suo piano. Penetrò nel castello degli Alberti da una porta secondaria grazie al tradimento di un servo, un certo Scrufari. Non si sa cosa realmente successe. Certo è che gli eventi precipitarono. Lorenzo viene pugnalato e vengono uccisi i suoi piccoli figli Simeone e Antoniuzza. Solo Don Pedrillo venne risparmiato assieme a Caterina ed Antonietta. Quest'ultima fu violentata e costretta a sposare Bernardino. Le milizie non osarono penetrare in Montebello, dove era tenuto in ostaggio Don Pedrillo, temendo per la sua vita. Bernardino riuscì poi a fuggire via mare su uno sciabecco, raggiungendo la costa dalmata. Morì esule in un combattimento contro i Turchi. I complici saranno condannati a morte. Don Pedrillo e Caterina ritornarono a Napoli, mentre Antonietta, rimasta incinta, trovava asilo in un convento a Reggio Calabria, dove partorirà una femmina. Il castello fu in seguito distrutto dagli abitanti, che intendevano così allontanare i fantasmi che vi abitavano. Ancora oggi il vento che soffia tra le “dita” della rupe di Pentadattilo incute paura, in quanto rammenta l'urlo di dolore del marchese Lorenzo ed il pianto dei figli.

    Piero Agosteo

    http://www.girifalco.net/paginebianc...1/PAG13-14.HTM

    Dal sito http://www.girifalco.net/paginebianche/index.htm

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  2. #2
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    Pentedattilo sorge in una pittoresca posizione tra le colline che si affacciano sul mar Ionio. Già dal litorale si può ammirare il vetusto e storico paese, costituito da un grappolo di case aggrappate alla roccia maestosa, che ha la forma di una mano ciclopica, da dove prese il nome "PENTEDATTILO", che in greco vuol dire "cinque dita" PENTHE=cinque; DAKTYLOS= dito). La storia delle antichissime origini di Pentidattilo è avvolta ancora oggi in un velo di mistero. Molti studiosi affermano che le sue origini risalgono alla dominazione Bizantina e alle migrazioni monastiche Basiliane, altri affermano che risalga alla dominazione romana o a quella greca. Durante il periodo fino al 1600 Pentidatillo fu una importante fortificazione di frontiera a salvaguardia delle coste Calabresi contro le incursioni degli arabi di Sicilia. Nel XIII secolo, durante il periodo Normanno, Pentidattilo diventò una Baronia prima sotto gli Abenavoli, baroni di Montebello, poi sotto gli Alberti. Nel 1686 si consumò una terribile strage che fece rimbalzare il paesino dalla quiete alle pagine della storia e della leggenda: nella Pasqua di quell'anno gli Abenavoli, con il favore della notte, entrarono nel castello degli Alberti e massacrarono l'intera famiglia.


    Immagine tratta dal sito http://www.calabriaintour.it/

    A seguito di questo fatto nacquero varie leggende: una dice che un giorno l'enorme mano si abbatterà sugli uomini per punirli della loro sete di sangue oppure si dice che le torri in pietra che sovrastano il paese, rappresentano le dita insanguinate di una mano ed è per questo motivo che Pentedattilo è stata più volte indicata come la mano del Diavolo e si dice che la sera, in inverno, quando il vento è violento tra le gole della montagna si riescono ancora a sentire le urla del MARCHESE ALBERTI". L'economia del borgo era basata sull'agricoltura e sul piccolo allevamento, il suolo poco fertile e scosceso non permetteva di essere sfruttato con risultati soddisfacenti. L'unica risorsa erano i gelsi che consentivano l'allevamento del baco e quindi la produzione di sete. Si coltivavano anche la vite, l'olivo e il mandorlo; noci e alberi da frutta in misura ristretta. Nelle zone più montuose si facevano pascolare gli ovini. I prodotti ottenuti da queste attività erano appena sufficienti per il sostentamento della popolazione che nel XVII secolo ammontava a circa 700 abitanti. Gli scambi commerciali con i centri vicini riguardavano solo la seta grezza e gli attrezzi agricoli.

    http://www.aspromontebike.it/pentedattilo.html

    Dal sito http://www.aspromontebike.it/

  3. #3
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    Una gigantesca mano contro il cielo
    di Cecilia Martino

    "La visione è così magica che compensa di ogni fatica sopportata per raggiungerla: selvagge e aride guglie di pietra lanciate nell'aria, nettamente delineate in forma di una gigantesca mano contro il cielo… mentre l'oscurità e il terrore gravano su tutto l'abisso circostante". Questa è Pentedattilo.

    Uno dei tanti viaggiatori stranieri rimasti folgorati dai paesaggi dell'Aspromonte calabrese fu l'inglese Edward Lear che nel 1847 descrisse con commozione la sua visita a Pentedattilo. Nessuna esagerazione nelle sue parole, bensì l'autentico stupore di fronte ad una specie di miracolo architettonico, una "spaventosa selvaggia piramide" dove "sono incuneate le case del villaggio, la più strana delle dimore dell'umanità".


    Immagine tratta dal sito http://chrisevans3d.com/

    Pentedattilo, frazione di Melito Porto Salvo, è effettivamente così, una località dalle caratteristiche singolari, una delle più suggestive della Calabria dal punto di vista scenografico, paesaggistico e architettonico. L'abitato è come aggrappato al declivio di una ciclopica pietra arenaria rossastra, peculiarità che in epoca bizantina suggerì il nome Pentedattilo, "cinque dita", perché somigliante a una mano rivolta verso il cielo. Il resto della scena è formato da un disordine organizzato di case di pietra povere, diroccate, evidentemente disabitate, su brevi terrapieni a gradoni legati da scalette in un labirinto di stradine e tetti bruciati dal sole e dal tempo. Un "paese fantasma" dal fascino surreale di cui si può soltanto scongiurare il decadimento dovuto in parte all'abbandono (i suoi abitanti si sono trasferiti nei più recenti quartieri sorti più in basso), in parte al naturale incombere della roccia, che si fa porosa come pietra pomice e lentamente si sgretola.

    Quel che resta del castello feudale degli Alberti e del convento dei Domenicani di origine medievale si trova alla base della rupe, chiamata anche Calvario. Questa si eleva per 150 metri sul colle. Accanto al convento è la chiesa parrocchiale, detta "della Candelora" per la statua marmorea sull'altare, la Madonna della Candelora con in braccio il Bambino, opera di Gian Domenico Mazzolo (1564).

    http://www.turismo.it/articoli/2003/09/30/468081.php

    Dal sito http://www.turismo.it/

  4. #4
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    Maurits Cornelis Escher, Pentedattilo (1931 )

  5. #5
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    FANTASMI & FANTASMI

    Parliamo di fantasmi. Di quelli morti. Ché quelli viventi sono più inquietanti e pericolosi. Si mimetizzano, si trasformano, fanno davvero male. Ai luoghi e alle persone.
    Una calda sera di agosto dell’anno scorso. S. Giorgio Morgeto, grosso centro interno della Piana, in provincia di Reggio Calabria. Un’ anziana signora, che abita nella zona alta del paese, in prossimità, dei ruderi imponenti del castello normanno-aragonese, non riesce a prendere sonno. Si siede sul davanzale di un piccolo balconcino e si mette a leggere. E’ passata da poco la mezzanotte, il silenzio notturno viene squarciato da urla spaventose che sembrano provenire dal castello. Al primo urlo agghiacciante, la donna resta stupita ed incredula. Pensa a qualche cane, entra in agitazione e in tensione. Qualche minuto dopo l’urlo, più forte e più lungo dei precedenti, si ripete. La donna si chiede se abbia sentito davvero quegli urli strazianti o non abbia sognato. Si dà, come si suole in questi casi, dei pizzicotti, ma è in preda allo spavento. Si concentra, cerca di ascoltare bene. Un urlo straziante si ripete per ben sei volte. Non sembra quello di un animale, ma di una persona devastata dal dolore. Morta di paura, la donna si chiude in casa. Era un venerdì.

    ***

    Il giorno dopo la donna non parla con nessuno, ha paura di essere presa per pazza. Tutto sembra trascorrere normalmente, nessuno denuncia stranezze o episodi violenti avvenuti nella zona. La notte successiva si mette ad ascoltare con attenzione: non accadde nulla di strano. Si convince che gli urli altro non erano che il frutto della propria immaginazione.
    Qualche sera dopo, però, precisamente un martedì, dopo la mezzanotte, il triste ed agghiacciante grido si ripete. Questa volta la signora è certa di aver udito bene: qualcuno all’interno dei ruderi del castello ha lanciato quel grido. Le notti diventano cariche di paura. Ed è a questo punto che la donna telefona alla redazione locale de “Il Quotidiano” per raccontare la strana vicenda.
    Michele Albanese, bravo e attento giornalista del luogo, certo non in cerca dei scoop, dà voce alle paure della signora. Ne scrive, in maniera problematica, sul giornale e comincia così una sorta di caccia al fantasma.

    ***

    A S. Giorgio e nella regione sono in molti a chiedersi chi sia il fantasma inquieto, da dove arrivino quegli urli, in giornate critiche (secondo le credenze popolari) come il martedì e il venerdì. Il paese, come avviene in questi casi, si divide tra chi è scettico, non crede, sorride e chi invece pensa che non si sa mia, che la signora ha ragione.
    I non scettici fanno riferimento a memorie del passato, rievocano storie di periodi precedenti. Il racconto della donna alimenta i ricordi di altri abitanti del paese. Una donna di 85 anni racconta di come tanti anni fa, all’inizio degli anni trenta, quando aveva poco più di dieci anni, i suoi fratelli non volevano portare le pecore al pascolo in montagna poiché al ritorno, in tarda serata, spesso udivano strani rumori provenire dall’interno della fortezza. Un uomo di 77 anni afferma di avere sentito, di notte mentre tornavo a casa dalla campagna, anche lui tanti anni fa quelle urla e di non averne parlato con nessuno per paura. Molti si mettono ad aspettare il fantasma, si recano in prossimità del castello. Vi giungono forestieri e turisti, curiosi e scettici in cerca di novità, di colore, di stranezze.
    Viene, lentamente, riorganizzata una sorta di memoria locale del fantasma, affiorano storie e leggende del passato, si inventano nuove tradizioni. Un anziano del posto racconta ai giornalisti di un giovane del luogo, che si ribella al “ius primae noctis”, si veste da donna e si è presentato al posto della moglie davanti al feudatario. Non appena questi appare lo uccide con un pugnale.
    Qualcuno guarda a fonti e testimonianze più lontane nel tempo. Segnala una tradizione erudita cinque-seicentesca che si era occupata dei miti di fondazione delle comunità calabresi.
    Le urla, le apparizioni, le ombre risalirebbero alla notte dei tempi, alla fondazione di Morgete o Morgezia ad opera di Morgete figlio del re Italo. Costui, secondo quanto scrive Giovanni Fiore da Cropani ne “La Calabria Illustrata” (I tomo, 1691: l’ opera integrale, in tre tomi, e stata pubblicata presso Rubbettino a cura di Ulderico Nisticò), prima di salire al trono avrebbe gettato le fondamenta del castello, dandogli il proprio nome. I primi abitatori, dopo la morte di Morgete, «per iddio lo adorarono, riportandone in premio gli oracoli, non in risposte, ma in visaggi, co’ quali si ombreggiava ciò, che di sapersi si desiderava. Apparivano quelle ombre, o visioni su la sua sepoltura, nella parte più alta dell’abitazione di notte tempo, dichiarandono con vivezza i successi delle cose addimandate».
    Le donne del paese si vantavano (ancora nel Seicento) di vedere, a mezzanotte, le figliuole di Giove, conosciute come le iovisse. Questa credenza, scrive il Fiore, dura fino a quando non si diffonde la fede cristiana che cancella ogni «costumanza idolatra». Proprio in quel luogo, i monaci basiliani infatti costruiscono un monastero che dedicano a San Giorgio, uccisore del drago, al quale trasferiscono «la devozione del menzognero Morgete».
    Di recente è stato rinvenuto in una biblioteca privata del paese (dal sindaco Nicola Gargano) un sonetto (di cui si era a conoscenza, ma era dato per disperso) “La notte Morgezia” (pubblicato a Napoli del 1842) del canonico Nicolino Amendolia, in cui il prete racconta, con un sentimento di angoscia e di terrore (secondo un canone ottocentesco), l’incontro fatto al castello con il re guerriero Morgete. E’ un componimento in cui orrore e pietas convivono, alimentando il mito dell’eroe fondatore, usato politicamente per rendere omaggio ai Borboni. In seguito lo storico locale Domenico Cangemi autore di una “Monografia di San Giorgio Morgeto” (1886), si sofferma su questa tradizione che, nel tempo, diventa motivo identitario della comunità. Il richiamo ad origini mitiche e ad eroi fondatori è stato funzionale alla costruzione di un senso di appartenenza di famiglie borghesi e professioniste del luogo, che mal sopportavano la marginalità in cui venivano cacciate dalle logiche economiche, culturali, burocratiche del nuovo stato unitario. Sull’ “uso del classico” Salvatore Settis ha fatto considerazioni interessanti. La fuga nella classicità, come scriveva Alvaro, aveva contorni retorici e non si rendeva conto delle grandi trasformazioni in atto o del fatto che braccianti e contadini fuggivano all’estero. D’altra parte l’ “uso della classicità” rispondeva a una chira strategia identitaria per ceti sociali in ascesa. Bisognerebbe discutere a lungo.

    ***

    Il castello, come attestano recenti ricognizioni archeologico, quasi certamente è stato costruito (magari su un precedente kastron) ad opera dei normanni e successivamente riadattato dagli aragonesi e dagli spagnoli. La tradizione di una sua fondazione più antica, in un’area peraltro popolata fin da epoca protostorica, risponde a quel bisogno di nobilitazione dei luoghi e di mito delle origini, che caratterizza, per l’appunto, le élite in epoca moderna.


    Veduta di San Giorgio Morgeto - Immagine tratta dal sito http://www.boutique4passi.it/

    Un’altra leggenda, ricordata nei giorni di ritorno del fantasma, riporta al periodo medievale,quando il castello sarebbe stato calpestato dal demonio che, dopo aver lasciato la sua impronta, la «pedata d’u diavulu», in cima alla fortezza, sarebbe balzato con un salto nella parte bassa del paese lasciando dietro di se un’immensa oscurità. Da allora la fortezza feudale di San Giorgio è andata in rovina lasciando come testimonianza solamente ruderi del passato. Non si dimentichi, peraltro, che S. Giorgio Martire, uccisore del Drago, eredita anche tratti culturali di epoche precedenti. Anche S. Giorgio, salvando la fanciulla dal drago divoratore, appare nel folklore e nelle leggende calabresi come eroe fondatori di luoghi e di paesi.

    ***

    Affiorano memorie e tradizioni orali, si sovrappongono schegge di culture sedimentate nei secoli, si manifestano immagini e visioni che si trovano in molte altre parti della Calabria. Ad esempio quella del tunnel sotterraneo che collegherebbe il castello con le rovine dell’antica città di Altano in località Sant’Eusebio. Qualcuno ricorda la maledizione che un domenicano avrebbe lanciato su San Giorgio Morgeto il giorno in cui venne allontanato dal paese. C’è chi parla anche di un frate ammazzato dalla marchesa Belinda nel XVI secolo per fare da custode ad un tesoro sepolto in una tomba sotterranea. Il motivo della maledizione e quella del tesoro nascosto, grazie al sacrificio di un essere umano o di un animale, sono presenti in tutta la regione. Una maledizione inviata da qualche divinità è spesso all’origine dell’abbandono dei luoghi, di terribili terremoti, della distruzione di abitati.
    Da ricordare ancora la credenza (diffusa in varie parti della regione) della chioccia dalle uova d’oro, ai piedi della fortezza e mai ritrovata. Secondo, la leggenda della «Mala Pineta» all’interno della pineta sottostante la fortezza, si celerebbe una misteriosa donna la cui visione in passato causava perdita dei sensi e amnesia. Il termine pineta si confonde, in questa circostanza, con «proneta» o «pianeta», una personificazione folklorica della morte che dimora nell’acqua e che assumendo sembianze di strega o di giovinetta, attira i vivi nel mondo dei morti.
    In molti paesi calabresi sono state raccolte testimonianze di persone che narrano dell’apparizione di questa figura fantastica.
    L’esistenza di un fantasma, che parla di un morto di mala morte, che non trova pace ed urla, (che è tornata viva questa estate) si colloca in un più vasto paesaggio naturale e culturale all’interno del quale sono presenti luoghi pericolosi per l’apparizione dei defunti). A San Giorgio Morgeto, scriveva Raffaele Lombardi Satriani nelle “Credenze popolari calabresi” (1951), «si crede che gli spiriti frequentino quelle case su cui gravita un legato o un censo non soddisfatto». Ricordano Luigi M. Lombradi Satriani e Mariano Meligrana nel bellissimo Il Ponte di San Giacomo (1982): «Siamo nell’ambito di influenza del diritto del morto e l’apparizione degli spiriti sembra costituire ammonimento e sanzione per l’inosservanza di un obbligo».
    La storia degli urli strazianti del fantasma passa di bocca in bocca, di casa in casa, si diffonde sui giornali e sulle emittenti locali. Tanti curiosi si recano a S. Giorgio per scoprire cosa si nasconda dietro al mistero del grido lacerante. I tuoni e fulmini dei temporali estivi che accolgono i visitatori rendono ancora più inquietante la vicenda.
    Nel frattempo continua la caccia per scoprire l’ultima testimone dell’evento, che non rivela la propria identità. Si pensa a una emigrata tornata da Milano.

    ***

    L’evento potrebbe essere liquidato come il ritorno ad antiche credenze, come il portato residuale di storie e leggende del passato. Ed indubbiamente la memoria comunitaria gioca un ruolo decisivo. Quanto accade a S. Giorgio Morgeto, tuttavia, racconta vicende più generali e anche più recenti. Non mi soffermo sulla letteratura (soprattutto inglese, ma non solo) e sul folklore relativi ai fantasmi e nemmeno sui morti viventi, i revenents, i vampiri, i morti non morti (sono “figure” con somiglianze, ma anche diverse, come ho avuto modo di scrivere nel mio La melanconia del vampiro, manifestolibri, 1994, n. ed. 2007).
    Ricordo soltanto che il tema della donna (o anche dell’uomo) che torna per amore è presente già nell’antichità, ma è nel corso dell’Ottocento che si afferma e si diffonde in letteratura il motivo della «morta innamorata», della donna vampiro che torna da morta per prendersi quanto le è stato negato in vita. E’ un motivo che ricorre nel cinema dei nostri giorni e nelle tante leggende metropolitane. Tutti i luoghi, tutti i paesi, tutte le città conoscono storie di fantasmi, di defunti che non trovano pace, di morti che vogliono tornare. Rovine, resti di case abbandonate, chiese sconsacrate, dirupi, acque malefiche, grotte sono luoghi in cui si aggirano “fantasmi” o anche “defunti” (“spiriti”) che potrebbero tornare in maniera pericolosa. Questo folklore locale, che comunque presenta somiglianze con tradizioni relative ai revenants (cito Carlo Ginzburg e Tonino Ceravolo) di una vasta area euromediterranea (e non solo) è stato arricchito, integrato, reinventato grazie a un neo-folklore di ambiente metropolitano e postmoderno.
    La geografia dei luoghi abitati da fantasmi a livello mondiale è davvero vasta. Libri, cinema, fumetti, siti web fanno un interminabile elenco di dame di corte, di cavalieri ed armigieri, di monaci e figure religiose, di autostoppisti fantasmi. Film come il celebre Ghost di J. Zucker, dove convergono motivi del folklore di varie parti del mondo, credenze arcaiche, paure e angosce dell’uomo del passato e di oggi, nuove leggende metropolitane, ricordano una nostalgia della morte, che significa radicale e insopprimibile nostalgia della vita. Il folklore di tutte le aree della Calabria è ricco di credenze che parlano del ritorno dei defunti tra vivi, secondo modalità rituali e in tempi e in luoghi canonici.
    Fantasmi e defunti che urlano e ritornano a volte come vampiri inquietanti ci ricordano che non possiamo non fare i conti con la morte. La nostra società che tenta, in mille modi, di rimuovere, occultare, rendere invisibile la morte, vede tornare e nascere al suo interno credenze, angosce, paure che ci parlano di una sua ineliminabilità. I defunti tornano tra noi e a volte come vampiri inquietanti.

    ***

    Michele Albanese, mi ha detto che anche quest’anno voci lancinanti e straordinarie sarebbero state ascoltate almeno tre o quattro volte. Il giornalista ha deciso di non insistere sulla notizia per evitare che tutto venga ridotto a colore e a folklorismo deteriore. S. Giorgio Morgeto ha tante storie, bellezze, risorse per essere ridotto a luogo di morbosità ad opera di turisti distratti. Non a caso l’Amministrazione comunale ha in mente una convegno di studi che affronti il problema delle memorie e delle culture locali senza retoriche e senza alcuna concessione all’esotico. Intanto leggo dai giornali che Antonio Panzarella ha allestito uno spettacolo teatrale da rappresentare tra i ruderi del Castello e Cesare Pitto ha scritto un testo per l’occasione.
    Ogni intervento culturale, quando fatto con dignità e con passione, può servire a creare presa di coscienza, può aiutare a conoscere una tradizione che va decifrata nei suoi molteplici messaggi, non va mummificata o restaurata, ma deve essere, eventualmente, declinata al futuro. La tradizione non è data una volta per sempre, viene costantemente reinventata. Bisognerebbe essere capaci anche di inventare nuove tradizioni, nuove culture capaci di creare socialità, “economie”, dialoghi.
    Mettiamo da parte inautentiche nostalgie, interroghiamo il passato, “comprendiamolo” e creiamo nuove soggettività. Ma abbandoniamo il concetto di cultura come sapere libresco, apriamoci all’idea di cultura antropologica, anche come narrazione e come fatto estetico. E pensiamo (diversamente da quanto fanno tanti culturologi) che cultura è anche “elaborazione”, produzione, capacità di trasformare il mondo. Non da sola certo.

    ***

    Le rovine, come scrivo in molti miei lavori, diventano luoghi del “rimorso”, perturbano, attirano, continuano a parlare. Non cito una sterminata letteratura sulle rovine (da Chateubriand a Du Camp, da Baudelaire a Simmel, da Benjamin ad Augé) che ha segnato la tradizione culturale dell’Occidente. La rovina ha alimentato il pensiero e la produzione di scrittori, poeti, archeologi, filosofi, artisti, urbanisti. Negli ultimi tempi le rovine (parchi archeologici, anfiteatro, castelli) sono diventati luoghi vivi grazie a manifestazioni musicali, teatrali, letterarie e ad installazioni artistiche. Anche in Calabria, per fortuna, dove però la cautela è d’obbligo. Dalle nostre parti abbiamo devastato paesaggi, cancellato il bello, sepolto reperti archeologici, e, qualche volta, anche coloro che dovrebbero presiedere alla tutela, valorizzazione, al “riuso” (anche in chiave estetica) della rovina non hanno brillato per attenzione e per rispetto del rudere. Per rendere vivi e dinamici i parchi e le rovine, forse, bisognerebbe cercare di non rimuoverli, di non danneggiarli, di proteggerli da devastatori e da ruspe.
    Non è di questo che adesso voglio parlare. Intendo segnalare il “senso popolare” e a “percezione locale” delle rovine, dei ruderi, dei luoghi abbandonati che è stato argomento poco frequentato. Le tante feste religiose e i tanti nuovi pellegrinaggi, miscela colorata di elementi tradizionali e postmoderni, che si svolgono tra le rovine dei paesi abbandonati della regione (Africo, Roghudi, Cerenzia, Precacore-Samo, Nicastrello ecc. su cui mi sono soffermato ne “Il senso dei luoghi”, Donzelli 2004 e in altri scritti) parlano del bisogno delle popolazioni di riconoscere i luoghi, di stabilire un rapporto con gli antenati e con il proprio passato, di affermare un desiderio di presenza e di centralità nei luoghi recuperati alla memoria.
    Il paese abbandonato costituisce rimorso e senso di colpa degli abitanti dei nuovi paesi doppi, delle persone originarie del luogo e disperse nel mondo. Il paese morto come prefigurazione di rischio e possibilità della fine dei nuovi paesi. Il paese morto come memoria che assilla, opprime, interroga il nuovo paese.
    I paesi morti sono una sorta di memento mori, sono testimonianza della caducità. Sono lo specchio delle dispersioni e degli abbandoni di oggi. Sono un mitico rimpianto. Sono ciò che saremo. Sono i fantasmi da cui non ci si libera, da cui non ci si vuole liberare.
    Forse i fantasmi di S. Giorgio Morgeto urlano con inquietudine e disperazione, incerti tra la nostalgia della vita e la paura di tornare in un mondo popolato da fantasmi più inquietanti di loro. Sono lacerati tra desiderio del ritorno e paura di non riconoscere luoghi devastati che faticano a mandare segnali di vita.
    Forse hanno pensato che tornando avrebbero la peggio a contatto con tante “anime morte”, con tanti morti viventi che si aggirano nelle nostre contrade. Hanno pensato che tornare e ritrovare i “fantasmi” della politica (ma c’è una buona rappresentanza in tutta la cosiddetta società civile) - che non muoiono e non scompaiono mai, eterni famelici vampiri - non vale proprio la pena e mandano forte il loro grido di disperazione.
    Morti per morti, se ne stanno là dove sono, urlando, forse, ai rimasti di alimentare, fin che possono, la vita.
    Forse i fantasmi, più dei viventi, suggeriscono che è bene guardare avanti, riconsiderare e riguardare oggi i luoghi e le persone, anziché rimpiangere un passato e una tradizione che, anche quando hanno avuto una loro nobiltà e grandezza, non possono essere restaurate.
    Mi piace immaginare (ma non ho alcuna prova) che l’urlo dei fantasmi sia un urlo di dolore per quanto di brutto sta avvenendo nella nostra terra. I tanti re Morgete fondatori di luoghi vorrebbero forse allontanare, in maniera disperata, quanti oggi cancellano memorie, devastano luoghi e culture, alimentano una cultura della morte e negano il futuro alle nuove generazioni.

    http://www.sannicoladacrissa.com/men...rticoli/02.htm

    Dal sito http://www.sannicoladacrissa.com

 

 
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