D. Le rubo solo pochi minuti.
R. Ma le pare. Per noi il tempo, qui, non è un problema.

D. Lei segue le vicende politiche del nostro mondo?
R. Anche degli altri. Ovviamente preferisco, a quelle politiche, quelle culturali e artistiche. Per esempio, il balletto.

D. Restiamo, la prego, alla politica, a quella economica in particolare. Lei sa che molti "liberali" considerano definitivamente sepolto il keynesismo. E' indiscreto chiederle che cosa ne pensa?
R. I liberali sono una specie mutante: dai liberal, internazionalisti, pacifisti e socialmente progressisti (com'ero io, dichiaratamente) ai liberisti, nazionalisti, guerrafondai e socialmente conservatori. Bisogna essere precisi: di quali "liberali" si tratta? E di quale keynesismo? C'è una versione spuria del cosiddetto keynesismo: quella della spesa pubblica senza briglie e dell'intervento statale senza freni, con la quale io non ho avuto mai niente a che fare. Certo, negli anni sessanta e settanta i governi dell'Occidente hanno messo il mio nome su politiche irresponsabili: come quella di finanziare contemporaneamente la guerra del Vietnam, uno Stato sociale disinvolto e le rivendicazioni corporative dei sindacati; con spese irreversibili e deficit di bilancio permanenti. Queste politiche hanno promosso l'inflazione; anzi, accompagnandosi con la stangata petrolifera, la stagflazione, suscitando la reazione monetarista.

D. Guarda un po'. Lei giustifica la destra monetarista?
R. Ma no, guardi un po': la spiego. Ciò che è intollerabilmente stupido, nel monetarismo, è la sua rigidità ideologica reazionaria. Vede, il mio keynesismo è pragmatico, antideologico. Quando il problema era l'inflazione ho raccomandato politiche rigorosamente stabilizzatrici. Quando il problema diventò la disoccupazione sostenni la necessità di politiche espansive. Del resto, i governi della destra americana hanno da tempo abbandonato - sepolto, come dice lei - il monetarismo, e stanno praticando un "keynesismo" disinibito fino all'oscenità, con politiche monetarie e fiscali che producono voragini nei conti pubblici e nella bilancia dei pagamenti. Ma io, che c'entro?

D. Dobbiamo dunque considerare la famosa "rivoluzione keynesiana" una modesta sommossa? Un messaggio di moderazione equilibrata tra piena occupazione e stabilità dei prezzi?
R. E le pare poco? Ma ora le dirò una cosa che le sembrerà peculiare. Il vero messaggio keynesiano, se mi posso permettere, non sta nella Teoria Generale, un libro un po' ostico, lo riconosco, che riscriverei volentieri; ma in un esile opuscolo di "esortazioni e profezie" nel quale mi sono occupato - sì, proprio io - di "lungo termine", quello nel quale, come mi si cita oltre la noia, "saremo tutti morti" (io lo sono, da tempo). In quel libretto facevo il facile profeta. L'umanità, dicevo, ha passato due grandi rivoluzioni. Diecimila anni fa, quella dell'agricoltura e della scrittura, che l'ha portata dallo stato nomade a quello civile. Poi, dopo millenni di sostanziale stagnazione tecnica, la rivoluzione industriale, che ha inaugurato la fase dello sviluppo continuo, dell'accumulazione a tassi d'interesse composto. Questa accumulazione prodigiosa della potenza l'ha portata alle soglie della soluzione del problema economico. Poche generazioni, dicevo allora, nel 1930, e questo problema sparirà dal primo posto, nella lista delle preoccupazioni, per lasciarlo a impegni più nobili. Mi aveva preceduto, a dire la verità, un altro liberale vero, John Stuart Mill: una volta esauriti i bisogni materiali, aveva detto con eleganza, gli uomini si dedicheranno a "coltivare le grazie della vita".

D. Ma siete stati sonoramente smentiti. Mi pare che ci si dedichi oggi a tutt'altre coltivazioni.
R. Vero. Perché ci siamo (pardon, vi siete) ammalati. Di qui vedo con orrore passare per la Pennsylvania Avenue lunghe file di donne e di uomini obesi. Lei chiamerebbe l'obesità "sviluppo"? E corrono, poi, o cercano di correre, lo chiamano jogging, e lo praticano a rischio frequente della vita. Corrono corrono: ma dove?

D. Lei questo, però, non lo aveva previsto, come profeta non merita un gran voto.
R. Ma come no! Lei, si vede subito, non mi ha letto bene. Del resto, la capisco. Come diceva la mia giovane seguace, Joan Robinson, perché leggere quando si può scrivere? Io avevo individuato bene il virus del male che insidiava l'umanità ricca: la cieca avidità che investe nella distruzione le passioni prima dirette alla sopravvivenza. Che senso ha continuare a girare la mola, come schiavi bendati, quando si è raggiunto un grado di produttività che ci consente di leggere e di scrivere contemporaneamente? Di dipingere? Di danzare? Di coltivare fiori? Di fare (gioiosamente) l'amore? Avevo distinto i bisogni assoluti, come mangiare e bere, che comportano dei limiti anche per gli obesi, da quelli relativi che consistono nel piacere acre di superare il prossimo in ricchezza, fama e potere? Questi sì che sono illimitati. Ma anche potenzialmente catastrofici. Portano alle speculazioni cumulative, che distruggono con la finanza stupida quel che si è creato con la scienza e con l'intelligenza (ho bisogno di esempi?). Che risuscitano in un mondo che potrebbe permettersi la pace e un livello decente di prosperità per tutti la logica dell'oppressione, del razzismo, del terrore.

D. Professore: vorrebbe farci credere in un mondo angelicato? Really, come dicevate a Bloomsbury?
D. Anzitutto non mi chiami Professore. Non lo sono mai stato. Il mio tenore di vita non poteva permettersi quei sobri stipendi. Come certamente sa, sono stato tutt'altro che un angelo. Ma ho pensato sempre che l'uomo (e la donna) possano progredire, anche moralmente. Persino se sono ricchi. E che questo, anche per gli economisti, è più importante dell'economia politica. Certo, non è facile come andare in chiesa. Ma perché dovrebbe? Ho letto di quel cretinetto yuppie americano che arringava i suoi compari in un pranzo sociale urlando: Siate avidi. Siate avidi con orgoglio. Lui è finito in galera. Ma quanti ancora a piede libero?

D. Mi permetta una domanda per me particolarmente interessata. Come vede l'Italia, da questo punto di vista?
R. Mi sono particolarmente dispiaciuto per quel che è successo a Parma, anche se, come dite voi, italiani, non bisogna piangere sul latte versato. Dio, se anche una splendida città d'arte e di raffinata cucina, come ne avete tante nel vostro paese è travolta dalla sindrome di aggressività truffaldina di uno studio legale alla Grisham, come continuare a giustificare il mio ottimismo metodologico? Mia moglie, la mia adorata ballerina Lydochka, dice di non preoccuparsi, che l'Italia se la caverà. Forse perché in prime nozze ha sposato un impresario teatrale italiano che ne ha passate tante. Forse perché è russa e un po' strana. Lei (io no) guarda ogni sera la tv italiana e si diverte molto. Dice che è proprio come un balletto, una filata sulle punte della politica. Con personaggi di tanti colori: il verde Pecoraro, l'azzurro Cicchitto. Proprio una commedia dell'arte. Non avviene da nessuna altra parte del mondo televisivo. Io non trovo la cosa affascinante. Il fatto è che, con questo vostro riccone strampalato, non state ben messi (anche se, finalmente, dopo quasi tre anni di governo, ha realizzato una grande riforma: il lifting del Premier), Ma vede, io non credo nei grandi "declini". Nei grandi cicli alla Kondratieff, un russo anche quello. Forse Lidia ha ragione. Lo lasci dire a uno che ha dedicato tanta parte della sua vita a due temi, quello delle aspettative e quello della probabilità. L'Italia è un paese imprevedibile. L'Italia è un paese improbabile.