Il Senatur, figlio autentico della sua terra
Leoni: «Figuriamoci se gliela darà vinta»
STEFANIA PIAZZO
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«Nel momento in cui al popolo leghista è chiesto di esercitare la virtù dei forti, in attesa che il Capo torni in piena forma, si va a Pontida, per Umberto Bossi. Questa volta solo per pregare. E lo si fa nel Monastero che gli è caro, quello di San Giacomo, nell'Abbazia del Giuramento». È un ritorno quasi rituale alle origini, in una terra e in un luogo come sempre carichi di simboli, emblema per eccellenza della tradizione, delle battaglie, delle sfide, della speranza e di conferma delle proprie radici. Giuseppe Leoni, fondatore della Lega insieme a Umberto Bossi, simbolo padano, uomo di profonda fede cattolica, ce lo ribadisce ricordando un'antichissima consuetudine, quella dei Vespri domenicali. E così, infatti, è stato deciso: oggi, alle tre del pomeriggio, nel Monastero di San Giacomo, l'"Associazione Cattolici Padani", di cui Leoni è presidente, ha chiamato a raccolta tutta la nostra gente a pregare per la salute di Umberto Bossi.
- Senatore Leoni, perché questa decisione?
Siamo i figli della gente del contado, che custodiva e si tramandava il rito dei vespri domenicali. È la preghiera dei padri, nella quale ci riconosciamo, è la nostra identità. E Umberto è profondamente e prima di tutto figlio della sua terra, della nostra terra».
- Presidente Leoni, quello di oggi pomeriggio è un appuntamento solo per i leghisti cattolici?
«È un appuntamento aperto a tutti, ovviamente. Noi siamo i promotori dell'iniziativa. La nostra intenzione è quella di raccoglierci in preghiera in nome di una fede che è espressione di una grande libertà: la libertà di credere che nella lotta tra il bene e il male, nell'eterno contrasto tra il dolore e la vita, i giusti vincono. Certo, c'è di mezzo una professione di fede, il nostro credo, ma il nostro è anche un invito a concentrare le nostre forze in attesa che il Segretario si ristabilisca al più presto».
- Leoni, tutto a posto, nel frattempo, nei rapporti tra Lega e Chiesa?
«Sì. Mi dia l'opportunità di dirlo, di confermarlo semmai ce ne fosse bisogno: di anticlericale qui non c'è nessuno, né c'è mai stato. Ovvio che non siamo un partito confessionale, siamo però un movimento che crede nella difesa dei valori, nell'autenticità di quanto ci è stato trasmesso come patrimonio genetico della nostra cultura, che è essenzialmente cristiana».
- Anche di questo la politica deve tener conto?
«Sì, per non finire nelle logiche del sincretismo, dell'indistinto. Ecco, occorre distinguersi, nel rispetto delle diversità, ma senza perdere la propria natura dobbiamo ribadire ciò che siamo e i principi che ci appartengono. Questo d'altro canto voleva dire Bossi parlando di una Chiesa vicina alla gente. E' una conseguenza logica: la Lega incarna fortemente l'essere popolo, la spontaneità e la pragmaticità nell'affrontare la vita con intelligente semplicità e ricchezza di valori».
- E questo pomeriggio, intanto, si prega.
«Appunto: per concentrare tutta la speranza nella liturgia delle ore, per l'energia che dà il silenzio e per riflettere sui segni di cui è costellato il cammino di Umberto Bossi, anche in momenti come questi».
- Quali segni, presidente?
«Penso al mattino in cui è avvenuto il malore, all'ambulanza che in mezzo al ghiaccio corre a Cittiglio, perché Varese è troppo lontana e troppa è la neve. Penso al confine che c'è tra il libero arbitrio dell'uomo e la Provvidenza, che rende praticabili strade per noi impossibili. Penso alle battaglie con Umberto, quando gli fui accanto dalla nascita della Lega e alle mete raggiunte con strategia, leggendo con anticipo tutti i segni della politica. Ora la stanchezza lo ha momentaneamente sorpassato. Ma figuriamoci se gliela dà vinta».
- Presidente Leoni, lei è fiducioso?
«Più che mai. Dice Matteo, nel Vangelo: "Non affannatevi dicendo: che cosa mangeremo?". Pazienza e fermezza, ce l'ha insegnato Umberto. Lasciamo poi che la Provvidenza ci metta lo zampino».


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