Da: http://socialdesignzine.aiapnet.it/archives/000346.php
La svista della svastica
La forza di un simbolo è in grado di muovere masse di persone, di istigare ai sacrifici più estremi, di glorificare le peggiori nefandezze. Ma può un simbolo di per sé essere considerato offensivo o è il contesto in cui viene usato che ne qualifica il significato?
Venerdì scorso la Microsoft ha comunicato che inavvertitamente nell'ultima versione di Office posta in commercio era presente una font di caratteri giapponesi, Bookshelf Symbol 7, che contiene il segno della svastica. La Microsoft ha già messo in rete un apposito software in grado di rimuovere il simbolo dal set e, scusandosi per l'episodio, segnalato da un proprio cliente, sottolinea come ciò sia avvenuto in maniera assolutamente inintenzionale.
In effetti la reazione della Microsoft può essere giustificata con la volontà di voler chiamarsi fuori da qualunque tipo di polemica che in questi casi abbondano. Ma il segno della svastica è tutt'ora molto utilizzato nelle culture orientali come simbolo ancestrale e, ovviamente, senza alcun riferimento all'ideologia nazista. Un software realizzato per il mercato globale, come è il caso di Office, dovrebbe costituire un contesto in cui è pienamente giustificata la presenza anche di simboli che hanno interpretazioni non occidentali-centriche.
Il tema è motivo di dibattito nella comunità grafica e non solo da oggi. Già qualche anno fa Steven Heller, art director del New York Times e membro della direzione dell'Aiga, aveva pubblicato il volume The Swastika. Symbol Beyond Redemption?, Allworth Press, 2000 NY, $21,95. La ricerca di Heller parte dalla storia della svastica che, come si sa risale agli albori dell'umanità, come simbolo del sole e del ciclo vitale, per arrivare all'appropriazione del segno da parte del regime nazista. Oggi la svastica, come dicevamo, è usata senza alcuna implicazione in India, in Malesia, in Cina (è il simbolo della fuorilegge setta Falun Gong) e in molti altri paesi dell'estremo oriente.
In occidente l'utilizzo della svastica deve però fare sempre i conti con il pesante fardello dell'Olocausto che è stato perpetrato sotto la sua ombra. Un tentativo di recupero è stato compiuto dai vari gruppi heavy metal, più o meno ironicamente, o da artisti e designer con il dichiarato scopo di non abbandonare un simbolo vecchio di migliaia di anni in ostaggio ai decenni nazisti. È il caso della font Pukka (riprodotta qui sotto) della fonderia digitale inglese Udt che riprende esplicitamente il disegno della croce uncinata come "motivo" tipografico.
A difesa del simbolo non mancano le iniziative di gruppi apolitici creativi, come gli americani Friends of Swastika, tesi riabilitare l'innocente segno.
Le conclusioni di Heller sono tuttavia senza incertezza: "Per ogni ingenuo fanatico del rock-and-roll che pensa che la svastica possa essere usata con ironia, c'è un fervente neonazista che la userà con malizia. Per ogni artista consapevole che pensa che la svastica possa essere addomesticata, c'è un devoto razzista che l'abbraccerà".
La svastica non ha alcuna possibilità, per ora, di essere redenta.
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