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  1. #11
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    In Origine Postato da pcosta

    Del resto,gli alchimisti da sempre hanno occultato nei contesti più svariati i loro 'messaggi' e probabilmente Bosch non è stato da meno, pur tuttavia conferendovi una rivisitazione del tutto personale.
    Quali messaggi alchemici avrà invece nascosto Escher nelle sue opere, a partire da questo - ben chiaro - primo riferimento?
    Ossignur, Escher avrebbe nascosto nelle sue opere messaggi alchemici? Il cerebrale, razionalissimo Escher?

  2. #12
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    Beh..non è proprio il mio campo ma tutto quel sopra/sotto, microcosmi e dragoni che si mordono la coda come questo qua sotto, potrebbero far pensare a qualche messaggio alchemico, no?


  3. #13
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    Ecco cosa dice Escher del suo dragone...

    Ecco un'altra ambiguità: un drago più o meno assurdo. Pretende di occupare lo spazio, ma è piatto, ed è possibile farvi due incisioni e piegarlo per ottenere due fori. Ma poiché pretende anche di essere tridimensionale, inserisce la testa in una delle aperture e la coda nell'altra.



    In Origine Postato da pcosta
    Beh..non è proprio il mio campo ma tutto quel sopra/sotto, microcosmi e dragoni che si mordono la coda come questo qua sotto, potrebbero far pensare a qualche messaggio alchemico, no?
    In effetti... Non sarà il tuo campo, ma mi pare lo stia diventando. Certo che un pcosta esoterico mai e poi mai me lo sarei aspettato...

  4. #14
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    Sempre a proposito del "cerebrale e razionalissimo": nel maggio del 1930, Escher era in Italia.
    Si trovava, ma guarda un po' quando si dicono i casi della vita e dei thread, a Pentedattilo.
    Lì incise il bel panorama postato da Silvia nel thread intitolato al paese e sempre lì fece il disegno che vedete qui sotto, che raffigura una mantide religiosa.
    "Mantide" viene dal greco "mantis" che significa oracolo.
    La sua comparsa nell’antichità preannunciava la carestia e la sua sinistra ombra, una disgrazia agli animali che incontrava.
    Aristarco riferisce come essa fosse ritenuta responsabile della mala sorte: è addirittura il suo sguardo a portare male a colui che viene fissato. A Roma era noto il suo potere magico: se qualcuno si ammalava gli si diceva " la mantide ti ha guardato".
    Poi c'è uno strano riferimento al "Cavallo di San Giorgio", forse anch'esso riferito alla postura della mantide.


    Qualche anno dopo si trovava a Ravello e nella cripta di S. Maria dell'Ospedale ebbe forse una visione onirica che lo spinse a incidere una xilografia in legno di testa che intitolò appunto "Sogno", nella quale evidentemente riprende il disegno di cinque anni prima ambientandolo nella cripta e sulla tomba di qualche antico vescovo.



    Chissà, forse non c'è niente da capire, ma da Freud in poi è noto che i sogni sono messaggi.
    (Da Disney in poi i sogni son desideri, ma è un'altra storia...)

  5. #15
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    In Origine Postato da pcosta
    Qualche anno dopo si trovava a Ravello e nella cripta di S. Maria dell'Ospedale ebbe forse una visione onirica che lo spinse a incidere una xilografia in legno di testa che intitolò appunto "Sogno", nella quale evidentemente riprende il disegno di cinque anni prima ambientandolo nella cripta e sulla tomba di qualche antico vescovo.
    Immagino l'immensa gioia di quel vescovo... E meno male che - a quanto si dice in giro - l’Italia, con la sua natura e i suoi paesaggi, ebbe su di Escher un effetto profondamente rilassante (è il periodo in cui, vagabondando per le campagne italiane, disegna soprattutto paesaggi, piante e, appunto, insetti...).

    Comunque, il “cerebrale e razionalissimo” era anche un maestro dello smarrimento, nonché grandissimo interprete dei complicati labirinti della mente.

    Lo stesso Escher ha detto: "Se soltanto sapeste quel che ho visto nell'oscurità della notte... impazzivo a volte dalla preoccupazione di non riuscire a rappresentarlo. In confronto a questo, ogni opera è un insuccesso che non corrisponde neanche lontanamente a quello che avrebbe dovuto essere."


  6. #16
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    A questo punto, forse è ora di scoprire il volto del "cerebrale e razionalissimo"...





    Autoritratto - 1943

  7. #17
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    Belvedere – 1958 – litografia

    Sul pavimento, in primo piano, giace un pezzo di carta, su cui è tracciata la figura di un cubo. Due cerchietti indicano i punti di intersezione dei lati. A seconda di come guardiamo il cubo, risulterà quale delle due linee è davanti all'altra. Il ragazzo seduto sulla panca tiene tra le mani un puzzle cubico che combina le due possibilità: il sopra e il sotto si contraddicono a vicenda. Il personaggio ci medita su e, a ragione, non può credere ai suoi occhi.
    E' probabile che egli non si renda conto che anche l'edificio alle sue spalle presenta le stesse incongruenze. Per esempio, la scala a pioli al centro, pur essendo stata disegnata correttamente dal punto di vista prospettico e in maniera piuttosto credibile come oggetto, ha la base che poggia nella casa, mentre l'estremità superiore ne resta fuori. Per cui le due persone sulla scala non possono avere relazione fra loro.



    *^*^*^*^*



    Mani che disegnano – 1948 - litografia

    Un foglio di carta è fissato sul fondo da quattro puntine da disegno. Una mano destra, che regge una matita, vi schizza un polsino di camicia. Si tratta di uno schizzo appena accennato, ma subito dopo, a destra, il disegno dettagliato di una mano sinistra viene fuori dal polsino, si alza dal piano e prende vita. A sua volta questa mano sinistra sta schizzando il polsino dal quale esce la mano destra. Alcuni anni dopo aver fatto questa stampa, ho visto la stessa identica idea di due mani che si disegnano a vicenda in un libro del famoso cartoonist americano Saul Steimberge.


    *^*^*^*^*



    Relatività – 1953 - litografia

    In quest'immagine operano tre forze di gravità perpendicolari tra loro. Alcuni uomini s'incrociano sul piano e sulle scale. Alcuni di loro, pur appartenendo a mondi diversi, si avvicinano molto, ma ignorano le loro reciproche esistenze; per esempio, al centro un tale con un sacco di carbone sulla schiena sale dallo scantinato. Ma quello stesso pavimento sul quale poggia il piede destro serve da muro all'uomo seduto alla sua sinistra; inoltre c'è un altro uomo alla sua destra, che sta scendendo e che vive in un altro mondo ancora. Altro esempio: sulla scala più alta, due persone si muovono affiancate, ambedue da sinistra a destra. Eppure, una sale e l'altra scende. Su altre due rampe di scale vediamo gente che cammina da entrambi i lati.

    Da "Esplorando l’infinito" di M.C. Escher (1964) - Edizioni Garzanti (1991)

  8. #18
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    Citazione Originariamente Scritto da Silvia
    Ossignur, Escher avrebbe nascosto nelle sue opere messaggi alchemici? Il cerebrale, razionalissimo Escher?
    Cerebrale e razionalissimo... ma certe volte ambiguo...





    ESCHER FRA MATEMATICA, CRISTALLOGRAFIA E SIMBOLISMO

    Una delle questioni che emergono nell'analisi dell'opera di Escher riguarda il significato delle sue opere, ovvero se l'autore abbia cercato di esprimere messaggi più complessi di quelli che potrebbero apparire a una lettura superficiale. Una dichiarazione dell'artista sembra risolvere il problema alla radice: «Non ho mai voluto rappresentare qualcosa di mistico; quello che alcune persone giudicano misterioso, non è altro che un consapevole o inconsapevole inganno!». Su questa base, Bruno Ernst (matematico, amico e biografo di Escher) precisa che, a suo parere, nell'opera dell'artista olandese «non si dovrebbero cercare più profonde interpretazioni al di là della rappresentazione». [1] Tuttavia, proprio alcune opere di Escher giocano su un'ambiguità che l'autore non ignora e che anzi, come egli stesso ammette, è perfettamente consapevole. Evidentemente però, con il termine "mistico" Escher intende una dimensione spirituale o trascendente che, a quanto afferma, non ha mai voluto rappresentare. Ma queste sue dichiarazioni sembrano contrastare palesemente con il contenuto di alcune sue stampe ed Escher a volte si muove sul filo del rasoio nella scelta dei soggetti che possono suggerire prospettive simboliche. E’ il caso della celebre xilografia intitolata Drago (1952) che pare proprio riprendere il tema antico dell’Ouroboros, intervenendo sul tema iconografico in maniera del tutto coerente rispetto al significato primario dell'immagine.


    Drago (1952)


    Non sarà difficile notare, infatti, che le anse del corpo del fantastico animale si annodano a formare il simbolo dell'infinito, che di sicuro non contrasta con il significato d'eternità che la tradizione attribuisce a questa figura. Vi si aggiunga il fatto che le zampe del drago artigliano una formazione complessa di cristallo di rocca, riconoscibile per i prismi esagonali che terminano in piramidi a sei facce. E così ci si avvicina a riferimenti alchimistici. Non è infatti un segreto che gli alchimisti vedessero nelle pietre e nei cristalli la metafora tangibile della più pura conoscenza e che addirittura il Cristo, detto anche "lapis" (pietra), fosse assimilato alla pietra filosofale, come spiega Jung con dovizia di particolari. [2]. Appare perciò quanto meno singolare che Escher, pur non sapendo nulla di tali argomenti e volendo fornire un «consapevole o inconsapevole inganno», abbia finito per centrare in pieno un tema simbolico arricchendolo di un'iconografia nuova.

    Per quanto riguarda il tema dei cristalli, poi, non si può certo dire che manchi nella produzione di Escher. E il suo interesse non fu certo superficiale (tanto che se ne avvantaggiarono gli stessi gemmologi), ma partendo dallo studio dei solidi platonici e da quelli detti di Archimede l'artista olandese seppe applicare queste sue conoscenze alla realizzazione di opere straordinarie, come per esempio Stelle, una xilografia del 1948 che sembra entrare nel cuore della struttura geometrica dei cristalli.


    Stelle (1948)


    Del resto il senso profondo, ma non per questo meno evidente, del messaggio contenuto secondo Escher nei cristalli, nei solidi geometrici o nelle forme regolari in genere, pare sintetizzato bene dalla litografia intitolata Ordine e caos (1950 ) nella quale il primo concetto è rappresentato da un dodecaedro stellare racchiuso in una sfera trasparente e il secondo da oggetti inutili e rotti che, però, si riflettono nel solido traslucido; come a dire che dal primo si può risalire al secondo e viceversa.


    Ordine e caos (1950)


    Mi pare già questa una dichiarazione d'intenti che si chiarisce ancora, almeno per certe implicazioni, in Planetoide tetraedrico del 1954 dove il solido geometrico si rivela come una sorta di piccolo universo urbano a due facce, una di terra e una d'acqua, che fluttua nel vuoto del cosmo.


    Planetoide tetraedrico (1954)


    Allora è tutta qui la mistica di Escher: la ricerca della trama di perfezione matematica e geometrica in un universo apparentemente caotico. È proprio quanto afferma il nostro artista nel 1965, in occasione del conferimento di un premio assegnatogli dalla città di Hilversum: «Nei miei quadri cerco di rendere testimonianza del fatto che viviamo in un mondo bello e ordinato e non in un caos senza regole come a volte può sembrare». Ma non è forse questo lo scopo perseguito dagli alchimisti e dai teologi dei secoli passati? Non per nulla, a proposito dei cristalli, Escher scrive: «Nei principi fondamentali dei cristalli c'è qualcosa che toglie il fiato. Non sono creazioni della mente umana [...] essi "sono", esistono. In un attimo di lucidità, l'uomo può al più scoprire che esistono e rendersene conto». In altre parole, attraverso i cristalli, concretizzazione delle leggi geometriche e matematiche, Escher vede il riflesso dell'insondabilità del mistero della vita, dell'uomo e del cosmo. E altrove lo afferma in modo ancora più esplicito: «La bellezza e l'ordine dei corpi regolari sono irresistibili [...] se tu insisti a parlare di Dio, hanno qualcosa di divino, per lo meno nulla di umano».


    NOTE
    [1]Tanto l'affermazione di Escher, quanto quella di Ernst
    sono in B. Ernst, Lo specchio – pag. 14
    [2]C. G. Jung, Psychologie und Alchemie (tr. it. Psicologia
    e alchimia, Torino 1981), pp. 352-438.



    Sintesi dell’articolo di Marco Bussagli "Escher fra matematica, cristallografia e simbolismo"
    (pubblicato su Art Dossier n° 196 - Giunti Editore)

  9. #19
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    Il Buco Bianco di Escher


    Nel 1956, Escher fece questa insolita litografia, cui diede lo strano (almeno per chi non sa l'olandese) titolo di "Prentententoonstelling".
    Un giovane ammira le stampe di una galleria d'arte, in particolare una stampa del porto di La Valletta, a Malta.
    Ma per qualche magica ragione, la parte superiore della stampa si congiunge alla realtà esterna; seguendola con moto circolare da sinistra a destra, si rientra nella stessa galleria in cui si trova il giovane stesso.
    Al centro troviamo un buco bianco con la firma di Escher.
    Qualcuno si è chiesto se c'era un sistema migliore per riempire quel buco.
    C'è: e la matematica può aiutare a ricostruirlo.
    La litografia può essere vista come una determinata curva ellittica sul piano dei numeri complessi che conduce a una sua ripetizione costante, ruotata in senso orario di circa 157 gradi e rimpicciolita di 22 volte.
    In parole povere. in quel buco ci si potrebbe incastrare l'intera immagine, rimpicciolita 22 volte e ruotata di 157 gradi.
    E nel microsopico buchino che avrebbe al centro, ci si potrebbe mettere un'altra copia, sempre rimpicciolita 22 volte, ecc. ecc. all'infinito.
    Era un po' troppo complicato anche per uno che amava i dettagli come Escher; quindi lui risolse tutto col buco e la firma (da qualche parte doveva pur metterla).
    Nell'opera di Bruno Ernst (Lo specchio, citata anche prima da Silvia) è descritto il procedimento matematico utilizzato da Escher e ci sono pure i disegni preparatori, per chi fosse interessato.

    Ma quello che era complicato per Escher è diventato piuttosto semplice nell'era del computer: ecco ricostruito il "buco bianco", con una zoomata continua e infinita all'interno della litografia; il filmato ci metterà un po' a partire, ma ne vale la pena.

    [fl]www.pcosta.net/ima/escher.swf[/fl]

    Ah, dimenticavo di svelare l'ultimo arcano al riguardo di "Prentententoonstelling", e cioè cosa significa questo titolo dal suono immaginifico e misterioso.
    Beh, torniamo a terra; pare che in olandese prentententoonstelling significhi solo "Galleria di stampe"...

  10. #20
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