Guerra Usa in Iraq
Naomi Klein attacca


Anche gli esponenti democratici, scrive in questo articolo l'autrice di 'No logo', parlano solo degli interessi americani. E nessuno si ricorda dei 10 mila morti iracheni


di Naomi Klein


E' stata Mary Vargas, ingegnere quarantaquattrenne residente a Renton, nello Stato di Washington, a far sì che la cultura americana della psicoterapia raggiungesse il suo apice. Spiegando le ragioni per cui la guerra in Iraq non è più per lei argomento di vitale importanza ai fini elettorali, la Vargas ha dichiarato quanto segue: "Il fatto che non siano state trovate armi di distruzione di massa mi ha confermato che potevo focalizzare la mia attenzione su altro".

Si, proprio così: opporsi alla guerra come forma di auto-analisi. L'obiettivo finale non è cercare giustizia per le vittime o punire gli aggressori, quanto cercare 'conferme' per coloro che criticano la guerra. Una volta trovate tali conferme, si può raggiungere il talismano dell'auto-analisi: la chiusura di un certo capitolo. In un simile scenario mentale il grido selvaggio di Howard Dean non è poi tanto una gaffe dal momento che rappresenta il secondo dei cinque stadi del dolore: la rabbia. Il grido è stato un momento di perdita di controllo, una catarsi, che ha permesso agli americani liberali di esternare la loro collera per poi ripartire, andare avanti, trasferendo il loro affetto nei confronti di candidati più consoni.
Tutti i candidati in corsa come candidato sfidante del partito democratico prendono a prestito il linguaggio della 'pop therapy' per discutere della guerra e degli effetti che questa ha avuto non sull'Iraq (paese talmente assente dalla campagna elettorale da sembrare appartenere a un altro pianeta), ma sugli americani. Stando a quanto dicono John Kerry, John Edwards e Howard Dean, l'invasione in Iraq non è stata tanto una guerra di aggressione contro uno Stato sovrano, quanto piuttosto una guerra civile all'interno degli Stati Uniti, un evento traumatico che ha allontanato gli americani dalla loro fede nei politici, dalla giusta posizione che gli Stati Uniti occupavano nel mondo e dalle tasse.

"Il prezzo di una politica unilaterale è troppo alto e gli americani lo stanno pagando in risorse che potrebbero invece essere usate per la sanità, l'istruzione, e la sicurezza nazionale", ha detto Kerry il 16 dicembre: "Stiamo pagando quel prezzo in termini di perdita di rispetto da parte del mondo intero... E, cosa ancora più importante, quel prezzo è stato pagato in termini di vite umane, da giovani americani obbligati a sostenere da soli il peso di una simile missione".
Evidentemente assente dal conteggio di Kerry è il numero di civili iracheni che hanno perso la vita come diretta consequenza dell'invasione americana. Persino Dean, il candidato 'no war' per antonomasia, sembra soffrire della stessa miopia matematica. "Non ci sarebbero state 400 vittime se noi non fossimo entrati in guerra", ha detto a novembre. Il 22 gennaio ha poi aggiornato il numero delle perdite a "500 soldati uccisi e 2.200 feriti".

Ma l'8 febbraio, mentre Kerry e Dean stavano portando avanti la loro campagna elettorale rispettivamente in Virginia e in Maine, il numero dei civili iracheni uccisi dall'inizio dell'invasione a oggi è salito a 10 mila. Questa cifra è la stima più autorevole che abbiamo a disposizione visto che le autorità di occupazione in Iraq si rifiutano di tenere statistiche sulle vittime civili. Tale stima ci viene fornita dall'Iraq Body Count, un gruppo di rispettabili accademici americani e britannici che basa i propri calcoli su resoconti di riferimento forniti da giornalisti e gruppi per i diritti umani che operano sul campo.
John Sloboda, co-fondatore dell'Iraq Body Count, mi ha detto che mentre gli oltre 10 mila morti hanno lasciato un segno sui quotidiani britannici e alla Bbc, negli Stati Uniti questa cifra ha ricevuto ben poca attenzione anche da parte dei principali candidati democratici che, al contrario, continuano a battere su temi quali Bush e la sua intelligenza 'difettosa'. "Se la guerra fosse combattuta su pretese false ed infondate", spiega Sloboda, "ciò significherebbe che ogni morte causata dalla guerra sarebbe una morte su pretese false e infondate".

E se questo fosse il caso, la domanda più urgente non sarebbe 'chi conosceva cosa, quando?', bensì 'chi deve cosa a chi?'. Secondo le leggi internazionali, i paesi che fanno guerra di aggressione devono pagare i danni come punizione per i loro crimini. Tuttavia in Iraq questa logica è stata totalmente capovolta. Non solo non vengono inferte punizioni per una guerra illegale, ma vengono addirittura conferiti dei premi, e gli Stati Uniti si autoricompensano apertamente con enormi contratti di ricostruzione. "La nostra gente ha rischiato la vita. La coalizione, gli amici della coalizione, tutti hanno rischiato la vita. Quindi, la stipula dei contratti rifletterà tutto questo", ha dichiarato Bush l'11 dicembre.
E quando si parla del denaro da spendere per la ricostruzione, non si parla di cosa sia dovuto agli iracheni per le tremende perdite da loro subìte, quanto piuttosto di ciò cui hanno diritto i contribuenti americani. "Questo nostro trarre profitto dalla guerra è veleno per l'America, è veleno per la fede che gli americani nutrono nel governo, ed è veleno per la percezione che i nostri alleati hanno delle ragioni che ci hanno portato in Iraq", ha detto John Edwards lo scorso dicembre. Assolutamente vero, tuttavia Edwards ha per qualche motivo dimenticato di far riferimento al fatto che tutto questo avvelena anche gli iracheni, e non la loro fede o le loro percezioni, bensì i loro corpi straziati.

Ogni dollaro perso per pagare un esoso, incapace imprenditore americano è denaro in meno usato e speso per la ricostruzione di centrali elettriche e idriche andate distrutte sotto i bombardamenti. Ma sono gli iracheni, e non gli americani che pagano le tasse, a dover bere acqua infestata dal tifo e dal colera, e a ricevere cure in ospedali ancora inondati dalle acque di scarico in cui le scorte di medicinali sono ancora più scarse di quanto non fossero durante il periodo delle sanzioni.
Al momento non esiste alcun piano che preveda un risarcimento per i civili iracheni, per le morti causate dalla distruzione intenzionale delle loro infrastrutture di base o dai combattimenti avvenuti durante l'invasione. Le forze di occupazione pagheranno un risarcimento solo per "situazioni in cui i soldati abbiano commesso delle negligenze o abbiano agito in modo sbagliato". Secondo le ultime stime, le truppe americane avrebbero distribuito circa 2 milioni di dollari per decessi, ferimenti e danni alla proprietà. Cioè meno del prezzo di due degli 800 missili Tomahawk lanciati durante la guerra e un terzo di quanto hanno accettato in mazzette due impiegati della Halliburton da un appaltatore kuwaitiano.

Parlare del prezzo della guerra in Iraq strettamente in termini di vittime americane e tasse pagate dai contribuenti è un'oscenità. Certo, gli americani sono stati ingannati dalle bugie raccontate dai politici e dobbiamo loro delle risposte. Ma agli iracheni dobbiamo molto di più e quest'enorme debito è al centro di qualunque dibattito civile sulla guerra.
Negli Stati Uniti sarebbe già qualcosa se i candidati democratici riconoscessero alcune responsabilità collettive. Bush può essere stato l'iniziatore della guerra, colui che l'ha voluta e l'ha fatta cominciare, ma nel linguaggio dell'auto-analisi diremmo che in molti gli hanno dato man forte, insomma sono stati in molti a permetterglielo. Inclusi Kerry, Edwards, e gli altri 27 senatori e 81 membri democratici della Camera, i quali hanno votato per la risoluzione che ha autorizzato Bush e gli Stati Uniti a entrare in guerra. Fra i sostenitori del presidente c'era anche Howard Dean che avallava la teoria secondo la quale l'Iraq era in possesso di armi di distruzione di massa. Un ruolo piuttosto importante lo ha giocato anche una certa stampa accondiscendente e credulona che ha venduto tale convinzione a un'opinione pubblica americana troppo fiduciosa, che per un buon 76 per cento sosteneva la guerra, secondo quanto rilevato da un sondaggio della Cbs trasmesso due giorni dopo l'inizio dell'invasione dell'Iraq.
Ma perché questa vecchia storia è così importante? Perché fintanto che gli oppositori di Bush continueranno a dipingersi come le vittime principali della guerra da lui voluta, le vere vittime di questa guerra rimarranno invisibili, incapaci di rivendicare giustizia.

Si concentrerà l'attenzione sulla messa a nudo delle bugie di Bush, un processo che ha lo scopo di assolvere coloro che a quelle bugie hanno creduto, e non di risarcire coloro che a causa di quelle bugie sono morti. Se la guerra è stata un errore, allora gli Stati Uniti, in qualità di principale aggressore, devono dedicarsi a rimettere le cose a posto.
Nei cinque stadi del dolore, ce n'è uno che viene dopo la rabbia. È il senso di colpa, ovvero il momento in cui la parte sofferente inizia a domandarsi se ciò che ha fatto è abbastanza, se la perdita è stata in qualche modo causa sua, e in che modo può riparare. È il momento in cui si fa ammenda di fronte a quanto commesso. Andare avanti, l'ultimo dei cinque stadi, è un passo ulteriore cui si dovrebbe arrivare solo dopo questo riconoscimento.

(traduzione di Rosalba Fruscalzo)