Inglese impossibile sulle nuove insegne di San Salvario
Imbarazzo nel quartiere per gli errori di traduzione sui 230 stendardi voluti dalla Circoscrizione: in quattro lingue, avrebbero dovuto indicare le attività commerciali della zona con almeno un paio d’anni di vita

IL barber in camice candido strofina sull'asciugamano un rasoio bianco di schiuma ed esce su via Baretti. L’insegna in quattro lingue sulla sua bottega? «Un regalo della circoscrizione. Bella no? Barbiere, barbé, barber, coiffeur». Da cinque mesi le strade di San Salvario sono punteggiate di piccoli stendardi giallo e bordeaux che indicano ai visitatori i negozi più antichi del quartiere in italiano, piemontese, inglese, francese. Torino parla al mondo di ieri e di domani. Ma se i nativi riconoscono il gergo dei nonni, gli stranieri arrancano: la versione dialettale è corretta, l’altra invece sconta l’approssimazione del traduttore automatico dei computer che non distingue bene l’aggettivo dal nome. L’idraulico di via Belfiore diventa così un hydraulic che con il plumber noto a Londra e New York divide giusto la pagina sul dizionario italiano-inglese. Sorridono con discrezione anglosassone le due studentesse bionde con la cartellina «British school of English» dirette all’istituto di via Saluzzo. Barber definisce l’artigiano e non l’attività, che si traduce invece barber’s shop. La differenza? Sarebbe come scrivere «barista» sull’insegna di un bar. Le inesattezze accompagnano il percorso che, nelle intenzioni degli ideatori, doveva disegnare «l’omogeneità e la tipicità commerciale» di una zona storica sempre più contaminata di voci e odori esotici. L’optical di via Baretti 12 lampeggia al posto del corretto optician: optical in inglese è l’illusione ottica, un miraggio o il gioco di fissare un disegno astratto e dopo cinque secondi vedere una barca sullo sfondo. Publicity, laddove l’imprenditore di Edimburgo in cerca di un negozio di pubblicità e grafica dovrebbe leggere advertising and design. Aesthetic per il centro estetico di via Galliari che poteva chiamarsi a scelta beautician, beauty center, beauty farm. Tutto fuorché aesthetic, che il dizionario Garzanti di Mario Hazon riconduce alla filosofia estetica, quella di Benedetto Croce per intenderci. Il presidente dell’ottava Circoscrizione Cesare Formisano arrossisce imbarazzato davanti all’elenco di termini arrotondati alla buona: voleva stringere un cordone di identità intorno alla zona affollata di immigrati magrebini, sudamericani, cinesi, e la morsa si rivela un po' troppo stretta. Il 25 novembre 2002 il Consiglio retto dall’esponente di Alleanza Nazionale Formisano approva l’iniziativa «insegne a bandiera per esercizi commerciali». Con ventiquattro voti favorevoli su ventiquattro vengono stanziati 60 mila euro per la realizzazione di 230 cartelli in quattro lingue da distribuire nel borgo San Salvario tra le attività con almeno due anni d’anzianità alle spalle. Fuori le matricole tipo call center, lavanderie a gettoni, doner Kebab, l’emporio vietnamita di via Principe Tommaso che continua a chiedere come essere incluso tra i selezionati. Dentro restauratori, parrucchieri, sarti, i pionieri di una rinascita rionale iniziata quando nottambuli ed amanti dell’etnico non avevano ancora sdoganato le strade a ridosso della stazione Porta Nuova e l’ombra minacciosa della kasbah s’allungava fino al Po. La filosofia conservativa di fondo sarebbe piaciuta allo scrittore Curzio Malaparte, «la più bella penna del fascismo» secondo Piero Gobetti, sostenitore della campagna «strapaesana» per un'arte italiana legata alla tradizione. Adesso, la risposta popolare alle dispendiose ed elitarie luci d’artista volute dal Comune rischia di sollevare altre domande. Chi ha tradotto i cartelli? «Lo studio d’architettura Assaloni Aghero Cipolla, vincitore dell’appalto», precisano in circoscrizione. «Un nostro addetto ha fatto la ricerca con Internet, una traduzione generale» precisano quelli offrendo la sostituzione dei pezzi sbagliati. I turisti anglosassoni passeggiano e sorridono composti. La sartoria tailor, l’abbigliamento apparel, l’autoriparazioni car repair sono versioni abbastanza démodé ma comprensibili. Mentre l’espressione woven impressa sopra al negozio di tessuti in via di S. Anselmo 23 suggerisce la stoffa di cui sono fatte le camicie inglesi piuttosto che l’esercizio commerciale, fabric. I cugini francesi storcono il naso. Ma quale magasin en cuir: la pelletteria a Parigi si chiama maroquinerie. L’idraulico è il plombier, ed eventualmente effettua una riparazione hydraulique. La tipografia di via Belfiore accanto all’Hot Boutique di succinti body panterati che non necessita di traduzione, non risponde al nome di bureau impression ma d’imprimerie.
L’intraprendenza del Consiglio circoscrizionale capitanato da Cesare Formisano, ingegnoso nella volontà d'investire fondi per sostenere l'identità culturale del quartiere, resta. Il senso questa volta è lost in translation, perso nella traduzione, come l’inafferrabile dialogo amoroso tra i due protagonisti dell’omonimo film di Sofia Coppola. LA GAFFE IN STRADA

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