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Vediamo un po’ di tirarci su, e vediamo se dal voto imbelle di Spagna possa arrivare una qualche sorpresa positiva per lo stanco occidente in guerra con il terrorismo.
(Obiezione all’idea del voto “imbelle”: fate come quelli che ce l’hanno con gli elettori di Berlusconi, gridate al popolo bue. Risposta: le circostanze del voto spagnolo sono eccezionali, senza precedenti, e consentono una piccola deroga, naturalmente sorvegliata e intellettualmente ironica, alla regola per cui il voto democratico si accetta, e poi se ne tirano le conseguenze, ma non si delegittima.)
Ora dunque basta con le polemiche sul voto (appunto) imbelle, che non sono state prerogativa del solo Gustavo Selva, come potete vedere dallo smarrimento e dalla rabbia di tanti commentatori nel mondo. E ragioniamo sul futuro della politica europea, sul disperato ma possibile tentativo di rimettere almeno in orbite parallele il pianeta venusiano (l’Unione europea), abitato in maggioranza da gente che vuole essere lasciata in pace, e il pianeta marziano (gli Stati Uniti), dove la maggioranza della gente vuole difendersi da chi gli ha dichiarato guerra.
Massimo Cacciari, che a volte mostra una sensibilità politica acuta, ha già autorevolmente spiegato, nel Corriere della Sera di ieri, che l’immediato annuncio di resa di Zapatero, via dall’Iraq entro giugno a meno che…, è percepibile semplicemente come un premio alla logica del terrorismo.
Il tempo e la forma dell’annuncio hanno in effetti avuto un risvolto sinistro e devastante, e non poteva essere che così. Ma è anche vero, inutile disconoscerlo, che sulla guerra in Iraq, sulla presenza europea e spagnola nella coalizione dei “willing”, c’è stata una schietta e dura divisione ben prima dell’attentato di Madrid, e le promesse elettorali non sono acqua fresca per nessuno, bombe o non bombe.
Adesso il problema politico è però questo e solo questo.
Prima ipotesi: francesi e tedeschi, che riprendono con più forza in mano il pallino della politica europea dopo la paralisi e la divisione, sfruttano il giro di valzer spagnolo per forzare la mano contro Blair, Berlusconi e le altre nazioni europee che sono parte della coalizione, e puntano decisamente sulla elezione di Kerry in America, dunque sabotano il ritorno dell’Onu a Baghdad, prendono tempo su tutti i fronti fino al voto del prossimo novembre, impongono all’Europa una logica di dissociazione sotto le mentite spoglie di un’organizzazione autonoma e di una proposta autonoma antiterrorismo, sul piano militare e diplomatico.
Seconda ipotesi: essendo più forte e potendo contare su una riorganizzazione europea e sull’indebolimento dei “ribelli” anglo-italiani, l’asse franco-tedesco rilancia sul serio il negoziato alla pari con gli Stati Uniti, cioè con l’Amministrazione che c’è e che potrebbe ben esserci anche dopo il 2 novembre elettorale americano, così la scadenza di giugno, imposta da Zapatero e dalle sue decisioni dietrofront, diventa il banco di prova di un mutamento radicale, strategico, della situazione irachena, che è palesemente cruciale nella lotta al terrorismo.
La seconda ipotesi
Ex malo bonum. La seconda ipotesi consente di pensare non certo a una panacea, perché i problemi della stabilizzazione e ricostruzione democratica dell’Iraq sono un osso duro con l’Onu e senza l’Onu, con i franco-tedeschi o senza di loro, ma a una cura e a un risanamento del principale elemento di debolezza della campagna contro il terrorismo internazionale: la divisione radicale tra i grandi alleati occidentali, di qua e di là dell’instabile Atlantico.
I segnali della cronaca e i dati dell’esperienza offrono risposte contraddittorie all’alternativa delineata, e molto dipenderà anche dalla tenuta dei governi di Londra, di Roma, ma anche di Varsavia, di Copenaghen, dell’Aia.
E molto ancora dipenderà dall’inquietante progresso di una nuova tensione tra il paese leader dell’occidente e la desertificata democrazia russa, con un Putin oggi molto forte e molto ambizioso in diretta proporzione alla sua solitudine istituzionale, alla sua zoppicante legittimazione di presidente eletto senza vere elezioni (ne parliamo con analisi in altre pagine). La possibilità che il cambio in Spagna, invece di portarci alla rotta dell’Europa di fronte al terrorismo e ai suoi effetti di ricatto sull’opinione pubblica, acceleri il rilancio di un multipolarismo non impotente, focalizzato sulla necessità di vincere la battaglia del dopoguerra iracheno e di stabilire una nuova e seria cooperazione occidentale nella guerra al fanatismo integrista islamico, è affidata a due fattori principali: il machiavellismo della diplomazia francese, di ineguagliabile duttilità nella tutela degli interessi nazionali, e il residuo internazionalismo di una parte della sinistra tedesca, in particolar modo del ministro degli esteri Joschka Fischer.
Siamo nelle loro mani, e si deve aggiungere, per prudenza ironica: in che mani siamo.
Giuliano Ferrara su il Foglio di mercoledì 17 marzo
saluti




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