A proposito di un editoriale di Panebianco e della sua delusione per il voto spagnolo

Il silenzio della ragione


L'articolo di ieri di Panebianco ("Madrid 2004 o Monaco 1938? ") è il segno di una cocente delusione. Era stato lui a intimare il silenzio al pensiero, su quelle stesse colonne del Corriere della Sera, al tempo della guerra in Afghanistan. Aveva scritto: «Silete sociologi!», state zitti sociologi, ora bisogna solo combattere e vincere; basta con le analisi sulle piaghe del Terzo mondo, basta con le statistiche sulla povertà, basta con le denunce "degli errori passati dell'Occidente"; ora non si tratta di capire, non si tratta di pensare, ma di vincere. Adesso, due anni e mezzo dopo, si trova che non c'è stata alcuna vittoria e che il popolo spagnolo ha ricominciato a pensare, anzi non ha mai smesso di pensare (nella tanto deprecata inchiesta di "Eurobarometro" la maggioranza degli spagnoli aveva detto che il maggior pericolo per la pace veniva dagli Stati Uniti), e poiché ha pensato, ha anche parlato, ha anche votato e ha mandato via Aznar. Così anche Panebianco si è rimesso, per così dire, a pensare, e ha ritirato fuori il solito insostenibile argomento che il ritrarsi da una guerra equivale sempre a una nuova Monaco. Tuttavia egli enuncia un pensiero che è sbagliato sia nelle premesse che nelle conseguenze che ne trae. Vediamo i due argomenti principali.

Non è cominciato tutto l'11 settembre
Il primo argomento è che se ora ci si ritira dall'Iraq, ciò, dal momento che lo chiedono anche i terroristi, significherebbe cedere al terrorismo (argomento improvvidamente circolato anche nel centro-sinistra e non estraneo al pasticcio del voto in Parlamento). Invece proprio il restare con le forze militari in Iraq, al solo scopo di non darla vinta ai terroristi, significherebbe farsi dominare e determinare nella propria condotta dai terroristi. Occorre porre termine all'occupazione dell'Iraq perché essa non è altro, ai sensi del diritto internazionale, che un'aggressione che continua, perché come tale è un crimine di diritto internazionale e di diritto delle genti, e perché è la causa politica di un intensificarsi e dilagare della violenza non solo in tutto il Medio Oriente ma anche in Europa e nel mondo. Se poi i terroristi ci sfidano a fare una cosa che è giusta (come la "giustizia" invocata da Prodi), non c'è nessuna ragione di non farla perché essi la chiedono. Questo vale per Zapatero, come vale per l'Italia, così come vale per Kerry in America.

Il secondo argomento è che la causa del terrorismo non è solo la guerra in Iraq, quindi non basta ritirarsi dall'Iraq per porre fine al terrorismo. Questo è verissimo. Infatti bisogna rimuovere anche le altre cause che alimentano il terrorismo. Secondo Panebianco questo è impossibile, perché il terrorismo non è suscitato da alcuna causa, se non quella di voler aggredire l'Occidente. Tanto è vero che tutto sarebbe cominciato l'11 settembre. L'11 settembre, secondo i fautori della guerra, sarebbe l'anno zero da cui la storia è cominciata. Qui siamo di nuovo alla rinuncia al pensiero. Andatelo a dire ai palestinesi che tutto è cominciato l'11 settembre, quando dopo decenni di occupazione e di repressione Sharon aveva già fatto la sua passeggiata sul monte del tempio. Andatelo a dire agli iracheni che tutto è cominciato l'11 settembre, quando dieci anni di embargo avevano già fatto un milione di morti; andatelo dire all'Africa che tutto è cominciato l'11 settembre, quando già 25 milioni di persone erano ammalate di Aids e non c'erano le medicine perché protette da brevetti e per il prezzo che avevano in Africa non c'era mercato; andatelo a dire agli 800 milioni di persone affamate, la cui fame, come aveva già decretato il vertice di Roma convocato dalla Fao, non potrà essere dimezzata nemmeno per il 2015; andatelo a dire ai tre miliardi di esseri umani esclusi dal mercato globale, perché ufficialmente definiti "non consumatori", con un reddito pro capite di meno di due dollari al giorno.


Guerra e terrorismo, scontro "edipico"
Tutto non è cominciato l'11 settembre, ma è cominciato dopo l'89, nel 1991, quando con la prima guerra del Golfo il primo Bush ha avviato le procedure per stabilire, in capo agli Stati Uniti, il potere di un'unica sovranità universale; la guerra, prima dell'11 settembre, è cominciata quando il gruppo fondamentalista che aveva lanciato il progetto del "Nuovo Secolo Americano", della leadership mondiale americana e della global pax americana ha preso il potere in America e ha dettato questa politica al fragile presidente figlio di Bush. Il terrorismo è il prodotto naturale di questa politica; oggi c'è scontro tra guerra e terrorismo ma, come diceva padre David Maria Turoldo, è uno scontro "edipico", perché l'uno è figlio dell'altra.

I pacifisti questo l'hanno sempre saputo, e l'hanno detto; sono stati, come del resto il Papa, contro la guerra e l'ingiustizia prima che il terrorismo fosse arrivato ad abbattere le Torre Gemelle. Il popolo spagnolo ha ripreso in mano il suo destino non con la violenza ma con il voto, e si prepara ora a rompere questa spirale. E questo lo si può fare anche in Italia, dove Berlusconi non sta certo meglio di Aznar; e molto probabilmente lo si farà anche in America. Perché, e questa è la lezione per Panebianco, il silenzio per i morti può durare tre minuti, ma il silenzio della ragione non può durare per sempre.

Raniero La Valle