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    Un centro anti terrorismo ad Algeri

    vedi
    http://www.misna.org/ita/default.htm

    AFRICA 17/3/2004 11:07
    ALGERI OSPITERÀ ‘CENTRO ANTI-TERRORISMO’ DELL’UNIONE AFRICANA
    Politics/Economy, Brief


    L’Unione Africana (Ua) ha deciso di aprire entro sei mesi un ‘centro anti-terrorismo’ con sede ad Algeri. Lo ha annunciato ieri sera ad Addis Abeba, in Etiopia, il presidente dell’organizzazione panafricana, il maliano Alpha Oumar Konaré. La struttura “coordinerà le informazioni e metterà a punto un meccanismo comune di lotta contro il terrorismo sul continente” ha spiegato Konaré alla riunione del Consiglio esecutivo dell’Ua, che ha sede nella capitale etiope. La creazione di questo organismo anti-terrostico non è stata decisa “per compiacere agli spagnoli o agli americani” ha detto il presidente dell’Ua ai giornalisti. “Lo facciamo per il nostro bene; abbiamo subito noi stessi il terrorismo, come in Kenya e Marocco”. A Mombasa, sulla costa keniana, nel 2002 un attentato suicida provocò 15 vittime in un albergo di proprietà israeliana; a Rabat, nel maggio 2003, oltre quaranta persone rimasero uccise a causa di una serie di autobombe.
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    sempre da 'MISNA'

    MIDDLE EAST 17/3/2004 15
    A PROPOSITO DI TERRORISMO, CROCIATE E GOFFREDO DI BUGLIONE
    Peace/Justice, Standard


    Il mondo occidentale pare sempre più diviso in due blocchi dopo i tragici attentati di Madrid. Da una parte vi sono i fautori del ‘clash of civilizations’ (‘scontro delle civiltà’) che ribadiscono la linea dura della Casa Bianca contro le menti perverse che mettono bombe a destra e a manca, colpendo all’improvviso; dall’altra vi è il variegato movimento ‘nonviolento’, con sfumature più o meno accentuate, che ritiene fondamentale il rilancio del diritto internazionale e delle politiche solidaristiche in quei Paesi in cui l’estremismo islamico è più radicato. Come se non bastasse, proseguono le polemiche sulle informazioni riguardanti l’effettiva esistenza in Iraq di armi di distruzione di massa prima dell’intervento militare anglo-americano tra il Tigri e l’Eufrate. E in questo contesto, sembra sempre più accreditarsi l’ipotesi che qualcuno, dietro le quinte, abbia volutamente fatto circolare informazioni false, che tutti dovevano accettare, per giustificare la guerra contro il sanguinario regime di Saddam Hussein. Il terrorismo di matrice islamica è certamente demenziale e pericoloso, trovando – ahimè – terreno fertile in contesti caratterizzati da un profondo risentimento antioccidentale e da influssi geopolitici legati per esempio alla guerra fredda, come nel caso dei talebani afgani appoggiati dagli Usa in funzione antisovietica. Un altro caso emblematico fu quello del Sudan, i cui regimi totalitari vennero clamorosamente benedetti per anni da Washington con l’intento di contrastare il famigerato Menghistu Hailè Mariam, il crudele ‘Negus Rosso’ di Addis Ababa. La verità è che i Paesi Occidentali hanno la grande responsabilità di non aver investito sufficienti risorse per far crescere la società civile nel Sud del mondo e particolarmente nei Paesi di fede islamica. Combattere il terrorismo significa avere coscienza che l’Islam è nel suo XIII / XIV secolo; e se guardiamo alla storia europea di quel tempo, cioè del XIII / XIV secolo europeo, scopriremo che per il ‘Vecchio Continente’ non era ancora iniziata la riforma protestante. Circa una cinquantina di anni fa un intellettuale musulmano, padre del riformismo islamico iraniano, Ali Shariati, diceva che per superare il Medio Evo islamico, i musulmani non possono pensare di saltare a piè pari cinque, sei secoli, per arrivare di getto a Rousseau, Locke, Weber o Marx. "Dobbiamo riformare l’Islam – scrisse - rendendolo il volano di liberazione delle nostre società ancora ferme a una dimensione sociale tribale, cioè al Medio Evo dell’Oriente, mentre oggi è lo strumento usato dai reazionari per evitare il progresso e lo sviluppo sociale". Le parole di Shariati indicano chiaramente il percorso che occorre seguire per sconfiggere i sostenitori del Jihad, la ‘guerra santa’. Ed è in questa prospettiva che va incoraggiato il dialogo interreligioso sostenuto strenuamente nel loro magistero sia da Paolo VI che da Giovanni Paolo II. Una cosa è certa: occorre condannare a caratteri cubitali i kamikaze islamici che si richiamano al salafismo radicale e violento (‘i neo conservatori’ della mezzaluna), convinti come sono di morire per Dio contro i poteri della non credenza (kufr) e dell’ignoranza religiosa ((jahiliyya). Sono altri i martiri dell’Islam moderno. Penso, ad esempio, a Mahmoud Mohammed Taha, giustiziato dal presidente sudanese Gaafar Nimeiri il 18 gennaio 1985. Taha proponeva la riconciliazione dell’Islam con la libertà di religione, con i diritti umani e l’uguaglianza dei sessi. Il suo era un nuovo modo di rileggere il Sacro Corano che portava alla netta separazione tra la dimensione religiosa della rivelazione coranica, universalmente valida ed immutabile, e quella politica, legata alle situazioni storiche e dunque mutevole. Per questa sua visione di grande apertura e dialogo fu impiccato a Khartoum come apostata. Ma le critiche vanno anche mosse nei confronti di chi, qui da noi, vorrebbe riportarci indietro nei secoli, al tempo di Goffredo di Buglione, liberando il Santo Sepolcro con le bombe intelligenti. Dopo tutto, Gesù di Nazaret chiamò alla sua sequela gli apostoli, martiri del Vangelo, e non un manipolo invasato di crociati. (di padre Giulio Albanese)
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  3. #3
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    seguito ...

    MIDDLE EAST 18/3/2004 2:44
    PER LA PACE, NECESSARIO L’AZZARDO DI NUOVI ITINERARI
    Peace/Justice, Standard


    Il duplice grido di guerra lanciato dai terroristi di matrice islamica e dai fautori dello ‘scontro delle civiltà’ ha creato un acceso dibattito all’interno delle comunità cristiane e più in generale della società civile. Ad acuire il confronto sono stati i tragici avvenimenti dell’11 marzo scorso che hanno insanguinato Madrid, sebbene già da tempo, vi fossero dissensi tra presunte affiliazioni di ‘catto-comunisti’ e ‘catto-americani’, con l’avvento, soprattutto, del ‘nuovo ordine mondiale’ lanciato dalla Casa Bianca. È ormai evidente che l’interpretazione dei fatti geopolitici avvenga attraverso l’identificazione con un patrimonio religioso del passato, frequentemente manipolato o strumentalizzato per legittimare violenze d’ogni tipo, compresi il razzismo e la xenofobia, considerando poi ogni forma di alterità una sorta d’accidente. Ecco che allora le posizioni si radicalizzano: da una parte vi sono i nuovi crociati del terzo millennio che vorrebbero rivivere l’epopea dei cavalieri teutonici, mentre dall’altra troviamo disarmanti personaggi che predicano la nonviolenza ‘senza ma e senza se’. Non v’è dubbio che nell’attuale contingenza storica, dove sembra prevalere il ricorso alle bombe intelligenti per risolvere le questioni internazionali e i conflitti sociali, il mondo missionario, disseminato nelle periferie del pianeta, possa svolgere un ruolo guida, rifacendosi alla propria esperienza a fianco dei poveri. Nella consapevolezza che il tema della pace è ampio, complesso e articolato, due sembrano essere le linee guida che hanno ispirato i religiosi e le religiose, ma anche molte componenti nel volontariato internazionale d’ispirazione cristiana sul versante di una progettualità pacificatrice. Anzitutto vi è il rispetto del diritto internazionale, tanto caro a Giovanni Paolo II e ribadito a caratteri cubitali anche nel recente messaggio in occasione della Giornata Mondiale della Pace 2004. Il documento rileva tra l’altro come uno dei frutti più significativi del diritto internazionale sia stata, dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, l’istituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, chiamata a "vegliare sulla pace e sulla sicurezza globali, a incoraggiare gli sforzi degli Stati per mantenere e garantire questi fondamentali beni dell’umanità" (n. 6), avendo quale cardine "il divieto del ricorso alla forza" (n. 6). Per inciso, il Papa rammenta agli smemorati che sono solo due le eccezioni a tale divieto: il diritto naturale alla legittima difesa, da esercitarsi con i criteri della necessità e della proporzionalità, nell’ambito delle Nazioni Unite; il sistema di sicurezza collettiva, "che assegna al Consiglio di sicurezza la competenza e la responsabilità in materia di mantenimento della pace, con potere di decisione e ampia discrezionalità" (n. 6). È bene rammentare che non pochi missionari hanno invocato in questi anni, come peraltro ben documentato dalla MISNA, l’intervento di forze di ‘peace-keeping’, sotto l’egida dell’Onu in zone, teatro di conflitti, dove era a repentaglio l’incolumità delle popolazioni civili: da Timor Est alla Sierra Leone, dalla Liberia alla Repubblica democratica del Congo. Non vediamo dunque perché dopo i disastri perpetrati in Iraq, avendo l’operazione anglo-americana ormai messo a soqquadro l’intera regione mesopotamica, si debba pensare, come sembrano indicare certi ‘pacifisti radicali’, a un ritiro incondizionato di qualsiasi presenza internazionale e non a una forte presenza dell’Onu, che possa consentire la ripresa di un Paese ridotto allo stremo e in stato di piena anarchia. Potenziabile, perché no, anche con elementi di Paesi islamici, garanti di un’impostazione serena e senza confini pregiudiziali. Gli Stati Uniti dovrebbero poi finalmente ammettere di aver fallito la loro missione, nonostante la cattura di Saddam Hussein, ammesso e non concesso (il dubbio non sembri impertinenza) che il barbuto prigioniero, esibito senza decenza alle e dalle televisioni di mezzo mondo, sia davvero il rais e non uno dei suoi numerosi sosia. E sì, perché le forze Usa, lo si voglia o no, rimangono pur sempre una forza di occupazione che ha scatenato un putiferio senza scovare l’oggetto del contenzioso: le fantomatiche presunte armi di distruzione di massa in possesso del deposto regime iracheno. Una cosa è certa: l’impegno per la realizzazione di un’alternativa nonviolenta all’attuale globalizzazione delle ingiustizie e delle guerre è da molti anni fra le scelte prioritarie delle congregazioni missionarie che hanno avviato progetti ambiziosi come il Cem, il Centro di educazione alla mondialità dei saveriani prima a Parma e poi a Brescia. Come anche l’Emi, Editrice missionaria italiana di Bologna, che ha fatto dell’educazione alla mondialità una priorità nel suo piano di sviluppo. Certamente, ancora molto deve essere fatto, soprattutto a livello massmediale, per far conoscere il Vangelo della Pace. D’altronde, come scrive il saggista, storico della scienza e filosofo Michel Serres, "nessun apprendimento evita il viaggio. Sotto la direzione di una guida l'educazione spinge all'esterno". A ciascuno di noi il compito di abbandonare le rotte tradizionali, azzardando nuovi itinerari, rischiando l’incontro con l’altro, l'estraneità, nel ‘villaggio globale’. (di padre Giulio Albanese)
    [GA]

 

 

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