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Discussione: La Sacra Vocazione

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    Predefinito La Sacra Vocazione

    LA SACRA VOCAZIONE
    di don Curzio Nitoglia
    La vocazione sacra(1) è un consiglio, non un precetto
    Il fatto che la chiamata divina alla castità perfetta e perpetua, allo spirito di povertà e di obbedienza, nel servizio sacerdotale sia solo un consiglio e non un precetto è ammesso comunemente. Ma ci si domanda il consiglio “Se vuoi essere perfetto vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri” obbliga “per se” ossia direttamente, oppure “per accidens” vale a dire indirettamente?
    Vi sono due scuole: quella obbligatorista (per la quale la vocazione obbliga per se sotto pena di peccato mortale) e quella benignista o “liberista” (secondo la quale la vocazione essendo un consiglio non obbliga per se sotto pena di peccato, altrimenti sarebbe un precetto). La tesi “liberista” mi sembra più conforme alla sana dottrina e cercherò di spiegarne il perché.
    In sintesi il rifiuto della vocazione sacra significa abbandonare una via più nobile, ma non è per se un peccato , che immancabilmente ci porterà all’inferno.
    Qualora vi fosse il disprezzo del consiglio divino vi sarebbe la colpa. Ma il semplice non accettare il consiglio o l’invito non significa disprezzarlo.
    Occorre vedere i motivi per cui si declina l’invito. Il disprezzo dell’invito di Dio, sarebbe un’ingratitudine nei confronti del Signore e così sarebbe un peccato che attira il castigo divino. Tuttavia occorre distinguere se il sentimento di disprezzo dell’invito di Dio perduri nel tempo; allora la catena di grazie, che il vocato poteva aspettarsi nel nuovo stato che ha scelto, potrebbe essere definitivamente compromessa.
    Occorre perciò notare che il peccato consiste nel disprezzare il consiglio (per accidens) e non nel non seguirlo (per se).
    Per esempio, non seguire il consiglio della verginità per sposarsi non è peccato per se; ma se si stima più nobile il matrimonio (come spigheremo meglio dopo) allora vi è peccato per accidens o ratione alterius.
    Precetti e consigli
    Il precetto obbliga ad esse simpliciter; mentre il consiglio ad melius esse. Perciò non osservare il precetto è peccato per se, mentre non osservare il consiglio è un’imperfezione o un atto di carità remissus o meno perfetto di quanto avrebbe dovuto e potuto essere. È l’uso della creatura non contra legem e neanche praeter legem, ma secundum legem sed non ferventiori modo, quindi non può e non deve essere oggetto di assoluzione sacramentale, come vogliono gli obbligatoristi, non essendo peccato.
    La volontà di Dio o la “vocatio divina”
    Non lascia completamente liberi, non esclude qualsiasi obbligo e non autorizza qualsiasi risposta , secondo le proprie preferenze.
    Se non vi è peccato formale per se, ciò non vuol dire che non vi sia l’obbligo di rispondere quanto al danno che tale negazione comporta , ossia una diminuzione del meglio e non del necessario, nel bene spirituale. Tale diminuzione del bene spirituale non è un peccato ma solo un atto di carità meno perfetto. Il consiglio non obbliga per se sotto pena di peccato; ma la conseguenza sarà una diminuzione di grazia e di gloria. È il piano del minor amore e non della offesa positiva, non è un atto contro Dio o la sua legge, ma è il non fare il meglio per Dio. Ora non seguire un consiglio è un atto secundum legem sed non ferventiori modo actuato.
    Il pericolo di dannazione
    Tale pericolo sussiste non per se o in quanto non si è obbedito al consiglio, ma per accidens o ratione alterius, ossia la ragione o il perché del pericolo di dannazione si trova in fattori estrinseci al consiglio in sé considerato , ad esempio i motivi disordinati, come reputare il matrimonio più perfetto dello stato consacrato.
    Tuttavia tale pericolo può cessare se cessano gli errati atteggiamenti spirituali che hanno determinato il rifiuto, chi non segue la vocazione per motivi disordinati, farebbe peccato per questi motivi disordinati e non per non aver seguito la vocazione, ossia per accidens e non per se. Ma può riparare il male fatto, correggendosi da tali inclinazioni, poiché “ad ogni peccato, di cui ci si pente, misericordia”!
    L’obbligatorismo in tema di vocazione
    La scuola teologica obbligatorista, che asserisce che la vocazione obbliga per se, e quindi si pecca per se se non la si segue, può creare nella decisione di seguire la chiamata divina, una psicologia ansiosa e coatta, tormentosa e tormentante e può deformare il giudizio prudenziale sulla vocazione del candidato. Producendo delle vere e proprie catastrofi spirituali, come fu il caso della “vocazione” di Lutero, vista dal soggetto non sub specie aeternitatis, ma sub specie damnationis.
    Vocazione dubbia, vocazione nulla
    L’insegnamento del Magistero (2) è esplicito e chiaro su tale punto; ogni dubbio serio sulla vocazione deve portare alla negazione della chiamata. La tesi benignista secondo cui la vocazione obbliga per accidens, infonde una gran serenità e sicurezza nel seguire la vocazione e spinge a seguire la chiamata per amore e non per timore di dannazione, a differenza di Lutero.
    L’Obbligatorismo
    Insegna l’obbligo della confessione e della riparazione per il giovane che non avendo seguito la vocazione ha peccato per se. Tale tesi può determinare in chi ha deciso di cambiare strada dei turbamenti pericolosi, dei rimorsi e varie agitazioni di spirito.
    Pericoli di irriverenza
    Se nel respingere la chiamata o il desiderio (e non il comando o l’ordine) di Dio, il rifiuto è fatto con disprezzo irriverente del desiderio o consiglio di Dio (e di Dio stesso che chiama e consiglia), allora vi è peccato, ma siamo sempre nel peccato per accidens, infatti vi è peccato in quanto è disprezzato il desiderio di Dio e non in quanto il candidato non se la sente di seguire una vocazione più nobile ma più impegnativa. Insomma se riconosco che seguire il consiglio di Dio sarebbe bello e più bello di ciò che scelgo (il matrimonio) , ma non lo seguo per timore dei sacrifici che la strada più perfetta comporta, allora il rifiuto non è disprezzo della volontà di Dio. È soltanto il rifiuto di un sacrificio consigliatomi da Dio, e non imperato sotto pena di peccato per se . Si tratta di un consiglio che non viene seguito a causa del sacrificio che comporta e in virtù della libertà concessa da Dio all’uomo.
    Il giovane valuta ragionevolmente la vocazione in sé, i sacrifici che comporta, la libertà che Dio lascia nell’accettarla o no, senza peccato, poiché è un consiglio, che aiuta ad osservare meglio i 10 comandamenti e ad arrivare alla perfezione, quindi sceglie, senza peccare, di dire no alla chiamata, senza disprezzarla, anzi ritenendola troppo alta rispetto alle proprie forze. Gli obbligatoristi partono dal presupposto, tutto da dimostrare, che ogni volta vi sia certamente vocatio divina , che non è ben distinta da costoro dalla vocatio canonica. (Lutero ebbe la seconda, ma non la prima) . Ogni aspirante al sacerdozio non ha necessariamente la vocatio divina, ma si pone il problema se abbia o no la vocazione; il problema va risolto con la massima libertà, da parte di chi può accettare o meno un consiglio che forse Dio gli sta dando, ma di cui non v’è sempre la certezza; e anche difronte a una certezza morale il giovane può rifiutare l’invito, senza necessariamente disprezzarlo, poiché gli pare troppo arduo, e non deve esser posto dall’obbligatorismo in uno stato di terror di Dio, che falserebbe la sua risposta, (come capitò allo sventurato Martin Lutero).
    È lecito rifiutare il meglio per paura del sacrificio?
    Tale ripugnanza è un’imperfezione, non è un atto cattivo, contro Dio e la sua legge, ma è un atto buono, pur se meno buono di quanto avrebbe potuto essere. Ciò che obbliga per se sotto pena di peccato grave è il sacrificio e il rinnegamento necessari ad osservare i 10 comandamenti; mentre il sacrificio per osservare i consigli non obbliga sotto pena di peccato, altrimenti i consigli sarebbero non più consigli ma comandamenti.
    Facciamo l’esempio di, chi non se la sente di accettare il celibato ecclesiastico, non per motivi viziosi, ma per timore, non accidioso, del sacrificio di rinunziare ad un onesto matrimonio; siccome rifiuta un sacrificio consigliato non pecca di per sé. Il motivo della scelta è ragionevole e onesto, in quanto si sceglie uno stato naturalmente più facile, anche se meno perfetto, e quindi lecitamente elegibile, per raggiungere il fine ultimo. Se il giovane respinge de facto, in tale scelta, le grazie del “Meglio” o del più perfetto (celibato), riceve tuttavia quelle del “Bene” (matrimonio). Se un giovane rifiuta la grazia della vocazione e la catena delle grazie che ne seguirebbero, per un motivo ragionevole di timore sia del grave sforzo, sia di non farcela,sia perché non è sicuro di avere la vocazione, riceve una nuova serie di grazie proporzionate allo stato buono , anche se meno perfetto, che ha scelto. Tali grazie sono sufficienti a condurlo in paradiso, anche se con un grado inferiore di grazia e di gloria rispetto al più perfetto. La prospettiva obbligatorista del “pesce fuor d’acqua”, o della “strada senza pompe di benzina”, cioè priva di grazie nel cammino che deve percorrere, è infondata e spiritualmente pericolosa.
    Se invece nel rifiuto vi è una psicologia rinunciataria e proclive al vizio, naturalmente vi è peccaminosità e pericolo di dannazione. Ma questo è un peccato per accidens, ossia a causa dei motivi cattivi che spingono al rifiuto, e non vi è peccato per se, ossia per il rifiuto stesso. La mancanza di maggior fervore è un’imperfezione, non è un peccato di accidia. Per gli obbligatoristi il rifiuto del meglio è in sé un peccato; invece non è così. Vi sarà accidia solo qualora manchi il fervore obbligatorio per osservare i 10 comandamenti. Non vi è accidia quando si rifiuta il meglio per scegliere il bene, per timore di non farcela a conseguire il più perfetto: “l’ottimo è nemico del buono” diceva don Bosco. L’obbligatorismo rischia di spingere il giovane a vedere il problema della divina chiamata in una prospettiva di ansia terrorizzante, di perfezionismo paralizzante; mentre si può lasciare il seminario per la povertà in cui si vive, o per timore di gravi persecuzioni di cui i sacerdoti del luogo possono essere oggetto, o per le difficoltà del celibato che il giovane seminarista trova troppo aspre per sé e lo fanno dubitare di essere realmente chiamato da Dio in tale stato. In realtà se Dio dà una vocazione ad una persona gli dà anche i mezzi per portarla a termine e viverla serenamente, mentre il non avere i mezzi o avere una difficoltà di mezzi per cogliere il fine è segno di vocazione dubbia, e “vocazione dubbia è vocazione nulla”. In materia di vocazione la Chiesa segue il tuziorismo, ossia vi è vocazione solo quando se ne ha la certezza morale, a partire dalle qualità che il chiamato deve possedere. Per esempio, un monco certamente non è chiamato a fare il pugile, poiché non ha le qualità richieste; così un giovane che non riuscisse a liberarsi da qualche vizio, o che non avesse la salute psico-fisica sufficiente o l’intelligenza per fare gli studi sacri non ha la sacra vocazione, tranne i casi straordinari (p. Pio, il curato di Ars, S. Giuseppe da Copertino), che sono le eccezioni che confermano la regola.
    Resistenza al volere divino e pericolo di dannazione
    Ogni peccato mortale è stato preparato da molti peccati veniali anteriori(nemo repente fit pessimus). Quindi per evitare il peccato mortale occorre evitare i peccati veniali. Però è moralmente impossibile che l’anima lotti efficacemente contro il peccato veniale, se non ha una certa delicatezza di coscienza, spirito di abnegazione e un certo dinamismo spirituale che superi il piano dell’obbligo stretto (i precetti) e tenga conto dellospirito dei consigli. Tendere a adempiere solo i divini precetti, significherebbe esprimere a Dio il proprio amore solo con la volontà di non offenderlo, il che è contrario al vero amore, che non solo non offende, ma va incontro ai desideri dell’amato. Se l’anima si contentasse solo di non offendere Dio, conserverebbe lo stato di grazia, ma le mancherebbe la facilità e la gioia nel fare la volontà di Dio. Siccome, pur non volendo peccare, non compie il desiderio o il consiglio di Dio, praticamente, si occuperà di ottenere sempre il massimo accontentamento di sé, piuttosto che il proprio rinnegamento, tendenza che finirà per travolgerlo facendolo indulgere al peccato veniale, per arrivare sino al mortale.
    Infine solo chi si esercita nelle rinuncie libere del meglio, si sottrae alle occasioni pericolose e acquista dominio stabile sulle proprie passioni.
    Senza la buona volontà di compiere i desiderii (consigli) di Dio, manca il dinamismo del vero amore soprannaturale, che ci infonde l’odio al peccato e ci impedisce di far pace con le imperfezioni volontarie. In questo senso, cioè quando c’è mancanza volontaria di fervore e stato di tiepidezza il non seguire la volontà di Dio è la strada moralmente certa di dannazione. Il fervore comporta che ogni atto deve essere più perfetto di quello anteriore, per poter progredire nella vita spirituale. Senza fervore non si avanza. Ora in via Dei non progredi regredi est, quindi senza fervore si cade nella tiepidezza e vi è pericolo di dannazione.
    Tuttavia resta sempre la possibilità di una riparazione trionfatrice. La generosità e il fervore sono indispensabili per perseverare in grazia di Dio. Se resistere al consiglio, per se, non è peccato, tuttavia per accidens, lo stato abituale di ingenerosità, ossia far pace con le imperfezioni volontarie, porta alla tiepidezza o alla indifferenza alle cose spirituali (accidia) e al peccato mortale.
    Tuttavia resta fermo il principio, contro l’obbligatorismo, che resistere a un consiglio non è per se peccato né veniale né mortale. Ma può scaturirne, per accidens, il pericolo di dannazione, che nasce quando vi è un orientamento stabile e sistematico di opposizione ai consigli di Dio, che porta all’accidia o disgusto delle cose spirituali. Tale stato di tiepidezza è più pericoloso di un solo peccato mortale preso isolatamente, dal quale ci si rialza più umili, ferventi e pii ( vedi S. Pietro o David) . Lo stato di tiepidezza non è il rifiuto del meglio (consiglio) per timore di non farcela, ma è il meglio (consigli) disprezzato praticamente per accidia, che porta alla sistematica esclusione dei desideri di Dio, che implica non tener conto né dei suoi comandamenti né dei suoi precetti.
    Il rifiuto della vocazione può essere disgiunto dalla tiepidezza
    Se il rifiuto fosse determinato dalla paura di non farcela, potrebbe essere riparato con l’accettazione fervorosa dei precetti di Dio e con lo spirito dei consigli; se fosse determinato da un motivo peccaminoso attuale, potrebbe essere riparato, poi, nello stato matrimoniale vissuto santamente secondo le leggi di Dio.
    Invece se il rifiuto nasce da uno stato abituale, e non da un atto, di accidia e tiepidezza, allora tale rifiuto potrebbe essere la strada che conduce alla dannazione, ma sempre riparabile, con la grazia di Dio che non è rifiutata a nessuno, uscendo dalla tiepidezza abituale, con la buona volontà di servire il Signore nello stato in cui ci si trova.
    Libertà della sacra vocazione
    La vocazione è libera perché sovrumana, essa corrisponde non ad un precetto, ma a un cosiglio di Dio. La vocazione sacra impone delle rinunce a tendenze naturalmente fondamentali, e soprannaturalmente lecite (matrimonio) che ogni uomo ha il diritto di poter soddisfare. Ora l’imposizione di tali rinunce non è un precetto di Dio, non è un’esigenza della natura, anzi è il contrario, è una scelta libera del meglio, di corrispondere all’invito di Dio a uno stato più perfetto, ma più difficile.
    Se la tesi obbligatorista fosse vera, Dio direbbe al chiamato: sei libero di accettare la vocazione (Si vis) , ma se rifiuti ti nego la grazia sufficente per la salvezza. Così il consiglio diverrebbe ben più di un singolo precetto: diverrebbe il peccato contro lo Spirito Santo o l’impenitenza finale.
    Stato consacrato e stato matrimoniale
    Nello stato consacrato si ricevono grazie maggiori, proporzionate all’altezza dello stato in cui ci si trova. Ma vi sono anche maggiori difficoltà e responsabilità nell’ordine spirituale. Nello stato matrimoniale vi sono minor grazie, ma anche minori responsabilità nell’ordine spirituale. Nello stato sacerdotale si ricevono maggiori grazie, corrispondendo alle quali si giunge a maggior santità. Ma la corrispondenza non è sempre facile, e siccome solo la corrispondenza alla grazia ci dà le virtù acquisite che danno la facilità e la prontezza nell’agire bene, ci vuole perciò lo sforzo di corrispondere. Se manca tale sforzo si può fallire anche nella vocazione.
    Inoltre non bisogna cadere nel falso concetto del miracolismo della grazia di stato, che potrebbe spingere verso il quietismo o far abbracciare lo stato consacrato quando non si hanno le qualità umane e naturali prerichieste (salute psico-fisica, intelligenza, moralità stabile e ben fondata e la purezza d’intenzione) in quanto “la grazia presuppone la natura, non la distrugge ma la perfeziona (S. Tommaso). Qualora manchi una di queste qualità la vocazione divina è dubbia e “vocazione dubbia, è vocazione nulla”; in tema di vocazione l’insegnamento del Magistero(2) è simile a quello che riguarda i sacramenti, ove se la materia o la forma sono dubbie o non certamente valide, il sacramento è da ritenersi invalido e non probabilmente valido; così è per la vocazione. Qualora una carenza di qualità facesse sorgere il dubbio, si deve dire che la vocazione non sussiste, e sarebbe scellerato dire che è probabilmente sussistente e inviare al “macello” un uomo che non ha le capacità per reggere il peso del sacerdozio. Il benignismo in materia di vocazione lascia, in caso di dubbio, il giovane in perfetta serenità di poter dire che non se la sente; mentre l’obbligatorismo che asserisce: se non corrispondi alla chiamata (che peraltro alcune volte è dubbia) sei dannato, metterà il candidato in un grande stato di agitazione: egli non potrà scegliere serenamente e liberamente se corrispondere o meno, essendo è minacciato dalla più grande delle paure, quella della dannazione eterna.
    Vita religiosa e vita sacerdotale
    La vita sacerdotale è la più nobile perché conferisce il potere sul corpo fisico di N. S. Gesù Cristo; la vita religiosa, differisce dalla precedente a causa dei tre voti. Essa pone il chiamato in uno stato che tende alla perfezione; essa consiste principalmente nell’osservare i dieci comandamenti e soltanto secondariamente e strumentalmente nell’osservare i consigli come “removens prohibens” ossia come ciò che aiuta a togliere gli ostacoli che impedirebbero la vita cristiana e al tempo stesso ci conducono all’unione con Dio o alla perfezione.
    La differenza sostanziale tra queste due vite (religiosa e sacerdotale) è che lo stato religioso ci mette nel cammino della perfezione verso la quale si può tendere durante tutta la vita religiosa, lo stato sacerdotale invece presuppone già la seconda via della vita cristiana, che è quella dei “proficienti” o la mistica iniziale (lo stato episcopale la terza via dei “perfetti” o mistica compiuta). Per di più la vita religiosa difende i chiamati dal mondo, grazie alla Regola e alla vita in comune; mentre la vita sacerdotale comporta la rinuncia alle comodità del mondo, ma lascia il prete isolato, in continuo contatto col mondo, verso il quale deve svolgere un ministero delicatissimo e pericoloso. Nello stato religioso vi sono meno pericoli, meno responsabilità e più difese; il sacerdote invece accetta l’ordine sacro per la salvezza delle anime, e quindi accetta il rischio di dover andare “come gli agnelli in mezzo ai lupi”, con la sperata cooperazione alla divina chiamata e la eventuale più ricca ricompensa spirituale.
    Conclusione
    Padre Roothan aveva predicato un turno di esercizi ad una comunità religiosa; alla fine degli esercizi - racconta S. Alfonso - monta a cavallo e se ne parte, ma lungo la strada si ricorda di aver omesso di predicare la cosa più importante nella vita spirituale; allora fa marcia indietro, ritorna al convento, fa suonare la campana e dice ai religiosi accorsi: ho dimenticato di ricordarvi la cosa più importante: qualunque cosa accada, non disperate mai!
    Mater mea, fiducia mea!
    NOTE:
    1) Vocazione in senso stretto è solo quella sacra, per cui non è corretto parlare di “vocazione al matrimonio”, essa è una tendenza naturale e non una vocazione .
    Per la stesura di questo articolo mi sono basato su il libro La sacra vocazione di monsignor Pier Carlo Landucci.
    2) Istruz. S. C. dei Sacramenti, 27 dicembre 1930.
    Istruz. S. C. dei Religiosi, 1 dicembre 1931.
    Istruz. S. C. dei Seminari e delle Università degli studi, in O. R. 23 ottobre 1952.
    Conc. Lat. IV, cap XXVII.
    Benedetto XIV, Encicl. Ubi primum, 31 dicembre 1740.
    S. Pio X, Encicl. Pieni l’animo, 28 luglio 1906.
    Pio XI, discorso ai Vescovi, 25 luglio 1929 (pellegrinaggio nazionale dei Seminari).
    Istruz. S. C. dei Sacramenti, 1930.
    Pio XI, Ad catholici sacerdotii , 1935.

    Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, Vocazione di S. Matteo, 1599-1600, Cappella Contarelli, Chiesa di San Luigi dei Francesi, Rome

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    Predefinito SOLENNE CONCELEBRAZIONE PER LE VOCAZIONI

    OMELIA DEL SANTO PADRE PAOLO VI

    20 aprile 1975


    Venerati Fratelli! Figli carissimi!

    Giornata delle vocazioni! Se ne è tanto parlato, ma l'importanza del tema e la sua complessità esigono che ancora se ne riparli; e sempre. Ed oggi la Chiesa parla con voce così alta e profetica di questo tema che non basta semplicemente ascoltarlo; bisogna comprenderlo. L'ora è venuta per noi di penetrarne il senso e di lasciare che il suo significato venga a contatto con il nostro cuore, con la profondità personale della nostra coscienza; e non meno con l'odierna esperienza storica. Lo facciamo ora per via di brevissima sintesi (Cfr. Seminarium, 1, 1967). Che cosa significa vocazione se non chiamata? Annuncio, dialogo quindi, inizio di conversazione, invito ad una coincidenza nella verità, provocazione ad una comunione, ad un amore. Chiamata: chi chiama?

    Fratelli e figli! Cerchiamo di comprendere. La vita, la nostra vita stessa è vocazione. La ragione del nostro essere, razionale e libero, è vocazione. L'antico catechismo nulla ha perduto della sapienza filosofica e teologica: noi abbiamo avuto il dono dell'esistenza per conoscere ed amare Dio; sì, Dio. Che ha voluto suscitare davanti a Sé l'homo sapiens; un essere votato alla ricerca, all'ascoltazione delle voci dell'essere, del cosmo, della scienza. Possiamo applicare a questo rapporto della nostra vita una frase di S. Paolo: nihil sine voce. Niente è senza voce. Tutto parla per chi sa ascoltare. I segreti della natura sono possibili confidenze di Dio creatore per chi le sa scoprire. È una prima forma di vocazione, la vocazione alla scienza che meriterebbe per sé grande discorso: essa rimane tuttora, e trova l'uomo moderno assorbito dal suo meraviglioso, magico incantesimo. Noi ne abbiamo, proprio ieri, onorato il perenne, fecondo, inesausto valore nell'incontro con la nostra Pontificia Accademia delle Scienze.

    Ma la vocazione scientifica, quando è fedele alle sue trascendenti aspirazioni, arriva alle soglie della religione, e vi depone il suo canto umile e solenne: «I cieli narrano la gloria di Dio, e le opere delle sue mani annunzia il firmamento» (Ps. 18, 1: cfr. Prov. 22, 17 ss.; etc.). Grande liturgia, esuberante essa pure di misteri, e di luci, non certo ostile a quella religiosa, sì bene, sua scala e in certo senso suo riflesso (Cfr. Matth. 6, 28-30). I sommi cultori di questa vocazione naturale l'hanno compreso: la recente commemorazione del centenario di Copernico, già maestro alla «Sapienza» di Roma, ha rievocato questa, non solo possibile, ma sempre auspicabile armonia della scienza razionale con la fede religiosa. Ma la vocazione scientifica non esaurisce, e spesso nemmeno inizia il dialogo nuovo e ulteriore, che l'ineffabile Iddio vuole aprire con l'uomo e che di natura sua si rivolge alle cose a noi esteriori, mentre l'uomo subito se ne inebria e subito lo rivolge a scopi utilitari, donde nasce e si qualifica e si appesantisce la civiltà moderna, profana e quasi preclusa all'apertura dei nuovi segreti, che S. Agostino sintetizza nel duplice voto: noverim Te, noverim me, la conoscenza penetrante e sapiente di Dio e di se stesso (Cfr. S. AUGUSTINI Solil. 11, 1; PL 32, 885).

    La vocazione naturale, la prima, indispensabile, estremamente ricca, denuncia tuttavia i suoi limiti, i quali, quasi per paradosso, tanto più si fanno sensibili e opprimenti quanto più vasti ed estesi ne sono i confini verso l'oceano dell'esperienza sensibile e dello scibile razionale. L'umanità per lo più vi si adatta, ma alla fine ne soffre, e piega tristemente rassegnata verso una valutazione piuttosto pessimistica sulla vita e sul Inondo. Ricordate il vanitas vanitatum dell'Ecclesiaste, che avverte, dopo averne goduto, la caducità delle cose divorate dal tempo e deprezzate dalla incapacità di saziare l'anima umana più ampia e più avida di quanto sia la loro possibilità di riempirla e di saziarla? Ed è qui spesso, nella trama della vita, anche giovanissima, Figli e Fratelli ed Amici, noi crediamo, che può avvenire la seconda vocazione dell'uomo pellegrino, la vocazione, chiamiamola così, evangelica, cioè l'ascoltazione, la folgorazione, d'una parola del Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo (Io. 15, 16).

    Egli ne ha l'iniziativa; sì, ma questa è rispettosa d'una libertà che la fa decisiva. Leggete le vite dei santi, analizzate le biografie dei convertiti, ma fors'anche preferite le semplici cronache di giovani, nostri coetanei, uomini o donne che siano, i quali, a un dato momento, hanno udito e capito una parola evangelica entrare, furtiva dapprima, dominatrice poi, nella loro coscienza. Non è univoco, a noi pare, il modo con cui questa presenza interiore della Parola divina agisce sopra le anime: risposta ad un premente problema spirituale? Candido sogno di santità! Balsamo confortatore ad un'afflizione inconsolabile, coraggioso rimedio ad un rimorso inquietante? Scoperta di doveri prima dimenticati? Consonanza d'un verbo evangelico con una voce umana, attuale, piangente? Non so. Il fatto è che il contatto interiore della voce del Signore con un elementare, quasi istintivo ed intimo, ma dominante pensiero del cuore ha prodotto un interrogativo, forse un tormento, un vero caso di coscienza, che la parola amorosa e discreta d'un papà, o ancor più facilmente d'una mamma pia e sagace, sa interpretare e sa fare poi esaminare dal consiglio, immancabile, d'un padre spirituale, d'un esperto amico capace di accogliere e custodire il segreto d'una decisiva conversazione: ecco, è la «vocazione»!

    La vocazione evangelica, autentica, che il giudizio autorevole della Chiesa sperimenta e convalida (Cfr. Presbyterorum Ordinis, 11, nota 66) è questa. La chiamata diventa elezione, scelta, distacco, separazione, segregazione (Cfr. Act. 13, 2): cioè diventa candidatura ad un ufficio speciale, che ha questa prima caratteristica, oggi la più sofferta, di imporre un genere di vita diverso da quello comune, singolare, punto ambito e stimato nel ceto selciale ordinario, mentre un tempo aveva una sua rispettata e spesso onorifica estimazione sociale; oggi no; essa è la caratteristica dell'unico amore a Cristo, a Dio, in misura totale, in forma esclusiva, la caratteristica del sacrificio, dell'annullamento di sé (Cfr. Phil. 2 , 7 ss.); una caratteristica compenetrata da un'altra subito derivata, quella della dedizione nella preghiera o nel ministero al bene altrui, al servizio senza riserva agli uomini fratelli, con preferenza per quelli più bisognosi di amore, di assistenza, di consolazione. La chiamata, diventata elezione, si fa dedizione, immolazione, silenzioso e gratuito eroismo.

    La vocazione, si fa ecclesiale. Cioè s'innesta in un corpo, si, sociale, umano, organizzato, giuridico, gerarchico, mirabilmente compatto e obbediente; si dica quanto si vuole di questa aggregazione esteriore, tradizionale, disciplinata nella quale l'individuo sembra perdere la sua personalità, sembra, diciamo, ma l'acquista nell'atto stesso che si compagina con questo terreno e visibile corpo ecclesiale, perché si tratta del Corpo mistico, che è la Chiesa di Cristo, da cui fluiscono nell'eletto fiumi di divini carismi, i doni, i frutti dello Spirito Santo (Cfr. Gal. 5, 22 ss.), e nel sacerdote la misteriosa e miracolosa somma delle potestà divine, come quella dell'annuncio della Parola di Dio, o quella delle virtù di risuscitare alla grazia le anime morte, e più quella di immolare alla Messa nella sua reale e sacramentale presenza Gesù, vittima della nostra Redenzione. E poi v'è questo mistero dell'unità, d'avere sempre presente, come vertice della carità, mistero che si riveste di forme sensibili e sociali, e che ci fa trasognare nel nostro mondo storico, il quale con dispari sforzo spesso simultaneo genera e distrugge la sua pace unitaria; mistero per eccellenza confidato ai votati alla sequela sacerdotale e religiosa di Cristo: siano tutti uno!(Io. 17)

    Fratelli e Figli, e Amici, prolungate da voi stessi questa meditazione sulla vocazione: naturale, evangelica, ecclesiale; non ne potrete raggiungere la fine (Cfr. Eph. 3, 18 ss.) nella pienezza di significato, di spirituale e morale grandezza, d'ineffabile fortuna soprannaturale ch'essa promette e garantisce. Non le fate mai torto di poterla realizzare in economia di durata, di sacrificio e d'amore. Non ne isolate il pensiero da quello della funzione sempre superlativa, ch'essa acquista nella compagine della Chiesa viva; non dimenticate la premente necessità che il mondo oggi ne ha; e non recitate come vane le sacrosante parole, che ne imputano la responsabilità e che ne annunciano la solrte beata: hodie si vocem Eius audieritis, nolite obdurare corda vestra! (Ps. 94, 8) Ascoltate la Voce.

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    Predefinito ESORTAZIONE AL CLERO DEL MONDO CATTOLICO SULLA SANTITÀ DELLA VITA SACERDOTALE

    MENTI NOSTRAE

    Introduzione

    Voci che non si spengono

    Risuona sempre nell'animo Nostro la voce del Divin Redentore che dice a Pietro: " Simone di Giovanni, mi ami tu più di questi?... pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle " (Gv 21,15.17); e quella dello stesso Principe degli Apostoli che esorta i Vescovi ed i Sacerdoti del suo tempo: " Pascete il gregge di Dio, che da voi dipende... fatti sinceramente esemplari del gregge " (1 Pt 5,2.3).

    Principale necessità del nostro tempo

    Meditando attentamente tali parole, stimiamo essere officio precipuo del Nostro supremo Ministero di adoperarCi affinché diventi sempre più efficace l'opera dei sacri Pastori e dei Sacerdoti, che devono guidare il popolo cristiano ad evitare il male, a superare i pericoli ed a conseguire la santità. Questa infatti è la principale necessità del nostro tempo, in cui i popoli, in conseguenza della recente immane guerra, non solo sono angustiati da gravi difficoltà materiali, ma sono anche spiritualmente sconvolti, mentre i nemici del nome cristiano, fatti insolenti dalle condizioni in cui versa la società, si sforzano, con odio satanico e con sottili insidie, di allontanare gli uomini da Dio e dal suo Cristo.

    Paterna sollecitudine per i Sacerdoti

    La necessità, che tutti i buoni avvertono, di una restaurazione cristiana, Ci spinge a rivolgere il Nostro pensiero e il Nostro affetto in modo speciale ai Sacerdoti di tutto il mondo, perché sappiamo che soprattutto la umile, vigile, fervida opera di essi, che vivono in mezzo al popolo e ne conoscono i disagi, le pene, le angustie spirituali e materiali, può rinnovare le coscienze e stabilire in terra il Regno di Gesù Cristo, " regno di giustizia, di amore e di pace ".

    Non sarà però in alcun modo possibile che il ministero sacerdotale consegua pienamente il suo fine, così da rispondere adeguatamente ai bisogni del nostro tempo, se i Sacerdoti non risplenderanno in mezzo al popolo per insigne santità, come degni " Ministri di Cristo ", fedeli " dispensatori dei Misteri divini " (cf 1 Cor 4,1), efficaci " collaboratori di Dio " (cf 1 Cor 3,9), pronti ad ogni opera buona (cf 2 Tm 3,17).

    Manifestazione di gratitudine

    Pensiamo pertanto che non potremmo in nessun modo manifestare meglio la Nostra gratitudine ai Sacerdoti del mondo intero, i quali, nel cinquantesimo anniversario del Nostro Sacerdozio, Ci hanno dato testimonianza del loro amore elevando per Noi preghiere a Dio, che rivolgendo a tutto il clero una paterna esortazione alla santità, senza la quale il ministero ad esso affidato non può essere fecondo. L'Anno Santo, che abbiamo indetto con la speranza di un generale risanamento dei costumi secondo gli insegnamenti del Vangelo, questo desideriamo che porti come primo frutto, che cioè quelli che sono la guida del popolo cristiano, attendano con maggiore impegno alla propria santificazione, perché così sarà assicurato il rinnovamento dei popoli nello spirito di Gesù Cristo.

    E' tuttavia da ricordare che, se oggi gli accresciuti bisogni della Società cristiana esigono con più urgenza l'interna perfezione dai Sacerdoti, essi sono già obbligati per la stessa intima natura dell'altissimo ministero loro confidato da Dio, ad adoperarsi indefessamente, sempre ed ovunque, per la propria santificazione.

    Il grande dono del Sacerdozio

    Come hanno insegnato i Nostri Predecessori, e particolarmente Pio X e Pio XI, e come Noi stessi abbiamo accennato nelle Lettere Encicliche Mystici Corporis e Mediator Dei, il sacerdozio è veramente il grande dono del Divin Redentore, il quale, per rendere perenne l'opera di redenzione del genere umano da lui compiuta sulla Croce, trasmise i suoi poteri alla Chiesa, che volle partecipe del suo unico ed eterno sacerdozio. Il Sacerdote è un " alter Christus " perché è segnato con indelebile carattere che lo configura al Salvatore; il Sacerdote rappresenta Cristo, il quale disse: " Come il Padre ha mandato me, così io mando voi " (Gv 20,21); " chi ascolta voi ascolta me " (Lc 10,16). Iniziato, per divina vocazione, a questo augustissimo ministero " è preposto a pro degli uomini a tutte quelle cose che riguardano Dio, affinché offra doni e sacrifici per i peccati " (Eb 5,1). A lui pertanto è necessario che ricorra chiunque vuol vivere la vita di Cristo e desidera ricevere forza, conforto ed alimento per l'anima; a lui chiederà la medicina necessaria chiunque desidera risorgere dal peccato e tornare sulla retta via. Per tal motivo, tutti i Sacerdoti possono applicare a se stessi le parole dell'Apostolo: " Siamo cooperatori di Dio " (1 Cor 3,9).

    Necessità della corrispondenza

    Ma sì eccelsa dignità esige dai Sacerdoti che corrispondano con fedeltà somma al loro altissimo officio. Destinati a procurare la gloria di Dio in terra, ad alimentare ed accrescere il Corpo Mistico di Cristo, è assolutamente necessario che così eccellano per santità di costumi, che attraverso di essi si diffonda dovunque il " buon profumo di Cristo " (2 Cor 2,15).

    Il dovere fondamentale

    Il giorno stesso in cui voi , diletti figli, foste innalzati alla dignità sacerdotale, il Vescovo, a nome di Dio, vi ha solennemente indicato quale fosse il vostro dovere fondamentale: " Comprendete ciò che fate, imitate ciò che trattate, affinché, celebrando il mistero della morte del Signore, procuriate di mortificare le vostre membra da tutti i vizi e le concupiscenze. Sia, la vostra dottrina, spirituale medicina al popolo di Dio; sia il profumo della vostra vita il diletto della Chiesa di Cristo, affinché con la predicazione e con l'esempio, edifichiate la casa, che è famiglia di Dio ".

    Totalmente immune da peccato, la vostra vita, più di quella dei semplici fedeli, sia nascosta con Cristo in Dio (Col 3,3). Soltanto adorni di quella esimia virtù che esige la vostra dignità, potrete attendere all'officio cui vi ha destinati la sacra ordinazione, di continuare e completare l'opera della redenzione.

    Questo è il programma da voi liberamente e spontaneamente assunto; siate santi, perché santo è il vostro ministero.



    Parte I

    La santità della vita

    La perfezione consiste nel fervore della carità

    Secondo l'insegnamento del Divino Maestro, la perfezione della vita cristiana consiste nell'amore verso Dio e verso il prossimo (Mt 22,37.38.39), amore che sia però veramente fervido, premuroso, attivo. Se esso ha queste doti, può dirsi veramente che abbraccia tutte le virtù (cf 1 Cor 13,4s), ed a ragione può chiamarsi " vincolo di perfezione " (Col 3,14). In qualunque stato pertanto l'uomo si trovi, a questo fine deve dirigere le sue intenzioni e le sue azioni.

    Il Sacerdote è chiamato alla perfezione

    A questo dovere tuttavia è tenuto in modo particolare il Sacerdote. Ogni sua azione sacerdotale infatti, per sua stessa natura - in quanto proprio a tal fine il Sacerdote è stato per divina vocazione chiamato, e destinato ad un divino officio ed insignito di un divino carisma - tende a questo; egli infatti deve prestare la sua cooperazione a Cristo, unico ed eterno Sacerdote; è necessario pertanto che segua ed imiti Colui il quale, durante la sua vita terrena, non ebbe altro scopo che dimostrare il suo ardentissimo amore verso il Padre e partecipare agli uomini gli infiniti tesori del suo Cuore.

    Imitazione di Cristo

    Intima unione con Gesù

    Il primo impulso, dal quale deve esser mosso lo spirito sacerdotale, deve esser quello di unirsi strettamente al Divin Redentore, per accettare docilmente ed in tutta la loro integrità i divini insegnamenti, e per applicarli diligentemente in tutti i momenti della sua esistenza, di modo che la fede sia costantemente la luce della sua condotta e la sua condotta sia il riflesso della sua fede.

    Tenere lo sguardo fisso in lui

    Seguendo la luce di questa virtù, egli terrà fisso lo sguardo in Cristo, ne seguirà gli insegnamenti e gli esempi, intimamente persuaso che non è sufficiente per lui limitarsi a compiere i doveri cui sono tenuti i semplici fedeli, ma deve tendere con sempre maggior lena a quella santità che esige la dignità sacerdotale, secondo l'avvertimento della Chiesa: " I chierici devono condurre vita più santa dei laici, ed essere a questi di esempio nella virtù e nel retto operare ".

    Vita cristocentrica

    La vita sacerdotale, come deriva da Cristo, così tutta e sempre deve dirigersi a lui. Cristo è il Verbo di Dio, che non sdegnò di assumere la natura umana; che visse la sua vita terrena per compiere la volontà dell'Eterno Padre; che diffonde intorno a sé il profumo del giglio; che visse nella povertà; " che passò facendo del bene e sanando tutti " (At 10,38); che infine si immolò ostia per la salvezza dei fratelli. Ecco, diletti figli, la sintesi di quella mirabile vita; studiatevi di riprodurla in voi, memori dell'esortazione: " Vi ho dato l'esempio, affinché, come io ho fatto, così facciate anche voi " (Gv 13,15).

    Pratica dell'umiltà

    L'inizio della perfezione cristiana è nell'umiltà. " Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore " (Mt 11,29). Di fronte all'altezza della dignità alla quale siamo stati elevati con il Battesimo e l'Ordine Sacro, la consapevolezza della nostra miseria spirituale deve indurci a meditare la divina sentenza di Gesù Cristo: " Senza di me non potete far nulla " (Gv 15,5).

    Diffidenza di se stessi

    Il Sacerdote non confidi nelle proprie forze, non si compiaccia delle proprie doti, non cerchi la stima e la lode degli uomini, non aspiri a posti elevati, ma imiti Cristo, il quale non venne " per essere servito, ma a servire " (Mt 20,28); e rinneghi se stesso secondo l'insegnamento del Vangelo (cf Mt 16,24), distaccando l'animo dalle cose terrene per seguire più speditamente il Divino Maestro. Tutto ciò che egli ha, tutto ciò che è, viene dalla bontà e dalla potenza di Dio: se vuole dunque gloriarsi, ricordi le parole dell'Apostolo: " Quanto a me, di niente mi glorierò, se non delle mie debolezze " (2 Cor 12,5).

    Immolazione della volontà

    Lo spirito di umiltà, illuminato dalla fede, dispone l'anima alla immolazione della volontà attraverso l'obbedienza. Cristo stesso, nella società da lui fondata, ha stabilito un'autorità legittima, che è una continuazione della sua. Perciò, chi obbedisce ai Superiori, obbedisce allo stesso Redentore.

    Necessità dell'obbedienza

    In un'età come la nostra, in cui il principio d'autorità è gravemente scosso, è assolutamente necessario che il Sacerdote, saldo nei principii della fede, consideri e accetti l'autorità non solo come baluardo dell'ordine sociale e religioso, ma anche come fondamento della sua stessa santificazione personale. Mentre i nemici di Dio, con criminosa astuzia, si sforzano di sobillare e solleticare le smoderate bramosie di qualcuno, per indurlo ad erigersi contro la Santa Madre Chiesa, Noi desideriamo dare la dovuta lode e sostenere con paterno animo quella larga schiera di Ministri di Dio, che per dimostrare apertamente la loro cristiana obbedienza e conservare intatta la propria fedeltà a Gesù ed alla legittima autorità da lui stabilita, " sono stati trovati degni di soffrire contumelie per il nome di Cristo " (At 5,41), e non solo contumelie, ma persecuzioni e carceri e morte.

    Rinunce del celibato

    Il Sacerdote ha come campo della propria attività tutto ciò che si riferisce alla vita soprannaturale, ed è organo di comunicazione e di incremento della stessa vita nel Corpo Mistico di Cristo. Perciò è necessario che egli rinunci a " tutto ciò che è del mondo ", per curare solamente ciò " che è del Signore " (1 Cor 7,32.33). Ed è appunto perché egli deve essere libero dalle preoccupazioni del mondo per dedicarsi tutto al divino servizio, che la Chiesa ha stabilito la legge del celibato, affinché fosse sempre più manifesto a tutti che il Sacerdote è Ministro di Dio e padre delle anime. Con la legge del celibato, il Sacerdote, piuttosto che perdere il dono e l'ufficio della paternità, lo accresce all'infinito, giacché se non genera una figliolanza a questa vita terrena e caduca, la genera a quella celeste ed eterna.

    Quanto più rifulge la castità sacerdotale, tanto più il Sacerdote diventa insieme con Cristo " ostia pura, ostia santa, ostia immacolata ".

    Per custodire integerrima, quale tesoro inestimabile, la purezza sacerdotale, è necessario attenersi fedelmente a quella esortazione del Principe degli Apostoli, che ogni giorno ripetiamo nel divino officio: " Siate sobrii, e vigilate " (1 Pt 5,8).

    Vigilanza e preghiera, custodi della castità

    Sì, vigilate, diletti figli, poiché la castità sacerdotale è esposta a molti pericoli, sia per la dissolutezza dei costumi, sia per gli allettamenti del vizio che sono così frequenti ed insidiosi, sia infine per quella eccessiva libertà che s'introduce sempre più nei rapporti tra i due sessi e che tenta di penetrare anche nell'esercizio del sacro ministero. " Vigilate e pregate " (Mc 14,38), memori che le vostre mani toccano le cose più sante, e che voi siete consacrati a Dio ed a lui solo dovete servire. L'abito stesso che portate vi ammonisce che non dovete vivere al mondo, ma a Dio. Adoperatevi dunque con ardore e con alacrità, confidando nella protezione della Vergine Madre di Dio, per conservarvi sempre " nitidi, mondi, puri, casti, come si conviene a Ministri di Cristo ed a dispensatori dei misteri di Dio ".

    Evitare le familiarità

    A tal proposito vi rivolgiamo una particolare esortazione perché nel dirigere le associazioni ed i sodalizi femminili, vi mostriate come si addice a Sacerdoti; evitate ogni familiarità; quando è necessario che diate la vostra opera, datela come sacri Ministri. Nel dirigere poi queste associazioni, la vostra parte si limiti a quanto richiesto dal sacro ministero.

    Distacco dai beni terreni

    Al distacco dalla vostra volontà e da voi stessi con la generosa obbedienza ai Superiori ed alla rinuncia ai piaceri terreni con la castità, dovete unire il distacco dell'animo dalle ricchezze e dalle cose terrene. Vi esortiamo ardentemente, o fratelli, a non attaccarvi con l'affetto alle cose di questa terra, transitorie e periture. Prendete ad esempio i grandi Santi degli antichi e nostri tempi, i quali, unendo il necessario distacco dai beni materiali ad una grandissima fiducia nella Provvidenza e ad un ardentissimo zelo sacerdotale, hanno compiuto opere mirabili, confidando unicamente in Dio, il quale non fa mai mancare il necessario. Anche il Sacerdote, che non fa professione di povertà con particolare voto, deve essere sempre guidato dallo spirito e dall'amore di questa virtù; amore che deve dimostrare con la semplicità e la modestia del tenore di vita, dell'abitazione e nella generosità verso i poveri. In modo particolarissimo poi aborrisca dall'immischiarsi in imprese economiche, imprese che gli impedirebbero di compiere i suoi doveri pastorali e gli diminuirebbero la dovuta considerazione dei fedeli. Il Sacerdote, poiché deve attendere con ogni impegno a procurare la salvezza delle anime, deve sempre poter applicare a se stesso il detto di San Paolo: " Non cerco le cose vostre ma voi " (2 Cor 12,14).

    Essere modelli di ogni virtù

    Molto avremmo ancora da dire su tutte le virtù con le quali il Sacerdote deve riprodurre in se stesso, nel miglior modo possibile, l'esemplare divino che è Gesù Cristo. Abbiamo tuttavia preferito fermare la vostra attenzione su ciò che Ci sembra più necessario ai nostri tempi. Vi ricordiamo peraltro le parole dell'aureo libro dell'Imitazione di Cristo: " Il Sacerdote deve essere adorno di tutte le virtù, e dare agli altri esempio di retta vita. La sua conversazione non sia secondo le volgari e comuni vie degli uomini, ma con gli Angeli e gli uomini perfetti ".

    Necessità della Grazia per la santificazione

    Verità consolanti

    Nessuno ignora, diletti figli, come non sia possibile ad alcun cristiano, ed in special modo ai Sacerdoti, di imitare i mirabili esempi del Divino Maestro, senza l'aiuto della grazia, e senza l'uso di quegli strumenti della grazia che egli stesso ha messo a nostra disposizione: uso che è tanto più necessario, quanto più alto è il grado di perfezione che noi dobbiamo conseguire e quanto più gravi sono le difficoltà, che derivano dalla nostra natura incline al male. Per questa ragione, giudichiamo opportuno passare alla considerazione di altre verità, quanto mai sublimi e consolanti, dalle quali ancor più chiaramente appare quanto profonda debba essere la santità sacerdotale e quanto efficaci siano gli aiuti datici dal Signore perché possiamo compiere in noi i disegni della divina misericordia.

    Vita di sacrificio

    Come tutta la vita del Salvatore fu ordinata al sacrificio di se stesso, così anche la vita del Sacerdote, che deve riprodurre in sé l'immagine di Cristo, deve essere con Lui, per Lui, ed in Lui, un accettevole sacrificio.

    Ad esempio di Gesù sul Calvario

    Difatti, l'offerta che il Signore fece sul Calvario, non fu soltanto l'immolazione del suo Corpo; Egli offrì se stesso, ostia di espiazione, come Capo dell'umanità, e perciò " mentre raccomanda il suo spirito nelle mani del Padre, raccomanda se stesso a Dio come uomo, per raccomandargli tutti gli uomini ".

    Nella Santa Messa

    La stessa cosa avviene nel Sacrificio Eucaristico, che è rinnovazione incruenta del sacrificio della Croce: Cristo offre se stesso al Padre per la sua gloria e per la nostra salute. Ed in quanto egli, sacerdote e vittima, agisce come Capo della Chiesa, offre ed immola non soltanto se stesso, ma tutti i fedeli, ed in certo qual modo tutti gli uomini.

    I tesori del Sacrificio Eucaristico

    Ora, se questo vale per tutti i fedeli, a maggior titolo vale per i Sacerdoti, i quali sono Ministri di Cristo, principalmente per la celebrazione del Sacrificio Eucaristico. Ed appunto nel Sacrificio Eucaristico, quando " in persona di Cristo ", consacra il pane ed il vino che diventano Corpo e Sangue di Cristo, il Sacerdote può attingere dalla stessa sorgente della vita soprannaturale gli inesauribili tesori della salvezza e tutti quegli aiuti che sono necessari a lui personalmente ed al compimento della sua missione.

    Vivere la Santa Messa

    Il Sacerdote, mentre è a così stretto contatto dei divini misteri, non può non aver fame e sete di giustizia (cf Mt 5,6), o non sentire lo stimolo ad adeguare la sua vita alla sua eccelsa dignità e ad orientarla verso il sacrificio, dovendo offrire ed immolare se stesso con Cristo. Quindi egli non soltanto celebrerà la Santa Messa, ma la vivrà intimamente; così soltanto potrà attingere quella forza soprannaturale che lo trasformerà e lo farà partecipe della vita di sacrificio del Redentore.

    Trasformazione in vittime con Gesù

    San Paolo pone come principio fondamentale della perfezione cristiana il precetto: " Rivestitevi del Signore Nostro Gesù Cristo " (Rm 13,14). Questo precetto, se vale per tutti i cristiani, vale in modo speciale per i Sacerdoti. Ma rivestirsi di Cristo non è soltanto ispirare il proprio pensiero alla sua dottrina, sibbene entrare in una nuova vita, la quale, per risplendere dei fulgori del Tabor, deve anche conformarsi alle sofferenze del Calvario. Ciò comporta un lavoro lungo ed arduo che trasformi l'anima allo stato di vittima, perché partecipi intimamente al sacrificio di Cristo. Questo arduo ed assiduo lavoro, non si compie con vane velleità, né si esaurisce in desideri e promesse, ma deve essere un esercizio indefesso e continuo, che porti al rinnovamento dello spirito; deve essere un esercizio di pietà, che riferisca tutto alla gloria di Dio; deve essere esercizio di penitenza, che freni e governi i moti dell'animo; deve essere atto di carità, che infiammi l'animo di amore verso Dio e verso il prossimo e stimoli ad opere di misericordia; deve essere infine volontà operosa di lotta e di fatica per fare tutto ciò che è bene.

    Monito di San Pier Crisologo

    Il Sacerdote deve dunque studiarsi di riprodurre nella sua anima tutto ciò che avviene sull'Altare. Come Gesù Cristo immola se stesso, così il suo Ministro deve immolarsi con Lui; come Gesù espia i peccati degli uomini, così egli, seguendo l'arduo cammino dell'ascetica cristiana, deve pervenire alla propria ed altrui purificazione. Così ammo- nisce San Pier Crisologo: " Sii sacrificio e Sacerdote di Dio; non perdere quel che ti diede la Divina Autorità. Rivestiti della stola della santità; cingiti della cintura della castità; sia Cristo, velo sulla tua testa; stia la Croce a baluardo sulla tua fronte; apponi al tuo petto il sacramento della scienza divina; brucia sempre il profumo della orazione; afferra la spada dello spirito; fa' del tuo cuore come un altare ed offri così sicuro il tuo corpo vittima a Dio... Offri la fede, in modo che sia punita la perfidia; immola il digiuno, perché cessi la voracità; offri in sacrificio la castità, perché muoia la libidine; poni sull'Altare la pietà, perché sia deposta l'empietà; invita la misericordia, perché sia distrutta l'avarizia; e perché scompaia la stoltezza, conviene immolare la santità: così il tuo corpo sarà la sua ostia, se non sarà ferito da alcun dardo del peccato ".

    La mistica morte in Cristo

    Vogliamo qui ripetere in modo particolare ai Sacerdoti quanto abbiamo già proposto alla meditazione di tutti i fedeli nella Enciclica Mediator Dei: " E' ben vero che Gesù Cristo è Sacerdote, ma non per se stesso, bensì per noi, presentando all'eterno Padre i voti ed i religiosi sensi di tutto il genere umano; Gesù è vittima, ma per noi, sostituendosi all'uomo peccatore; ora il detto dell'Apostolo: "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo", esige da tutti i cristiani di riprodurre in sé, per quanto è in potere dell'uomo, lo stesso stato d'animo che aveva il Divin Redentore quando faceva il sacrificio di sé: l'umile sottomissione dello spirito cioè, l'adorazione, l'onore, la lode ed il ringraziamento alla somma Maestà di Dio; richiede inoltre di riprodurre in se stessi le condizioni della vittima; l'abnegazione di sé secondo i precetti del Vangelo, il volontario e spontaneo esercizio della penitenza, il dolore e l'espiazione dei propri peccati. Esige, in una parola, la nostra mistica morte in croce col Cristo, in modo da poter dire con Paolo: "Sono confitto con Cristo in croce".

    Valerci delle ricchezze del Sangue di Gesù

    Sacerdoti e figli diletti, abbiamo nelle nostre mani un grande tesoro, una preziosissima margherita, le ricchezze inesauribili del Sangue di Gesù Cristo; avvaliamocene con la più grande larghezza per essere, con il sacrificio totale di noi stessi offerti al Padre con Gesù Cristo, i veri mediatori di giustizia " in quelle cose che riguardano Dio " (Eb 5,1), e per meritare che le nostre preghiere siano accette ed impetrino grazie sovrabbondanti per tutta la Chiesa e per tutte le anime. Solo dopo che saremo divenuti una sola cosa con Cristo mediante la sua e nostra oblazione, ed avremo elevata la nostra voce con il coro degli abitanti della celeste Gerusalemme, " illi canentes iungimur almae Sionis aemuli ", solo allora corroborati dalla virtù del Salvatore, potremo scendere sicuri dal monte della santità che avremo conseguita, per portare a tutti gli uomini la vita e la luce di Dio attraverso il ministero sacerdotale.

    Necessità della preghiera e della pietà

    L'obbligo del Divin Ufficio

    La santità perfetta richiede anche una continua comunicazione con Dio; e perché questo intimo contatto che l'anima sacerdotale deve stabilire con Dio non fosse mai interrotto nella successione dei giorni e delle ore, la Chiesa ha fatto obbligo al Sacerdote di recitare l'Ufficio Divino. Essa ha in tal modo raccolto fedelmente il precetto del Signore: " Bisogna pregare sempre e non stancarsi " (Lc 18,1).

    La Chiesa, come non cessa mai di pregare, così desidera ardentemente che i suoi figli facciano lo stesso, ripetendo la parola dell'Apostolo: " Per Lui adunque offriamo sempre a Dio l'ostia di lode, cioè il frutto delle labbra, che confessino il suo nome " (Eb 13,15). Ai Sacerdoti essa ha commesso il compito particolare di consacrare a Dio, pregando anche a nome del popolo, tutto il tempo e tutte le circostanze.

    Voce di Cristo e della Chiesa

    Conformandosi a questa disposizione, il Sacerdote continua a fare nel corso dei secoli quello che fece Cristo, il quale " nei giorni della sua carne, avendo offerto preghiere e suppliche con grande grido... fu esaudito per la sua reverenza " (Eb 5,7). Questa preghiera ha una efficacia singolare, perché è fatta in nome di Cristo " per il Signor Nostro Gesù Cristo " il quale è nostro mediatore presso il Padre, ed a Lui presenta incessantemente la sua soddisfazione, i suoi meriti, ed il prezzo sommo del suo Sangue. Essa è veramente la " voce di Cristo ", il quale " prega per noi quale nostro Sacerdote, prega in noi quale nostro Capo ". E' parimente sempre la " voce della Chiesa " che riassume i voti ed i desideri di tutti i fedeli, i quali, associati alla voce ed alla fede del Sacerdote, lodano Gesù Cristo e, per mezzo di Lui, ringraziano l'Eterno Padre e ne impetrano gli aiuti necessari nelle vicende di ogni giorno e di ogni ora. In tal modo si ripete per mezzo dei Sacerdoti quel che Mosè fece sul Monte Sinai, quando, levate le braccia al Cielo, parlava a Dio e ne otteneva misericordia a favore del suo popolo, che penava nella valle sottostante.

    Mezzi efficienti di santificazione

    L'Ufficio Divino è anche un mezzo quanto mai efficace di santificazione. Non è infatti soltanto una recita di formule, né di cantici da eseguirsi con arte; non si tratta soltanto del rispetto di certe norme, dette rubriche, o di cerimonie esterne del culto: ma si tratta piuttosto dell'elevazione della mente e dell'anima a Dio perché si uniscano all'armonia degli spiriti beati; elevazione che suppone quelle disposizioni interiori ricordate al principio dell'Ufficio Divino: " degnamente, attentamente, devotamente ".

    Avere le intenzioni stesse di Gesù

    E' perciò necessario che il Sacerdote preghi con la stessa intenzione del Redentore. E' dunque quasi la stessa voce del Signore, il quale, tramite il suo Sacerdote, continua ad implorare dalla clemenza del Padre i benefici della Redenzione; è la voce del Signore, cui si associano le schiere degli Angeli e dei Santi in Cielo e dei fedeli tutti sulla terra, per glorificare debitamente Dio; è la voce stessa di Cristo nostro avvocato, attraverso la quale ci vengono ottenuti gli immensi tesori dei suoi meriti.

    La meditazione accurata del Breviario

    Meditate perciò attentamente quelle verità feconde che lo Spirito Santo ci elargisce nelle Sacre Scritture e che gli scritti dei Padri e dei Dottori commentano. Mentre le vostre labbra ripetono le parole dettate dallo Spirito Santo, studiatevi di non perdere nulla di tanto tesoro e, affinché nella vostra anima sia viva l'eco della voce di Dio, allontanate con cura quanto può distrarvi e raccogliete i vostri pensieri, in modo da attendere più facilmente e con maggior frutto alla contemplazione delle verità eterne.

    Seguire il ciclo liturgico

    Nella Nostra Enciclica Mediator Dei, abbiamo diffusamente spiegato a quale scopo il ciclo liturgico rievochi e rappresenti ordinatamente, durante l'anno, i Misteri di Nostro Signor Gesù Cristo, e celebri le Feste della Beata Vergine e dei Santi. Quegli insegnamenti, che abbiamo impartito a tutti perché a tutti utilissimi, devono essere meditati specialmente da voi, o Sacerdoti; voi, che con il Sacrificio Eucaristico e con il Divino Ufficio, avete una parte tanto importante nello svolgimento del ciclo liturgico.

    Perché progrediscano sempre più speditamente nella via della santità, la Chiesa raccomanda vivamente ai Sacerdoti, oltre che la celebrazione del Sacrificio Eucaristico e la recita del Divino Ufficio, anche altri esercizi di pietà. Intorno ad essi giova proporre qualche cosa alla vostra considerazione.

    La contemplazione delle cose celesti...

    La Chiesa ci esorta innanzi tutto alla meditazione, la quale solleva l'anima alla contemplazione delle cose celesti, la guida verso Dio, e la fa vivere in quell'atmosfera soprannaturale di pensieri e di affetti che costituiscono la migliore preparazione ed il più fruttuoso ringraziamento alla Santa Messa. La meditazione inoltre dispone l'anima a gustare e comprendere le bellezze della liturgia, e le fa contemplare le verità eterne ed i mirabili esempi ed insegnamenti del Vangelo. Ora a questo il Sacerdote deve continuamente mirare per riprodurre in se stesso le virtù del Redentore.

    ...e dei misteri della vita di Gesù

    Ma come il cibo materiale non alimenta la vita, non la sostenta, non la accresce, se non è convenientemente assimilato, così il Sacerdote non può acquistare il dominio di se stesso e dei suoi sensi, né purificare il suo spirito, né tendere - come deve - alla virtù, né, infine, compiere con alacre fedeltà e con frutto i doveri del suo sacro ministero, se non avrà approfondito, con meditazione assidua ed incessante, i misteri del Redentore Divino, modello supremo della vita sacerdotale e fonte inesauribile di santità.

    Danni gravi per chi la trascura

    Stimiamo pertanto essere grave Nostro obbligo di esortarvi alla pratica della meditazione quotidiana, pratica raccomandata al Clero anche dal Codice di Diritto Canonico. Come infatti lo stimolo alla perfezione sacerdotale è alimentato e rinforzato dalla meditazione quotidiana, così dal trascurare e negligere questa pratica, trae origine la tiepidezza dello spirito, per cui la pietà diminuisce e langue, e non soltanto cessa od è ritardato l'impulso alla santificazione personale, ma tutto il ministero sacerdotale soffre non lievi danni. Perciò si deve con fondamento asserire che nessun altro mezzo ha l'efficacia particolare della meditazione, e che la pratica quotidiana di essa è quindi insostituibile.

    Preghiere varie e spirito di orazione

    Dall'orazione mentale non sia poi disgiunta l'orazione vocale e le altre forme di preghiera privata che, nella particolare condizione di ciascuno, giovino ad attuare l'unione dell'anima con Dio. Si deve però tener presente: più che le molteplici preghiere, vale la pietà ed il vero ed ardente spirito di orazione. Questo ardente spirito di orazione, se mai in altri tempi, oggi specialmente è necessario, quando il così detto " naturalismo " ha invaso le menti e gli animi, e la virtù è esposta a pericoli di ogni genere, pericoli che talvolta s'incontrano nell'esercizio dello stesso ministero. Che cosa vi potrà meglio premunire da queste insidie, che cosa potrà meglio elevare l'anima alle cose celesti e tenerla unita con Dio, che la assidua preghiera e la invocazione del divino aiuto?

    Ardente devozione alla Madonna

    E poiché i Sacerdoti possono essere chiamati a titolo tutto particolare figli di Maria, essi non potranno fare a meno di nutrire verso la Vergine un'ardente devozione, di invocarla con fiducia, di implorare con frequenza la sua valida protezione. Ogni giorno perciò, come la Chiesa stessa raccomanda, reciteranno il Santo Rosario, che proponendo alla nostra meditazione anche i misteri del Redentore, ci conduce " a Gesù per mezzo di Maria ".

    La visita quotidiana al Santissimo Sacramento

    Il Sacerdote poi, prima di chiudere la sua giornata di lavoro, si recherà presso il Tabernacolo ed ivi si tratterrà alquanto per adorare Gesù nel suo Sacramento di amore, per riparare alla ingratitudine di troppi verso così grande Sacramento, per accendersi sempre più dell'amore di Dio, e per rimanere in qualche modo anche durante il tempo del riposo notturno, che richiama alla mente il silenzio della morte, alla presenza del Cuore di Cristo.

    L'esame di coscienza

    Né ometta il cotidiano esame di coscienza, che è il mezzo più efficace sia per rendersi conto dell'andamento della vita spirituale durante il giorno, sia per rimuovere gli ostacoli che intralciano o ritardano il progresso nella virtù, sia infine per conoscere i mezzi più idonei ad assicurare al ministero sacerdotale maggiori frutti e per implorare dal Padre Celeste indulgenza sulle nostre miserie.

    La Confessione frequente

    Questa indulgenza ed il perdono dei peccati ci sono concessi nel Sacramento della Penitenza, capolavoro della bontà di Dio, per soccorrerci nella nostra fragilità. Non avvenga mai, diletti figli, che proprio il Ministro di questo Sacramento di riconciliazione si astenga da esso. La Chiesa, come sapete, in questa materia dispone: " Vigilino gli Ordinari perché i chierici tutti detergano frequentemente le macchie della propria coscienza con il Sacramento della Penitenza ". Benché Ministri di Cristo, siamo tuttavia deboli e miseri; come potremo dunque ascendere l'altare e trattare i sacri misteri, se non procureremo di purificarci il più spesso possibile? Con la Confessione frequente " si accresce la retta conoscenza di se stesso, si sviluppa la cristiana umiltà, si sradica la perversità dei costumi; si resiste alla negligenza ed al torpore spirituale, si purifica la coscienza, si rinvigorisce la volontà, si procura la salutare direzione delle coscienze e si aumenta la grazia in forza dello stesso sacramento ".

    La direzione spirituale

    E qui viene opportuna anche un'altra raccomandazione: che nell'affrontare e procedere nella vita spirituale non vi fidiate di voi stessi, ma con semplicità e docilità chiediate ed accettiate l'aiuto di chi con sapiente moderazione può guidare l'anima vostra, indicarvi i pericoli, suggerirvi i rimedi idonei, ed in tutte le difficoltà interne ed esterne vi può dirigere rettamente ed avviarvi a perfezione sempre maggiore, secondo l'esempio dei Santi e gli insegnamenti dell'ascetica cristiana. Senza questa prudente guida della coscienza, in via ordinaria è assai difficile assecondare convenientemente gli impulsi dello Spirito Santo e delle grazie divine.

    Gli esercizi spirituali

    Desideriamo ardentemente infine raccomandare a tutti la pratica degli esercizi spirituali. Quando noi ci segreghiamo per alcuni giorni dalle consuete occupazioni e dall'ambiente abituale e ci ritiriamo nella solitudine e nel silenzio, allora più attentamente prestiamo orecchio alla voce di Dio, e questa penetra più profondamente nell'animo nostro. Gli Esercizi, mentre ci richiamano ad un più diligente compi- mento dei doveri del nostro ministero, con la contemplazione dei Misteri del Redentore rafforzano la nostra volontà affinché " serviamo a Lui in santità e giustizia in tutti i nostri giorni " (Lc 1,74.75).

    II Parte

    La santità nel Sacro Ministero

    Sul monte Calvario è stato aperto al Redentore il Costato, dal quale fluì il suo Sangue sacro, che scorre nel corso dei secoli qual torrente inondante, per purificare le coscienze degli uomini, espiare i loro peccati ed impartire ad essi i tesori della salvezza.

    Il Sacerdote dispensatore dei Misteri di Dio

    Alla esecuzione di sì sublime ministero sono destinati i sacerdoti. Essi infatti non soltanto conciliano e comunicano la grazia di Cristo alle membra del suo Corpo mistico, ma sono anche gli organi di sviluppo del medesimo Corpo mistico, perché essi devono dare alla Chiesa sempre nuovi figli, educarli, coltivarli, guidarli. Essi sono " dispensatori dei misteri di Dio " (1 Cor 4,1); devono perciò servire a Gesù Cristo con perfetta carità, e consacrare tutte le proprie forze alla salvezza dei fratelli. Essi sono gli apostoli della luce: devono perciò illuminare il mondo con la dottrina del Vangelo, ed essere così forti nella fede, da poterla comunicare agli altri, e seguire gli esempi e gli insegnamenti del Divino Maestro, per poter condurre tutti a Lui. Sono gli apostoli della grazia e del perdono; devono perciò consacrarsi totalmente alla salvezza degli uomini ed attirarli all'altare di Dio perché si nutrano del pane della vita eterna. Sono gli apostoli della carità: devono quindi promuovere le opere di carità, tanto più urgenti oggi che i bisogni degli indigenti sono enormemente cresciuti.

    Le varie forme dell'apostolato moderno

    Il Sacerdote deve inoltre adoperarsi affinché i fedeli comprendano giustamente la dottrina della " Comunione dei Santi ", la sentano, la vivano; si serva a tal fine di opere quali l'apostolato liturgico e l'apostolato della preghiera. Deve poi promuovere tutte quelle forme di apostolato, che oggi, per le speciali necessità del popolo cristiano, sono di tanta importanza e di tanta urgenza. Si adoperi pertanto per la diffusione dell'insegnamento catechistico, per lo sviluppo e la diffusione dell'Azione Cattolica e dell'Azione Missionaria: e, mediante l'opera di laici ben preparati e formati, dia incremento a quelle iniziative di apostolato sociale che il nostro tempo richiede.

    Esercitare l'apostolato in unione con Cristo

    Ricordi tuttavia il Sacerdote che il suo ministero sarà tanto più fecondo, quanto più strettamente egli sarà unito a Cristo e sarà guidato nell'azione dallo spirito di Cristo. Allora, la sua attività non si ridurrà ad un movimento e ad un'agitazione puramente naturali, che affatichino il corpo e lo spirito e che espongano lo stesso Sacerdote a deviazioni dannose a sé ed alla Chiesa: ma il suo lavoro e le sue fatiche saranno fecondati e corroborati da quei carismi di grazia che Dio nega ai superbi, ma concede largamente a coloro i quali, operando in umiltà nella " vigna del Signore ", non cercano se stessi ed il proprio tornaconto (cf 1 Cor 10,33), sebbene la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Pertanto, fedele all'insegnamento del Vangelo, non confidi in se stesso e nelle proprie forze, ma riponga la sua fiducia nell'aiuto del Signore: " Non è nulla né colui che pianta, né colui che irriga; ma Dio che dà il crescere " (1 Cor 3,7).

    Riproducendo in se stessi la sua immagine

    Quando l'apostolato sia così ordinato ed ispirato, non potrà non avvenire che il Sacerdote attiri a sé, con forza quasi divina, gli animi di tutti. Riproducendo egli nei suoi costumi e nella sua vita quasi una viva immagine di Cristo, tutti coloro che a lui si rivolgono come a maestro, riconosceranno, spinti da interna persuasione, che egli non dice parole sue, ma parole di Dio, e non agisce per propria virtù, ma per virtù di Dio. " Chi parla, come parole di Dio; chi ha un ministero, come per una virtù comunicata da Dio " (1 Pt 4,11). Nel tendere alla santità e nell'esercitare con somma diligenza il suo ministero, il Sacerdote deve sforzarsi di rappresentare Cristo così perfettamente da poter, con tutta modestia, ripetere le parole dell'Apostolo delle Genti: " Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo " (1 Cor 4,16).

    Guardarsi dall'eresia dell'azione

    Per queste ragioni, mentre diamo la dovuta lode a quanti, nel faticoso assetto di questo dopoguerra, spinti dall'amore verso Dio e dalla carità verso il prossimo, sotto la guida e seguendo l'esempio dei loro Vescovi, hanno consacrato tutte le loro forze a sollievo di tante miserie, non possiamo astenerci dall'esprimere la Nostra preoccupazione, e la Nostra ansietà per coloro i quali, per le speciali circostanze del momento, si sono ingolfati nel vortice dell'attività esteriore, così da negligere il principale dovere del Sacerdote, che è la santificazione propria. Abbiamo già detto in pubblico documento che devono essere richiamati a più retto sentire quanti presumono che si possa salvare il mondo attraverso quella che è stata giustamente chiamata " l'eresia dell'azione ": di quell'azione, che non ha le sue fondamenta nell'aiuto della grazia, e non si serve costantemente dei mezzi necessari al conseguimento della santità, dataci da Cristo. Allo stesso modo abbiamo però stimolato alle opere di ministero coloro che, chiusi in se stessi e quasi diffidenti della efficacia del divino aiuto, non si adoperano, secondo le proprie possibilità, a far penetrare lo spirito cristiano nella vita quotidiana, in tutte quelle forme che sono richieste dai nostri tempi.

    Impegnarsi interamente alla salvezza delle anime

    Vi esortiamo quindi ardentemente affinché, strettamente uniti al Redentore, con il cui aiuto possiamo ogni cosa (cf Fil 4,13), vi adoperiate con tutta sollecitudine per la salvezza di coloro che la Provvidenza ha affidato alle vostre cure. Come ardentemente desideriamo, o diletti figli, che emuliate quei santi i quali, nei tempi passati, con le loro grandi opere hanno dimostrato che cosa possa la potenza della grazia divina. Che tutti e ciascuno, in umiltà e sincerità possiate sempre attribuirvi - testimoni i vostri fedeli - il detto dell'Apostolo: " Io volentierissimo sacrificherò il mio, anzi me stesso per le anime vostre " (2 Cor 12,15). Illuminate le menti, dirigete le coscienze, confortate e sostenete le anime che si dibattono nel dubbio e gemono nel dolore. A queste forme di apostolato, unite pure tutte quelle altre che le necessità dei tempi esigono. Ma sia sempre a tutti manifesto che il Sacerdote, in tutte le sue attività, niente altro cerca all'infuori del bene delle anime, non ad altro mira, che a Cristo, al quale consacra le sue forze e tutto se stesso.

    Seguire gli esempi del Redentore

    Al modo stesso che per spronarvi alla santificazione personale vi abbiamo esortato a riprodurre in voi stessi quasi la viva immagine di Cristo, così ora, per l'efficacia santificatrice del vostro ministero vi incitiamo a seguire gli esempi del Redentore. Egli, ripieno di Spirito Santo, " passò facendo del bene e sanando tutti coloro che erano oppressi dal demonio, perché Dio era con lui " (At 10,38). Corroborati dallo stesso Spirito e spinti dalla sua forza, voi potrete esercitare un ministero che, alimentato dalla carità cristiana, sarà ricco della virtù divina e potrà comunicare la stessa virtù agli altri. Il vostro zelo sia vivificato da quella carità che sopporta tutto con animo sereno, che non si lascia vincere dalle avversità e che abbraccia tutti, poveri e ricchi, amici e nemici, fedeli ed infedeli. Questa diuturna fatica e questa quotidiana pazienza richiedono da voi le anime, per la salvezza delle quali il nostro Salvatore subì pazientemente dolori e tormenti fino alla morte, per restituirci all'amicizia divina. E' questo, e ben lo sapete, il più grande dei beni. Non fatevi perciò prendere da smoderato desiderio di successo, né lasciatevi disarmare se, dopo assiduo lavoro, non raccogliete i frutti desiderati: " Uno semina ed un altro raccoglie " (Gv 4,37).

    Con carità benigna

    Splenda inoltre il vostro zelo di carità benigna. Se infatti è necessario - ed è dovere di tutti - combattere l'errore e respingere il vizio, l'animo del Sacerdote tuttavia deve essere sempre aperto alla compassione. Bisogna combattere con tutte le forze l'errore, ma amare intensamente il fratello che erra, e condurlo alla salvezza. Quanto bene non hanno fatto, quante mirabili opere non hanno compiuto i Santi con la loro benignità, anche in ambienti traviati dalla menzogna e degradati dal vizio. Certo, tradirebbe il suo ministero colui il quale, per piacere agli uomini, ne blandisse le malsane inclinazioni od indulgesse al loro non retto modo di pensare e di agire, con pregiudizio della dottrina cristiana e della integrità dei costumi. Quando tuttavia sono salvi gli insegnamenti del Vangelo, e gli erranti sono mossi da desiderio sincero di tornare sulla retta via, allora il Sacerdote deve ricordare la risposta del Signore a Pietro che gli domandava quante volte si sarebbe dovuto perdonare al fratello: " Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette " (Mt 18,22).

    Essere disinteressati

    Il vostro zelo deve aver per oggetto non le cose terrene e caduche, ma le eterne. Il proposito dei Sacerdoti che aspirano alla santità deve essere questo: lavorare unicamente per la gloria e la salvezza delle anime. Quanti Sacerdoti, anche nelle gravi strettezze del nostro tempo, hanno avuto come norma gli esempi ed i moniti dell'Apostolo delle Genti, il quale si teneva contento del minimo indispensabile: " Avendo gli alimenti e di che coprirci, contentiamoci di questo " (1 Tm 6,8).

    Per questo disinteresse e questo distacco dalle cose terrene, congiunti alla fiducia nella Divina Provvidenza, e che sono degni della massima lode, il ministero sacerdotale ha dato alla Chiesa frutti ubertosi di bene spirituale e sociale.

    Perfezionare la propria cultura

    Questo zelo operoso infine deve essere illuminato dalla luce della sapienza e della disciplina e infiammato dalla vampa della carità. Chiunque si prefigga la santificazione propria ed altrui, deve essere fornito di solida dottrina, che comprenda non soltanto la teologia, ma anche la sana cultura moderna profana, affinché, come buon padre di famiglia, possa trarre " dal suo tesoro cose nuove ed antiche " (cf Mt 13,52), e rendere sempre più apprezzato e fecondo il suo ministero. Ed innanzi tutto la vostra attività si ispiri e sia fedelmente conforme alle prescrizioni di questa Sede Apostolica ed alle direttive dei Vescovi. Non avvenga mai, diletti figli, che rimangano morte, o per cattiva direzione non rispondano alle necessità dei fedeli, tutte quelle nuove forme di apostolato, che sono oggi tanto opportune specialmente nelle regioni dove il clero non è sufficientemente numeroso.

    Rafforzare lo zelo operoso

    Si accresca adunque ogni giorno questo vostro zelo operoso, sostenga la Chiesa di Dio, sia di esempio ai fedeli e costituisca un potente baluardo contro cui si infrangano gli attacchi dei nemici di Dio.

    Compiacimento per i direttori di spirito

    Desideriamo poi esprimere il Nostro compiacimento in modo particolare a quei Sacerdoti i quali, con umiltà e con ardente carità, attendono alla santificazione dei Confratelli, come consiglieri o come confessori o come direttori spirituali. Il bene incalcolabile che essi rendono alla Chiesa rimane per lo più nascosto, ma sarà un giorno manifesto nel regno della gloria divina.

    Si modellino su San Giuseppe Cafasso

    Noi che, non sono ancor molti anni, con intima soddisfazione dell'animo Nostro abbiamo decretato gli onori degli altari al Sacerdote torinese Giuseppe Cafasso - il quale in tempi difficilissimi fu guida spirituale, sapiente e santa, di non pochi Sacerdoti, che fece progredire nella virtù, e di cui rese particolarmente fecondo il sacro ministero - nutriamo piena fiducia che anche per il suo valido patrocinio, il Divin Redentore susciti numerosi Sacerdoti di pari santità, i quali sappiano condurre se stessi ed i propri Confratelli a così eccelsa perfezione di vita che i fedeli, ammirando i loro esempi, si sentano spontaneamente mossi ad imitarli.

    Parte III

    Norme pratiche

    Abbiamo finora esposto le principali verità e le norme fondamentali, sulle quali si basano il sacerdozio cattolico e l'esercizio del suo ministero. A queste verità ed a queste norme si conformano diligentemente, nella loro pratica quotidiana, tutti i santi Sacerdoti, mentre hanno violato gli obblighi contratti con la sacra ordinazione tutti i disertori ed i transfughi.

    Principio fondamentale: adattarsi ai tempi

    Ora tuttavia, perché questa Nostra paterna esortazione sia più efficace, stimiamo opportuno indicare più partitamente alcune cose che hanno riferimento con la pratica della vita quotidiana. Ciò è tanto più necessario, perché nella vita moderna si verificano alcune situazioni e si presentano in modo nuovo alcune questioni, che richiedono più diligente studio e più attente cure. Intendiamo perciò esortare tutti i Sacerdoti, ed in modo particolare i Vescovi, affinché provvedano con ogni sollecitudine a promuovere tutto quanto è necessario nei nostri tempi ed a correggere quanto si allontani dalla giusta via.

    Formazione del Clero

    Sacerdoti Secolari e Religiosi uniti nell'intento del bene della Chiesa

    Dopo le lunghe e varie traversie della recente guerra, il numero dei Sacerdoti, sia nei paesi cattolici, sia nelle Missioni, è divenuto impari alle sempre crescenti necessità. Esortiamo pertanto tutti i Sacerdoti, sia quelli del Clero diocesano, sia quelli appartenenti ad Ordini o Congregazioni religiose, affiché, stretti in vincoli di carità fraterna, procedano in unione di forze e di volontà verso la meta comune, che è il bene della Chiesa, la santificazione propria e dei fedeli. Tutti, anche i Religiosi che vivono nel ritiro e nel silenzio, devono contribuire alla efficacia dell'apostolato sacerdotale, con la preghiera e con il sacrificio: e quanti possono, anche con l'azione.

    Reclutare nuovi operai

    Ma è anche necessario reclutare, con l'aiuto della grazia divina, altri operai. Noi richiamiamo quindi l'attenzione specialmente degli Ordinari e di quanti sono in cura d'anime su questo importantissimo problema che è intimamente connesso con l'avvenire della Chiesa. E' vero che la Chiesa non mancherà mai dei Sacerdoti necessari alla sua missione; occorre tuttavia essere vigilanti, memori della parola del Signore: " La messe è molta, ma gli operai sono pochi " (Lc 10,2), ed usare ogni diligenza per dare alla Chiesa numerosi e santi ministri.

    Pregare per le vocazioni

    Lo stesso Signor nostro ci indica la via più sicura per avere numerose vocazioni: " Pregate il padrone della messe, affinché mandi operai per la sua messe " (Lc 10,2); la preghiera umile e fiduciosa a Dio.

    Suscitare grande stima per il Sacerdozio

    E' però necessario che gli animi di coloro che sono chiamati da Dio siano preparati all'impulso ed all'azione invisibile dello Spirito Santo; ed a questo fine è prezioso il contributo che possono dare i genitori cristiani, i parroci, i confessori, i superiori dei Seminari, i Sacerdoti e tutti i fedeli che hanno a cuore le necessità e l'incremento della Chiesa. I Ministri di Dio procurino, non soltanto nella predicazione e nell'istruzione catechistica, ma anche nelle private conversazioni, di dissipare i pregiudizi ora tanto diffusi contro lo stato sacerdotale, mostrandone la eccelsa dignità, la bellezza, la necessità e l'alto merito. Ogni padre e madre cristiani, a qualunque ceto sociale appartengano, devono pregare Dio affinché li faccia degni che almeno uno dei loro figlioli sia chiamato al suo servizio. Tutti i cristiani, infine, devono sentire il dovere di favorire ed aiutare coloro che si sentono chiamati al sacerdozio.

    Specialmente con la santità della vita

    La scelta dei candidati al sacerdozio, che il Codice di Diritto Canonico raccomanda ai pastori di anime, deve costituire l'impegno particolare di tutti i Sacerdoti, i quali, non solo devono rendere umili e generose grazie a Dio per il dono inestimabile ricevuto, ma devono altresì non aver niente di più caro e di gradito che di trovare e prepararsi un successore, tra quei giovani che conoscono forniti delle doti necessarie. Per riuscire più efficacemente in questo scopo, ogni Sacerdote deve sforzarsi di essere e di mostrarsi come un esempio di vita sacerdotale, che per i giovani che avvicina e nei quali scorga i segni della divina chiamata, possa costituire un ideale da imitare.

    Selezione oculata e prudente

    Questa selezione oculata e prudente si svolga sempre e dovunque; non soltanto tra i giovani che sono già nel Seminario, ma anche tra quelli che compiono altrove i loro studi, ed in modo particolare tra quelli che prestano la loro opera nelle varie attività dell'apostolato cattolico. Questi, anche se giungono al sacerdozio in età avanzata, sono spesso forniti di maggiori e più solide virtù, essendo stati sperimentati ed avendo rafforzato il loro animo al contatto delle difficoltà della vita ed avendo già collaborato in un campo che rientra nelle finalità dell'azione sacerdotale.

    Esame delle vocazioni...

    Bisogna però sempre esaminare con diligenza i singoli aspiranti al sacerdozio, per vedere con quali intenzioni e per quali cause abbiano preso questa risoluzione. In modo speciale, quando si tratta di fanciulli, bisogna indagare se essi siano forniti delle necessarie doti morali e fisiche, e se aspirino al sacerdozio unicamente per la sua dignità e per l'utilità spirituale propria ed altrui.

    ...e delle qualità fisiche dei candidati

    Voi conoscete, Venerabili Fratelli, quali sono le condizioni di idoneità morale che la Chiesa richiede nei giovani che aspirino al sacerdozio, e reputiamo superfluo trattenerCi su questo argomento. Richiamiamo invece la vostra attenzione sulle condizioni di idoneità fisica; ciò tanto più che la recente guerra ha lasciato tracce funeste ed ha perturbato in vari modi la giovane generazione. Si esaminino dunque con particolare attenzione le qualità fisiche dei candidati, ricorrendo, se necessario, anche all'esame di un medico prudente.

    Con questa scelta delle vocazioni, fatta con zelo e con prudenza, Noi confidiamo che sorga dovunque una eletta e folta schiera di candidati al sacerdozio.

    Cura delle vocazioni

    E' un grave dovere

    Se molti sacri Pastori sono preoccupati della diminuzione delle vocazioni, da non minore preoccupazione essi sono presi quando si tratta di curare i giovani che sono già entrati in Seminario. Conosciamo, Venerabili Fratelli, quanto ardua sia quest'opera e quante difficoltà presenti; ma dal compimento di sì grave dovere avrete grandissima consolazione, in quanto, come ricorda il Nostro Predecessore Leone XIII, " dalle cure e dalle sollecitudini poste nel formare i Sacerdoti, avrete frutti sommamente desiderabili, e sperimenterete che il vostro officio episcopale sarà più facile ad essere esercitato, molto più fecondo di frutti ".

    Stimiamo pertanto opportuno di darvi alcune norme, suggerite dalla necessità, oggi più sentita che mai, di educare santi Sacerdoti.

    L'ambiente sia sano e sereno

    Innanzi tutto bisogna ricordare che gli alunni dei Seminari minori sono adolescenti separati dall'ambiente naturale della famiglia. E' necessario dunque che la vita che i ragazzi conducono nei Seminari corrisponda, per quanto è possibile, alla vita normale dei ragazzi; sarà data quindi grande importanza alla vita spirituale, ma in forma adeguata alla loro capacità ed al loro grado di sviluppo, che tutto si svolga in un ambiente sano e sereno. Tuttavia anche in questo si osservi " la giusta misura e moderazione ", in modo che non accada che coloro i quali devono essere formati alla abnegazione ed alle virtù evangeliche, " vivano in case sontuose, nei piaceri e nei comodi ".

    Formare il carattere al senso della responsabilità

    Si deve curare in modo particolare la formazione del carattere di ciascun ragazzo, sviluppando in esso il senso di responsabilità, la capacità di giudizio, lo spirito di iniziativa. Perciò coloro che dirigono i Seminari, dovranno ricorrere con moderazione ai mezzi coercitivi, alleggerendo, man mano che i giovani crescono di età, il sistema della rigorosa sorveglianza e delle restrizioni, avviando i giovani stessi a guidarsi da sé ed a sentire la responsabilità delle proprie azioni. Concedano una certa libertà di azione in determinate iniziative, abituino gli alunni alla riflessione, perché divenga ad essi più facile l'assimilazione delle verità teoriche e pratiche; né temano di tenerli al corrente degli avvenimenti del giorno, che anzi, oltre a fornire loro gli elementi necessari perché possano formarsene ed esprimere un retto giudizio, non sfuggano le discussioni su di essi, per aiutarli ed abituarli a giudicare e valutare con equilibrio.

    Istillare orrore per la doppiezza

    In questo modo i giovani sono indirizzati all'onestà e alla lealtà, alla stima della fermezza e della dirittura del carattere ed alla avversione per ogni forma di doppiezza. Quanto più essi saranno sinceri e schietti, tanto meglio potranno essere conosciuti e ben guidati dai Superiori nel difficile esame della vocazione.

    Non isolare interamente dal mondo

    Se i giovani - specialmente quelli che sono entrati in Seminario in tenera età - sono formati in un ambiente troppo avulso dal mondo, quando poi usciranno dal Seminario potranno trovare serie difficoltà nelle relazioni sia col popolo, sia con il laicato colto, e può quindi succedere o che prendano un atteggiamento errato e falso verso i fedeli, o che considerino sfavorevolmente la fomazione ricevuta. Per questo motivo, bisogna diminuire gradatamente e con la dovuta prudenza, il distacco tra il popolo ed il futuro sacerdote, affinché quando egli, ricevuto il sacro Ordine, inizierà il suo ministero, non abbia a sentirsi disorientato: ciò che non soltanto sarebbe dannoso al suo spirito ma nuocerebbe anche all'efficacia del suo lavoro.

    La formazione intellettuale, letteraria e scientifica...

    Altra grave cura dei Superiori è la formazione intellettuale degli alunni. Voi avete presenti, Venerabili Fratelli, gli ordinamenti e le disposizioni che questa Sede Apostolica ha dato in proposito, e che Noi medesimi abbiamo raccomandato a tutti fin dal primo incontro che avemmo con gli alunni dei Seminari e dei Collegi di Roma all'inizio del Nostro Pontificato.

    ...non inferiore a quella dei laici

    Qui vogliamo anzitutto raccomandare che la cultura letteraria e scientifica dei futuri Sacerdoti sia per lo meno non inferiore a quella dei laici che frequentano analoghi corsi di studi. In tal modo, non solo sarà assicurata la serietà della formazione intellettuale, ma sarà anche facilitata la selezione dei soggetti. I Seminaristi si sentiranno più liberi nella scelta dello stato, e sarà allontanato il pericolo che, per mancanza di una sufficiente preparazione culturale, la quale possa assicurare una sistemazione nel mondo, qualcuno si senta in certo modo spinto a proseguire una via che non è la sua, seguendo il ragionamento del fattore infedele: " Fodere non valeo, mendicare erubesco " (Lc 16,3). Se poi accadesse che qualcuno, su cui si erano concepite buone speranze per la Chiesa, si allontani dal Seminario, ciò non deve preoccupare, perché il giovane che è riuscito a trovare la sua via, in seguito non potrà non ricordarsi dei benefici ricevuti in Seminario, e con la sua attività potrà arrecare un notevole contributo di bene alle opere del laicato cattolico.

    Necessità della dottrina filosofica e teologica

    Nella formazione intellettuale dei giovani seminaristi, pur non trascurando anche gli altri studi, fra cui ricordiamo quelli attinenti ai problemi sociali, oggi tanto necessari, si dia la massima importanza alla dottrina filosofica e teologica " a norma del Dottore Angelico ", adeguata ai tempi e informata degli errori moderni. Lo studio di tali discipline è di somma importanza e utilità sia per lo spirito dello stesso Sacerdote che per il popolo. I maestri di vita spirituale infatti affermano che lo studio delle scienze sacre, purché esse siano impartite nel debito modo e con retti sistemi, è un aiuto efficacissimo per conservare e alimentare lo spirito di fede, frenare le passioni, mantenere l'anima unita a Dio. Si aggiunga che il Sacerdote, il quale è " sale della terra " e " luce del mondo " (cf Mt 5,13.14), deve prodigarsi nella difesa della fede predicando il Vangelo e confutando gli errori delle avverse dottrine che oggi vengono disseminate tra il popolo con ogni mezzo. Ma non si possono efficacemente combattere tali errori, se non si conoscono a fondo gli inconcussi principii della filosofia e della teologia cattolica.

    Seguire il metodo scolastico

    A tal proposito non è fuori luogo ricordare che il metodo scolastico ha una particolare efficacia per dare concetti chiari e mostrare come le dottrine affidate, qual sacro deposito, alla Chiesa maestra dei cristiani, siano tra loro organicamente connesse e coerenti. Non mancano oggi di quelli che, allontanandosi dagli insegnamenti del Magistero Ecclesiastico e trascurando la chiarezza e la precisione delle idee, non soltanto si allontanano dal sano metodo scolastico, ma aprono la via ad errori e confusioni, come una triste esperienza dimostra.

    Ad impedire pertanto che negli studi ecclesiastici si debbano lamentare ondeggiamenti e incertezze, vi esortiamo, Venerabili Fratelli, a vigilare assiduamente affinché le norme precise date da questa Sede Apostolica per tali studi siano fedelmente accolte e tradotte in atto.

    Formazione spirituale e morale

    La scienza da sola può essere nociva

    Se con tanta sollecitudine abbiamo raccomandato una valida preparazione intellettuale nel Clero, è facile comprendere quanto Ci debba stare a cuore la formazione spirituale e morale dei giovani chierici, senza la quale anche una scienza eminente rimane infruttuosa, anzi può produrre danni incalcolabili per la superbia e l'orgoglio che insinua nel cuore. Perciò la Chiesa ansiosamente e sopra ogni cosa vuole che nei Seminari si pongano solide fondamenta alla santità che il ministro di Dio dovrà poi sviluppare e praticare per tutta la vita.

    I chierici si diano alla vita interiore

    Come già abbiamo detto per i Sacerdoti, così ora raccomandiamo che i chierici abbiano una convinzione sincera e profonda della necessità della vita spirituale, e sentano quindi il dovere di fare ogni sforzo per acquistarla, per conservarla ed accrescerla continuamente.

    La loro pietà sia convinta

    Nel corso della giornata, con ritmo più o meno uniforme, secondo gli orari e i programmi, essi compiono varie pratiche religiose e partecipano a diversi esercizi di pietà. E' facile il pericolo che agli esercizi esterni di pietà non corrisponda un movimento interiore dell'animo, cosa che può diventare abituale e può anche aggravarsi quando, fuori di Seminario, il ministro di Dio sarà assillato dalla necessità dell'azione, spesso travolgente.

    Compiano tutto con fede

    Pertanto sia posta ogni cura nel formare i giovani alla vita interiore, che è la vita dello spirito e secondo lo spirito: che essi compiano tutto alla luce della fede ed in unione con Cristo, convinti che questo è un grave dovere di coscienza che incombe a chi un giorno dovrà ricevere il carattere sacerdotale e rappresentare il Divino Maestro nella Chiesa. La vita interiore sarà per i Seminaristi il mezzo più efficace per acquistare le virtù sacerdotali, la forza spontanea proveniente da intima persuasione che fa superare le difficoltà e spinge alla realizzazione dei santi propositi.

    I direttori istillino in essi le virtù ecclesiastiche...

    Coloro che attendono alla formazione morale dei Seminaristi abbiano sempre di mira il fine, che è quello di fare acquistare ad essi tutte le virtù che la Chiesa esige nei Sacerdoti. Di esse abbiamo già trattato in altra parte di questa Esortazione, e quindi non intendiamo di ritornare sull'argomento; non possiamo però non segnalare e raccomandare, fra tutte le altre virtù che gli aspiranti al sacerdozio devono possedere saldamente, quelle sulle quali poggia, come su saldi pilastri, l'edificio morale del Sacerdote.

    ...particolarmente la sottomissione...

    E' necessario che i giovani acquistino lo spirito di obbedienza abituandosi a sottomettere sinceramente la propria volontà a quella di Dio, manifestata attraverso la legittima autorità dei Superiori. Nulla mai si dovrà lamentare nella condotta del futuro Sacerdote che non sia conforme ai voleri divini. Questa obbedienza sia sempre ispirata al modello perfetto del Divino Maestro, che in terra ebbe un solo ed unico programma: " Fare, o Dio, la tua volontà " (Eb 10,7).

    ...sì che diventino veramente obbedienti al Vescovo

    Il futuro Sacerdotale impari fin dal Seminario a prestare ai Superiori obbedienza filiale e sincera, per essere sempre pronto, in seguito, a ubbidire docilmente al suo Vescovo secondo l'insegnamento dell'invitto Confessore di Cristo, Ignazio di Antiochia: " Obbedite tutti al Vescovo, come Gesù Cristo al Padre ". " Chi onora il Vescovo, è onorato da Dio; chi opera di nascosto del Vescovo serve al demonio ". " Non fate niente senza il Vescovo, custodite il vostro corpo come tempio di Dio, amate l'unione, fuggite le discordie, siate imitatori di Gesù Cristo, come egli lo fu del Padre suo ".

    La castità sia saldamente posseduta e lungamente provata

    Sia usata inoltre ogni diligenza e sollecitudine affinché i Seminaristi apprezzino, amino e custodiscano la castità, perché la scelta dello stato sacerdotale e la perseveranza in esso dipendono in gran parte da tale virtù. Questa, essendo esposta a maggiori pericoli, deve essere saldamente posseduta e lungamente provata. Si illuminino dunque i Seminaristi sulla natura del celibato ecclesiastico, della castità che essi devono osservare, e sugli obblighi che ciò comporta, e si istruiscano poi circa i pericoli ai quali possono andare incontro. Si ammoniscano di premunirsi contro di essi fin dalla tenera età, ricorrendo fedelmente ai mezzi che offre l'ascetica cristiana per frenare le passioni; perché quanto più fermo ed efficace sarà il dominio di esse, tanto più l'anima potrà progredire nelle altre virtù e tanto più sicura sarà poi l'azione del loro ministero sacerdotale. Qualora poi i giovani leviti mostrino a questo riguardo delle tendenze malsane, e dopo la debita prova si mostrino incorreggibili, è assolutamente necessario dimetterli dal Seminario almeno prima che accedano agli Ordini Sacri.

    Coltivino la divozione al Santissimo Sacramento e alla Madonna

    Queste, e tutte le altre virtù del Sacerdote, potranno essere facilmente acquistate e tenacemente possedute dai Seminaristi, se fin dalla prima età essi avranno appresa e coltivata una sincera e tenera devozione a Gesù presente " veramente, realmente e sostanzialmente ", in mezzo a noi nel Sacramento del suo amore, faranno di Lui Sacramentato il movente e il fine di tutte le loro azioni, delle loro aspirazioni e dei loro sacrifici. E se alla devozione a Gesù Sacramentato uniranno una devozione filiale a Maria, che sia piena di fiducia e di abbandono in Lei, e che spinga l'anima alla imitazione delle sue virtù, allora la Chiesa si rallegrerà, perché non potrà mai mancare il frutto di un ministero ardente e zelante in un Sacerdote la cui adolescenza si è nutrita dell'amore verso Gesù e verso Maria.

    Aver cura del giovane Clero

    Qui non possiamo fare a meno di rivolgere a Voi, Venerabili Fratelli, una viva raccomandazione: di avere cioè una cura tutta particolare per il giovane clero.

    Preparare santamente alla vita di ministero

    Il passaggio dalla vita riparata e tranquilla del Seminario all'attività del ministero, può essere pericoloso per il Sacerdote che entra nel campo aperto dell'apostolato, se non sarà stato sufficientemente preparato al nuovo genere di vita. Tante speranze riposte in giovani Sacerdoti possono fallire, se essi non sono gradatamente introdotti al lavoro, sapientemente vigilati e paternamente guidati nei primi passi del loro ministero.

    Promuovere istituti appositi

    Noi approviamo pertanto che i giovani Sacerdoti, quando è possibile, siano raccolti, per alcuni anni in speciali Istituti, ove, sotto la guida di Superiori sperimentati, possono affinarsi nella pietà e perfezionarsi nelle sacre discipline, ed essere avviati al ministero che più corrisponderà alla loro indole ed alle loro attitudini.

    Per tal motivo Noi vorremmo che per ogni diocesi, o, a seconda delle circostanze, per più diocesi insieme, fossero istituiti simili collegi.

    Sul modello di quello di Sant'Eugenio in Roma

    Per quanto riguarda la Nostra alma Città, Noi stessi abbiamo fatto ciò, quando al compiersi del 501 anniversario del Nostro sacerdozio, erigemmo l'Istituto di Sant'Eugenio per i giovani Sacerdoti.

    Non lanciare nel ministero Sacerdoti inesperti

    Vi esortiamo, Venerabili Fratelli, ad evitare, per quanto è possibile, di lanciare nel pieno dell'attività pastorale Sacerdoti ancora inesperti, e di mandarli in luoghi molto remoti dalla sede della diocesi o da altri centri maggiori. In simile situazione infatti, isolati, inesperti, esposti a pericoli, privi di maestri prudenti, ne avrebbero certamente danno per se stessi e per il loro ministero.

    Affiancarli a Sacerdoti provetti...

    E' cosa invece particolarmente raccomandabile che questi giovani sacerdoti siano posti a fianco di qualche parroco, perché in tal modo, mediante la guida di persone anziane, possono più facilmente essere addestrati al sacro ministero e perfezionare lo spirito di pietà.

    ...insigni per virtù e zelo

    Ricordiamo a tutti i Pastori di anime che l'avvenire dei novelli Sacerdoti è, per gran parte, nelle loro mani. Lo zelo ardente ed i generosi propositi da cui essi sono animati nell'iniziare il loro ministero, possono essere spenti e certamente affievoliti dall'esempio degli anziani, se questi non rifulgano dello splendore della virtù, o se, con il pretesto di non mutare le vecchie consuetudini, si mostrassero amanti dell'ozio.

    Si procuri la vita comune del Clero

    Noi approviamo e raccomandiamo vivamente quanto è già nei voti della Chiesa, che cioè si introduca e si estenda la consuetudine della vita comune tra i Sacerdoti di una stessa parrocchia o di parrocchie limitrofe.

    Immensi vantaggi che porta

    Se questa pratica della vita comune comporta anche sacrificio, nessun dubbio tuttavia che da essa provengono grandi vantaggi; innanzi tutto alimenta quotidianamente lo zelo e lo spirito di carità tra i Sacerdoti, dà poi un mirabile esempio ai fedeli del distacco dei ministri di Dio dai propri interessi e dalla propria famiglia; è infine testimonianza della cura scrupolosa con cui essi salvaguardano la castità sacerdotale.

    Non sospendere la vita di studio

    I Sacerdoti devono inoltre coltivare lo studio, come sapientemente prescrive il Codice del Diritto Canonico: " I chierici non sospendano gli studi, specialmente quelli sacri, dopo ricevuto il sacerdozio ". Lo stesso Codice poi, oltre agli esami da farsi " almeno ogni anno, per un intero triennio " che richiede dai novelli Sacerdoti, prescrive altresì che il Clero tenga più volte l'anno adunanze ordinate " a promuovere la scienza e la pietà ".

    Ridonare efficienza alle biblioteche per Sacerdoti...

    Per favorire questi studi, resi talvolta difficili per le precarie condizioni economiche del Clero, sarebbe sommamente opportuno che gli Ordinari, secondo le luminose tradizioni della Chiesa, ridonassero dignità ed efficienza alle biblioteche, cattedrali, collegiali, parrocchiali.

    Molte biblioteche ecclesiastiche, nonostante le spogliazioni e le dispersioni subite, posseggono non raramente una preziosa eredità di pergamene, di libri manoscritti e stampati, " testimonio eloquente così dell'attività ed influenza della Chiesa, come della fede e pietà generosa degli avi, dei loro studi e del loro buon gusto ".

    ...con sale di consultazione e di lettura opportunamente aggiornate

    Non siano queste biblioteche negletti ricettacoli di libri, ma piuttosto strutture viventi, con una sala adatta alla consultazione dei libri ed alla lettura. Innanzi tutto però, siano esse aggiornate ed arricchite di opere di tutti i generi, specialmente di quelle relative alle questioni religiose e sociali dei nostri tempi, in modo che gli insegnanti, i parroci, e particolarmente i giovani Sacerdoti possano attingervi la dottrina necessaria per diffondere le verità del Vangelo e per combattere gli errori.

    Parte IV

    Problemi di attualità

    Pericoli del nostro tempo

    Stimiamo infine essere Nostro officio, Venerabili Fratelli, di rivolgervi un avvertimento sulle difficoltà che sono proprie del nostro tempo.

    Lo spirito di novità

    Avete già rilevato che tra i Sacerdoti, specialmente tra quelli meno forniti di dottrina e di vita meno severa, si va diffondendo, in modo sempre più grave e preoccupante, un certo spirito di novità.

    Quando sia lodevole

    La novità non è mai per se stessa un criterio di verità, e può essere lodevole soltanto quando conferma la verità e porta alla rettitudine ed alla virtù.

    Novità perniciose contro cui stare in guardia

    L'epoca in cui viviamo soffre di un grave smarrimento in ogni campo: sistemi filosofici che nascono e muoiono senza punto migliorare i costumi; mostruosità di certa arte che pure ha la pretesa di chiamarsi cristiana; criteri di governo in molti luoghi che riescono più all'oppressione del cittadino che al bene comune; metodi di vita e di rapporti economici e sociali in cui sono più in pericolo gli onesti che gli scaltri. Da ciò quasi naturalmente deriva che non manchino del tutto nei nostri tempi Sacerdoti infetti in qualche modo da simile contagio; e che manifestano opinioni e seguono un sistema di vita anche nel vestire e nella cura della persona, alieni sia dalla loro dignità che dalla loro missione; che si lasciano trascinare dalla smania di novità sia nel predicare ai fedeli sia nel combattere gli errori degli avversari; e che perciò compromettono non solo la loro coscienza, ma anche la loro buona fama e quindi l'efficacia del loro ministero.

    Agli Ordinari spetta l'aggiornamento dei metodi di apostolato

    Su tutto ciò, Venerabili Fratelli, richiamiamo vivamente la vostra vigilanza, sicuri che voi, tra la diffusa bramosia del nuovo e l'esagerato attaccamento al passato, userete quella prudenza che è sempre saggia e vigilante, anche quando tenta vie nuove di attività e di lotta per il trionfo della verità. Siamo ben lontani dal ritenere che l'apostolato non debba adeguarsi alla realtà della vita moderna e che non si debbano promuovere iniziative adatte ai bisogni del nostro tempo. Ma poiché tutto l'apostolato che svolge la Chiesa è essenzialmente gerarchico, non si introducano nuove forme se non con il beneplacito dell'Ordinario. Gli Ordinari di una stessa regione o di una stessa Nazione, procurino in questa materia di stabilire tra essi un'intesa allo scopo di provvedere alle necessità delle loro località e per studiare i metodi più idonei e consoni all'apostolato religioso. Così tutto si farà nell'ordine e nella disciplina e si potrà essere certi dell'efficacia dell'azione sacerdotale. Siano tutti persuasi di questo: che bisogna seguire la voce di Dio e non quella del mondo, e regolare l'attività dell'apostolato secondo le direttive della Gerarchia e non secondo opinioni personali. E' vana illusione credere di poter nascondere la propria povertà interiore a cooperare efficacemente alla diffusione del regno di Cristo con la stranezza dei modi esterni.

    Il Clero e la questione sociale

    Pari rettitudine di atteggiamento si richiede riguardo alle dottrine sociali del tempo presente.

    Nessuna incertezza contro il comunismo

    Vi sono alcuni i quali, di fronte all'iniquità del comunismo che mira a strappare la fede a quelli ai quali promette il benessere materiale, si mostrano pavidi ed incerti; ma questa Sede Apostolica, con documenti recenti, ha indicato con chiarezza la via da seguire, dalla quale nessuno dovrà allontanarsi se non vorrà mancare al proprio dovere.

    Denunciare le conseguenze dannose del capitalismo

    Altri si dimostrano non meno pavidi e incerti di fronte a quel sistema economico che è noto con il nome di capitalismo, del quale la Chiesa non ha mancato di denunciare le gravi conseguenze. La Chiesa infatti ha indicato non soltanto gli abusi del capitale e dello stesso diritto di proprietà che tale sistema promuove e difende, ma ha altresì insegnato che il capitale e la proprietà devono essere strumenti della produzione a vantaggio di tutta la società e mezzi di sostegno e di difesa della libertà e dignità della persona umana. Gli errori dei due sistemi economici e le dannose conseguenze che ne derivano devono convincere tutti e specialmente i Sacerdoti a mantenersi fedeli alla dottrina sociale della Chiesa e a diffonderne la conoscenza e l'applicazione pratica. Tale dottrina infatti è la sola che può rimediare ai mali denunciati e così dolorosamente diffusi: essa unisce e perfeziona le esigenze della giustizia e i doveri della carità e promuove un ordinamento sociale che non opprima i singoli e non li isoli in un egoismo cieco, ma tutti unisca nell'armonia dei rapporti e nel vincolo di fraterna solidarietà.

    Andare incontro ai poveri e ai ricchi

    Ad esempio del Divino Maestro, il Sacerdote vada incontro ai poveri, ai lavoratori, a tutti quelli che si trovano in angustia e in miseria, fra i quali sono anche molti della classe media e non pochi confratelli di sacerdozio. Ma non trascuri neppure coloro che, pur ricchi di beni di fortuna, sono spesso i più poveri nell'anima e hanno bisogno di essere chiamati a rinnovarsi spiritualmente per fare come Zaccheo: " Dò ai poveri la metà dei miei beni e se ho frodato qualcuno di qualche cosa, restituisco il quadruplo " (Lc 19,8). Nel campo delle contese sociali dunque il Sacerdote non perda mai di vista lo scopo della sua missione. Con zelo, senza timore, deve esporre i principii cattolici circa la proprietà, le ricchezze, la giustizia sociale e la carità cristiana fra le diverse classi, e dare a tutti l'esempio manifesto della loro applicazione.

    Formare i laici ai doveri sociali

    In via ordinaria la realizzazione di questi principii sociali cristiani nella vita pubblica è officio dei laici, e dove non ve ne sono di capaci, il Sacerdote ponga ogni cura nel formarli adeguatamente.

    Sollecitudine del Papa per il Clero povero

    Questo argomento opportunamente Ci richiama a dire una parola sulle condizioni economiche nelle quali in questo dopo guerra si son venuti a trovare moltissimi Sacerdoti particolarmente di quelle regioni che maggiormente hanno risentito le conseguenze della guerra e della situazione politica determinatasi a causa del recente conflitto. Tale stato di cose Ci angustia profondamente e Noi non tralasciamo nulla per alleviare, secondo le Nostre possibilità, i disagi, la miseria e la estrema indigenza di molti.

    Le straordinarie facoltà concesse ai Vescovi

    Voi, specialmente, Venerabili Fratelli, ben conoscete come siamo intervenuti, nei luoghi dove si sentiva maggiormente bisogno, anche attraverso la Sacra Congregazione del Concilio, concedendo straordinarie facoltà ai Vescovi perché fossero eliminate stridenti sperequazioni nelle condizioni economiche tra Sacerdoti di una medesima Diocesi, e Ci consta che in molti luoghi i Sacerdoti hanno aderito all'invito dei loro Pastori in modo degno di encomio; altrove non è stato possibile mettere in pratica nella loro integrità le norme date, a causa di gravi difficoltà incontrate.

    Notificare i frutti degli sforzi compiuti

    Vi esortiamo pertanto a proseguire, con animo di padri, nella via intrapresa, ed a notificarCi i frutti dei vostri sforzi, perché non è ammissibile che manchi il pane quotidiano all'operaio che ha lavorato e lavora nella vigna del Signore.

    Promuovere la previdenza sociale per i Sacerdoti

    Noi vivamente lodiamo inoltre, Venerabili Fratelli, tutte quelle iniziative che prenderete di comune accordo, affinché non solo non manchi ai Sacerdoti il necessario per l'oggi, ma perché sia provveduto anche al futuro, con quel sistema di previdenza, che già vige e tanto lodiamo nelle altre classi, e che assicurano una conveniente assistenza nei casi di malattia, di invalidità e di vecchiaia. In tal modo voi solleverete i Sacerdoti dalle preoccupazioni derivanti dall'incertezza dell'avvenire.

    Encomio del Clero che soccorre i confratelli di Sacerdozio

    Al qual proposito, esprimiamo il Nostro paterno compiacimento a tutti quei Sacerdoti che, anche a costo di sacrifici, sono venuti e vengono incontro alle necessità dei Confratelli bisognosi, specialmente se malati o vecchi.

    Così facendo, essi danno una prova luminosa di quella carità vicendevole che Gesù Cristo ha dato come segno distintivo dei suoi discepoli: " In questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, se vi aiuterete a vicenda " (Gv 13,35).

    E Ci auguriamo che questi vincoli di fraterna carità si facciano sempre più stretti tra i Sacerdoti di tutte le Nazioni, affinché sia sempre più manifesto che essi, ministri di Dio padre universale, a qualsiasi gente appartengano, sono uniti tra sé dal vincolo della carità.

    Educare i fedeli a soccorrere il Clero povero

    Voi però comprenderete bene che un tale problema non può essere risolto adeguatamente se i fedeli non sentano intimamente il dovere di aiutare il Clero, ciascuno secondo le proprie possibilità, e non si adoperino tutti i mezzi necessari per raggiungere tale scopo.

    Perciò fate comprendere ai fedeli commessi alle vostre cure, l'obbligo che essi hanno di venire in soccorso dei propri Sacerdoti che sono nel bisogno: vale sempre la parola del Signore: " L'operaio merita la sua mercede " (Lc 10,7). Come si potrà attendere un'attività fervida ed alacre dai Sacerdoti quando essi mancano del necessario?

    Del resto, i fedeli che trascurano tale dovere, spianano, anche involontariamente, la via ai nemici della Chiesa, che in non pochi paesi cercano appunto di affamare il Clero per poterlo separare dai legittimi Pastori.

    Obbligo di farlo da parte dei Pubblici Poteri

    Anche i Pubblici Poteri, secondo le diverse condizioni dei singoli Paesi, hanno l'obbligo di provvedere ai bisogni del Clero, dalla cui azione la società civile riceve incalcolabili benefici spirituali e morali.

    Esortazione finale

    Riassunto e programma di vita

    Ponendo fine alla Nostra esortazione, non possiamo astenerCi dal riassumere e ripetere quanto desideriamo che si imprima sempre più profondamente nell'animo vostro, come programma della vostra vita e della vostra attività.

    Portare tutte le anime a Gesù

    Siamo sacerdoti di Cristo, dobbiamo perciò adoperarci con tutte le forze affinché la Redenzione da lui operata abbia la più efficace applicazione in tutte le anime. Considerate le immense necessità del nostro tempo, dobbiamo fare ogni sforzo per ricondurre a Cristo i fratelli deviati dall'errore od accecati dalle passioni; per illuminare i popoli con la luce della dottrina cristiana, per guidarli secondo i precetti del Vangelo e formarli ad una più perfetta coscienza cristiana, per incitarli infine alle lotte per il trionfo della verità e della giustizia.

    Trasfondendo la vita attinta da Gesù

    Avremo raggiunto la meta prefissa soltanto quando saremo pervenuti alla nostra santificazione, così che potremo trasfondere agli altri la vita che avremo attinto da Cristo.

    Mostrandosi modelli di bontà

    Ad ogni Sacerdote ripetiamo pertanto la parola dell'Apostolo: " Non trascurare la grazia che è in te, che ti è stata data... con l'imposizione delle mani del presbiterio " (1 Tm 4,14); " mostra te stesso in tutto come modello di bene operare, nella dottrina, nell'integrità, nella gravità; il parlare (sia) sano, comprensibile, affinché l'avversario resti confuso, non avendo nulla da dire contro di noi " (Tt 2,7.8).

    Stimare la vocazione e viverla santamente

    Diletti figli, fate sommo conto della grazia della vostra vocazione, e vivetela in modo ch'essa produca frutti copiosi in edificazione della Chiesa e per la conversione dei suoi nemici.

    Rinnovarsi nello spirito in questo Anno Santo

    E perché questa Nostra esortazione consegua lo scopo sperato, vi rivolgiamo con particolare affetto queste parole che, ricorrendo l'Anno Santo, sono quanto mai opportune: " Rinnovatevi nello spirito della vostra mente, e rivestitevi dell'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità " (Ef 4,23.24); " siate imitatori di Dio, come figli bennati, e camminate nell'amore, come Cristo ha amato noi ed ha dato per noi se stesso a Dio oblazione ed ostia " (Ef 5,1.2); " siate pieni di Spirito Santo, parlando tra voi con inni e salmi e cantici spirituali, cantando e salmeggiando nei vostri cuori al Signore " (Ef 5,18,19); " vegliando con tutta perseveranza e pregando per tutti i Santi " (Ef 6,18).

    Esortazione ad un corso straordinario di esercizi spirituali...

    Meditando questi incitamenti dell'Apostolo delle Genti, Ci sembra opportuno suggerirvi che, nel corso di questo stesso Anno Santo, facciate un corso straordinaio di esercizi spirituali, in modo che pieni di nuovo fervore di pietà, possiate condurre anche le altre anime all'acquisto dell'indulgenza divina.

    ...e alla fiducia in Maria madre dei Sacerdoti...

    Ed infine, quando sperimentate più gravi le difficoltà nel cammino della santità e nell'esercizio del vostro ministero, volgete fiduciosi gli occhi e l'animo a Colei, che è Madre dell'Eterno Sacerdote ed è perciò madre di tutti i Sacerdoti Cattolici. Voi ben conoscete la bontà di questa Madre, anzi in molte regioni siete stati voi gli umili strumenti della misericordia del Cuore Immacolato di Maria nel risvegliare la fede e la carità del popolo cristiano.

    Se Maria ama tutti di tenerissimo amore, in modo tutto particolare Essa predilige i Sacerdoti, che sono viva immagine del suo Gesù. Confortatevi al pensiero di questo amore della Madre Divina per ognuno di voi, e sentirete più facili le fatiche della vostra santificazione e del mistero sacerdotale.

    ...alla Quale il Santo Padre affida il Clero di tutto il mondo

    All'Alma Madre di Dio, mediatrice delle grazie celesti, Noi affidiamo i Sacerdoti di tutto il mondo, affinché, per sua intercessione, Dio faccia scendere una larga effusione del suo Spirito, che spinga tutti i Ministri dell'Altare alla santità e, attraverso il loro ministero, rinnovi spiritualmente la faccia della terra.

    Benedizione speciale per il Clero perseguitato

    Fidenti nel valido patrocinio della Immacolata Vergine Maria per la realizzazione di questi voti, imploriamo l'abbondanza delle divine grazie su tutti, ma specialmente sui Vescovi e sui Sacerdoti i quali, per la doverosa difesa dei diritti e della libertà della Chiesa, soffrono persecuzioni, carceri ed esilio. Noi esprimiamo ad essi il Nostro vivissimo affetto, e li esortiamo con paterno animo perché continuino a dare esempio di fortezza e di virtù sacerdotale.

    Benedizione per tutti i Sacerdoti

    Sia auspicio di queste celesti grazie e testimonianza della Nostra paterna benevolenza, la Benedizione Apostolica che impartiamo di gran cuore a Voi tutti e singoli, Venerabili Fratelli, ed a tutti i vostri Sacerdoti.

    Dato in Roma, presso San Pietro, il 23 settembre dell'Anno Santo 1950, decimosecondo del Nostro Pontificato.

    PIUS PP. XII

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    Predefinito ESORTAZIONE AL CLERO CATTOLICO IN OCCASIONE DEL 50° ANNIVERSARIO DEL SUO SACERDOZIO

    HAERENT ANIMO

    I.MOTIVI E INTENTI

    1. Scopo dell'esortazione - L'avvenire della Chiesa dipende dalla qualità degli Ecclesiastici

    Abbiamo scolpite nella mente e ci riempiono di salutare timore le parole dell'Apostolo agli Ebrei (13,17), che, inculcando loro il dovere dell'ubbidienza verso i superiori, affermava con tutta la sua autorità: " Essi vegliano come responsabili che dovranno render conto delle anime vostre ". Se questa sentenza riguarda tutti quelli, che hanno nella Chiesa una qualunque preminenza, principalmente riguarda noi, che, benché impari a tanto officio, abbiamo nella Chiesa la suprema autorità. Quindi notte e giorno senza posa non ci stanchiamo di meditare e di tentare tutto quanto interessa l'incolumità e la prosperità del gregge affidatoci da Dio. Fra queste preoccupazioni una più delle altre ci sta a cuore, ed è che i sacerdoti siano tali, quali li esige la dignità del loro ministero, poiché a nostro avviso, per questa via principalmente, possiamo nutrire liete speranze dell'avvenire della religione. Così, non appena saliti al soglio pontificio, benché, volgendo uno sguardo all'universalità del clero, scorgessimo in esso molteplici titoli di lode, tuttavia non potemmo non esortare con ogni studio i nostri venerandi fratelli, i vescovi dell'orbe cattolico, che in nulla ponessero tanta perseveranza e tanta cura, quanto nel formar Cristo in quelli che a formar Cristo negli altri sono destinati. Né ci sfugge lo zelo e l'attività, che dispiegano nell'educare il clero alla virtù, del che ci torna dolce non tanto di render loro una pubblica lode, quanto di esprimere i sensi della più viva riconoscenza.

    2. Stimolo ai ferventi ed ai meno ferventi

    Se non che, mentre per una parte ci allieta il vedere che, per tali cure dei vescovi, già molti ecclesiastici si mostrano accesi di un sacro fuoco, che risuscita o ravviva in essi la grazia di Dio ricevuta nell'imposizione delle mani nella sacra ordinazione, per l'altra ci resta ancora a lamentare che alcuni altri, in diverse regioni, non sono così esemplari, che i fedeli cristiani, volgendo gli occhi in loro, quasi in uno specchio, siccome a guida, possono conformare se stessi al loro esempio. A questi vogliamo aprire il nostro cuore con questa lettera, come il cuore di un padre palpitante di ansiosa carità nel cospetto del figlio infermo. Per un tale veemente amore, aggiungiamo a quelli dei vescovi i nostri ammonimenti; i quali, benché indirizzati specialmente a ridurre a miglior consiglio i fuorviati e giacenti in letargo, tuttavia possono, come è nostro vivo desiderio, essere anche agli altri di stimolo. Noi additiamo la via, seguendo la quale, ciascuno deve sforzarsi ogni giorno più di riuscire, secondo la chiara espressione dell'Apostolo, " uomo di Dio " (1 Tm 6,11), e di corrispondere alla giusta aspettazione della Chiesa.

    Nulla diremo di non mai udito da Voi, o di nuovo per chicchessia, ma cose, le quali conviene che ognuno si rammenti: e Dio ci infonde la speranza che la nostra voce sia per produrre notevole buon frutto. Questo è il nostro desiderio: " che vi rinnovelliate... nello spirito della vostra mente, e vi rivestiate dell'uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità " (Ef 4,23-24): e sarà questo il più bello e il più gradito dono, che Ci possiate offrire nel cinquantesimo del nostro sacerdozio. E mentre noi, " contriti di anima e umiliati di spirito " (Dn 3,39), ripenseremo in Dio i passati anni del nostro sacerdozio; espieremo in certo qual modo i nostri umani mancamenti, dei quali Ci abbiamo a pentire, ammonendovi con paterna cura, " onde camminiate in maniera degna di Dio, piacendo a Lui in tutte le cose " (Col 1,10). Ed in una simile esortazione non miriamo semplicemente alla vostra utilità, ma al vantaggio generale dei fedeli cattolici, che da quella non si può separare. Poiché tale non è il sacerdote che possa essere buono o cattivo semplicemente per sé, ma l'esempio della sua vita non è a dire di quali conseguenze sia fecondo sull'indirizzo della vita dei fedeli. Ove è un sacerdote veramente buono, qual tesoro è veramente largito dal cielo!

    II.La santità del sacerdote

    3. La santità, dote prima della vita sacerdotale - L'esempio deve precedere la parola

    Diamo principio, diletti figli, alla nostra esortazione, con l'incitarvi a quella santità, che è richiesta dalla dignità del vostro grado. Poiché chi è insignito del sacerdozio, non per sé soltanto, ma per gli altri ancora ne è insignito: " Ogni pontefice scelto tra gli uomini, è preposto a pro degli uomini a tutte quelle cose che riguardano Dio " (Eb 5,1). Il medesimo pensiero volle esprimere Cristo, quando, a significare quale sia il fine dell'azione sacerdotale, li paragonò al sole ed alla luce del mondo, sale della terra.

    Ognuno sa che sale e luce Egli è principalmente per l'ufficio che ha di distribuire il pane della verità cristiana; ma chi è che ignori che un tale ammaestramento non approda a nulla, se il sacerdote non consacri con l'esempio le cose insegnate con la parola. Gli uditori con irriverenza sì, ma non a torto obietteranno: " Professano di conoscere Dio e lo rinnegano coi fatti " (Tt 1,16); e respingeranno la dottrina, né fruiranno della luce del sacerdozio.

    Ond'è che Cristo, forma viva del sacerdote, insegnò prima con l'esempio e poi con le parole: " Principiò Gesù a fare, e poi ad insegnare " (At 1,1). Parimenti se gli si levi la santità a nessun titolo il sacerdote sarà più sale della terra: poiché ciò che è corrotto e contaminato non può servire a conferire la purezza; e, donde esula la santità, conviene che abiti la contaminazione. Perciò Gesù, continuando la medesima figura, chiama tali sacerdoti sale insipido, " che non è più buono a nulla se non ad esser gettato via e calpestato dalle genti " (Mt 5,13).

    III. La santità dei Sacri Uffici

    4. L'altezza della vocazione e i Sacri Uffici per se medesimi esigono la santità Quanto si è fin qui detto riceve nuova luce, quando si pensa che noi esercitiamo l'ufficio sacerdotale non già a nostro nome, ma nel nome di Gesù. " Così ", dice l'Apostolo, " ognuno consideri noi come ministri di Cristo e dispensatori de' misteri di Dio " (1 Cor 4,1); " siamo davvero adunque ambasciatori di Cristo " (2 Cor 5,20). Proprio per questo motivo Cristo ci ascrisse non al numero dei suoi servi, ma degli amici: " Non vi chiamerò già più servi... Ma vi ho chiamati amici, perché tutto quello che intesi dal Padre mio, l'ho fatto sapere a voi... Io ho eletto voi, e vi ho destinati, che andiate e facciate frutto " (Gv 15,16). E' quindi nostro ufficio di rappresentare la persona di Cristo e di condurre la missione da lui affidataci in maniera che ci sia dato di raggiungere il fine, che Egli ha di mira. E poiché " il bramare e schivare le cose medesime, questo è il pegno più fermo d'amicizia ", siamo tenuti, come amici, a nutrire i medesimi sentimenti, che sono in Cristo Gesù, che è " santo, innocente, immacolato, impolluto " (Eb 7,26): come suoi ambasciatori, dobbiamo conciliare gli uomini alla sua dottrina ed alla sua legge, non senza osservarle prima noi stessi: come partecipi della sua autorità nell'alleggerire le anime dalle catene della colpa, conviene che poniamo ogni studio nell'evitare di caricarci noi di tali catene. Ma più come suoi ministri nell'augusto sacrificio che, con perenne prodigio, si rinnova per la vita del mondo, dobbiamo avere la medesima disposizione di animo, con la quale Egli sull'ara della croce si offrì ostia immacolata a Dio. Poiché, se in antico, quando non esisteva che un'ombra e figura del vero sacrifizio, si esigeva nei sacri ministri tanta santità, quale non è giusto che si esiga, ora che la vittima è Cristo?

    5. Due splendidi moniti di san Giovanni Crisostomo e di san Carlo Borromeo

    " Quanto dunque non conviene che sia più puro chi fruisce di un tal sacrifizio? di quale raggio solare non deve essere più splendida la mano, che divide questa carne, la bocca che è saziata dal fuoco spirituale, la lingua che rosseggia di questo sacramentissimo sangue? ".

    Assai opportunamente san Carlo Borromeo nei discorsi al Clero così inculcava: " Se ci ricordassimo, dilettissimi fratelli, quante e quanto preziose cose abbia poste Dio nelle nostre mani, quale stimolo non sarebbe per noi questa considerazione a farci condurre una vita degna di ecclesiastici! Che cosa non pose Iddio nelle mani, quando vi pose il proprio suo Figlio unigenito, come Lui eterno ed a Lui eguale? Nella mano mia pose i tesori suoi, tutti i sacramenti e le grazie: pose le anime che gli sono care come la pupilla e che nell'amore preferì a se stesso, che redense con il suo sangue; nelle mie mani pose il cielo che io posso aprire e chiudere agli altri... Come mai dunque potrò io essere così ingrato a tanta degnazione ed amore da peccare contro di Lui, da offenderlo nell'onore, da inquinare questo corpo che è suo, da macchiare questa dignità e questa vita al suo ossequio consacrata? ".

    IV. Avvertimenti della Chiesa

    6. Avvertimenti della Chiesa nel conferire gli Ordini ai suoi Chierici

    Ad ottenere nei suoi sacerdoti questa santità di vita, la Chiesa mira con assidue e non mai interrotte cure. A tal fine furono istituiti i Seminari: dove, se coloro che costituiscono le speranze della Chiesa devono essere educati nelle lettere e nelle scienze, nello stesso tempo, tuttavia, e più ancora lo devono essere sino dai più teneri anni ad una sincera pietà verso Dio. Inoltre, nel mentre promuove i candidati ai gradi sacri con non brevi intervalli, non pone fine mai, come madre amorosa, alle esortazioni, che impartisce intorno al conseguimento della santità. Richiamiamoci queste tappe gioconde. Non appena ci ascrisse nella sacra milizia, volle che dichiarassimo secondo il rito: " Il Signore è la porzione della mia eredità e del mio calice; tu sei quegli che a me restituirà la mia eredità" (Sal 15,5). Con le quali parole, commenta san Girolamo, si ammonisce " il chierico, affinché egli, che è parte del Signore o ha per sua parte il Signore, si diporti così che Egli possegga il Signore e sia dal Signore posseduto ". Quanto gravi parole rivolge poi la Chiesa ai novelli suddiaconi! Dovete considerare attentamente quale obbligo oggi di vostra spontanea volontà assumete...; quando avrete ricevuto quest'Ordine, non vi sarà più possibile di volgere indietro i passi; ma dovrete servire in perpetuo a Dio, e mantenere, con la sua grazia, la castità. E infine: se finora foste tardi alla Chiesa, d'ora innanzi dovete essere assidui; se finora foste sonnolenti, d'ora innanzi vigilanti...; se finora disonesti, d'ora innanzi casti... Riflettete di chi vi si affida il servizio!

    E per i promuovendi al diaconato così prega la Chiesa per mezzo del Vescovo: "Abbondi in essi la bellezza di ogni virtù, l'autorità modesta, la pudicizia costante, la ferma purità dell'innocenza e l'osservanza della spirituale disciplina. I suoi precetti risplendano nella loro vita, affinché dall'esempio della loro castità il popolo si ecciti a imitarli santamente ". Ma più commovente ancora è l'ammonizione rivolta a coloro che devono essere iniziati al sacerdozio: " Con grande timore a così alto grado si deve salire, ed allora bisogna accertarsi che una celeste sapienza, illibati costumi e lunga osservanza della legge di Dio distinguano gli eletti a tale dignità... Sia il profumo della vostra vita diletto della Chiesa di Cristo, affinché con la parola e con l'esempio edifichiate la casa della famiglia di Dio ". E più di ogni cosa ci stimola la grave sentenza, che si aggiunge: " Siate all'altezza di ciò che amministrate (imitamini quod tractatis) "; il che concorda col precetto di san Paolo: " Affine di rendere perfetto ogni uomo in Cristo Gesù " (Col 1,28).

    7. Padri e Dottori confermano che il Sacerdote deve essere un cielo tersissimo

    Poiché questa dunque è la mente della Chiesa riguardo alla vita sacerdotale, non potrebbe riuscire ad alcuno di meraviglia, che tale sia la consonanza delle voci dei Padri e dei Dottori intorno a questo punto così che sembrino peccare di ridondanza. Ma, se con retto giudizio li osserviamo, ci apparirà evidente come altro non dicano che il vero e il giusto. Il loro giudizio si può brevemente esporre così: tanta differenza è tra il cielo e la terra; e quindi guardi bene il sacerdote che la sua virtù non solo non sia tocca neppure dall'ombra delle più gravi colpe, ma neppure delle più lievi. A tal riguardo il Concilio di Trento fece suo il pensiero di quegli uomini venerandi, quando ammonì i chierici di fuggire anche i leggeri mancamenti, che in loro sarebbero massimi: massimi non già in sé, ma per ragione di chi li commette, al quale più ancora che all'edifizio sacro, conviene quel detto: " Alla casa tua, (o Signore), si conviene la santità " (Sal 92,5).

    V. Natura della Santità Sacerdotale

    8. In che consiste la santità - Il fondamento voluto da Cristo sta proprio nelle virtù " passive "

    Ed ora è da vedere in che cosa consista una tale santità, della quale il sacerdote non può esser privo senza grave vergogna; poiché se alcuno ne ignora o male ne intende l'essenza, si trova in grande pericolo. C'è chi crede, anzi chiaramente professa, che il merito del sacerdote consista semplicemente nel sacrificarsi tutto al bene degli altri; per cui neglette quasi del tutto quelle virtù, che mirano al perfezionamento individuale (le così dette virtù passive), dicono che si deve porre ogni studio per conseguire ed esercitare quelle virtù che chiamano attive. Questa è dottrina indubbiamente fallace e rovinosa. Intorno ad essa così si esprime, con la consueta sapienza, il nostro predecessore di felice memoria: " Che le cristiane virtù non siano opportune a tutti i tempi non può cadere in mente se non a chi si sia scordato delle parole dell'Apostolo: "Coloro che Egli previde, li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del Figliol suo" (Rm 8,29) ". Cristo è maestro ed esemplare di ogni forma di santità, al cui esempio è necessario che si modellino tutti quanti vogliono essere accolti nel regno dei cieli. Ora Cristo non muta col passare dei secoli; ma è il medesimo " ieri, e oggi; ed è sempre Lui anche nei secoli " (Eb 13,8). Quindi agli uomini di tutti i tempi è rivolta quella parola: " Imparate da me, che son mite e umile di cuore " (Mt 11,29); in ogni tempo Cristo ci si presenta " ubbidiente sino alla morte " (Fil 2,8); e vale per tutte le età la sentenza dell'Apostolo: " Quei che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne co' vizi e con le concupiscenze " (Gal 5,24).

    9. La " conditio sine qua non " è l'abnegazione di sé - Condanna dei metodi propri nel mondo

    I quali documenti sono rivolti a ciascheduno dei fedeli, in modo tutto speciale riguardano i sacerdoti: essi, più che gli altri, devono prendere come a sé rivolte le parole, che il medesimo nostro predecessore con apostolico zelo aggiunge: " Ed oh! fossero più numerosi i cultori di tali virtù, a imitazione dei santi delle passate età: i quali con l'umiltà, l'ubbidienza, la mortificazione di sé, furono potenti in opere e in parole, con indicibile vantaggio non solo della religione, ma dello stato e della civiltà ". Dove cade opportuno osservare come il sapientissimo Pontefice fa menzione speciale della mortificazione che con evangelica parola diciamo: abnegazione di sé. Poiché, di qui specialmente, dipende, o diletti figli, la forza e la virtù e il frutto del ministero sacerdotale; al contrario dalla negligenza di questa virtù, nasce tutto quanto nei costumi e nella vita del sacerdote può offendere gli occhi e sconcertare gli animi dei fedeli. Poiché l'agire a solo scopo di turpe lucro, l'ingolfarsi negli affari mondani, l'aspirare ai primi gradi e sprezzare i più modesti, il condiscendere alla carne e al sangue col troppo affetto ai parenti, il soverchio studio di piacere agli uomini, il porre la fiducia del proprio successo nell'umana destrezza della parola: tutte queste cose derivano dalla negligenza del precetto di Cristo e dal respingere la condizione, che egli ci pose: " Chi vuol venir dietro a me rinneghi se stesso " (Mt 16,24).

    VI. Dalla Santità i frutti del Ministero

    10. L'abnegazione di sé e la vita interiore sono però male intese se trascurano i gravi doveri di apostolico ministero

    Nel mentre inculchiamo così vivamente questo dovere dell'ecclesiastico, non possiamo non avvertire nel medesimo tempo che il sacerdote deve vivere santo non per sé solo; poiché egli è il lavoratore, che Cristo " mandò a lavorare nella sua vigna " (Mt 20,1). E' dunque suo officio di svellere le male erbe, seminare quelle buone e fruttifere, inaffiare, badar bene che l'uomo nemico non vi semini fra mezzo la zizzania. Perciò deve il sacerdote stare in guardia, affinché indotto da un malinteso desiderio della sua perfezione interiore, non trascuri alcune di quelle parti del suo ministero, che spettano al bene dei fedeli. Tali sono la predicazione della parola di Dio, l'ascoltare le confessioni, l'assistere gli infermi e specialmente i moribondi, l'istruire gli ignoranti nelle cose di fede, il consolare gli afflitti, il ricondurre i fuorviati, l'imitare in ogni cosa Cristo, " il quale passò la sua vita facendo del bene e sanando tutti coloro che erano oppressi dal diavolo " (At 10,38).

    11. La base insostituibile: la santità e l'unione con Dio

    Certo, vi stia scolpito in mente l'insigne ammonimento di san Paolo: " Non è nulla né colui che pianta, né colui che inaffia, ma è Dio che dà il crescere " (1 Cor 3,7). Voi potete ben gettare i semi camminando e piangendo, voi potete ben coltivarli con ogni fatica; ma che germoglino e diano i desiderati frutti, è opera del solo Dio e del suo potentissimo intervento. Di più, non bisogna dimenticare che altro non sono gli uomini se non istrumenti, dei quali si serve Dio per la salute delle anime; e che per conseguenza devono essere idonei ad essere maneggiati da Dio. E ciò in qual maniera? Crediamo dunque che Dio si muova a servirsi di noi; per propagare la sua gloria, in vista di una nostra eccellezza o capacità congenita o acquisita? Non già, poiché sta scritto: " Le cose stolte del mondo elesse Dio per confondere i sapienti: e le cose deboli del mondo elesse Dio per confondere i forti; e le ignobili cose del mondo e le spregevoli elesse Dio e quelle che non sono per distruggere quelle che sono " (1 Cor 1,27-28). Una cosa sola assolutamente serve per unire l'uomo a Dio, a renderlo a Dio grato, e ministro non indegno delle sue misericordie: la santità della vita e del costume.

    12. L'unica scienza che vale - L'esempio del Santo Curato d'Ars

    Quando manchi al sacerdote questa, che solo costituisce la sovraeminente scienza di Gesù Cristo, gli manca ogni cosa. Poiché senza questa scienza la stessa vastità di una raffinata cultura (che pure noi medesimi con ogni cura ci studiamo di promuovere per il Clero) e la stessa destrezza e solerzia negli affari, quand'anche potessero essere di qualche frutto alla Chiesa o ai singoli fedeli, non raramente tuttavia sono a loro causa deplorevole di detrimento. Ma quanto possa nel popolo di Dio intraprendere e condurre a termine chi sia ornato di santità, anche nell'infimo grado della gerarchia, ce lo dicono numerosi esempi tratti da ogni età della storia; basti ricordare tra i recenti il Curato d'Ars, Giovanni Battista Vianney, al quale siamo lieti di avere noi medesimi decretato gli onori dei Beati. La santità sola ci rende quali ci richiede la nostra vocazione divina, uomini cioè crocifissi al mondo, e ai quali il mondo è crocifisso; uomini che camminano " vivendo nuova vita " (Rm 4,4), i quali, secondo l'avviso di san Paolo (2 Cor 6,5-7) nelle fatiche, " nelle vigilie, nei digiuni, con la castità, con la scienza, con la mansuetudine, con la soavità, con lo Spirito Santo, con la carità non simulata; con le parole di verità ", si manifestino veri ministri di Dio: che unicamente tendano alle cose celesti e si studino con ogni zelo di rivolgere al cielo le anime degli altri.

    VII. Il sussidio della preghiera

    13. La preghiera indispensabile sussidio della santità - Esempio e precetti di Cristo

    Ma poiché, come nessuno ignora, la santità in tanto è frutto della nostra volontà, in quanto questa è sostenuta dalla grazia di Dio, Dio provvide largamente a che non mai avessimo a patire difetto, purché lo si voglia, del dono della grazia; e questa si ottiene in primis con la preghiera. Non vi è dubbio che tra la preghiera e la santità intercorre tale relazione che l'una non può sussistere senza l'altra. Quindi corrisponde pienamente alla verità quella sentenza del Crisostomo: " Io penso senz'altro che riesca a tutti evidente, come è impossibile, senza il sussidio della preghiera, viver virtuosamente " e acutamente concluse sant'Agostino: " Veramente sa viver bene chi sa pregar bene ". E tali insegnamenti Cristo medesimo consacrò con la sua parola e più ancora col suo esempio. Poiché, per raccogliersi nella preghiera, si ritirava solitario nei deserti o saliva sulle montagne; passava le intiere notti in questo esercizio; era assiduo al tempio; che, anzi, anche se circondato dalle turbe, levati gli occhi al cielo dinanzi a tutti pregava; e in fine, confitto alla croce, fra i dolori della morte, con alto grido e lacrime volse al Padre l'ultima preghiera.

    14. Il pericolo dell'abitudine e del ridurre le preghiere - Il continuo bisogno di preghiera per sé e per il popolo

    Teniamo quindi come cosa certa e definita che il sacerdote, per sostenere degnamente il grado e ufficio, deve essere dedito in maniera esimia alla preghiera. Troppo sovente c'è da dolersi che egli si dedichi alla preghiera più per abitudine che per zelo, che a certe ore stabilite salmeggi con sonnolenza o preferisca preghiere piuttosto brevi o pochine, né poi consacri più alcun frammento della giornata a parlar con Dio, innalzandosi piamente alle cose del cielo. Mentre invece il sacerdote più di tutti gli altri deve obbedire al precetto di Cristo: " Si deve sempre pregare " (Lc 18,1); conformandosi al quale san Paolo tanto inculcava: " Siate perseveranti nell'orazione vegliando in essa, e nei rendimenti di grazie " (Col 4,2): " Orate sine intermissione " (1 Ts 5,17). E invero quante occasioni si offrono di elevarsi a Dio ad un'anima desiderosa della propria santificazione non meno che della salute degli altri! Le angustie interiori, la forza e insistenza delle tentazioni, la povertà di virtù, la piccolezza e sterilità delle nostre fatiche, i difetti e le negligenze frequenti, infine il timore dei giudizi divini, tutti questi sono stimoli a farci piangere dinanzi a Dio, col vantaggio di arricchirci di meriti al suo cospetto, oltre che di aver impetrato la grazia, l'aiuto divino. Né solamente per noi dobbiamo piangere. Nella colluvie di colpe che ovunque si diffonde, a noi specialmente si addice di pregare e muovere la divina pietà e di insistere presso Cristo, prodigo benignissimamente di ogni grazia nel mirabile sacramento dell'altare: Perdona, Signore, perdona al tuo popolo.

    VIII. Necessità della meditazione

    15. Necessità e vantaggi provenienti dalla meditazione

    Caposaldo principalissimo del profitto della virtù è il dedicare ogni giorno una parte del nostro tempo alla meditazione delle cose eterne. Non vi è sacerdote che se ne possa esimere, senza grave nota di negligenza e detrimento dell'anima sua. San Bernardo scrivendo ad Eugenio III, suo antico discepolo ed allora divenuto romano pontefice, con franchezza e viva apprensione lo ammoniva a non mai lasciare la quotidiana meditazione delle cose divine, e a non ammettere, per dispensarsene, alcun pretesto di occupazioni, benché molte e gravissime ne porti con sé il supremo apostolato. E diceva di aver appunto gravi motivi di rivolgergli tali avvertimenti per i sommi vantaggi di questo esercizio quali egli così sapientemente enumerava: " La meditazione purifica la sorgente da cui nasce, cioè l'intelletto. Poi regola gli affetti, indirizza gli atti, corregge i difetti, riforma i costumi, eleva e ordina la vita: in una parola conferisce la scienza delle divine e delle umane cose. La meditazione chiarisce le cose confuse, colma le lacune della mente, rannoda le idee sparse, scruta i segreti, investiga la verità, esamina il verosimile, mette a nudo la finzione e la menzogna. Essa preordina le azioni da compiersi, essa chiama a rendiconto le già compiute affinché nulla resti nella mente di incorretto e di ambiguo. Essa fa presentire nella prosperità la sfortuna, nella sfortuna evita il troppo impressionarsi, e questo è infusione di fortezza, quello di prudenza ".

    Questo compendio delle grandi utilità, che la meditazione per sua natura produce, ci dice quanto sia non solamente salutare, ma pure necessaria.

    16. La meditazione salvaguardia del fervore e contro i pericoli del mondo

    Poiché, sebbene i vari uffici del sacerdozio siano augusti e venerandi tutti, la forza dell'abitudine fa sì che i destinati ad essi non vi mettano quella religiosa attenzione come si conviene.

    Di qui venendo meno a poco a poco il fervore è facile il passo alla negligenza e fino al fastidio delle cose più sacre. Aggiungasi la necessità che si impone al sacerdote, di convivere " in mezzo ad una nazione prava " (Fil 2,15); così che, sovente, nello stesso esercizio della carità pastorale, egli ha da temere stiano nascoste le insidie dell'antico serpente. Quanto è facile che anche i cuori religiosi si velino di mondana polvere! Appare quindi quale e quanta necessità vi sia di tornare ogni giorno alla contemplazione delle cose del cielo, affinché la mente e la volontà si rafforzino contro le seduzioni del mondo. Di più è compito del sacerdote di conseguire una certa facilità di assurgere e di raccogliersi nelle cose celesti, lui che deve intendersi delle cose celesti, insegnarle ed inculcarle ai fedeli; lui che deve condurre un tenore di vita in una sfera superiore alla umana, così che egli compia secondo Dio con lo spirito e la guida della fede quanto esige il suo ministero. Ora nulla più che la meditazione quotidiana è efficace a produrre e mantenere questa disposizione, questa quasi naturale unione con Dio; cosa che a ognuno, che abbia discernimento, è così ovvia che non vale la pena di ragionarne di più.

    IX. DANNI DEL TRASCURARE LE MEDITAZIONI

    17. Triste quadro dei danni che nascono in chi trascurasse la meditazione

    Una triste conferma di quanto si è detto ci esibisce la vita di questi sacerdoti, che fanno poco conto della meditazione delle cose divine o del tutto l'hanno in fastidio. Tu vedi in loro illanguidito quell'inestimabile tesoro, mondani, seguaci di mere vanità, intrattenersi in frivolezze, accostarsi alle sacre cose tiepidi, gelidi e forse indegni. Dapprima, quando era in loro recente il carisma dell'unzione sacerdotale, preparavano lo spirito diligentemente alla recita dei salmi per non essere simili a chi tenta Dio; fissavano il tempo a ciò più opportuno, e il più remoto ritiro, si industriavano di scrutare i sensi segreti delle cose divine, lodavano Dio, gemevano, esultavano, effondevano lo spirito col Salmista. E ora invece qual cambiamento!

    Quasi più nulla resta in essi di quell'ardente pietà, che un tempo dimostravano per i divini misteri. Quanto diletti erano allora quei tabernacoli! L'anima esultava di trovarsi intorno alla mensa del Signore e di chiamare ad essa in gran folla i devoti. Prima della celebrazione dei sacri misteri quale mondezza! quali preghiere partite dall'anima desiderosa! E quanta riverenza nel modo di trattare le cose sante: quale decoro nell'eseguire le auguste cerimonie, quale effusione di grazie dal profondo del cuore e come felicemente diffondevasi nel popolo il soave profumo di Cristo!... " Richiamate ", ve ne preghiamo, o figli diletti, " richiamate alla memoria quei primi giorni " (Eb 10,32), allora l'anima era fervorosa perché nutrita del cibo della santa meditazione.

    18. Da respingersi l'eventuale scusa o vano pretesto di essere troppo assorbito nell'azione

    Non manca fra quelli che hanno a fastidio o trascurano di " riflettere in cuor loro " (Ger 12,11), non manca chi riconosca la povertà dell'anima sua, ma poi se ne scusi col pretesto di essersi dedicato interamente alle esigenze sempre più attive e dinamiche del ministero, ad utilità degli altri. Ma si ingannano miseramente. Poiché, non avvezzi a parlar con Dio, quando parlano di Dio agli uomini o impartiscono consigli intorno alla vita cristiana, sono privi di ispirazione divina; così che la parola di Dio è in essi quasi morta. La loro voce, per quanto dotta e feconda, non imita la voce del buon pastore, che le pecorelle ascoltano salutarmente; poiché strepita con inutile pompa di parole che si perde nel vuoto ed è anzi fertile talora di dannoso esempio, non senza vergogna della religione e scandalo dei buoni. Né altrimenti accade negli altri settori della vita attiva: poiché nessun vantaggio di solida utilità ne ricavano o per lo meno non dura che breve ora, mancando la rugiada celeste che scende invece copiosissima sull'" orazione di colui che si umilia " (cf Sir 35,21).

    19. Gravi conseguenze per chi mostrasse disprezzo della preghiera

    E qui non possiamo non dolerci vivamente di coloro che, trascinati dal soffio di pestifere novità, non si vergognano della loro mentalità contraria alla vita interiore e reputano quasi perduta l'ora consacrata alla meditazione e alla preghiera. Funesta cecità! Volesse il cielo che raccogliendosi una buona volta in se stessi si accorgessero finalmente a quale abisso conduce questa negligenza e disprezzo della preghiera! Di qui germoglia la superbia e la caparbietà; dalle quali maturano troppo amari frutti, che il paterno cuore rifugge dal rammentare quanto desidera di recidere completamente. Ascolti Iddio i nostri voti, e, benignamente riguardando i fuorviati, effonda tanto largamente sopra di essi lo " spirito di grazia e di orazione " (Zc 12,10), che, a comune allegrezza, piangendo il loro errore, ritornino sulla male abbandonata via e cautamente la seguano per l'avvenire. Come già l'Apostolo (Fil 1,8), ci sia testimone Dio come li amiamo tutti nelle viscere di Gesù Cristo!

    X. Eccitamenti alla meditazione

    20. La meditazione, segreto per operare con criterio e zelo

    Ad essi dunque e a voi tutti figli nostri, sia scolpita in mente la nostra esortazione, che è quella di Cristo Signore: " State attenti, vegliate e pregate " (Mc 12,33). Principalmente nella sua meditazione ognuno ponga la sua industria: e risvegli tutta la sua fiducia in Dio, sovente pregando: " Signore, insegnaci a pregare " (Lc 11,1). Né di lieve incitamento a meditare deve esser per tutti questo speciale motivo, che dalla meditazione nasce quella particolare luce di consiglio e quella speciale energia di virtù che si esigono nella cura delle anime, opera sopra tutte difficilissima. Qui cade opportuno, ricordare la pastorale esortazione di san Carlo: " Intendete, o fratelli, che nulla è così necessario a tutti gli ecclesiastici come l'orazione mentale la quale precede tutte le nostre azioni, le accompagna e le segue: canterò, dice il profeta, e ben studierò e intenderò (cf Sal 100,2). Fratello, se amministri i sacramenti, medita su quello che fai; se celebri la Messa, medita sul sacrificio che offerisci; se salmeggi, medita a chi parli e di che cosa; se guidi le anime, medita da qual Sangue sono state redente ".

    21. Mediti su Cristo chi è " alter Christus "

    Perciò con ogni ragione la Chiesa ci impone di ripetere frequentemente quelle sentenze di Davide: " Beato l'uomo che medita nella legge del Signore; vi perdura con diletto, di giorno e di notte; tutto quello che egli farà avrà prospero effetto " (Sal 1,1-3). E alla meditazione ci sia di stimolo anche il pensiero che il sacerdote è un altro Cristo; e, se è tale per partecipazione di autorità, non dovrà essere tale per imitazione delle opere sante? " Sia dunque nostra somma premura di meditare sulla vita di Gesù Cristo ".

    XI. Utilità delle Sacre letture

    22. Utilità della lettura spirituale soprattutto delle Sacre Scritture

    Con la meditazione quotidiana delle cose divine conviene che il Sacerdote unisca la lettura di più libri, specialmente di quelli che sono divinamente ispirati. Così san Paolo prescriveva a Timoteo: " Attendi alla lettura " (1 Tm 4,13). Così san Girolamo, ammaestrando Nepoziano intorno alla vita sacerdotale, inculcava: " Non deporre mai dalle tue mani il libro della sacra lettura "; e ne soggiungeva questo motivo: " Impara ciò che devi insegnare; ottieni quella sincera sapienza, che è nutrita di verace dottrina, affinché con essa tu possa esortare gli altri e ribattere gli avversari ". Quanto grande è il vantaggio di quei sacerdoti che hanno questa costante abitudine: con quale unzione predicano Cristo e, anziché blandire gli uditori, come li spingono al meglio e li innalzano a celesti desideri!

    23. I santi libri sono veri amici

    Ma pure eccovi un'altra prova, e che fa proprio al caso vostro, della verità del consiglio di san Girolamo: " Sempre fra le tue mani sia la sacra lettura ". Chi non sa quanto grande sia sull'anima dell'amico la forza persuasiva dell'amico, che candidamente ammonisca, consigli, riprenda, ecciti, rimuova dall'errore? " Beato chi trova un vero amico " (Sir 25,12); " chi lo trova ha trovato un tesoro" (Sir 6,14). Ora dobbiamo avere nel numero dei nostri fedeli amici i libri di lettura spirituale. Essi ci ammoniscono gravemente intorno ai nostri doveri ed ai precetti della legittima disciplina, risuscitano nell'anima i richiami celesti prima soffocati e repressi, ci rinfacciano i propositi non mantenuti, scuotono la coscienza addormentata in un pericoloso ottimismo; mettono in luce le tendenze meno corrette che vorrebbero star dissimulate; scoprono i pericoli che sogliono sorprendere i malaccorti. E tutti questi buoni uffici prestano con una tale e tacita benevolenza, che non solo ci si mostrano amici, ma i migliori nostri amici. Poiché li abbiamo quando ci piace, quasi al nostro fianco, pronti ad ogni ora alle nostre necessità interiori; la loro voce non è mai acerba, il loro consiglio non è mai determinato da volgari interessi, la parola non mai vile o bugiarda. Sono molti ed insigni gli esempi della salutare efficacia delle devote letture; ma nessuno sovrasta a quello di sant'Agostino, i cui meriti eminenti verso la Chiesa presero da esse inizio ed auspicio: " Tolle, lege; tolle, lege... Prendi, leggi; prendi, leggi... Afferrai (le lettere di Paolo Apostolo), le apersi e lessi in silenzio... Si diffuse nel mio cuore come una luce di sicurezza, svanirono tutte le tenebre del dubbio ".

    24. Guardarsi da letture non ben discriminate

    Invece di sovente accade ai nostri tempi che ecclesiastici si lascino a poco a poco annebbiare la mente dalle tenebre del dubbio e seguano le oblique vie del mondo, e ciò specialmente perché, negletti i sacri e divini libri, si danno ad altre letture di ogni genere di libri e giornali infetti di errori pestiferi blandamente insinuatisi. Siate guardinghi, o diletti figli, non vi fidate ciecamente della vostra provetta età, né lasciatevi illudere dal pretesto di conoscere il male e così poter meglio provvedere al bene comune. Non si passino quei limiti, che stabiliscono sia le leggi della Chiesa, sia la prudenza e la carità verso se stessi; poiché una volta imbevuti di questi veleni, non possiamo più sfuggirne le funeste conseguenze.

    XII. L'esame di coscienza

    25. Non si ometta l'esame di coscienza

    Ma i vantaggi della lettura spirituale e della meditazione delle cose celesti riusciranno, senza dubbio, per il sacerdote più copiosi, quando egli abbia un mezzo con cui possa distinguere se davvero fu messo in pratica e santamente, quanto fu oggetto di lettura e meditazione. Viene a proposito un eccellente insegnamento del Crisostomo, rivolto specialmente al Sacerdote: " Ogni sera, prima di abbandonarti al sonno, fa' un po' di processo alla tua coscienza, esigi da essa il rendiconto, e se fra il giorno ti appigliasti a cattivi partiti... sbarbicali dalla radice e determina per essi un castigo ". Quanto ciò sia conveniente e fruttuoso per il progresso nella cristiana virtù, i più sapienti maestri di spirito luminosamente confermano coi loro ottimi ammonimenti. Ci piace di riferire quello insigne, che ho tolto dagli insegnamenti di san Bernardo: " Curioso indagatore della tua irreprensibilità, esamina la tua vita con quotidiana diligenza. Osserva attentamente di quanto progredisci o indietreggi. Studia di conoscere te... Poni davanti agli occhi tuoi tutte le tue mancanze. Costituisci te in giudizio dinanzi a te, quasi dinanzi ad un'altra persona; e così deplora e colpisci te stesso ".

    XIII. Paterni lamenti

    26. Grande frutto se si usasse in questo esame la premura che pongono gli uomini nei loro affari

    Anche su questo punto sarebbe veramente vergogna che si verificasse quel detto di Cristo: " I figli di questo secolo sono più prudenti dei figli della luce " (Lc 16,8). Ognuno vede con quanta solerzia essi attendano ai loro affari; come di sovente facciano e rifacciano i calcoli del dare e dell'avere: con quale scrupolosa meticolosità facciano i loro conti e tirino le somme, come lamentino le perdite patite ed eccitino se stessi con accaniti sforzi per risarcirle. E a noi, a cui forse arde in cuore la brama di vane onorificenze, di accrescere il patrimonio della famiglia, di acquistar solo fama e gloria di scienziati, invece languidamente e con noia trattiamo l'affare massimo e sommamente arduo, che è la nostra santificazione. Giacché appena raramente ci raccogliamo per scrutare la nostra anima, che per conseguenza si copre di sterpi al pari della vigna del pigro, della quale sta scritto: " Passai pel campo di un infingardo, e per la vigna di un uomo stolto, e vidi come tutto era pieno di ortica, e le spine l'avevano coperta quanto ella è grande, e la muraglia intorno era rovinata " (Prv 24,30-31).

    27. L'esame costante e ben fatto rinvigorisce l'anima, trascurato la mette in pericolo

    La cosa si fa più grave per la frequenza dei mali esempi, che ne circondano, insidiosi estremamente alla virtù sacerdotale; così che è necessario camminare sempre più guardinghi e far più apertamente violenza.

    Ora l'esperienza ci dice che colui, il quale esercita una censura frequente e severa sopra i suoi pensieri, parole e azioni, è più energico sia nell'odio e nella fuga del male, e sia nell'amore e nello studio del bene. Né meno ci dice l'esperienza quali danni gravissimi siano d'ordinaria conseguenza per chi evita quel tribunale, ove siede giudice la giustizia e sta accusata e accusatrice la coscienza. Invano cercheresti in lui quella circospezione, dote così lodevole del buon cristiano, di evitare anche le minori colpe e imperfezioni e quel delicatissimo scrupolo che dovrebb'essere pregio speciale del sacerdote, che si fa paventare della benché minima offesa recata a Dio.

    28. Danni di chi trascurasse la frequente confessione

    Che anzi la negligenza e la trascuratezza di sé giunge fino all'oblio dello stesso sacramento della penitenza: del quale nulla ci diede Cristo, nella sua estrema bontà, che fosse più salutare all'umana miseria. Non si può negare ed è degno di acerbo pianto, il caso non raro di chi mentre, fulminando e terrorizzando dal pulpito, trattiene con la sfolgorante sua eloquenza gli altri dal peccare, nulla tema per sé di tutto ciò, e si indurisca nella colpa; di chi esorta e stimola gli altri, che siano solleciti a detergere col sacramento le macchie dell'anima, e lui stesso sia in ciò tanto restio e negligente e vi frapponga intervalli di più mesi; di chi sa cospargere le altrui ferite di olio e di vino, e giaccia poi egli ferito lungo la via, né si dia pensiero di invocare la mano medicatrice del fratello che gli passa vicino. Ahi! quali tristi conseguenze ne vennero e vengono tuttora, indegne al cospetto di Dio e della Chiesa, perniciose al popolo cristiano, indecorose per il ceto sacerdotale!

    29. Nulla più lagrimevole della corruzione dei buoni

    Quando, diletti figli, mossi da dovere di coscienza, noi volgiamo la mente a questi gravi inconvenienti, ci si riempie l'anima di amarezza e ne erompe una voce di lamento: guai al sacerdote che non sa mantenersi all'altezza del suo grado, e disonora infedelmente il nome santo di Dio, che deve santificare. Nulla è più lagrimevole della corruzione dei buoni: " Grande è la dignità dei sacerdoti, ma grande è pure la loro rovina, se peccano; rallegriamoci dell'esservi saliti, ma paventiamo di caderne precipitosamente; perché più grande che la gioia di avere raggiunto le altissime vette, è l'afflizione di essere precipitato di lassù! ".

    Guai dunque al sacerdote che vive dimentico di sé, lascia la preghiera, respinge il pascolo delle devote letture; che non torna mai sopra se stesso per ascoltare la voce della coscienza che lo accusa. Né le ferite sanguinanti dell'anima sua, né i pianti della madre Chiesa potranno richiamare in sé il disgraziato, affinché non lo colpiscano quelle terribili minacce: " Acceca il cuore di questo popolo, e instupidisci le sue orecchie e chiudi a lui gli occhi, affinché non avvenga che coi suoi occhi egli vegga, e oda coi suoi orecchi, e col cuore comprenda e si converta, ed io lo sani " (Is 6,10).

    Questo triste augurio allontani Dio misericordioso da ciascheduno di voi, o diletti figli, Dio, che vede il nostro cuore scevro da qualsiasi amarezza verso chicchessia, ma soltanto mosso all'estremo da carità di padre e di pastore: " Qual è invero la nostra speranza, o il gaudio, o la corona di gloria? Non lo siete voi forse dinanzi al Signore nostro Gesù Cristo? " (1 Ts 2,19).

    XIV. Doveri attuali

    30. In tempi tristi il sacerdote deve splendere nella virtù

    Lo vedete del resto da voi medesimi, quanti e dovunque siate, in quali tristi tempi, per arcano consiglio di Dio, si trovi oggi la Chiesa. Osservate ancora e meditate quale sacro dovere vi incombe di assistere e soccorrere nelle sue angustie quella Chiesa, che vi insignì di una sì onorevole dignità.

    Quindi nel clero ora più che mai è necessaria una più che mediocre virtù, sincera così da essere un modello, viva, operosa, prontissima a fare e patire ogni cosa per Cristo. Nulla vi è che più ardentemente noi desideriamo per voi tutti e singoli, invocandolo da Dio con ferventissime preghiere. In voi dunque fiorisca la continenza con intemerato fulgore, ornamento esimio del nostro ceto; per la cui grazia il sacerdote come è fatto simile agli angeli, così presso il popolo cristiano è reputato degno di ogni onore e coglie più copiosi i frutti del suo ministero.

    31. Ubbidienza inconcussa ai Vescovi e alla Sede Apostolica

    Sia in voi perenne e schietta la riverenza e ubbidienza, promessa con solenne rito a coloro, che il Divino Spirito costituì reggitori della Chiesa; e soprattutto l'ossequio giustissimamente dovuto a questa Sede Apostolica congiunga a lei ogni giorno più con strettissimi vincoli le vostre menti e i vostri cuori.

    32. Splenda la carità per tutti: ma speciale e zelante essa sia per i giovinetti

    Brilli in ognuno la carità che non cerca in nulla se stessa, così che rintuzzati gli stimoli dell'invidia e dell'ambizione propri dell'umana natura, i vostri sforzi cospirino unanimemente, con emulazione fraterna, all'incremento della gloria di Dio.

    " Una gran turba quanto mai numerosa e degna di pietà, di malati, di ciechi, di zoppi, di paralitici " (Gv 5,3) aspetta i soccorsi della vostra carità; e specialmente vi aspettano folte schiere di adolescenti, cara speranza della patria e della religione, circondati da ogni parte da insidie e da pericoli morali. Siate alacri nel bene, benemeriti di tutti, non solo con l'impartire la sacra catechesi che di nuovo e con maggior vigore vi raccomandiamo, ma prestando ogni altro possibile aiuto di consiglio e di interessamento. Alleviando, difendendo, medicando, pacificando: questa sia la vostra mira e quasi la vostra sete, di guadagnare e di condurre anime a Cristo. Oh! i nemici di Dio come laboriosi, come infaticabili, come impavidi agiscono e si danno attorno, per rovinare irreparabilmente le anime!

    33. La carità della Chiesa non conosce limiti, né teme per le persecuzioni

    Specialmente per questa prerogativa della carità, la Chiesa cattolica è lieta e orgogliosa del suo clero, che annuncia il Vangelo della cristiana pace, che apporta salute e civiltà fino alle nazioni selvagge; ove per le sue apostoliche fatiche, non raramente consacrate col sangue, il regno di Cristo ogni giorno più si dilata e la santa Fede splende di sempre nuove palme. Che se, o diletti figli, all'effusione della vostra carità corrisponda l'astio, la contesa, la calunnia, come suole avvenire, non vogliate soccombere allo scoraggiamento, " non lasciatevi scoraggiare nel fare il bene " (2 Ts 3,13). Abbiate dinanzi agli occhi le schiere di quei forti, insigni per numero e per meriti, che dietro le orme degli Apostoli fra le più scabrose torture per il nome di Cristo, " se ne andavan contenti " (At 5,41), " maledetti benedicevano ". Siamo - pensate - figli e fratelli di santi, i nomi dei quali splendono nel libro della vita, le cui glorie annuncia la Chiesa: " Non si imprima questa macchia alla nostra gloria " (1 Mac 9,10).

    XV. Sussidi della Grazia

    34. Sussidi della grazia sacerdotale: gli esercizi spirituali e il ritiro mensile

    Riacceso ed accresciuto nelle file del clero lo spirito della grazia sacerdotale, avranno un valore ed una esecuzione molto più efficace con la grazia di Dio, i nostri propositi di restaurare tutte quante le altre cose in Cristo. Perciò ci piace di aggiungere a tutto quanto si è detto alcune norme sicure, ossia indicare i sussidi opportuni a custodire ed alimentare la grazia medesima. Primo fra di essi a nessuno ignoto, ma del quale non tutti stimano degnamente la efficacia, è il pio ritirarsi dell'anima a compiere gli esercizi spirituali; se è possibile fatto annualmente o per conto proprio, o piuttosto in unione con altri, il che suole recare più largo frutto, regolandosi secondo le prescrizioni dei Vescovi. Già noi medesimi lodammo convenientemente l'utilità di questa istituzione quando pubblicammo alcune regole ad essa relative per la disciplina del clero romano. Né sarà meno vantaggioso alle anime un consimile ritiro mensile di poche ore, in privato o in unione con altri, il qual pio costume siamo lieti di veder invalso in più luoghi, favorito dai Vescovi stessi che talora presiedono al ritiro.

    35. Vantaggi delle Mutue e più ancora dei Convegni e Unioni del Clero

    Un'altra raccomandazione ancora ci sta a cuore ed è una maggiore coesione tra i sacerdoti, quale si conviene a fratelli, consolidata e regolata dall'autorità del Vescovo. E' senza dubbio cosa lodevole che i Sacerdoti si uniscano in società per procurarsi uno scambievole sussidio nelle avversità, per tenere alto il prestigio e i diritti della classe e del ministero contro gli assalti degli avversari e per altri fini del genere. Ma più ancora giova che si associno a scopo di perfezionarsi nella conoscenza delle scienze sacre, e specialmente confermarsi nel santo proposito della vocazione e di promuovere la salute delle anime, con unanimità di sforzi e di iniziative.

    36. Auspicabile e fruttuosa la vita in comune del clero

    Ci attestano gli annali della Chiesa di quali copiosi frutti fosse fecondo un tal genere di associazioni nei tempi che i sacerdoti convenivano frequentemente a vita comune. Perché non si potrebbe richiamare in vita qualcosa di simile anche in questa nostra età, sia pure avendo riguardo ai luoghi e agli uffici vari? Non si potrebbero sperare i frutti antichi a tutto gaudio della Chiesa? Né del resto mancano società di simil genere, munite dell'approvazione dei sacri pastori; tanto più utili quanto più presto i giovani preti vi si aggreghino fin dal principio del loro sacerdozio. Noi medesimi ne promuovemmo una, durante il nostro ministero vescovile, e ne sperimentammo la bontà: e quella e le altre ora facciamo oggetto di singolare benevolenza. Di questi sussidi della grazia sacerdotale e degli altri, che la prudente vigilanza dei Vescovi suggerisce a seconda della opportunità, abbiate stima e ricavatene profitto affinché ogni giorno più " camminiate in maniera conveniente alla vocazione a cui siete stati chiamati " (Ef 4,1), onorando il vostro ministero e compiendo in voi la volontà di Dio, che è la vostra santificazione.

    XVI. Fausti voti

    37. Ardenti preghiere per il Clero

    Questi sono i principali nostri pensieri e le cose, che ci stanno maggiormente a cuore; perciò levati gli occhi al cielo, sovente ripetiamo sopra tutto al clero le parole supplichevoli di Cristo nostro Signore: " Padre Santo... santificali! " (Gv 17,11-17). Ed è per noi una gioia l'avere molti dei fedeli di ogni ceto, che si uniscono a noi in questa preghiera, appassionatamente solleciti del bene vostro e della Chiesa; ed è pure gradito balsamo al nostro animo che non poche sono le anime di più generosa virtù, le quali non solo nei sacri chiostri, ma altresì in mezzo al mondo per la stessa causa vanno a gara nell'offrirsi a Dio perenni vittime votive. Accolga il sommo Dio le pure e preziose loro preci in profumo di soavità, né rigetti le umilissime preci nostre, clemente e provvido, Egli, come imploriamo, ci esaudisca; e dal Cuore sacratissimo del diletto suo Figlio diffonda sopra tutto il clero tesori di grazia, di carità e di ogni virtù.

    38. Ringraziamenti per il suo Giubileo - Ricambio per " Mariam, Reginam Cleri "

    Benedizione finale

    In ultimo ci è caro rendervi grazie sincere, o diletti figli, degli auguri fausti che ci offriste in occasione del nostro Giubileo sacerdotale: e poniamo i nostri voti per voi sotto il patrocinio della Vergine Madre, Regina degli Apostoli, affinché si verifichino appieno. Ella col suo esempio insegnò alle felici primizie del sacerdozio come, coll'esempio di lei, dovessero perseverare, concordi nella preghiera, per essere rivestiti della virtù dall'alto; virtù, che assai più copiosa impetrò ad essi con le sue preghiere, e accrebbe e fortificò col consiglio, perché le loro fatiche fossero coronate dai più lieti successi.

    Desideriamo intanto, diletti figli, che la pace di Cristo esulti nei vostri cuori col gaudio dello Spirito Santo, auspice l'Apostolica Benedizione che con amantissimo animo vi impartiamo.

    Dato a Roma, presso San Pietro, il 4 agosto del 1908, sesto del nostro Pontificato.

    PIUS PP. X

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    Predefinito GIOVANNI PAOLO II - DONO E MISTERO - Nel 50° del mio sacerdozio

    LIBRERIA EDITRICE VATICANA

    Ho vivo nella memoria il gioioso incontro che, su iniziativa della Congregazione per il Clero, si svolse in Vaticano nell'autunno dello scorso anno (27 ottobre 1995), per celebrare il 30° anniversario del Decreto conciliare Presbyterorum ordinis. Nel clima festoso di quell'assemblea diversi sacerdoti parlarono della loro vocazione, ed anch'io offersi la mia testimonianza. Mi sembrò infatti bello e fruttuoso che tra sacerdoti, al cospetto del popolo di Dio, ci si rendesse questo servizio di reciproca edificazione.

    Le parole da me dette in quella circostanza ebbero un'eco piuttosto vasta. La conseguenza fu che da varie parti mi si chiese con insistenza di tornare ancora, e più ampiamente, in occasione del Giubileo sacerdotale, sul tema della mia vocazione.

    Confesso che la proposta, sulle prime, suscitò in me qualche comprensibile resistenza. Ma successivamente ritenni doveroso accogliere l'invito, vedendo in ciò un aspetto del servizio proprio del ministero petrino. Stimolato da alcune domande del Dr. Gian Franco Svidercoschi, che hanno fatto da filo conduttore, mi sono abbandonato con libertà all'onda dei ricordi, senza alcun intento strettamente documentario.

    Quanto qui dico, al di là degli eventi esteriori, appartiene alle mie radici profonde, alla mia esperienza più intima. Lo ricordo innanzitutto per rendere grazie al Signore. «Misericordias Domini in aeternum cantabo!». Lo offro ai sacerdoti e al popolo di Dio come testimonianza di amore.


    --------------------------------------------------------------------------------

    I

    AGLI INIZI .... IL MISTERO!

    La storia della mia vocazione sacerdotale? La conosce soprattutto Dio. Nel suo strato più profondo, ogni vocazione sacerdotale è un grande mistero, è un dono che supera infinitamente l'uomo. Ognuno di noi sacerdoti lo sperimenta chiaramente in tutta la sua vita. Di fronte alla grandezza di questo dono sentiamo quanto siamo ad esso inadeguati.

    La vocazione è il mistero dell'elezione divina: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15, 16). «E nessuno può attribuirsi questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne» (Eb 5, 4). «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo; prima che tu uscissi alla luce ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni» (Ger 1, 5). Queste parole ispirate non possono non scuotere con un profondo tremore ogni anima sacerdotale.

    Per questo, quando nelle più diverse circostanze — per esempio, in occasione dei Giubilei sacerdotali — parliamo del sacerdozio e ne diamo testimonianza, dobbiamo farlo con grande umiltà, consapevoli che Dio «ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia» (2 Tm 1, 9). Contemporaneamente ci rendiamo conto che le parole umane non sono in grado di reggere il peso del mistero che il sacerdozio porta in sé.

    Questa premessa mi è sembrata indispensabile, perché si possa comprendere in modo giusto quello che dirò del mio cammino verso il sacerdozio.

    I primi segni della vocazione

    L'Arcivescovo Metropolita di Cracovia, Principe Adam Stefan Sapieha, visitò la parrocchia di Wadowice quando ero studente di ginnasio. Il mio insegnante di religione, P. Edward Zacher, mi affidò il compito di porgergli il benvenuto. Ebbi allora per la prima volta l'occasione di trovarmi di fronte a quell'uomo molto venerato da tutti. So che, dopo il mio discorso, l'Arcivescovo domandò all'insegnante di religione quale facoltà avrei scelto dopo la maturità. P. Zacher rispose: «Studierà Filologia polacca». Il Presule avrebbe risposto: «Peccato che non sia la teologia».

    In quel periodo della mia vita la vocazione sacerdotale non era ancora matura, anche se intorno a me non pochi erano del parere che dovessi entrare in seminario. E forse qualcuno avrà supposto che, se un giovane con così chiare inclinazioni religiose non entrava in seminario, era segno che in gioco v'erano altri amori o predilezioni. Di fatto, a scuola avevo molte colleghe e, impegnato com'ero nel circolo teatrale scolastico, avevo svariate possibilità di incontri con ragazzi e ragazze. Il problema tuttavia non era questo. In quel periodo ero preso soprattutto dalla passione per la letteratura, in particolare per quella drammatica, e per il teatro. A quest'ultimo m'aveva iniziato Mieczyslaw Kotlarczyk, insegnante di lingua polacca, più avanti di me negli anni. Egli era un vero pioniere del teatro dilettantistico e coltivava grandi ambizioni di un repertorio impegnato.

    Gli studi all'Università Jaghellonica

    Nel maggio 1938, superato l'esame di maturità, mi iscrissi all'Università per seguire i corsi di Filologia polacca. Per questo motivo mi trasferii insieme con mio padre da Wadowice a Cracovia. Ci sistemammo a via Tyniecka 10, nel quartiere di Debniki. La casa apparteneva ai parenti di mia madre. Intrapresi gli studi alla Facoltà di Filosofia dell'Università Jaghellonica, seguendo i corsi di Filologia polacca, ma riuscii a finire soltanto il primo anno, perché il 1° settembre 1939 scoppiò la seconda guerra mondiale.

    A proposito degli studi, desidero sottolineare che la mia scelta della Filologia polacca era motivata da una chiara predisposizione verso la letteratura. Tuttavia, già durante il primo anno, attirò la mia attenzione lo studio della lingua stessa. Studiavamo la grammatica descrittiva del polacco moderno ed insieme l'evoluzione storica della lingua, con un particolare interesse per il vecchio ceppo slavo. Questo mi introdusse in orizzonti completamente nuovi, per non dire nel mistero stesso della parola.

    La parola, prima di essere pronunciata sul palcoscenico, vive nella storia dell'uomo come dimensione fondamentale della sua esperienza spirituale. In ultima analisi, essa rimanda all'imperscrutabile mistero di Dio stesso. Riscoprendo la parola attraverso gli studi letterari e linguistici, non potevo non avvicinarmi al mistero della Parola, di quella Parola a cui ci riferiamo ogni giorno nella preghiera dell'Angelus: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14). Capii più tardi che gli studi di Filologia polacca preparavano in me il terreno per un altro genere di interessi e di studi. Predisponevano il mio animo ad accostarsi alla filosofia e alla teologia.

    Lo scoppio della seconda guerra mondiale

    Ma torniamo al 1° settembre 1939. Lo scoppio della guerra cambiò in modo piuttosto radicale l'andamento della mia vita. In verità i professori dell'Università Jaghellonica tentarono di avviare ugualmente il nuovo anno accademico, ma le lezioni durarono soltanto fino al 6 novembre 1939. In quel giorno le autorità tedesche convocarono tutti i professori in un'assemblea che si concluse con la deportazione di quei rispettabili uomini di scienza nel campo di concentramento di Sachsenhausen. Finiva così nella mia vita il periodo degli studi di Filologia polacca e cominciava la fase dell'occupazione tedesca, durante la quale inizialmente tentai di leggere e di scrivere molto. Proprio a quell'epoca risalgono i miei primi lavori letterari.

    Per evitare la deportazione ai lavori forzati in Germania, nell'autunno del 1940 cominciai a lavorare come operaio in una cava di pietra collegata con la fabbrica chimica Solvay. Si trovava a Zakrzówek, a circa mezz'ora dalla mia casa di Debniki, ed ogni giorno vi andavo a piedi. Su quella cava scrissi poi una poesia. Rileggendola dopo tanti anni, la trovo ancora particolarmente espressiva di quella singolare esperienza:

    «Ascolta, il ritmo uguale dei martelli, così noto,
    io lo proietto negli uomini, per saggiare la forza d'ogni colpo.
    Ascolta, una scarica elettrica taglia il fiume di pietra,
    e in me cresce un pensiero, di giorno in giorno:
    tutta la grandezza del lavoro è dentro l'uomo...».
    (La cava di pietra: I, Materia, 1)

    Ero presente quando, durante lo scoppio d'una carica di dinamite, le pietre colpirono un operaio e lo uccisero. Ne rimasi profondamente sconvolto:

    «Sollevarono il corpo. Sfilarono in silenzio.
    Da lui ancora emanava fatica ed un senso d'ingiustizia»...
    ( La cava di pietra: IV, In memoria di un compagno di lavoro, 2-3)

    I responsabili della cava, che erano polacchi, cercavano di risparmiare a noi studenti i lavori più pesanti. A me, per esempio, assegnarono il compito di aiutante del cosiddetto brillatore: si chiamava Franciszek Labus. Lo ricordo perché, qualche volta, si rivolgeva a me con parole di questo genere: «Karol, tu dovresti fare il prete. Canterai bene, perché hai una bella voce e starai bene...». Lo diceva con tutta semplicità, esprimendo così una convinzione abbastanza diffusa nella società circa la condizione del sacerdote. Le parole del vecchio operaio mi si sono impresse nella memoria.

    Il teatro della parola viva

    In quel periodo rimasi in contatto con il teatro della parola viva, che Mieczyslaw Kotlarczyk aveva fondato e continuava ad animare nella clandestinità. L'impegno nel teatro fu all'inizio favorito dall'avere ospiti in casa mia Kotlarczyk e sua moglie Sofia, che erano riusciti a passare da Wadowice a Cracovia entro il territorio del «Governatorato Generale». Abitavamo insieme. Io lavoravo come operaio, lui inizialmente come tramviere e, in seguito, come impiegato in un ufficio. Condividendo la stessa casa, potevamo non solo continuare i nostri discorsi sul teatro, ma anche tentarne attuazioni concrete, che assumevano appunto il carattere di teatro della parola. Era un teatro molto semplice. La parte scenica e decorativa era ridotta al minimo; l'impegno si concentrava essenzialmente nella recitazione del testo poetico.

    Le recite avvenivano davanti ad un ristretto gruppo di conoscenti e di invitati, i quali avevano uno specifico interesse per la letteratura ed erano, in qualche modo, degli «iniziati». Mantenere il segreto intorno a questi incontri teatrali era indispensabile; si rischiavano altrimenti gravi punizioni da parte delle autorità d'occupazione, non esclusa la deportazione nei campi di concentramento. Devo ammettere che tutta quella esperienza teatrale mi si è impressa profondamente nell'animo, anche se ad un certo momento mi resi conto che in realtà non era questa la mia vocazione.


    -------------------------------------------------------------------------------

    II

    LA DECISIONE DI ENTRARE IN SEMINARIO

    Nell'autunno del 1942 presi la decisione definitiva di entrare nel seminario di Cracovia, che funzionava clandestinamente. Mi accolse il Rettore, P. Jan Piwowarczyk. La cosa doveva rimanere nel più stretto riserbo, anche nei confronti delle persone care. Iniziai gli studi presso la Facoltà teologica dell'Università Jaghellonica, anch'essa clandestina, continuando intanto a lavorare come operaio alla Solvay.

    Durante il periodo dell'occupazione l'Arcivescovo Metropolita sistemò il seminario, sempre in forma clandestina, presso la sua residenza. Ciò poteva provocare in ogni momento, sia per i superiori che per i seminaristi, severe repressioni da parte delle autorità tedesche. Soggiornai in questo singolare seminario, presso l'amato Principe Metropolita, dal settembre 1944 e lì potei restare insieme ai miei colleghi fino al 18 gennaio 1945, il giorno — o meglio la notte — della liberazione. Fu infatti di notte che l'Armata Rossa raggiunse i dintorni di Cracovia. I tedeschi in ritirata fecero esplodere il ponte Debnicki. Ricordo quella terribile detonazione: lo spostamento d'aria infranse tutti i vetri delle finestre della residenza arcivescovile. In quel momento ci trovavamo in cappella per una funzione alla quale partecipava l'Arcivescovo. Il giorno seguente ci affrettammo a riparare i danni.

    Debbo però tornare ai lunghi mesi che precedettero la liberazione. Come ho detto, vivevo con gli altri giovani nella residenza dell'Arcivescovo. Egli ci aveva presentato fin dall'inizio un giovane sacerdote, che sarebbe stato il nostro Padre spirituale. Si trattava del P. Stanislaw Smolenski, laureato a Roma, uomo di grande spiritualità: egli è oggi Vescovo ausiliare emerito di Cracovia. Padre Smolenski intraprese con noi un lavoro regolare di preparazione al sacerdozio. Prima avevamo come superiore soltanto un prefetto nella persona di P. Kazimierz Klósak, che aveva compiuto gli studi a Lovanio ed era professore di filosofia: per la sua ascesi e bontà egli suscitava in noi grande stima e ammirazione. Rispondeva del suo operato direttamente all'Arcivescovo, dal quale dipendeva, del resto, in modo diretto pure lo stesso nostro seminario clandestino. Dopo le vacanze estive del 1945 P. Karol Kozlowski, proveniente da Wadowice, già Padre spirituale del seminario nel periodo precedente la guerra, fu chiamato a sostituire il P. Jan Piwowarczyk come Rettore del seminario nel quale aveva trascorso quasi tutta la vita.

    Venivano così completandosi gli anni della formazione seminaristica. I primi due, quelli che nel curriculum degli studi sono dedicati alla filosofia, li avevo fatti in modo clandestino, lavorando come operaio. I successivi 1944 e 1945 avevano visto il mio crescente impegno presso l'Università Jaghellonica, anche se il primo anno dopo la guerra fu ancora molto incompleto. Normale fu l'anno accademico 1945/46. Alla Facoltà Teologica ebbi la fortuna di incontrare alcuni eminenti professori, come P. Wladyslaw Wicher, professore di teologia morale, e P. Ignacy Rózycki, professore di teologia dogmatica, che mi introdusse alla metodologia scientifica in teologia. Oggi abbraccio con un pensiero pieno di gratitudine tutti i miei Superiori, Padri spirituali e Professori, che nel periodo del seminario contribuirono alla mia formazione. Il Signore ricompensi i loro sforzi e il loro sacrificio!

    All'inizio del quinto anno l'Arcivescovo decise che avrei dovuto trasferirmi a Roma per completare gli studi. Fu così che, in anticipo sui miei compagni, fui ordinato sacerdote il 1° novembre 1946. Quell'anno il nostro gruppo era, naturalmente, poco numeroso: eravamo in tutto sette. Oggi siamo ancora vivi soltanto in tre. Il fatto di essere in pochi aveva i suoi vantaggi: permetteva di allacciare legami profondi di reciproca conoscenza ed amicizia. Questo valeva anche, in qualche modo, per i rapporti con i Superiori ed i Professori, sia nel periodo della clandestinità che nel breve periodo degli studi ufficiali all'Università.

    Le vacanze da seminarista

    Dal momento in cui presi contatto col seminario s'inaugurò per me un nuovo modo di trascorrere le vacanze. Fui mandato dall'Arcivescovo presso la parrocchia di Raciborowice, nei dintorni di Cracovia. Non posso non esprimere profonda gratitudine al parroco, P. Józef Jamróz, e ai vicari di quella parrocchia, che divennero compagni di vita di un giovane seminarista clandestino. Ricordo in particolare P. Franciszek Szymonek, che più tardi, nel periodo del terrore staliniano, fu accusato e posto sotto processo con intenzioni dimostrative nei confronti della Curia arcivescovile di Cracovia: fu condannato a morte. Fortunatamente, dopo un po' di tempo venne graziato. Ricordo anche P. Adam Biela, un mio collega più grande del ginnasio di Wadowice. Grazie a questi giovani sacerdoti, ebbi modo di conoscere la vita cristiana di tutta la parrocchia.

    Poco dopo, sul territorio del paese di Bienczyce, che apparteneva alla parrocchia di Raciborowice, sorse un grande quartiere col nome di Nowa Huta. Trascorsi lì molti giorni durante le vacanze, sia nel 1944 che nel 1945, a guerra finita. Facevo soste prolungate nella vecchia chiesa di Raciborowice, che risaliva ancora ai tempi di Jan Dlugosz. Molte ore le dedicavo alla meditazione passeggiando nel cimitero. Avevo portato a Raciborowice i miei strumenti di studio: i volumi di San Tommaso con i commenti. Imparavo la teologia, per così dire, dal «centro» di una grande tradizione teologica. Cominciai allora a scrivere un lavoro su San Giovanni della Croce che continuai poi sotto la direzione del P. Prof. Ignacy Rózycki, docente presso l'Università di Cracovia, non appena questa fu riaperta. Completai lo studio in seguito all'Angelicum, sotto la guida del P. Prof. Garrigou Lagrange.

    Il Cardinale Adam Stefan Sapieha

    Su tutto il nostro itinerario formativo verso il sacerdozio esercitò un influsso rilevante la grande figura del Principe Metropolita, futuro Cardinale Adam Stefan Sapieha, cui va il mio ricordo commosso e grato. Il suo ascendente era accresciuto dal fatto che, nel periodo di transizione prima della riapertura del seminario, abitavamo nella sua residenza e lo incontravamo ogni giorno. Il Metropolita di Cracovia fu elevato alla dignità cardinalizia subito dopo la fine della guerra, in età piuttosto avanzata. Tutta la popolazione accolse questa nomina come un giusto riconoscimento dei meriti di quel grande uomo, che durante l'occupazione tedesca aveva saputo tenere alto l'onore della Nazione, manifestando la propria dignità in modo chiaro per tutti.

    Ricordo quella giornata di marzo — si era in Quaresima — quando l'Arcivescovo tornò da Roma dopo aver ricevuto il cappello cardinalizio. Gli studenti sollevarono a braccia la sua macchina e la portarono per un buon tratto, fin presso la Basilica dell'Assunzione in Piazza del Mercato, esprimendo in tal modo l'entusiasmo religioso e patriottico che quella nomina cardinalizia aveva suscitato nella popolazione.


    -------------------------------------------------------------------------------

    III

    INFLUSSI SULLA MIA VOCAZIONE

    Ho parlato ampiamente dell'ambiente seminaristico, perché esso fu certamente quello che ebbe maggior rilievo nella mia formazione sacerdotale. Allargando tuttavia lo sguardo su un orizzonte più ampio, vedo con chiarezza che da tanti altri ambienti e persone mi sono venuti influssi positivi, attraverso i quali Dio mi ha fatto giungere la sua voce.

    La famiglia

    La preparazione al sacerdozio, ricevuta in seminario, era stata in qualche modo preceduta da quella offertami con la vita e l'esempio dai genitori in famiglia. La mia riconoscenza va soprattutto a mio padre, rimasto precocemente vedovo. Non avevo ancora fatto la Prima Comunione quando perdetti la mamma: avevo appena nove anni. Non ho perciò chiara consapevolezza del contributo, sicuramente grande, che ella dette alla mia educazione religiosa. Dopo la sua morte e, in seguito, dopo la scomparsa del mio fratello maggiore, rimasi solo con mio padre, uomo profondamente religioso. Potevo quotidianamente osservare la sua vita, che era austera. Di professione era militare e, quando restò vedovo, la sua divenne una vita di preghiera costante. Mi capitava di svegliarmi di notte e di trovare mio padre in ginocchio, così come in ginocchio lo vedevo sempre nella chiesa parrocchiale. Tra noi non si parlava di vocazione al sacerdozio, ma il suo esempio fu per me in qualche modo il primo seminario, una sorta di seminario domestico.

    La fabbrica Solvay

    In seguito, dopo gli anni della prima giovinezza, seminario per me divennero la cava di pietra e il depuratore dell'acqua nella fabbrica di bicarbonato a Borek Falecki. E non si trattava più soltanto di pre-seminario, come a Wadowice. La fabbrica fu per me, in quella fase della vita, un vero seminario, anche se clandestino. Avevo cominciato a lavorare nella cava dal settembre 1940; dopo un anno passai al depuratore dell'acqua nella fabbrica. Furono quelli gli anni in cui maturò la mia decisione definitiva. Nell'autunno del 1942 intrapresi gli studi nel seminario clandestino come ex studente di Filologia polacca, al momento operaio alla Solvay. Non mi rendevo conto allora dell'importanza che ciò avrebbe avuto per me. Soltanto più tardi, da sacerdote, durante gli studi a Roma, imbattendomi attraverso i miei compagni del Collegio Belga nel problema dei preti-operai e nel movimento della Gioventù Operaia Cattolica (JOC), compresi che quanto era diventato così importante per la Chiesa e per il sacerdozio in Occidente — il contatto con il mondo del lavoro — io l'avevo già iscritto nella mia esperienza di vita.

    In verità, la mia non fu esperienza di «prete operaio» ma di «seminarista operaio». Lavorando manualmente, sapevo bene che cosa significasse la fatica fisica. Mi incontravo ogni giorno con gente che lavorava pesantemente. Conobbi l'ambiente di queste persone, le loro famiglie, i loro interessi, il loro valore umano e la loro dignità. Personalmente sperimentavo molta cordialità da parte loro. Sapevano che ero studente e sapevano anche che, appena lo avrebbero permesso le circostanze, sarei tornato agli studi. Non incontrai mai ostilità per questa ragione. Non dava loro fastidio che portassi al lavoro i libri. Dicevano: «Noi staremo attenti: tu leggi pure». Questo capitava soprattutto durante i turni di notte. Dicevano spesso: «Riposati, staremo di guardia noi».

    Feci amicizia con molti operai. A volte mi invitavano a casa loro. In seguito, come sacerdote e vescovo, battezzai i loro figli e nipoti, benedissi i matrimoni e officiai i funerali di molti di loro. Ebbi anche occasione di notare quanti sentimenti religiosi si nascondessero in loro e quanta saggezza di vita. Questi contatti, come ho accennato, restarono molto stretti anche quando terminò l'occupazione tedesca e poi in seguito, praticamente fino alla mia elezione a Vescovo di Roma. Alcuni di essi durano tuttora in forma di corrispondenza.

    La parrocchia di Debniki: i Salesiani

    Debbo ancora fare un salto indietro, al periodo che precedette l'entrata in seminario. Non posso, infatti, omettere di ricordare un ambiente e, in esso, un personaggio da cui in quel periodo ricevetti veramente molto. L'ambiente era quello della mia parrocchia, intitolata a San Stanislao Kostka, a Debniki in Cracovia. La parrocchia era diretta dai Padri Salesiani, che un giorno furono deportati dai nazisti nel campo di concentramento. Rimasero soltanto un vecchio parroco e l'ispettore della provincia, tutti gli altri furono internati a Dachau. Credo che nel processo di formazione della mia vocazione l'ambiente salesiano abbia svolto un ruolo importante.

    Nell'ambito della parrocchia c'era una persona che si distingueva tra le altre: parlo di Jan Tyranowski. Di professione era impiegato, anche se aveva scelto di lavorare nella sartoria di suo padre. Affermava che il lavoro di sarto gli rendeva più facile la vita interiore. Era un uomo di una spiritualità particolarmente profonda. I Padri Salesiani, che in quel difficile periodo avevano ripreso con coraggio ad animare la pastorale giovanile, gli avevano affidato il compito di intessere contatti con i giovani nell'ambito del cosiddetto «Rosario vivo». Jan Tyranowski assolse questo incarico non limitandosi all'aspetto organizzativo, ma preoccupandosi anche della formazione spirituale dei giovani che entravano in rapporto con lui. Imparai così i metodi elementari di autoformazione che avrebbero poi trovato conferma e sviluppo nell'itinerario educativo del seminario. Tyranowski, che era venuto formandosi sugli scritti di San Giovanni della Croce e di Santa Teresa d'Avila, mi introdusse nella lettura, straordinaria per la mia età, delle loro opere.

    I Padri Carmelitani

    Ciò accrebbe in me l'interesse per la spiritualità carmelitana. A Cracovia, in via Rakowicka, c'era un monastero di Padri Carmelitani Scalzi. Li frequentavo e una volta feci presso di loro i miei Esercizi Spirituali valendomi dell'aiuto di P. Leonardo dell'Addolorata.

    Per un certo periodo presi anche in considerazione la possibilità di entrare nel Carmelo. I dubbi furono risolti dall'Arcivescovo Cardinale Sapieha, il quale — secondo lo stile che gli era proprio — disse brevemente: «Bisogna prima finire quello che si è cominciato». E così avvenne.

    Il P. Kazimierz Figlewicz

    Nel corso di quegli anni mio confessore e guida spirituale fu P. Kazimierz Figlewicz. Lo avevo incontrato per la prima volta quando frequentavo la prima ginnasiale a Wadowice. Padre Figlewicz, che era vicario della parrocchia, ci insegnava religione. Grazie a lui mi avvicinai alla parrocchia, diventai chierichetto e in qualche modo organizzai il gruppo dei chierichetti. Quando egli lasciò Wadowice per la cattedrale del Wawel, continuai a mantenere i contatti con lui. Ricordo che, durante la quinta ginnasiale, mi invitò a Cracovia per partecipare al Triduum Sacrum, che cominciava col cosiddetto «Ufficio delle Tenebre», nel pomeriggio del Mercoledì Santo. Fu un'esperienza che lasciò in me una traccia profonda.

    Quando, dopo la maturità, mi trasferii con mio padre a Cracovia, intensificai i miei rapporti col P. Figlewicz, che svolgeva la funzione di sottocustode della cattedrale. Andavo a confessarmi da lui e, durante l'occupazione tedesca, spesse volte gli facevo visita.

    Quel 1° settembre 1939 non si cancellerà mai più dalla mia memoria: era il primo venerdì del mese. Mi ero recato al Wawel per confessarmi. La cattedrale era vuota. Fu, forse, l'ultima volta in cui potei liberamente entrare nel tempio. Esso fu poi chiuso e il castello reale del Wawel diventò la sede del governatore generale Hans Frank. Padre Figlewicz era l'unico sacerdote che poteva celebrare la Santa Messa, due volte alla settimana, nella cattedrale chiusa e sotto la vigilanza di poliziotti tedeschi. In quei tempi difficili diventò ancora più chiaro che cosa significassero per lui la cattedrale, le tombe reali, l'altare di San Stanislao Vescovo e Martire. Fino alla morte P. Figlewicz rimase fedele custode di quel particolare santuario della Chiesa e della Nazione, inculcandomi un grande amore per il tempio del Wawel, che un giorno doveva diventare la mia cattedrale vescovile.

    Il 1° novembre 1946 fui ordinato sacerdote. Il giorno dopo, per la «prima Santa Messa», celebrata in cattedrale nella cripta di San Leonardo, P. Figlewicz era accanto a me e mi faceva da guida. Il pio sacerdote è ormai morto da alcuni anni. Soltanto il Signore può ricambiargli tutto il bene che ho da lui ricevuto.

    Il «filo mariano»

    Naturalmente, parlando delle origini della mia vocazione sacerdotale, non posso dimenticare il filo mariano. La venerazione alla Madre di Dio nella sua forma tradizionale mi viene dalla famiglia e dalla parrocchia di Wadowice. Ricordo, nella chiesa parrocchiale, una cappella laterale dedicata alla Madre del Perpetuo Soccorso, dove di mattina, prima dell'inizio delle lezioni, si recavano gli studenti del ginnasio. Anche a lezioni concluse, nelle ore pomeridiane, vi andavano molti studenti per pregare la Vergine.

    Inoltre, a Wadowice, c'era sulla collina un monastero carmelitano, la cui fondazione risaliva ai tempi di San Raffaele Kalinowski. Gli abitanti di Wadowice lo frequentavano in gran numero, e ciò non mancava di riflettersi in una diffusa devozione per lo scapolare della Madonna del Carmine. Anch'io lo ricevetti, credo all'età di dieci anni, e lo porto tuttora. Si andava dai Carmelitani anche per confessarsi. Fu così che, tanto nella chiesa parrocchiale quanto in quella del Carmelo, si formò la mia devozione mariana durante gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza fino al conseguimento della maturità classica.

    Quando mi trovai a Cracovia, nel quartiere Debniki, entrai nel gruppo del «Rosario vivo», nella parrocchia salesiana. Vi si venerava in modo particolare Maria Ausiliatrice. A Debniki, nel periodo in cui andava configurandosi la mia vocazione sacerdotale, anche grazie al menzionato influsso di Jan Tyranowski, il mio modo di comprendere il culto della Madre di Dio subì un certo cambiamento. Ero già convinto che Maria ci conduce a Cristo, ma in quel periodo cominciai a capire che anche Cristo ci conduce a sua Madre. Ci fu un momento in cui misi in qualche modo in discussione il mio culto per Maria ritenendo che esso, dilatandosi eccessivamente, finisse per compromettere la supremazia del culto dovuto a Cristo. Mi venne allora in aiuto il libro di San Luigi Maria Grignion de Montfort che porta il titolo di «Trattato della vera devozione alla Santa Vergine». In esso trovai la risposta alle mie perplessità. Sì, Maria ci avvicina a Cristo, ci conduce a Lui, a condizione che si viva il suo mistero in Cristo. Il trattato di San Luigi Maria Grignion de Montfort può disturbare con il suo stile un po' enfatico e barocco, ma l'essenza delle verità teologiche in esso contenute è incontestabile. L'autore è un teologo di classe. Il suo pensiero mariologico è radicato nel Mistero trinitario e nella verità dell'Incarnazione del Verbo di Dio.

    Compresi allora perché la Chiesa reciti l'Angelus tre volte al giorno. Capii quanto cruciali siano le parole di questa preghiera: «L'Angelo del Signore portò l'annuncio a Maria. Ed ella concepì per opera dello Spirito Santo... Eccomi, sono la serva del Signore. Avvenga di me secondo la tua parola... E il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi...». Parole davvero decisive! Esprimono il nucleo dell'evento più grande che abbia avuto luogo nella storia dell'umanità.

    Ecco spiegata la provenienza del Totus Tuus. L'espressione deriva da San Luigi Maria Grignion de Montfort. E l'abbreviazione della forma più completa dell'affidamento alla Madre di Dio, che suona così: Totus Tuus ego sum et omnia mea Tua sunt. Accipio Te in mea omnia. Praebe mihi cor Tuum, Maria.

    Così, grazie a San Luigi, cominciai a scoprire tutti i tesori della devozione mariana da posizioni in un certo senso nuove: per esempio, da bambino ascoltavo «Le ore sull'Immacolata Concezione della Santissima Vergine Maria», cantate nella chiesa parrocchiale, ma soltanto dopo mi resi conto delle ricchezze teologiche e bibliche in esse contenute. La stessa cosa avvenne per i canti popolari, ad esempio per i canti natalizi polacchi e le Lamentazioni sulla Passione di Gesù Cristo in Quaresima, tra le quali un posto particolare occupa il dialogo dell'anima con la Madre Dolorosa.

    Fu sulla base di queste esperienze spirituali che venne delineandosi l'itinerario di preghiera e di contemplazione che avrebbe orientato i miei passi sulla strada verso il sacerdozio, e poi in tutte le vicende successive fino ad oggi. Questa strada fin da bambino, e più ancora da sacerdote e da vescovo, mi conduceva non di rado sui sentieri mariani di Kalwaria Zebrzydowska. Kalwaria è il principale santuario mariano dell'Arcidiocesi di Cracovia. Mi recavo lì spesso e camminavo in solitudine per quei sentieri, presentando al Signore nella preghiera i diversi problemi della Chiesa, soprattutto nel difficile periodo in cui si era alle prese con il comunismo. Volgendomi indietro constato come «tutto si tiene»: oggi come ieri ci troviamo con la stessa intensità nei raggi dello stesso mistero.

    Il Santo Frate Alberto

    Mi domando a volte quale ruolo abbia svolto nella mia vocazione la figura del Santo Frate Alberto. Adam Chmielowski — era questo il suo nome — non era sacerdote. Tutti in Polonia sanno chi egli sia stato. Nel periodo della mia passione per il teatro rapsodico e per l'arte, la figura di quest'uomo coraggioso, che aveva partecipato all'«insurrezione di gennaio» (1864) perdendo una gamba durante i combattimenti, esercitava su di me un fascino spirituale particolare. E noto che Frate Alberto era pittore: aveva compiuto i suoi studi a Monaco. Il patrimonio artistico da lui lasciato dimostra che aveva un grande talento. Ebbene, quest'uomo a un certo punto della sua vita rompe con l'arte, perché comprende che Dio lo chiama a compiti ben più importanti. Venuto a conoscenza dell'ambiente dei miserabili di Cracovia, il cui punto d'incontro era il pubblico dormitorio, detto anche «posto di riscaldamento», in via Krakowska, Adam Chmielowski decide di diventare uno di loro, non come elemosiniere che arriva da fuori per distribuire dei doni, ma come uno che dona se stesso per servire i diseredati.

    Questo esempio affascinante di sacrificio suscita molti seguaci. Intorno a Frate Alberto si radunano uomini e donne. Nascono due Congregazioni che si dedicano ai più poveri. Tutto ciò accade all'inizio del nostro secolo, nel periodo precedente la prima guerra mondiale.

    Frate Alberto non giungerà a vedere il momento in cui la Polonia conquisterà l'indipendenza. Morirà nel Natale del 1916. La sua opera, tuttavia, gli sopravviverà diventando espressione delle tradizioni polacche di radicalismo evangelico, sulle orme di San Francesco d'Assisi e di San Giovanni della Croce.

    Nella storia della spiritualità polacca, il Santo Frate Alberto occupa un posto speciale. Per me la sua figura è stata determinante, perché trovai in lui un particolare appoggio spirituale e un esempio nel mio allontanarmi dall'arte, dalla letteratura e dal teatro, per la scelta radicale della vocazione al sacerdozio. Una delle gioie più grandi che ho avuto da Papa è stata quella di innalzare questo poverello di Cracovia in tonaca grigia agli onori degli altari, prima con la beatificazione a Blonie Krakowskie durante il viaggio in Polonia del 1983, poi con la canonizzazione a Roma nel novembre del memorabile anno 1989. Molti autori della letteratura polacca hanno immortalato la figura di Frate Alberto. Merita di essere segnalata, tra le varie opere artistiche, i romanzi e i drammi, la monografia a lui dedicata dal P. Konstanty Michalski. Anch'io, da giovane sacerdote, nel periodo in cui ero vicario presso la chiesa di San Floriano a Cracovia, gli dedicai un'opera drammatica intitolata: «Il Fratello del nostro Dio», pagando in tal modo il debito di gratitudine che avevo contratto con lui.

    Esperienza di guerra

    La definitiva maturazione della mia vocazione sacerdotale, come ho detto, avvenne nel periodo della seconda guerra mondiale, durante l'occupazione nazista. Una semplice coincidenza temporale? O c'era un nesso più profondo tra ciò che maturava dentro di me e il contesto storico? E difficile rispondere a siffatta domanda. Certo, nei piani di Dio nulla è casuale. Ciò che posso dire è che la tragedia della guerra diede al processo di maturazione della mia scelta di vita una colorazione particolare. Mi aiutò a cogliere da un'angolatura nuova il valore e l'importanza della vocazione. Di fronte al dilagare del male ed alle atrocità della guerra mi diventava sempre più chiaro il senso del sacerdozio e della sua missione nel mondo.

    Lo scoppio della guerra mi allontanò dagli studi e dall'ambiente universitario. In quel periodo persi mio padre, l'ultima persona che mi restava dei miei più stretti familiari. Anche questo comportava, oggettivamente, un processo di distacco dai miei progetti precedenti; in qualche modo era come venir sradicato dal suolo sul quale fino a quel momento era cresciuta la mia umanità.

    Non si trattava però di un processo soltanto negativo. Alla mia coscienza, infatti, nel contempo si manifestava sempre più una luce: il Signore vuole che io diventi sacerdote. Un giorno lo percepii con molta chiarezza: era come un'illuminazione interiore, che portava in sé la gioia e la sicurezza di un'altra vocazione. E questa consapevolezza mi riempì di una grande pace interiore.

    Questo accadeva sullo sfondo degli avvenimenti terribili che andavano svolgendosi intorno a me a Cracovia, in Polonia, nell'Europa e nel mondo. Fui coinvolto direttamente soltanto in una piccola parte di quanto sperimentarono, a partire dal 1939, i miei connazionali. Penso in special modo ai miei coetanei della maturità a Wadowice, amici a me molto cari, tra i quali alcuni ebrei. Ci fu chi scelse il servizio militare già nel 1938. Sembra che il primo a morire in guerra sia stato il più giovane della classe. In seguito venni a conoscere soltanto a grandi linee la sorte di altri caduti sui vari fronti, o morti nei campi di concentramento, o finiti a combattere presso Tobruk e Montecassino, o deportati nei territori dell'Unione Sovietica: in Russia e in Kazakistan. Appresi queste notizie prima gradualmente, poi più compiutamente a Wadowice nel 1948, durante il raduno dei colleghi in occasione del decimo anno dalla maturità.

    Del grande e orrendo theatrum della seconda guerra mondiale mi fu risparmiato molto. Ogni giorno avrei potuto essere prelevato dalla casa, dalla cava di pietra, dalla fabbrica per essere portato in un campo di concentramento. A volte mi domandavo: tanti miei coetanei perdono la vita, perché non io? Oggi so che non fu un caso. Nel contesto del grande male della guerra, nella mia vita personale tutto volgeva in direzione del bene costituito dalla vocazione. Non posso dimenticare il bene ricevuto in quel periodo difficile dalle persone che il Signore poneva sulla mia strada: sia persone della mia famiglia che conoscenti e colleghi.

    Il sacrificio dei sacerdoti polacchi

    Emerge qui un'altra singolare e importante dimensione della mia vocazione. Gli anni dell'occupazione tedesca in Occidente e di quella sovietica in Oriente portarono con sé un enorme numero di arresti e di deportazioni di sacerdoti polacchi nei campi di concentramento. Solo a Dachau ne furono internati circa tremila. C'erano altri campi, come per esempio quello di Auschwitz, dove donò la vita per Cristo il primo sacerdote canonizzato dopo la guerra, San Massimiliano Maria Kolbe, il francescano di Niepokalanów. Tra i prigionieri di Dachau si trovava il vescovo di Wloclawek, Mons. Michal Kozal, che ho avuto la gioia di beatificare a Varsavia nel 1987. Dopo la guerra, alcuni tra i sacerdoti ex-prigionieri di campi di concentramento furono elevati alla dignità vescovile. Attualmente vivono ancora gli Arcivescovi Kazimierz Majdanski e Adam Kozlowiecki e il Vescovo Ignacy Jez, i tre ultimi Presuli testimoni di quello che furono i campi di sterminio: essi sanno bene che cosa quell'esperienza significò nella vita di tanti sacerdoti. Per completare il quadro, bisogna aggiungere anche i sacerdoti tedeschi di quella stessa epoca che pure sperimentarono la stessa sorte nei lager. Ho avuto l'onore di beatificarne alcuni: dapprima P. Rupert Mayer di Monaco e poi, durante il recente viaggio apostolico in Germania, Mons. Bernhard Lichtenberg, parroco della cattedrale di Berlino, e P. Karl Leisner della diocesi di Münster. Quest'ultimo, ordinato sacerdote nel campo di concentramento nel 1944, riuscì a celebrare, dopo l'Ordinazione, una Santa Messa soltanto.

    Merita poi un ricordo particolare il martirologio dei sacerdoti nei lager della Siberia e in altri del territorio dell'Unione Sovietica. Tra i molti che vi furono rinchiusi vorrei ricordare la figura di P. Tadeusz Fedorowicz, ben noto in Polonia, al quale come direttore spirituale devo personalmente molto. Padre Fedorowicz, giovane sacerdote dell'arcidiocesi di Leopoli, si era spontaneamente presentato al suo Arcivescovo per chiedere di poter accompagnare un gruppo di polacchi deportati verso l'Est. L'Arcivescovo Twardowski gli concesse il permesso ed egli poté così svolgere la sua missione sacerdotale tra i connazionali dispersi nei territori dell'Unione Sovietica e soprattutto in Kazakistan. Ultimamente egli ha descritto in un libro interessante questa tragica vicenda.

    Ciò che ho detto a proposito dei campi di concentramento non costituisce che una parte, pur drammatica, di questa sorta di «apocalisse» del nostro secolo. Vi ho fatto cenno per sottolineare che il mio sacerdozio, già al suo nascere, si è iscritto nel grande sacrificio di tanti uomini e donne della mia generazione. A me la Provvidenza ha risparmiato le esperienze più pesanti; tanto più grande è perciò il senso del mio debito verso le persone a me note, come pure verso quelle ben più numerose a me ignote, senza differenza di nazione e di lingua, che con il loro sacrificio sul grande altare della storia hanno contribuito al realizzarsi della mia vocazione sacerdotale. In qualche modo esse mi hanno introdotto su questa strada, additandomi nella dimensione del sacrificio la verità più profonda ed essenziale del sacerdozio di Cristo.

    La bontà sperimentata tra le asprezze della guerra

    Dicevo che durante i difficili anni di guerra ho ricevuto molto bene dalla gente. Penso in modo particolare ad una famiglia, anzi a più famiglie che ho conosciuto durante l'occupazione. Con Juliusz Kydrynski lavorai prima nelle cave di pietra e poi nella fabbrica Solvay. Eravamo nel gruppo di operai-studenti a cui appartenevano anche Wojciech Zukrowski, suo fratello minore Antoni e Wieslaw Kaczmarczyk. Con Juliusz Kydrynski ci eravamo incontrati, a guerra non ancora iniziata, frequentando il primo anno di Filologia polacca. Durante la guerra questi legami di amicizia si intensificarono. Conobbi sua madre che era rimasta vedova, la sorella e il fratello minore. La famiglia Kydrynski mi circondò di premurose cure e di affetto quando, il 18 febbraio 1941, persi mio padre. Ricordo perfettamente quel giorno: tornando dal lavoro trovai mio padre morto. In quel momento l'amicizia dei Kydrynski fu per me di grande sostegno. L'amicizia si allargò poi ad altre famiglie, in particolare a quella dei signori Szkocki, residenti in via Ksiecia Józefa. Cominciai lo studio del francese grazie alla signora Jadwiga Lewaj, che abitava nella loro casa. Zofia Pozniak, figlia maggiore dei signori Szkocki, il cui marito si trovava in campo di prigionia, ci invitava ai concerti organizzati in casa. In questo modo il periodo buio della guerra e dell'occupazione fu rischiarato dalla luce della bellezza che s'irradia dalla musica e dalla poesia. Questo accadeva prima della mia decisione di entrare in seminario.


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    IV

    SACERDOTE!

    La mia ordinazione ebbe luogo in un giorno insolito per tali celebrazioni: essa avvenne il 1o novembre, solennità di Tutti i Santi, quando la liturgia della Chiesa è tutta rivolta a celebrare il mistero della comunione dei santi e s'appresta a fare memoria dei fedeli defunti. L'Arcivescovo scelse questa data, perché dovevo partire per Roma per proseguire gli studi. Fui ordinato da solo, nella cappella privata degli Arcivescovi di Cracovia. I miei colleghi sarebbero stati ordinati l'anno seguente, nella Domenica delle Palme.

    Ero stato ordinato suddiacono e diacono in ottobre. Fu un mese di intensa preghiera, scandito dagli Esercizi Spirituali con i quali mi preparai a ricevere gli Ordini sacri: sei giorni di Esercizi prima del suddiaconato, e poi rispettivamente tre e sei giorni prima del diaconato e del presbiterato. Gli ultimi Esercizi li feci da solo nella cappella del seminario. Il giorno di Tutti i Santi mi presentai di mattina nella residenza degli Arcivescovi di Cracovia, in via Franciszkanska 3, per ricevere l'Ordinazione sacerdotale. Alla cerimonia partecipava un piccolo gruppo di parenti e di amici.

    Ricordo di un fratello nella vocazione sacerdotale

    Il luogo della mia Ordinazione, come ho detto, fu la cappella privata degli Arcivescovi di Cracovia. Ricordo che durante l'occupazione vi andavo spesso di mattina, per fare da ministrante al Principe Metropolita durante la Santa Messa. Ricordo anche che per un certo periodo veniva con me un altro seminarista clandestino, Jerzy Zachuta. Un giorno egli non si presentò. Quando dopo la Messa passai da casa sua, a Ludwinów (presso Debniki), seppi che durante la notte era stato prelevato dalla Gestapo. Subito dopo, il suo cognome comparve nell'elenco dei polacchi destinati alla fucilazione. Venendo ordinato in quella stessa cappella che ci aveva visti tante volte insieme, non potevo non ricordare questo fratello nella vocazione sacerdotale che in altro modo Cristo aveva unito al mistero della sua morte e della sua risurrezione.

    Veni, Creator Spiritus!

    Mi rivedo, così, in quella cappella durante il canto del Veni, Creator Spiritus e delle Litanie dei Santi, mentre, steso per terra in forma di croce, aspettavo il momento dell'imposizione delle mani. Un momento emozionante! In seguito ho avuto modo di presiedere molte volte questo rito come Vescovo e come Papa. C'è qualcosa di impressionante nella prostrazione degli ordinandi: è il simbolo della loro totale sottomissione di fronte alla maestà di Dio e contemporaneamente della piena disponibilità all'azione dello Spirito Santo, che discende in loro come artefice della consacrazione. Veni, Creator Spiritus, mentes tuorum visita, imple superna gratia quae Tu creasti pectora. Come nella Santa Messa Egli è l'artefice della transunstanziazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo, così nel sacramento dell'Ordine Egli è l'artefice della consacrazione sacerdotale o episcopale. Il vescovo, che conferisce il sacramento dell'Ordine, è dispensatore umano del mistero divino. L'imposizione delle mani è continuazione del gesto già praticato nella Chiesa primitiva per indicare il dono dello Spirito Santo in vista di una determinata missione (cfr At 6, 6; 8, 17; 13, 3). Paolo lo utilizza nei confronti del discepolo Timoteo (cfr 2 Tm 1, 6; 1 Tm 4, 14) ed il gesto resta nella Chiesa (cfr 1 Tm 5, 22) come segno efficace della presenza operante dello Spirito Santo nel sacramento dell'Ordine.

    Il pavimento

    Chi s'appresta a ricevere la sacra Ordinazione si prostra con tutto il corpo e poggia la fronte sul pavimento del tempio, manifestando con ciò la sua completa disponibilità ad intraprendere il ministero che gli viene affidato. Quel rito ha segnato profondamente la mia esistenza sacerdotale. Anni più tardi, nella Basilica di San Pietro — si era all'inizio del Concilio — ripensando a quel momento dell'Ordinazione sacerdotale, scrissi una poesia di cui mi piace riportare qui un frammento:

    «Sei tu, Pietro. Vuoi essere qui il Pavimento su cui camminano gli altri... per giungere là dove guidi i loro passi...
    Vuoi essere Colui che sostiene i passi — come la roccia sostiene lo zoccolare di un gregge:
    Roccia è anche il pavimento d'un gigantesco tempio.
    E il pascolo è la croce».
    (Chiesa: I Pastori e le Fonti. Basilica di San Pietro,
    autunno 1962: 11.X - 8.XII, Il Pavimento

    Scrivendo queste parole pensavo sia a Pietro che a tutta la realtà del sacerdozio ministeriale, cercando di sottolineare il profondo significato di questa prostrazione liturgica. In quel giacere per terra in forma di croce prima dell'Ordinazione, accogliendo nella propria vita — come Pietro — la croce di Cristo e facendosi con l'Apostolo «pavimento» per i fratelli, sta il senso più profondo di ogni spiritualità sacerdotale.

    La «prima Messa»

    Essendo stato ordinato sacerdote nella festa di Tutti i Santi, celebrai la «prima Messa» il giorno dei Morti, il 2 novembre 1946. In tale giorno ogni sacerdote può celebrare per l'utilità dei fedeli tre Sante Messe. La mia «prima» Messa perciò ebbe — per così dire — un carattere triplo. Fu un'esperienza di singolare intensità. Celebrai le tre Sante Messe nella cripta di San Leonardo che costituisce, nella cattedrale del Wawel, a Cracovia, la parte anteriore della cosiddetta cattedra vescovile di Herman. Attualmente la cripta fa parte del complesso sotterraneo in cui sono poste le tombe reali. Scegliendola come luogo delle mie prime Messe volli esprimere un legame spirituale particolare con quanti riposano in quella cattedrale che, per la sua stessa storia, costituisce un monumento senza confronti. E impregnata, più di qualsiasi altro tempio della Polonia, di contenuti storici e teologici. Riposano in essa i re polacchi, cominciando da Wladyslaw Lokietek: nella cattedrale del Wawel i re erano incoronati e in essa venivano poi sepolti. Chi visita quel tempio si trova faccia a faccia con la storia della Nazione.

    Proprio per questo, come ho detto, scelsi di celebrare le mie prime Messe nella cripta di San Leonardo: volevo sottolineare il mio particolare legame spirituale con la storia della Polonia, che sul colle del Wawel aveva quasi una sintesi emblematica. Ma non solo questo. C'era, in questa scelta, anche una speciale valenza teologica. Come ho detto, ero stato ordinato il giorno prima, nella solennità di Tutti i Santi, quando la Chiesa dà espressione liturgica alla verità della comunione dei santi – communio sanctorum. I Santi sono coloro che, avendo accolto nella fede il mistero pasquale di Cristo, attendono ora la risurrezione finale.

    Anche le persone, i cui resti mortali riposano nei sarcofagi della cattedrale del Wawel, aspettano lì la risurrezione. Tutta la cattedrale sembra ripetere le parole del Simbolo degli Apostoli: «Credo nella risurrezione della carne e nella vita eterna». Questa verità di fede illumina anche la storia delle Nazioni. Quelle persone sono come «i grandi spiriti», che conducono la Nazione attraverso i secoli. Non vi sono soltanto sovrani insieme con le consorti, o vescovi e cardinali; vi sono anche poeti, grandi maestri della parola, che hanno avuto un'importanza enorme per la mia formazione cristiana e patriottica.

    Pochi i partecipanti a quelle prime Messe celebrate sul colle del Wawel: tra gli altri ricordo che era presente la mia madrina Maria Wiadrowska, sorella maggiore di mia madre. Serviva all'altare Mieczyslaw Malinski, che rendeva in qualche modo presente l'ambiente e la persona di Jan Tyranowski, allora già gravemente malato.

    In seguito, da sacerdote e da vescovo, visitai sempre la cripta di San Leonardo con grande commozione. Quanto avrei desiderato poter celebrare lì la Santa Messa in occasione del cinquantesimo anniversario della mia Ordinazione sacerdotale!

    Tra il Popolo di Dio

    Seguirono poi altre «prime Messe»: nella chiesa parrocchiale di San Stanislao Kostka a Debniki e, la domenica seguente, in quella della Presentazione della Madre di Dio a Wadowice. Celebrai anche una Messa alla confessione di San Stanislao, nella cattedrale del Wawel, per gli amici del teatro rapsodico e per l'organizzazione clandestina «Unia» (Unione), alla quale ero legato durante l'occupazione.


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    V

    ROMA

    Novembre scorreva veloce: era ormai tempo di partire per Roma. Quando venne il giorno prestabilito, salii sul treno con grande emozione. Con me c'era Stanislaw Starowieyski, un collega più giovane di me, che avrebbe dovuto frequentare l'intero corso teologico a Roma. Per la prima volta uscivo dalle frontiere della mia Patria. Guardavo dal finestrino del treno in corsa città conosciute soltanto nei libri di geografia. Vidi per la prima volta Praga, Norimberga, Strasburgo, Parigi, dove ci fermammo, ospiti del Seminario Polacco in «Rue des Irlandais». Ne ripartimmo ben presto, perché il tempo stringeva e giungemmo a Roma negli ultimi giorni di novembre. Qui approfittammo inizialmente dell'ospitalità dei Padri Pallottini. Ricordo che la prima domenica dopo l'arrivo mi recai con Stanislaw Starowieyski nella Basilica di San Pietro per assistere alla solenne venerazione di un nuovo Beato da parte del Papa. Vidi di lontano la figura di Pio XII, portato sulla sedia gestatoria. La partecipazione del Papa alla beatificazione si limitava allora alla recita della preghiera al nuovo Beato, mentre il rito vero e proprio era presieduto la mattina da uno dei cardinali. Questa tradizione fu cambiata a partire da Massimiliano Maria Kolbe, quando — nell'ottobre del 1971 — Paolo VI officiò personalmente il rito di beatificazione del martire polacco di Auschwitz, durante una Santa Messa concelebrata con il Cardinale Wyszynski e con i vescovi polacchi; ad essa ebbi la gioia di partecipare anch'io.

    «Imparare Roma»

    Non potrò mai dimenticare le sensazioni di quei miei primi giorni «romani», quando nel 1946 cominciai ad introdurmi nella conoscenza della Città Eterna. Mi iscrissi al «biennium ad lauream» presso l'Angelicum. Decano della Facoltà Teologica era il P. Ciappi OP, futuro teologo della Casa Pontificia e cardinale.

    Il P. Karol Kozlowski, Rettore del Seminario di Cracovia, mi aveva ripetuto più volte che, per chi ha la fortuna di potersi formare nella capitale del Cristianesimo, più ancora degli studi (un dottorato in teologia si può conseguire anche altrove!) importante è «imparare Roma stessa». Cercai di seguire il suo consiglio. Arrivai a Roma con il vivo desiderio di visitare la Città Eterna, a cominciare dalle catacombe. E così accadde. Insieme agli amici del Collegio Belga, dove abitavo, ebbi modo di percorrere sistematicamente la Città sotto la guida di esperti conoscitori dei suoi monumenti e della sua storia. In occasione delle vacanze di Natale e di Pasqua potemmo recarci in altre città italiane. Ricordo le prime vacanze, quando, lasciandoci guidare dal libro dello scrittore danese Jœrgensen, ci recammo a scoprire i luoghi legati alla vita di San Francesco.

    Al centro della nostra esperienza restava comunque sempre Roma. Ogni giorno dal Collegio Belga, in via del Quirinale 26, mi recavo all'Angelicum per le lezioni, fermandomi durante il tragitto nella chiesa dei Gesuiti di Sant'Andrea al Quirinale, dove si trovano le reliquie di San Stanislao Kostka, che abitò nell'attiguo noviziato e lì concluse la sua vita. Ricordo che tra coloro che ne visitavano la tomba c'erano molti seminaristi del Germanicum, facilmente riconoscibili dalle caratteristiche tonache rosse. Nel cuore del Cristianesimo e nella luce dei santi, anche le nazionalità si incontravano, quasi prefigurando, oltre la tragedia bellica che ci aveva tanto segnati, un mondo non più diviso.

    Prospettive pastorali

    Il mio sacerdozio e la mia formazione teologica e pastorale venivano così iscrivendosi fin dall'inizio nell'esperienza romana. I due anni di studi, conclusi nel 1948 con il dottorato, furono anni di un intenso «imparare Roma». Il Collegio Belga contribuiva a radicare il mio sacerdozio, giorno dopo giorno, nell'esperienza della capitale del Cristianesimo. Esso infatti consentiva di entrare in contatto con certe forme d'avanguardia dell'apostolato, che in quel periodo andavano sviluppandosi nella Chiesa. Penso qui soprattutto all'incontro con P. Jozef Cardijn, creatore della JOC e futuro cardinale, il quale veniva ogni tanto al collegio per incontrarsi con noi, sacerdoti studenti, e parlarci di quella particolare esperienza umana che è la fatica fisica. Ad essa io ero, in certa misura, preparato dal lavoro svolto nella cava di pietra e nel reparto del depuratore d'acqua della fabbrica Solvay. A Roma però ebbi la possibilità di cogliere più a fondo quanto il sacerdozio sia legato alla pastorale ed all'apostolato dei laici. Tra il servizio sacerdotale e l'apostolato laicale esiste uno stretto rapporto, anzi un reciproco coordinamento. Riflettendo su queste problematiche pastorali, scoprivo sempre più chiaramente il senso ed il valore dello stesso sacerdozio ministeriale.

    L'orizzonte europeo

    L'esperienza fatta al Collegio Belga s'allargò, in seguito, grazie ad un contatto diretto non solo con la nazione belga, ma anche con quella francese e olandese. Col consenso del Cardinale Sapieha, durante le vacanze estive del 1947 il P. Stanislaw Starowieyski ed io potemmo visitare quei Paesi. Mi aprivo così ad un più largo orizzonte europeo. A Parigi, ove presi dimora nel Seminario Polacco, potei conoscere da vicino la vicenda dei preti operai, la problematica affrontata nel libro dei Padri H. Godin e Y. Daniel: «La France, pays de mission?» e la pastorale delle missioni nelle periferie di Parigi, soprattutto nella parrocchia guidata da P. Michonneau. Queste esperienze, nel primo e secondo anno di sacerdozio, rivestirono per me un enorme interesse.

    In Olanda, grazie all'aiuto dei miei colleghi, soprattutto dei genitori dello scomparso P. Alfred Delmé, potei trascorrere con Stanislaw Starowieyski una decina di giorni. Mi impressionò la robusta organizzazione della Chiesa e della pastorale in quel Paese, con le attive organizzazioni e le vivaci comunità ecclesiali.

    Mi si veniva rivelando così sempre meglio, da angolature diverse e complementari, l'Europa occidentale, l'Europa del dopoguerra, l'Europa delle meravigliose cattedrali gotiche e, nello stesso tempo, l'Europa minacciata dal processo di secolarizzazione. Coglievo la sfida che ciò rappresentava per la Chiesa, chiamata a fronteggiare l'incombente pericolo attraverso nuove forme di pastorale, aperte ad una più ampia presenza del laicato.

    Tra gli emigrati

    Fu però in Belgio che passai la maggior parte di quelle vacanze estive. Durante il mese di settembre mi trovai alla guida della missione cattolica polacca, tra i minatori, nei pressi di Charleroi. Fu un'esperienza molto fruttuosa. Per la prima volta visitai una miniera di carbone e potei conoscere da vicino il pesante lavoro dei minatori. Visitavo le famiglie degli emigrati polacchi, parlavo con loro, incontravo la gioventù e i bambini, accolto sempre con benevolenza e cordialità, come quando mi trovavo alla Solvay.

    La figura di San Giovanni Maria Vianney

    Sulla strada del rientro dal Belgio a Roma, ebbi la fortuna di sostare ad Ars. Era la fine di ottobre del 1947, la domenica di Cristo Re. Con grande commozione visitai la vecchia chiesetta dove San Giovanni M. Vianney confessava, insegnava il catechismo e teneva le sue omelie. Fu per me un'esperienza indimenticabile. Fin dagli anni del seminario ero rimasto colpito dalla figura del parroco di Ars, soprattutto alla lettura della biografia scritta da Mons. Trochu. San Giovanni M. Vianney sorprende soprattutto perché in lui si rivela la potenza della grazia che agisce nella povertà dei mezzi umani. Mi toccava nel profondo, in particolare, il suo eroico servizio nel confessionale. Quell'umile sacerdote che confessava più di dieci ore al giorno, nutrendosi poco e dedicando al riposo appena alcune ore, era riuscito, in un difficile periodo storico, a suscitare una sorta di rivoluzione spirituale in Francia e non soltanto in Francia. Migliaia di persone passavano per Ars e si inginocchiavano al suo confessionale. Sullo sfondo della laicizzazione e dell'anticlericalismo del XIX secolo, la sua testimonianza costituisce un evento davvero rivoluzionario.

    Dall'incontro con la sua figura trassi la convinzione che il sacerdote realizza una parte essenziale della sua missione attraverso il confessionale, attraverso quel volontario «farsi prigioniero del confessionale». Parecchie volte, confessando a Niegowic, nella mia prima parrocchia, e poi a Cracovia, ritornavo col pensiero a questa esperienza indimenticabile. Ho cercato di conservare sempre il legame con il confessionale sia durante gli impegni scientifici a Cracovia, confessando soprattutto nella Basilica dell'Assunzione della Beata Maria Vergine, sia adesso a Roma, anche se quasi solo simbolicamente, rientrando ogni anno in confessionale il Venerdì Santo, nella Basilica di San Pietro.

    Un «grazie» sentito

    Non posso concludere queste considerazioni senza esprimere cordiale gratitudine a tutti i componenti del Collegio Belga a Roma, a Superiori ed a compagni d'allora, dei quali molti già sono morti; in particolare al Rettore, P. Maximilien De Furstenberg, divenuto poi cardinale. Come non ricordare che durante il conclave, nel 1978, il Cardinale De Furstenberg, a un certo momento, mi disse queste parole significative: Dominus adest et vocat te? Era come un allusivo e misterioso completamento del lavoro formativo da lui svolto, come Rettore del Collegio Belga, a favore del mio sacerdozio.

    Il ritorno in Polonia

    All'inizio del luglio 1948 discussi la tesi di dottorato all'Angelicum e subito dopo mi misi sulla strada del ritorno in Polonia. Ho accennato prima che in quei due anni di soggiorno nella Città Eterna avevo «imparato» intensamente Roma: la Roma delle catacombe, la Roma dei martiri, la Roma di Pietro e Paolo, la Roma dei confessori. Ritorno spesso a quegli anni con la memoria piena di emozione. Partendo portavo con me non soltanto un accresciuto bagaglio di cultura teologica, ma anche il consolidamento del mio sacerdozio e l'approfondimento della mia visione della Chiesa. Quel periodo di studio intenso accanto alle Tombe degli Apostoli mi aveva dato molto da ogni punto di vista.

    Certo potrei aggiungere molti altri dettagli circa tale decisiva esperienza. Preferisco riassumere tutto dicendo che attraverso Roma il mio giovane sacerdozio si era arricchito di una dimensione europea e universale. Tornavo da Roma a Cracovia con quel senso di universalità della missione sacerdotale che è stato magistralmente espresso dal Concilio Vaticano II, soprattutto nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium. Non soltanto il vescovo, ma anche ogni sacerdote deve vivere in sé la sollecitudine per la Chiesa intera e sentirsi di essa, in qualche modo, responsabile.


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    VI

    NIEGOWIC: UNA PARROCCHIA DI CAMPAGNA

    Appena giunto a Cracovia, trovai nella Curia metropolitana il primo «incarico di lavoro», la cosiddetta «aplikata». L'Arcivescovo era allora a Roma, ma aveva lasciato per iscritto la sua volontà. Accettai la destinazione con gioia. Mi informai subito come giungere a Niegowic e mi detti da fare per essere là nel giorno stabilito. Andai da Cracovia a Gdów in autobus, da lì un contadino mi diede un passaggio con il carretto verso la campagna di Marszowice, dopo di che mi consigliò di prendere a piedi una scorciatoia attraverso i campi. Scorgevo già in lontananza la chiesa di Niegowic. Era il tempo della mietitura. Camminavo tra campi di grano con le messi in parte già mietute, in parte ancora ondeggianti al vento. Quando giunsi finalmente nel territorio della parrocchia di Niegowic, mi inginocchiai e baciai la terra. Avevo imparato questo gesto da San Giovanni M. Vianney. In chiesa sostai davanti al Santissimo Sacramento e poi mi presentai al parroco, Mons. Kazimierz Buzala, decano di Niepolomice e parroco di Niegowic, il quale mi accolse molto cordialmente e dopo un breve colloquio mi mostrò l'abitazione del vicario.

    Cominciò così il lavoro pastorale nella mia prima parrocchia. Esso durò un anno e consisteva nelle mansioni tipiche di un vicario ed insegnante di religione. Mi furono affidate cinque scuole elementari nelle campagne appartenenti alla parrocchia di Niegowic. Vi venivo condotto con un carretto o con il calesse. Ricordo la cordialità degli insegnanti e dei parrocchiani. Le classi erano tra loro abbastanza diverse: alcune bene educate e tranquille, altre assai vivaci. Ancora oggi mi capita di ripensare al silenzio raccolto che regnava nelle classi, quando durante la Quaresima parlavo della passione del Signore.

    In quel periodo la parrocchia di Niegowic si preparava alla celebrazione del cinquantesimo anniversario della Ordinazione sacerdotale del parroco. Poiché la vecchia chiesa risultava ormai inadeguata alle necessità pastorali, i fedeli decisero che il dono più bello per il festeggiato sarebbe stato la costruzione di un nuovo tempio. Ma io fui presto sottratto a quella bella comunità.

    A San Floriano in Cracovia

    Dopo un anno, infatti, fui trasferito nella parrocchia di San Floriano a Cracovia. Il parroco, Mons. Tadeusz Kurowski, mi affidò la catechesi nelle classi superiori del liceo e la cura pastorale tra gli studenti universitari. La pastorale universitaria di Cracovia aveva allora il suo centro presso la chiesa di Sant'Anna, ma con lo sviluppo di nuove facoltà si avvertì il bisogno di creare un nuovo centro proprio presso la parrocchia di San Floriano. Cominciai lì le conferenze per la gioventù universitaria; le tenevo ogni giovedì e vertevano sui problemi fondamentali riguardanti l'esistenza di Dio e la spiritualità dell'anima umana, temi di particolare impatto nel contesto dell'ateismo militante, proprio del regime comunista.

    Il lavoro scientifico

    Durante le vacanze del 1951, dopo due anni di lavoro nella parrocchia di San Floriano, l'Arcivescovo Eugeniusz Baziak, che era succeduto nel governo dell'Arcidiocesi di Cracovia al Cardinale Sapieha, mi indirizzò verso il lavoro scientifico. Dovetti prepararmi per l'abilitazione alla libera docenza in etica e in teologia morale. Ciò comportò una riduzione del lavoro pastorale a me tanto caro. Mi costò, ma da allora mi preoccupai sempre che la dedizione allo studio scientifico della teologia e della filosofia non mi inducesse a «dimenticarmi» di essere sacerdote; piuttosto doveva aiutarmi a diventarlo sempre di più.


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    VII

    CHIESA CHE SEI IN POLONIA, GRAZIE!

    In questa testimonianza giubilare non posso non esprimere la mia gratitudine verso tutta la Chiesa polacca, all'interno della quale è nato e maturato il mio sacerdozio. E una Chiesa con una eredità millenaria di fede; una Chiesa che ha generato lungo i secoli numerosi santi e beati, ed è affidata al patrocinio di due Santi Vescovi e Martiri – Wojciech e Stanislaw. E una Chiesa profondamente legata al popolo e alla sua cultura; una Chiesa che ha sempre sostenuto e difeso il popolo, specialmente nei momenti tragici della sua storia. Ed è una Chiesa che in questo secolo è stata duramente provata: ha dovuto sostenere una lotta drammatica per la sopravvivenza contro due sistemi totalitari: contro il regime ispirato all'ideologia nazista durante la seconda guerra mondiale; poi, nei lunghi decenni del dopoguerra, contro la dittatura comunista, ed il suo ateismo militante.

    Da entrambe le prove è uscita vittoriosa, grazie al sacrificio di vescovi, di sacerdoti e di schiere di laici; grazie alla famiglia polacca «forte in Dio». Tra i vescovi del periodo bellico non posso non menzionare la figura incrollabile del Principe Metropolita di Cracovia, Adam Stefan Sapieha, e tra quelli del periodo postbellico, la figura del Servo di Dio Cardinale Stefan Wyszynski. E una Chiesa che ha difeso l'uomo, la sua dignità e i suoi diritti fondamentali, una Chiesa che ha combattuto coraggiosamente per il diritto dei fedeli alla professione della loro fede. Una Chiesa straordinariamente dinamica, malgrado le difficoltà e gli ostacoli che ne intralciavano il cammino.

    In tale intenso clima spirituale si è venuta sviluppando la mia missione di sacerdote e di vescovo. I due sistemi totalitari, che hanno tragicamente segnato il nostro secolo — il nazismo, da una parte, con gli orrori della guerra e dei campi di concentramento; il comunismo, dall'altra, col suo regime di oppressione e di terrore — ho potuto conoscerli, per così dire, dall'interno. E facile quindi capire la mia sensibilità per la dignità di ogni persona umana e per il rispetto dei suoi diritti, a partire dal diritto alla vita. E una sensibilità che si è formata già nei primi anni di sacerdozio e si è rafforzata col tempo. E facile capire anche la mia preoccupazione per la famiglia e per la gioventù: tutto ciò è cresciuto in me organicamente proprio grazie a quelle drammatiche esperienze.

    Il presbiterio di Cracovia

    Nel cinquantesimo anniversario della mia ordinazione sacerdotale mi rivolgo col pensiero in modo particolare al presbiterio della Chiesa di Cracovia, di cui sono stato membro come sacerdote e poi capo come Arcivescovo. Mi si presentano davanti agli occhi tante figure di eminenti parroci e vicari. Sarebbe troppo lungo menzionarli uno per uno. A molti di loro mi univano e mi uniscono legami di sincera amicizia. Gli esempi della loro santità e del loro zelo pastorale mi sono stati di grande edificazione. Indubbiamente essi hanno esercitato una influenza profonda sul mio sacerdozio. Da loro ho imparato che cosa vuol dire in concreto essere pastore.

    Sono profondamente convinto del ruolo decisivo che il presbiterio diocesano svolge nella vita personale di ogni sacerdote. La comunità dei sacerdoti, radicata in una vera fraternità sacramentale, costituisce un ambiente di primaria importanza per la formazione spirituale e pastorale. Il sacerdote, di regola, non può farne a meno. Lo aiuta a crescere nella santità e costituisce un appoggio sicuro nelle difficoltà. Come non esprimere, in occasione del giubileo d'oro, ai sacerdoti dell'Arcidiocesi di Cracovia la mia gratitudine per il loro contributo al mio sacerdozio?

    Il dono dei laici

    Penso in questi giorni anche a tutti i laici che il Signore mi ha fatto incontrare nella mia missione di sacerdote e di vescovo. Sono stati per me un dono singolare, per il quale non cesso di ringraziare la Provvidenza. Sono così numerosi che non è possibile elencarli per nome, ma li porto tutti nel cuore, perché ciascuno di loro ha offerto il proprio contributo alla realizzazione del mio sacerdozio. In qualche modo essi mi hanno indicato la strada, aiutandomi a capire meglio il mio ministero e a viverlo in pienezza. Sì, dai frequenti contatti con i laici ho sempre tratto molto profitto, ho imparato molto. C'erano tra di loro semplici operai, uomini dediti alla cultura e all'arte, grandi scienziati. Da tali incontri sono nate cordiali amicizie, delle quali molte durano ancora. Grazie a loro la mia azione pastorale si è come moltiplicata, superando barriere e penetrando in ambienti altrimenti difficilmente raggiungibili.

    In realtà, mi ha accompagnato sempre la profonda consapevolezza dell'urgente bisogno dell'apostolato dei laici nella Chiesa. Quando il Concilio Vaticano II parlò della vocazione e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo, non potei che provare una grande gioia: ciò che il Concilio insegnava rispondeva ai convincimenti che avevano guidato la mia azione fin dai primi anni del mio ministero sacerdotale.


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    VIII

    CHI È IL SACERDOTE?

    Non posso fare a meno, in questa mia testimonianza, di andare oltre il ricordo degli eventi e delle persone, per fissare lo sguardo più in profondità, quasi per scrutare il mistero che da cinquant'anni mi accompagna e mi avvolge.

    Che significa essere sacerdote? Secondo San Paolo significa soprattutto essere amministratore dei misteri di Dio: «Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele» (1 Cor 4, 1-2). Il termine «amministratore» non può essere sostituito con nessun altro. Esso è radicato profondamente nel Vangelo: si ricordi la parabola sull'amministratore fedele e su quello infedele (cfr Lc 12, 41-48). L'amministratore non è il proprietario, ma colui al quale il proprietario affida i suoi beni, affinché li gestisca con giustizia e responsabilità. Proprio così il sacerdote riceve da Cristo i beni della salvezza, per distribuirli nel modo dovuto tra le persone alle quali viene inviato. Si tratta dei beni della fede. Il sacerdote, pertanto, è uomo della parola di Dio, uomo del sacramento, uomo del «mistero della fede». Attraverso la fede egli accede ai beni invisibili che costituiscono l'eredità della Redenzione del mondo operata dal Figlio di Dio. Nessuno può ritenersi «proprietario» di questi beni. Tutti ne siamo destinatari. In forza, però, di ciò che Cristo ha stabilito, il sacerdote ha il compito di amministrarli.

    Admirabile commercium!

    La vocazione sacerdotale è un mistero. E il mistero di un «meraviglioso scambio» — admirabile commercium — tra Dio e l'uomo. Questi dona a Cristo la sua umanità, perché Egli se ne possa servire come strumento di salvezza, quasi facendo di quest'uomo un altro se stesso. Se non si coglie il mistero di questo «scambio», non si riesce a capire come possa avvenire che un giovane, ascoltando la parola «Seguimi!», giunga a rinunciare a tutto per Cristo, nella certezza che per questa strada la sua personalità umana si realizzerà pienamente.

    C'è al mondo una realizzazione della nostra umanità che sia più grande del poter ripresentare ogni giorno in persona Christi il Sacrificio redentivo, lo stesso che Cristo consumò sulla croce? In questo Sacrificio, da una parte è presente nel modo più profondo lo stesso Mistero trinitario, dall'altra è come «ricapitolato» tutto l'universo creato (cfr Ef 1, 10). Anche per offrire «sull'altare della terra intera il lavoro e la sofferenza del mondo», secondo una bella espressione di Teilhard de Chardin, si compie l'Eucaristia. Ecco perché, nel ringraziamento dopo la Santa Messa, si recita anche il Cantico dei tre giovani dell'Antico Testamento: Benedicite omnia opera Domini Domino... In effetti, nell'Eucaristia tutte le creature visibili e invisibili, e in particolare l'uomo, benedicono Dio come Creatore e Padre, lo benedicono con le parole e l'azione di Cristo, Figlio di Dio.

    Sacerdote ed Eucaristia

    «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli (...) Nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Lc 10, 21-22). Queste parole del Vangelo di San Luca, introducendoci nell'intimo del mistero di Cristo, ci consentono di accostarci anche al mistero dell'Eucaristia. In essa il Figlio consostanziale al Padre, Colui che soltanto il Padre conosce, Gli offre in sacrificio se stesso per l'umanità e per l'intera creazione. Nell'Eucaristia Cristo restituisce al Padre tutto ciò che da Lui proviene. Si realizza così un profondo mistero di giustizia della creatura verso il Creatore. Bisogna che l'uomo renda onore al Creatore offrendo, con atto di ringraziamento e di lode, tutto ciò che da Lui ha ricevuto. L'uomo non può smarrire il senso di questo debito, che egli soltanto, tra tutte le altre realtà terrestri, può riconoscere e saldare come creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio. Nello stesso tempo, dati i suoi limiti di creatura e il peccato che lo segna, l'uomo non sarebbe capace di compiere questo atto di giustizia verso il Creatore, se Cristo stesso, Figlio consostanziale al Padre e vero uomo, non intraprendesse questa iniziativa eucaristica.

    Il sacerdozio, fin dalle sue radici, è il sacerdozio di Cristo. E Lui che offre a Dio Padre il sacrificio di se stesso, della sua carne e del suo sangue, e con il suo sacrificio giustifica agli occhi del Padre tutta l'umanità e indirettamente tutto il creato. Il sacerdote, celebrando ogni giorno l'Eucaristia, scende nel cuore di questo mistero. Per questo la celebrazione dell'Eucaristia non può non essere, per lui, il momento più importante della giornata, il centro della sua vita.

    In persona Christi

    Le parole che ripetiamo a conclusione del Prefazio — «Benedetto colui che viene nel nome del Signore...» — ci riportano ai drammatici avvenimenti della Domenica delle Palme. Cristo va a Gerusalemme per affrontare il cruento sacrificio del Venerdì Santo. Ma il giorno precedente, durante l'Ultima Cena, ne istituisce il sacramento. Pronuncia sul pane e sul vino le parole della consacrazione: «Questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi.(...) Questo è il calice del mio Sangue, per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me».

    Quale «memoria»? Sappiamo che a questo termine occorre dare un senso forte, che va ben oltre il semplice ricordo storico. Siamo qui nell'ordine del biblico «memoriale», che rende presente l'evento stesso. E memoria-presenza! Il segreto di questo prodigio è l'azione dello Spirito Santo, che il sacerdote invoca, mentre impone le mani sopra i doni del pane e del vino: «Santifica questi doni con l'effusione del tuo Spirito, perché diventino per noi il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo nostro Signore». Non è dunque solo il sacerdote che ricorda gli avvenimenti della Passione, Morte e Risurrezione di Cristo; è lo Spirito Santo che fa sì che essi si attuino sull'altare attraverso il ministero del sacerdote. Questi agisce veramente in persona Christi. Quello che Cristo ha compiuto sull'altare della Croce e che prima ancora ha stabilito come sacramento nel Cenacolo, il sacerdote lo rinnova nella forza dello Spirito Santo. Egli viene in questo momento come avvolto dalla potenza dello Spirito Santo e le parole che pronuncia acquistano la stessa efficacia di quelle uscite dalla bocca di Cristo durante l'Ultima Cena.

    Mysterium fidei

    Durante la Santa Messa, dopo la transustanziazione, il sacerdote pronuncia le parole: Mysterium fidei, Mistero della fede! Sono parole che si riferiscono, ovviamente, all'Eucaristia. In qualche modo, tuttavia, esse concernono anche il sacerdozio. Non esiste Eucaristia senza sacerdozio, come non esiste sacerdozio senza Eucaristia. Non soltanto il sacerdozio ministeriale è legato strettamente all'Eucaristia; anche il sacerdozio comune di tutti i battezzati si radica in tale mistero. Alle parole del celebrante i fedeli rispondono: «Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell'attesa della tua venuta». Nella partecipazione al Sacrificio eucaristico i fedeli diventano testimoni di Cristo crocifisso e risorto, impegnandosi a vivere quella sua triplice missione — sacerdotale, profetica e regale — di cui sono investiti fin dal Battesimo, come ha ricordato il Concilio Vaticano II.

    Il sacerdote, quale amministratore dei «misteri di Dio», è al servizio del sacerdozio comune dei fedeli. E lui che, annunziando la Parola e celebrando i sacramenti, specie l'Eucaristia, rende sempre più consapevole tutto il popolo di Dio della sua partecipazione al sacerdozio di Cristo, e contemporaneamente lo spinge a realizzarla pienamente. Quando, dopo la transustanziazione, risuonano le parole: Mysterium fidei, tutti sono invitati a rendersi conto della particolare densità esistenziale di questo annuncio, in riferimento al mistero di Cristo, dell'Eucaristia, del Sacerdozio.

    Non trae forse di qui la sua motivazione più profonda la stessa vocazione sacerdotale? Una motivazione che è già tutta presente al momento dell'Ordinazione, ma che attende di essere interiorizzata e approfondita nell'arco dell'intera esistenza. Solo così il sacerdote può scoprire in profondità la grande ricchezza che gli è stata affidata. A cinquant'anni dall'Ordinazione, posso dire che ogni giorno di più in quel Mysterium fidei si ritrova il senso del proprio sacerdozio. E lì la misura del dono che esso costituisce, e lì è pure la misura della risposta che questo dono richiede. Il dono è sempre più grande! Ed è bello che sia così. E bello che un uomo non possa mai dire di aver risposto pienamente al dono. E un dono ed è anche un compito: sempre! Avere consapevolezza di questo è fondamentale per vivere appieno il proprio sacerdozio.

    Cristo, Sacerdote e Vittima

    La verità sul sacerdozio di Cristo mi ha parlato sempre con straordinaria eloquenza attraverso le Litanie che si usava recitare nel seminario di Cracovia, in particolare alla vigilia dell'Ordinazione presbiterale. Alludo alle Litanie a Cristo Sacerdote e Vittima. Quali pensieri profondi esse suscitavano in me! Nel sacrificio della Croce, ripresentato e attualizzato in ogni Eucaristia, Cristo offre se stesso per la salvezza del mondo. Le invocazioni litaniche passano in rassegna i vari aspetti del mistero. Esse mi tornano alla memoria con il simbolismo evocatore delle immagini bibliche di cui sono intessute. Me le ritrovo sulle labbra nella lingua latina in cui le ho recitate durante il seminario e poi tante volte negli anni successivi:

    Iesu, Sacerdos et Victima,
    Iesu, Sacerdos in aeternum secundum ordi nem Melchisedech, ...
    Iesu, Pontifex ex hominibus assumpte,
    Iesu, Pontifex pro hominibus constitute, ...
    Iesu, Pontifex futurorum bonorum, ...
    Iesu, Pontifex fidelis et misericors, ...
    Iesu, Pontifex qui dilexisti nos et lavisti nos a peccatis in sanguine tuo, ...
    Iesu, Pontifex qui tradidisti temetipsum Deo oblationem et hostiam, ...
    Iesu, Hostia sancta et immaculata, ...
    Iesu, Hostia in qua habemus fiduciam et accessum ad Deum, ... Iesu, Hostia vivens in saecula saeculorum...*

    Quale ricchezza teologica in queste espressioni! Sono litanie profondamente radicate nella Sacra Scrittura, soprattutto nella Lettera agli Ebrei. Basti rileggerne questo brano: «Cristo (...) come sommo sacerdote dei beni futuri (...) entrò una volta per sempre nel santuario non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue, dopo averci ottenuto una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli (...) sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, il quale con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire il Dio vivente?» (Eb 9, 11-14). Cristo è sacerdote perché Redentore del mondo. Nel mistero della Redenzione si inscrive il sacerdozio di tutti i presbiteri. Questa verità sulla Redenzione e sul Redentore si è radicata nel centro stesso della mia coscienza, mi ha accompagnato per tutti questi anni, ha impregnato tutte le mie esperienze pastorali, mi ha svelato contenuti sempre nuovi.

    In questi cinquant'anni di vita sacerdotale mi sono reso conto che la Redenzione, prezzo che doveva essere pagato per il peccato, porta con sé anche una rinnovata scoperta, quasi una «nuova creazione», di tutto ciò che è stato creato: la riscoperta dell'uomo come persona, dell'uomo creato da Dio maschio e femmina, la riscoperta, nella loro verità profonda, di tutte le opere dell'uomo, della sua cultura e civiltà, di tutte le sue conquiste e attuazioni creative.

    Dopo l'elezione a Papa, il mio primo impulso spirituale fu di volgermi verso Cristo Redentore. Ne nacque l'Enciclica Redemptor Hominis. Riflettendo su tutto questo processo, vedo sempre meglio lo stretto legame tra il messaggio di questa Enciclica e tutto ciò che si iscrive nell'animo dell'uomo mediante la partecipazione al sacerdozio di Cristo.

    * Il testo completo delle Litanie è riportato in Appendice.


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    IX

    ESSERE SACERDOTE OGGI

    Cinquant'anni di sacerdozio non sono pochi. Quante cose sono avvenute in questo mezzo secolo di storia! Si sono affacciati alla ribalta nuovi problemi, nuovi stili di vita, nuove sfide. Viene spontaneo chiedersi: cosa comporta essere sacerdote oggi, in questo scenario in grande movimento, mentre si va verso il terzo Millennio?

    Non v'è dubbio che il sacerdote, con tutta la Chiesa, cammina col proprio tempo, e si fa ascoltatore attento e benevolo, ma insieme critico e vigile, di quanto matura nella storia. Il Concilio ha mostrato come sia possibile e doveroso un autentico rinnovamento, nella piena fedeltà alla Parola di Dio ed alla Tradizione. Ma al di là del dovuto rinnovamento pastorale, sono convinto che il sacerdote non deve avere alcun timore di essere «fuori tempo», perché l'«oggi» umano di ogni sacerdote è inserito nell'«oggi» del Cristo Redentore. Il più grande compito per ogni sacerdote e in ogni tempo è ritrovare di giorno in giorno questo suo «oggi» sacerdotale nell'«oggi» di Cristo, in quell'«oggi» del quale parla la Lettera agli Ebrei. Questo «oggi» di Cristo è immerso in tutta la storia — nel passato e nel futuro del mondo, di ogni uomo e di ogni sacerdote. «Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e sempre» (Eb 13, 8). Quindi, se siamo immersi con il nostro umano, sacerdotale «oggi» nell'«oggi» di Gesù Cristo, non esiste il pericolo che si diventi di «ieri», arretrati... Cristo è la misura di tutti i tempi. Nel suo divino-umano, sacerdotale «oggi», si risolve alla radice tutta l'antinomia — una volta così discussa — tra il «tradizionalismo» e il «progressismo».

    Le attese profonde dell'uomo

    Se si analizzano le attese che l'uomo contemporaneo ha nei confronti del sacerdote, si vedrà che, nel fondo, c'è in lui una sola, grande attesa: egli ha sete di Cristo. Il resto — ciò che serve sul piano economico, sociale, politico — lo può chiedere a tanti altri. Al sacerdote chiede Cristo! E da lui ha diritto di attenderselo innanzitutto mediante l'annuncio della Parola. I presbiteri — insegna il Concilio — «hanno come primo dovere quello di annunziare a tutti il Vangelo di Dio» (Presbyterorum ordinis, 4). Ma l'annuncio mira a far sì che l'uomo incontri Gesù, specie nel mistero eucaristico, cuore pulsante della Chiesa e della vita sacerdotale. E un misterioso, formidabile potere quello che il sacerdote ha nei confronti del Corpo eucaristico di Cristo. In base ad esso egli diventa l'amministratore del bene più grande della Redenzione, perché dona agli uomini il Redentore in persona. Celebrare l'Eucaristia è la funzione più sublime e più sacra di ogni presbitero. E per me, fin dai primi anni del sacerdozio, la celebrazione dell'Eucaristia è stata non soltanto il dovere più sacro, ma soprattutto il bisogno più profondo dell'anima.

    Ministro della misericordia

    Come amministratore del sacramento della Riconciliazione, il sacerdote adempie il mandato trasmesso da Cristo agli Apostoli dopo la sua risurrezione: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 22-23). Il sacerdote è testimone e strumento della misericordia divina! Come è importante il servizio del confessionale nella sua vita! Proprio nel confessionale la sua paternità spirituale si realizza nel modo più pieno. Proprio nel confessionale ogni sacerdote diventa testimone dei grandi miracoli che la misericordia divina opera nell'anima che accetta la grazia della conversione. E necessario però che ogni sacerdote al servizio dei fratelli nel confessionale sappia fare egli stesso esperienza di questa misericordia di Dio, attraverso la propria regolare confessione e la direzione spirituale.

    Amministratore dei misteri divini, il sacerdote è uno speciale testimone dell'Invisibile nel mondo. E infatti amministratore di beni invisibili e incommensurabili, che appartengono all'ordine spirituale e soprannaturale.

    Un uomo a contatto con Dio

    Quale amministratore di simili beni, il sacerdote, è in permanente, particolare contatto con la santità di Dio. «Santo, Santo, Santo, il Signore Dio dell'universo! I cieli e la terra sono pieni della tua gloria». La maestà di Dio è la maestà della santità. Nel sacerdozio l'uomo è come innalzato alla sfera di questa santità, in qualche modo arriva alle altezze alle quali fu una volta introdotto il profeta Isaia. E proprio di quella visione profetica si fa eco la liturgia eucaristica: Sanctus, Sanctus, Sanctus Dominus Deus Sabaoth. Pleni sunt caeli et terra gloria tua. Hosanna in excelsis.

    Contemporaneamente il sacerdote vive ogni giorno, in continuazione, la discesa di questa santità di Dio verso l'uomo: Benedictus qui venit in nomine Domini. Con queste parole le folle di Gerusalemme salutavano Cristo che arrivava in città per consumare il sacrificio per la redenzione del mondo. La santità trascendente, in qualche modo «fuori del mondo», diventa in Cristo la santità «dentro il mondo». Diventa la santità del Mistero pasquale.

    Chiamato alla santità

    A costante contatto con la santità di Dio, il sacerdote deve lui stesso diventare santo. E il medesimo suo ministero ad impegnarlo in una scelta di vita ispirata al radicalismo evangelico. Questo spiega la specifica necessità, in lui, dello spirito dei consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza. In questo orizzonte si comprende anche la speciale convenienza del celibato. Da qui il particolare bisogno di preghiera nella sua vita: la preghiera sorge dalla santità di Dio e nello stesso tempo è la risposta a questa santità. Ho scritto una volta: «La preghiera crea il sacerdote e il sacerdote si crea attraverso la preghiera». Sì, il sacerdote dev'essere innanzitutto uomo di preghiera, convinto che il tempo dedicato all'incontro intimo con Dio è sempre il meglio impiegato, perché oltre che a lui giova anche al suo lavoro apostolico.

    Se il Concilio Vaticano II parla della universale vocazione alla santità, nel caso del sacerdote bisogna parlare di una speciale vocazione alla santità. Cristo ha bisogno di sacerdoti santi! Il mondo di oggi reclama sacerdoti santi! Soltanto un sacerdote santo può diventare, in un mondo sempre più secolarizzato, un testimone trasparente di Cristo e del suo Vangelo. Soltanto così il sacerdote può diventare guida degli uomini e maestro di santità. Gli uomini, soprattutto i giovani, aspettano una tale guida. Il sacerdote può essere guida e maestro nella misura in cui diventa un autentico testimone!

    La cura animarum

    Nella mia ormai lunga esperienza, tra tante situazioni diverse, mi sono confermato nella convinzione che soltanto dal terreno della santità sacerdotale può crescere una pastorale efficace, una vera «cura animarum». Il segreto più vero degli autentici successi pastorali non sta nei mezzi materiali, ed ancor meno nei «mezzi ricchi». I frutti duraturi degli sforzi pastorali nascono dalla santità del sacerdote. Questo è il fondamento! Naturalmente sono indispensabili la formazione, lo studio, l'aggiornamento; una preparazione insomma adeguata, che renda capaci di cogliere le urgenze e di definire le priorità pastorali. Si potrebbe tuttavia asserire che le priorità dipendono anche dalle circostanze, e ogni sacerdote è chiamato a precisarle e a viverle d'intesa col suo Vescovo e in armonia con gli orientamenti della Chiesa universale. Nella mia vita ho individuato queste priorità nell'apostolato dei laici, in special modo nella pastorale familiare — campo nel quale gli stessi laici mi hanno aiutato tanto —, nella cura per i giovani e nel dialogo intenso con il mondo della scienza e della cultura. Tutto questo si è rispecchiato nella mia attività scientifica e letteraria. E nato così lo studio «Amore e responsabilità» e, tra l'altro, un'opera letteraria: «La bottega dell'orefice» con il sottotitolo: Meditazioni sul sacramento del matrimonio.

    Una ineludibile priorità oggi è costituita dall'attenzione preferenziale per i poveri, gli emarginati, gli immigrati. Per essi il sacerdote deve essere veramente un «padre». Indispensabili sono certo anche i mezzi materiali, come quelli che ci offre la tecnologia moderna. Il segreto tuttavia rimane sempre la santità di vita del sacerdote che s'esprime nella preghiera e nella meditazione, nello spirito di sacrificio e nell'ardore missionario. Quando ripercorro con il pensiero gli anni del mio servizio pastorale come sacerdote e come vescovo, mi convinco sempre più di quanto ciò sia vero e fondamentale.

    Uomo della Parola

    Ho già accennato che, per essere autentica guida della comunità, vero amministratore dei misteri di Dio, il sacerdote è chiamato ad essere anche uomo della parola di Dio, generoso ed infaticabile evangelizzatore. Oggi se ne vede ancor più l'urgenza di fronte ai compiti immensi della «nuova evangelizzazione».

    Dopo tanti anni di ministero della Parola, che specie da Papa mi hanno visto pellegrino in tutti gli angoli del mondo, non posso fare a meno di dedicare ancora qualche considerazione a questa dimensione della vita sacerdotale. Una dimensione esigente, giacché gli uomini di oggi si aspettano dal sacerdote, prima che la parola «annunciata», la parola «vissuta». Il presbitero deve «vivere della Parola». Al tempo stesso, però, egli si sforzerà di essere anche preparato intellettualmente per conoscerla a fondo ed annunciarla efficacemente.

    Nella nostra epoca caratterizzata da un alto grado di specializzazione in quasi tutti i settori della vita, la formazione intellettuale è quanto mai importante. Essa rende possibile intraprendere un dialogo intenso e creativo con il pensiero contemporaneo. Gli studi umanistici e filosofici e la conoscenza della teologia sono le strade per giungere a tale formazione intellettuale, che dovrà poi essere approfondita per tutta la vita. Lo studio, per essere autenticamente formativo, ha bisogno di essere costantemente affiancato dalla preghiera, dalla meditazione, dall'implorazione dei doni dello Spirito Santo: la sapienza, l'intelletto, il consiglio, la fortezza, la scienza, la pietà e il timore di Dio. San Tommaso d'Aquino spiega in che modo, con i doni dello Spirito Santo, tutto l'organismo spirituale dell'uomo venga sensibilizzato alla luce di Dio, alla luce della conoscenza e anche all'ispirazione dell'amore. La preghiera per i doni dello Spirito Santo mi ha accompagnato fin dalla giovinezza e le sono tuttora fedele.

    Approfondimento scientifico

    Ma certamente, come insegna lo stesso San Tommaso, la «scienza infusa», che è frutto di speciale intervento dello Spirito Santo, non esonera dal dovere di procurarsi la «scienza acquisita».

    Per quanto mi concerne, come già ho detto, subito dopo l'ordinazione sacerdotale fui inviato a Roma a perfezionare gli studi. Più tardi, per volontà del mio Vescovo, dovetti occuparmi di scienza come professore di etica alla Facoltà Teologica di Cracovia e all'Università Cattolica di Lublino. Frutto di questi studi fu il dottorato su San Giovanni della Croce e poi la tesi per la libera docenza su Max Scheler: specificamente, sul contributo che il suo sistema etico di tipo fenomenologico può dare alla formazione della teologia morale. A questo lavoro di ricerca devo veramente molto. Sulla mia precedente formazione aristotelico-tomista si innestava così il metodo fenomenologico, cosa che mi ha permesso di intraprendere numerose prove creative in questo campo. Penso soprattutto al libro «Persona e atto». In questo modo mi sono inserito nella corrente contemporanea del personalismo filosofico, studio che non è stato privo di frutti pastorali. Spesso constato che molte delle riflessioni maturate in questi studi mi aiutano durante gli incontri con singole persone e durante gli incontri con le folle dei fedeli in occasione dei viaggi apostolici. Questa formazione nell'orizzonte culturale del personalismo mi ha dato una più profonda consapevolezza di quanto ciascuno sia persona unica e irripetibile, e ritengo tale consapevolezza molto importante per ogni sacerdote.

    Il dialogo con il pensiero contemporaneo

    Grazie ad incontri e discussioni con naturalisti, fisici, biologi ed anche storici ho imparato ad apprezzare l'importanza delle altre branche del sapere riguardanti le discipline scientifiche, alle quali pure è dato di poter giungere alla verità sotto angolature diverse. Bisogna quindi che lo splendore della verità — Veritatis splendor — le accompagni continuamente, permettendo agli uomini di incontrarsi, di scambiarsi le riflessioni e di arricchirsi reciprocamente. Ho portato con me da Cracovia a Roma la tradizione di periodici incontri interdisciplinari, che si svolgono regolarmente nel periodo estivo a Castel Gandolfo. Cerco di essere fedele a questa buona consuetudine.

    «Labia sacerdotum scientiam custodiant...» (cfr Ml 2, 7). Mi piace richiamare queste parole del profeta Malachia, riprese dalle Litanie a Cristo Sacerdote e Vittima, perché hanno una sorta di valore programmatico per chi è chiamato ad essere ministro della Parola. Egli deve essere davvero uomo di scienza nel senso più alto e religioso di questo termine. Deve avere e trasmettere quella «scienza di Dio» che non è solo un deposito di verità dottrinali, ma esperienza personale e viva del Mistero, nel senso indicato dal Vangelo di Giovanni nella grande preghiera sacerdotale: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17, 3).


    -------------------------------------------------------------------------------

    X

    Ai Fratelli nel sacerdozio

    Concludendo questa testimonianza sulla mia vocazione sacerdotale, desidero rivolgermi a tutti i Fratelli nel sacerdozio: a tutti senza eccezione! Lo faccio con le parole di San Pietro: «Fratelli, cercate di render sempre più sicura la vostra vocazione e la vostra elezione. Se farete questo non inciamperete mai» (2 Pt 1, 10). Amate il vostro sacerdozio! Siate fedeli fino alla fine! Sappiate vedere in esso quel tesoro evangelico per il quale vale la pena di donare tutto (cfr Mt 13, 44).

    In modo particolare mi rivolgo a quelli tra voi che vivono un periodo di difficoltà o addirittura di crisi della loro vocazione. Vorrei che questa mia testimonianza personale — testimonianza di sacerdote e Vescovo di Roma, che festeggia il giubileo d'oro dell'Ordinazione — fosse per voi aiuto e invito alla fedeltà. Ho scritto queste parole pensando a ognuno di voi, ognuno di voi abbracciando con la preghiera.

    Pupilla oculi

    Ho pensato anche a tanti giovani seminaristi che si preparano al sacerdozio. Quante volte un vescovo torna con il pensiero e con il cuore al seminario! Esso è il primo oggetto delle sue preoccupazioni. Si suol dire che il seminario costituisce per un vescovo la «pupilla dell'occhio». L'uomo difende la pupilla del suo occhio, perché essa gli consente di vedere. Così, in qualche modo, il vescovo vede la sua Chiesa attraverso il seminario, giacché dalle vocazioni sacerdotali dipende tanta parte della vita ecclesiale. La grazia di numerose e sante vocazioni sacerdotali gli permette di guardare con fiducia al futuro della sua missione.

    Lo dico sulla base dei molti anni della mia esperienza episcopale. Sono divenuto vescovo dopo dodici anni dall'Ordinazione sacerdotale: buona parte di questo cinquantennio è stata segnata proprio dalla preoccupazione per le vocazioni. Grande è la gioia del vescovo quando il Signore dona vocazioni alla sua Chiesa; la loro assenza invece provoca preoccupazione e inquietudine. Il Signore Gesù ha paragonato questa preoccupazione a quella del mietitore: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!» (Mt 9, 37).

    Deo gratias!

    Non posso chiudere queste riflessioni, nell'anno del mio giubileo d'oro sacerdotale, senza esprimere al Signore della messe la più profonda gratitudine per il dono della vocazione, per la grazia del sacerdozio, per le vocazioni sacerdotali in tutto il mondo. Lo faccio in unione con tutti i vescovi, che condividono la stessa preoccupazione per le vocazioni e vivono la stessa gioia quando il loro numero aumenta. Grazie a Dio, è in via di superamento una certa crisi delle vocazioni sacerdotali nella Chiesa. Ogni nuovo sacerdote porta con sé una benedizione speciale: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore». In ciascun sacerdote infatti è Cristo stesso che viene. Se San Cipriano ha detto che il cristiano è un «altro Cristo» — Christianus alter Christus — a maggior ragione si può dire: Sacerdos alter Christus.

    Voglia Iddio tener desta nei sacerdoti la coscienza grata ed operosa del dono ricevuto e suscitare in molti giovani una risposta pronta e generosa alla sua chiamata a spendersi senza riserve per la causa del Vangelo. Ne trarranno vantaggio gli uomini e le donne del nostro tempo, così bisognosi di senso e di speranza. Ne gioirà la Comunità cristiana, che potrà guardare con fiducia alle incognite e alle sfide del terzo Millennio, ormai alle porte.

    La Vergine Maria accolga come un omaggio filiale questa mia testimonianza, a gloria della Santa Trinità. La renda feconda nel cuore dei fratelli nel sacerdozio e di tanti figli della Chiesa. Ne faccia un seme di fraternità anche per quanti, pur non condividendo la stessa fede, mi fanno spesso dono del loro ascolto e del loro dialogo sincero.


    -------------------------------------------------------------------------------

    APPENDICE

    Litanie di Nostro Signore Gesù Cristo

    Sacerdote e Vittima

    Kyrie, eleison Kyrie, eleison

    Christe, eleison Christe, eleison

    Kyrie, eleison Kyrie, eleison

    Christe, audi nos Christe, audi nos

    Christe, exaudi nos Christe, exaudi nos

    Pater de cælis, Deus, miserere nobis

    Fili, Redemptor mundi, Deus, miserere nobis

    Spiritus Sancte, Deus, miserere nobis

    Sancta Trinitas, unus Deus, miserere nobis

    Iesu, Sacerdos et Victima, miserere nobis

    Iesu, Sacerdos in æternum

    secundum ordinem Melchisedech, miserere nobis

    Iesu, Sacerdos quem misit Deus

    evangelizare pauperibus, miserere nobis

    Iesu, Sacerdos qui in novissima cena

    formam sacrificii perennis instituisti, miserere nobis

    Iesu, Sacerdos semper vivens

    ad interpellandum pro nobis, miserere nobis

    Iesu, Pontifex quem Pater unxit

    Spiritu Sancto et virtute, miserere nobis

    Iesu, Pontifex ex hominibus assumpte, miserere nobis

    Iesu, Pontifex pro hominibus

    constitute, miserere nobis

    Iesu, Pontifex confessionis nostræ, miserere nobis

    Iesu, Pontifex amplioris

    præ Moysi gloriæ, miserere nobis

    Iesu, Pontifex tabernaculi veri, miserere nobis

    Iesu, Pontifex futurorum bonorum, miserere nobis

    Iesu, Pontifex sancte,

    innocens et impollute, miserere nobis

    Iesu, Pontifex fidelis et misericors, miserere nobis

    Iesu, Pontifex Dei et animarum

    zelo succense, miserere nobis

    Iesu, Pontifex in æternum perfecte, miserere nobis

    Iesu, Pontifex qui per proprium

    sanguinem cælos penetrasti, miserere nobis

    Iesu, Pontifex qui nobis

    viam novam initiasti, miserere nobis

    Iesu, Pontifex qui dilexisti nos

    et lavisti nos a peccatis in sanguine tuo, miserere nobis

    Iesu, Pontifex qui tradidisti temetipsum

    Deo oblationem et hostiam, miserere nobis

    Iesu, Hostia Dei et hominum, miserere nobis

    Iesu, Hostia sancta et immaculata, miserere nobis

    Iesu, Hostia placabilis, miserere nobis

    Iesu, Hostia pacifica, miserere nobis

    Iesu, Hostia propitiationis et laudis, miserere nobis

    Iesu, Hostia reconciliationis et pacis, miserere nobis

    Iesu, Hostia in qua habemus fiduciam

    et accessum ad Deum, miserere nobis

    Iesu, Hostia vivens in sæcula

    sæculorum, miserere nobis

    Propitius esto! parce nobis, Iesu

    Propitius esto! exaudi nos, Iesu

    A temerario in clerum ingressu, libera nos, Iesu

    A peccato sacrilegii, libera nos, Iesu

    A spiritu incontinentiæ, libera nos, Iesu

    A turpi quæstu, libera nos, Iesu

    Ab omni simoniæ labe, libera nos, Iesu

    Ab indigna opum ecclesiasticarum

    dispensatione, libera nos, Iesu

    Ab amore mundi eiusque vanitatum, libera nos, Iesu

    Ab indigna Mysteriorum tuorum

    celebratione, libera nos, Iesu

    Per æternum sacerdotium tuum, libera nos, Iesu

    Per sanctam unctionem, qua a Deo Patre

    in sacerdotem constitutus es, libera nos, Iesu

    Per sacerdotalem spiritum tuum, libera nos, Iesu

    Per ministerium illud, quo Patrem tuum

    super terram clarificasti, libera nos, Iesu

    Per cruentam tui ipsius immolationem

    semel in cruce factam, libera nos, Iesu

    Per illud idem sacrificium

    in altari quotidie renovatum, libera nos, Iesu

    Per divinam illam potestatem, quam in

    sacerdotibus tuis invisibiliter exerces, libera nos, Iesu

    Ut universum ordinem sacerdotalem

    in sancta religione conservare

    digneris, Te rogamus, audi nos

    Ut pastores secundum cor tuum populo tuo

    providere digneris, Te rogamus, audi nos

    Ut illos spiritus sacerdotii tui implere

    digneris, Te rogamus, audi nos

    Ut labia sacerdotum scientiam custodiant, Te rogamus, audi nos

    Ut in messem tuam operarios fideles mittere

    digneris, Te rogamus, audi nos

    Ut fideles mysteriorum tuorum dispensatores

    multiplicare digneris, Te rogamus, audi nos

    Ut eis perseverantem in tua voluntate

    famulatum tribuere digneris, Te rogamus, audi nos

    Ut eis in ministerio mansuetudinem,

    in actione sollertiam et in oratione

    constantiam concedere digneris, Te rogamus, audi nos

    Ut per eos sanctissimi Sacramenti

    cultum ubique promovere digneris, Te rogamus, audi nos

    Ut qui tibi bene ministraverunt,

    in gaudium tuum suscipere digneris, Te rogamus, audi nos

    Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, parce nobis, Domine

    Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, exaudi nos, Domine

    Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis, Domine

    Iesu, Sacerdos, audi nos

    Iesu, Sacerdos, exaudi nos

    Oremus

    Ecclesiæ tuæ, Deus, sanctificator et custos, suscita in ea per Spiritum tuum idoneos et fideles sanctorum mysteriorum dispensatores, ut eorum ministerio et exemplo christiana plebs in viam salutis te protegente dirigatur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

    Deus, qui ministrantibus et ieiunantibus discipulis segregari iussisti Saulum et Barnabam in opus ad quod assumpseras eos, adesto nunc Ecclesiæ tuæ oranti, et tu, qui omnium corda nosti, ostende quos elegeris in ministerium. Per Christum Dominum nostrum.

    Amen.


    -------------------------------------------------------------------------------

    INDICE

    Ho vivo nella memoria

    I

    Agli inizi... il mistero!

    I primi segni della vocazione

    Gli studi all'Università Jaghellonica

    Lo scoppio della seconda guerra mondiale

    Il teatro della parola viva

    II

    La decisione di entrare in seminario

    Le vacanze da seminarista

    Il Cardinale Adam Stefan Sapieha

    III

    Influssi sulla mia vocazione

    La famiglia

    La fabbrica Solvay

    La parrocchia di Debniki: i Salesiani

    I Padri Carmelitani

    Il P. Kazimierz Figlewicz

    Il «filo mariano»

    Il Santo Frate Alberto

    Esperienza di guerra

    Il sacrificio dei sacerdoti polacchi

    La bontà sperimentata tra le asprezze della guerra

    IV

    Sacerdote!

    Ricordo di un fratello nella vocazione sacerdotale

    Veni, Creator Spiritus!

    Il pavimento

    La «prima Messa»

    Tra il Popolo di Dio

    V

    Roma

    «Imparare Roma»

    Prospettive pastorali

    L'orizzonte europeo

    Tra gli emigrati

    La figura di San Giovanni Maria Vianney

    Un «grazie» sentito

    Il ritorno in Polonia

    VI

    Niegowic: una parrocchia di campagna

    A San Floriano in Cracovia

    Il lavoro scientifico

    VII

    Chiesa che sei in Polonia, grazie!

    Il presbiterio di Cracovia

    Il dono dei laici

    VIII

    Chi è il sacerdote?

    Admirabile commercium!

    Sacerdote ed Eucaristia

    In persona Christi

    Mysterium fidei

    Cristo, Sacerdote e Vittima

    IX

    Essere sacerdote oggi

    Le attese profonde dell'uomo

    Ministro della misericordia

    Un uomo a contatto con Dio

    Chiamato alla santità

    La cura animarum

    Uomo della Parola

    Approfondimento scientifico

    Il dialogo con il pensiero contemporaneo

    X

    Ai Fratelli nel sacerdozio

    Pupilla oculi

    Deo gratias!

    APPENDICE

    Litanie di nostro Signore Gesù Cristo, Sacerdote e Vittima

    INDICE




 

 

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