Risultati da 1 a 9 di 9
  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Opinioni a confronto sul...

    ...terrorismo

    "Nessuno è al sicuro. L'Europa si unisca contro il terrorismo, non contro l'America".

    Parigi. “E’ del tutto inaccettabile, addirittura stupido, sostenere che proprio chi resiste al terrorismo gli darebbe motivi per agire”. Il filosofo francese André Glucksmann spiega al Foglio perché va respinta la tesi secondo la quale la Spagna pagherebbe oggi, con il sangue di più di duecento innocenti, la sua partecipazione all’intervento in Iraq, e che quindi male avrebbe fatto ad assecondare l’alleato americano:
    “E se fosse responsabile l’Eta?
    Con la stessa logica, bisognerebbe accusare la politica di Aznar contro il separatismo basco di aver provocato, da parte di quest’ultimo, una reazione senza precedenti. Tesi degna degli ‘utili idioti’ di cui parlava Lenin: utili alla sua rivoluzione, un tempo, e oggi utili al terrorismo, che sia basco o di al Qaida. Gli attentati di Madrid provano piuttosto che avevano ragione coloro che si sono alleati con gli Stati Uniti contro Saddam Hussein e contro il terrorismo islamista”.
    E’ in atto, secondo Glucksmann, molto più che un’offensiva tattica limitata di al Qaida, e nessuno, nell’Occidente democratico, può sperare di chiamarsi fuori: “Basta leggere quello al Qaida proclama esplicitamente, quando dichiara guerra ai ‘crociati’, colpevoli di essere intervenuti non soltanto in Iraq, ma anche in Afghanistan, dove a combattere il terrorismo c’erano anche la Francia e la Germania. A chi s’illude che l’allarme suonato l’11 marzo riguardi solo le nazioni della coalizione anti-Saddam, dico che l’11 settembre europeo non prende di mira soltanto la Spagna, ma l’insieme di tutti gli europei e delle loro tradizioni democratiche. Non si spiegherebbe, altrimenti, la scelta della data, a tre giorni dalle elezioni. I manifestanti spagnoli hanno ragione a gridare ‘Eta e al Qaida basta ya’, e gli utili idioti che vigliaccamente cercano, per motivi elettorali, di trasformare tutto questo in ‘Aznar basta ya’, dovrebbero pentirsene e vergognarsene. E’ offensivo, da parte di chi si dichiara democratico, contribuire al tentativo di terrorizzare la popolazione. Se Aznar perderà, dopo che tutti i sondaggi lo davano vincente, sarà la prova che gli attentati sono efficaci, e che basta far saltare i treni per cambiare le maggioranze”.

    Non sono invincibili
    Oggi più che mai, non bisogna pensare che il terrorismo sia invincibile, “ma la situazione che si è aperta dopo gli attentati di Madrid richiede pensieri nuovi, nuove iniziative anche da parte della Francia, che da un anno a questa parte insiste su una strada sbagliata, perché continua a considerare gli Stati Uniti come il nemico principale.
    Con l’America si può discutere, si può non essere sempre d’accordo, ma la Francia deve convincersi che l’unione dell’Europa non si farà contro gli Stati Uniti, ma contro il terrorismo. Oltretutto, le sue posizioni non la salvano affatto dalle minacce islamiste, sia perché ha partecipato al conflitto in Afghanistan, sia a causa della legge sul velo.
    Gli islamisti, lo sappiamo, sono tutt’altro che riconoscenti verso chi si dimostra conciliante, e non hanno intenzione di moderare le loro ambizioni. Se si cede, chiederanno di più”.
    E’ la debolezza, quindi, l’errore più grande di chi vuole combattere il terrorismo?
    “Il primo errore è farsi terrorizzare dai terroristi”, conclude Glucksmann, che vuole affidare al Foglio una puntualizzazione sulla questione cecena: “Io non credo affatto che i ceceni rischino di cadere in massa nel terrorismo. Al contrario. Sebbene vessato dal terrorismo dell’esercito russo, che ha raso al suolo Grozny così come i sicari di Osama bin Laden hanno raso al suolo le Torri gemelle, questo popolo conserva la tradizione tricentenaria di far la guerra ai militari e non ai civili, a chi è armato e non agli inermi. La prima cosa da constatare, quando dico che Putin è un pompiere piromane, è che per ora i ceceni si trattengono. Malgrado tutto, sono pochi, i folli che si fanno saltare in aria o che prendono in ostaggio gli spettatori di un teatro. I ceceni andrebbero ringraziati per non aver ‘palestinizzato’ la loro lotta, e perché non fanno saltare autobus e treni carichi di civili. Ancora, incredibilmente, non si sono ‘binladenizzati’, e non puntano alla devastazione indiscriminata”.

    saluti

  2. #2
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Non ancora

    Con Fassino solo i riformisti

    Roma. Se da un lato Repubblica, dopo l’attentato di Madrid, cambia registro persino sulla guerra preventiva, dall’altro Barbara Spinelli, sulla Stampa, ha diversa opinione: “Questa guerra occidentale contro Osama bin Laden sta diventando troppo irta di inganni, di sotterfugi, di minuscoli calcoli, per apparire credibile”. Se Piero Fassino rilancia la sua proposta per “un’unità molto forte” contro il terrorismo, con l’iniziativa di giovedì, e intanto torna a chiedere al corteo pacifista di sabato 20 di essere “anche e con grande determinazione una manifestazione contro il terrorismo”, da sinistra al leader Ds arrivano risposte sprezzanti.

    Tanto Fausto Bertinotti quanto Oliviero Diliberto quanto i Verdi non sono d’accordo con l’idea di cambiare le parole d’ordine del corteo. Tanto il Manifesto quanto Liberazione vanno a testa bassa contro Fassino. Il quotidiano diretto da Sandro Curzi lo accusa, in un commento, di aver fatto una “provocazione” per “infastidire e intorbidire le acque”; quello di via Tomacelli di una richiesta “futile, se non strumentale”.
    Eppure, anche se gli stessi leader diessini si ostinano a dire che le due manifestazioni sono compatibili – per Fassino “non sono tra loro alternative” – il disagio tra i riformisti del centrosinistra cresce di ora in ora. “Ai pacifisti il segretario chiede di dare priorità, nella loro manifestazione, alla lotta al terrorismo – dice Peppino Caldarola – Non mi pare che lo vogliano fare, mettono sullo stesso piano la critica al terrorismo e la critica all’America. La mia risposta è che se l’America sbaglia cambia presidente, mentre il terrorismo è un nemico per sempre. Sarebbe auspicabile che mettessero al primo posto la lotta contro questa superpotenza militare ed economica del partito armato internazionale. Se non c’è questo mutamento di piattaforma, sarà difficile andarci”. Ovviamente, i vari Cobas e Casarini e Agnoletto non intendono toccare nulla. Anzi, rilanciano invitando Fassino e Rutelli a restarsene a casa.

    “Ci sono anche forme di aggressività da parte di chi non ha molte idee e vuole esprimerle in modo pittoresco, ma io rispetto anche loro”, ha commentato ieri il leader della Margherita. “Sono d’accordo con la richiesta di Fassino di cambiare la parola d’ordine del corteo di sabato – dice Enrico Letta – Mi sembra doveroso. Questo del terrorismo è un fatto che riguarda anche noi italiani, non solo gli spagnoli.
    Dobbiamo trovare le coordinate nazionali con cui ridefiniamo il nostro contrasto al terrorismo”.
    E se le parole d’ordine della manifestazione non saranno mutate? Il dirigente della Margherita allarga le braccia: “Se ne prenderà atto”.
    “Due iniziative entrambe giuste”, dice delle manifestazioni di questa settimana il dalemiano Marco Minniti. “Naturalmente
    l’una si tiene con l’altra”. Anche lui vorrebbe una più netta presa di posizione sul terrorismo per il corteo di sabato. “Non basta dire: ormai è troppo tardi. Non sarebbe troppo tardi neanche se l’attentato di Madrid fosse del 19 marzo. E’ stato un attacco terroristico senza precedenti nel cuore dell’Europa”. Per Minniti “il terrorismo internazionale e la sua sconfitta costituiscono un’assoluta priorità. Non c’è nessuna possibile giustificazione. Quindi la correzione va fatta. Fermo restando che l’intervento in Iraq è stato un grandissimo errore, non si può mostrare nessuna debolezza o tacere sugli assassini”.

    Non si può far finta di niente
    Enrico Boselli, segretario dello Sdi, da tempo ha già deciso di non farsi vedere al corteo di sabato, mentre loda la manifestazione di giovedì (“c’è un’assoluta necessità di una grande unità delle forze politiche”). Spiega: “Non abbiamo intenzione di partecipare al corteo pacifista perché non condividiamo la piattaforma della manifestazione, anche se rispettiamo i movimenti per la pace. Se invece verrà accolta la proposta di Fassino potremmo riflettere sull’idea di esserci anche noi”. Boselli ha letto l’editoriale su Repubblica di Ezio Mauro: “Ha ragione: i fatti hanno dimostrato che la guerra è stato un errore, ma oggi il nostro impegno prioritario deve essere contro il terrorismo che ci minaccia”.
    Anche Luigi Bobba, presidente delle Acli, insieme a Savino Pezzotta ha proposto ai manifestanti di sabato di mutare “la scala di priorità: non possiamo far finta che non ci sia stata la tragedia di Madrid”.
    Aggiunge: “Il problema è che alcuni avevano immaginato una manifestazione in cui la parola d’ordine fosse quella del ritiro dei nostri soldati dall’Iraq. Ma penso che l’Europa, dopo ciò che è successo, non possa tirarsi indietro e aspettare che a farsi sotto e a risolvere i problemi siano i soliti marines americani”. Sabato, comunque, le Acli saranno in piazza.
    “E cercheremo di unire le forze di chi la pensa come noi. Per fortuna sui movimenti nessuno può mettere il cappello, nemmeno
    chi crede di cavarsela con i ceffoni umanitari a chi non gli piace.

    saluti

  3. #3
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito "Propongo un patto antiterrorismo, ma...

    ...la sinistra deve uscire dall'ambiguità"

    Milano. “Ho ancora negli occhi la straordinaria prova di orgoglio dei madrileni, quella grande giornata battuta dalla pioggia in cui milioni di uomini e donne hanno fatto per un giorno della capitale spagnola la capitale dell’Europa intera, trasformando il dolore e la rabbia in una formidabile e inequivoca risposta agli assassini. Sull’unità nazionale e occidentale nella lotta al terrorismo ho le idee chiare da sempre, e qualche mese fa, in occasione della manifestazione sindacale a Firenze del 19 novembre, proposi di dare un segno tangibile di unità, ricevendo purtroppo risposte contraddittorie e reticenti da gran parte della sinistra”, dice al Foglio Silvio Berlusconi.
    “Ma, a parte le idee, contano i fatti: abbiamo trovato i responsabili del terrorismo interno, gli assassini di Massimo D’Antona e Marco Biagi, e smantellato in gran parte le cellule delle Brigate rosse; e abbiamo speso tutte le nostre energie, dall’11 settembre a oggi, per costruire la sicurezza degli italiani e l’unità degli europei e degli occidentali intorno alla lotta contro il terrorismo internazionale.
    Non abbiamo scoperto oggi che la minaccia di Al Qaida e del fondamentalismo islamista non riguarda soltanto gli americani e gli israeliani, ma la democrazia come modo di vita e valore universale.
    E il massacro di Madrid, la spietata mattanza contro la gente comune che viaggia sui treni dei pendolari, il ricatto cinico contro la democrazia spagnola che celebra il suo massimo rito elettorale, non sono per noi una sorpresa.
    La messa in allerta delle forze antiterrorismo, nei giorni di Natale dell’anno scorso, aveva purtroppo una base solida, e solo degli irresponsabili possono giocare, come alcuni fecero anche con la derisione e l’incredulità, una partita politica meschina su questioni di sicurezza nazionale così delicate.
    Dico ovviamente di sì a una manifestazione di unità democratica contro lo sbarco tragico del nemico terrorista in Spagna e in Europa, e credo che si debba lavorare da subito per realizzare la manifestazione proposta dal presidente dell’Anci, il sindaco di Firenze. E dico una cosa di più: dobbiamo stabilire un patto democratico per impedire l’uso politico di parte del terrorismo, per escludere con una dichiarazione comune il terrorismo dall’ambito delle questioni su cui si svolge il conflitto ordinario della democrazia italiana.
    Ma la sinistra deve decidersi, uscire dall’ambiguità”.
    In che senso? “Nel senso che l’Italia della pace è quella solidale con i nostri militari che concretamente cercano di costruire la pace in Iraq e in tante altre parti del mondo, l’Italia della pace è quella che scese in piazza il 10 novembre del 2001 per solidarietà con gli americani colpiti da bin Laden, quella che il 19 aprile del 2002 manifestò il proprio amore per Israele colpita dalle stragi di civili dell’intifada del terrorismo suicida: questa è l’Italia della pace, un paese fermo e sereno, che non vuole correre avventure ma non vuole alzare le mani in segno di resa, non quella che brucia le bandiere americane e indica come ‘delinquenti politici’ coloro che hanno votato il finanziamento delle nostre missioni all’estero, e persino coloro che si sono astenuti. C’è una contraddizione profonda tra la piattaforma politica assurda della manifestazione del 20 marzo, quella convocata per l’immediato ritiro della coalizione occidentale dall’Iraq, quella che identifica come nemici gli americani e gli europei che hanno fatto il loro dovere contro il terrorismo, e una manifestazione di unità democratica a difesa della democrazia occidentale e dell’unità occidentale contro l’attacco alla nostra civiltà”.

    Un multilateralismo non impotente
    Si può obiettare che se si esclude chi è stato contrario alla guerra in Iraq da un patto antiterrorismo, le basi di quel patto si restringono. “Io ho sempre avuto il massimo rispetto per le ragioni sincere di chi era contrario alla guerra che ha portato all’abbattimento del regime di Saddam Hussein e che ha avviato una ricostruzione democratica nel cuore del Medio Oriente. C’è stata una separazione nell’opinione pubblica mondiale, e ne abbiamo preso atto; ma noi, che pure siamo stati un paese non belligerante, ci siamo assunti la responsabilità di non lasciare sola la coalizione occidentale e democratica e di contribuire al ristabilimento della pace. Il coinvolgimento più pieno dell’Onu, che si profila all’orizzonte, sarà un passo avanti ancora verso un multilateralismo non impotente. Ma questa scelta, anche se non condivisa, va rispettata come una scelta politica legittima. Questa è l’unica vera base per l’unità contro il terrorismo e per la costruzione di una politica di sicurezza che ci liberi da coloro che vogliono uccidere il nostro modello di democrazia, liberamente scelto. Chi è contro la rete della morte non può non stare in una grande Europa, pacifica ma combattiva, alleata senza remore con l’America nella battaglia decisiva con cui si apre il XXI secolo. Per noi non ci sono equivoci: la nostra mano è tesa a tutte le persone di buona volontà che intendono testimoniare il loro amore per le nostre libertà e il loro rifiuto della logica di morte dei fanatici. Ma esigiamo che anche gli altri si sbarazzino dei loro equivoci: non si può manifestare giovedì contro il terrorismo e sabato contro chi combatte il terrorismo”.

    saluti

  4. #4
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito "Il pacifismo non può più porsi....

    ....come forma portante della identità europea"

    Roma. E’ stata al Qaida a rivendicare gli attentati di Madrid. Questo fatto, rivelato alla vigilia del voto dal ministro dell’Interno
    spagnolo Angel Acebes, pur con le indagini ancora in corso, rafforza o no le posizioni di quanti si ostinano a recriminare sulla guerra in Iraq, invocando “verdad y paz” come fa Barbara Spinelli?
    E con quali conseguenze per la difesa della democrazia, problema
    numero uno secondo Ezio Mauro?
    “Noi forse non abbiamo ancora tematizzato a sufficienza quello che è successo l’11 settembre”, risponde Ernesto Galli della Loggia. “Chi insiste a collegare gli attentati di Madrid all’intervento
    spagnolo in Iraq omette di ricordare che, l’11 settembre, l’America non era impegnata in alcuna guerra. L’attacco alle Torri e al Pentagono è stato un atto iniziale, non una risposta dettata da ragioni di autodifesa o di rappresaglia. Era un attacco contro l’esistenza stessa di un paese libero, di una democrazia che si batte in difesa dei diritti civili. Mirava a un simbolo, il simbolo
    del nostro modo di vivere”.
    " Da allora il terrorismo islamico ha colpito Bali, Djerba, Casablanca
    e Istanbul. “Al Qaida opera a largo raggio. Colpisce Stati islamici che considera vicini all’Occidente, come il Marocco e la Turchia, simboli dell’Occidente come Bali, simboli dell’ebraismo, come a Djerba. E oggi l’Europa, a cominciare da quella che si è più palesemente schierata dalla parte degli Stati Uniti. Ma ripeto, oggi la guerra in Iraq è solo un pretesto propagandistico. Il terrorismo non ha altra linea politica che terrorizzare. Distruggere il potere dell’avversario. Disintegrare e umiliare la sua statura politica attraverso il terrore. Cancellarne l’influenza all’esterno, in particolare nel mondo arabo, e umiliarlo. I crociati di cui parla Al Qaida siamo noi”.

    Che cosa cambia per l’Unione europea, ora che sembra essere il nuovo bersaglio del terrorismo?
    “Potrebbe assolvere la stessa funzione che ebbe l’Urss dal 1945 in poi. Una delle principali ragion d’essere della costruzione europea fu la presenza in Europa dell’Urss. Gli americani guardarono con favore all’Europa come a un baluardo contro l’Urss. Dissolta l’Urss, nell’alleanza tra Stati Uniti ed Europa sono iniziati i problemi. La presenza del terrorismo in Europa può cambiare le cose. Sinora molti hanno pensato che quella del terrorismo fosse una partita tra Stati Uniti e Islam. Adesso si potrebbe cominciare a scoprire che non può non influenzare i nostri rapporti con gli Usa. La guerra al terrorismo sottolinea le debolezze strategiche dell’Europa, perché si può vincere solo disponendo di un knowhow, di un’intelligence e di una capacità strategico-militare che l’Europa, oggi, è lungi dal possedere. Il terrorismo, dunque, potrebbe rafforzare l’autonomia europea o rinsaldare i legami di alleanza-dipendenza nei confronti degli Stati Uniti. Ma può anche aprire il problema del pacifismo, che per la sinistra europea era diventato un nuova forma portante di identità. Essere l’obiettivo del terrorismo islamico, infatti, mette in crisi l’ambigua centralità del concetto di pacifismo. Fa esplodere la contraddizione politica tra la sinistra ragionevole e la sinistra utopica”.

    “Frutto ultimo di un’avversione all’Occidente”
    Magari la lotta al terrorismo può portare a limitare le stesse libertà della democrazia, col ricorso alla forza. “Le democrazie possono restare tali anche ricorrendo alla forza. L’hanno fatto in Afghanistan. Certo, Guantanamo è un modo sbagliato di ricorrere alla forza. Ha un enorme impatto negativo e pochi vantaggi. Ma prima della forza c’è la politica. La prima cosa da fare, in paesi con una tradizione politica come la nostra, è opporre al terrorismo un fronte unitario”. Lei quindi è favorevole alla proposta di una manifestazione comune lanciata dall’Anci e raccolta dal segretario dei Ds Piero Fassino e da Silvio Berlusconi?
    “Sicuro. Anche se non si capisce che cosa voglia dire Bondi quando, secondo i giornali, sostiene: ‘A patto che sia contro il terrorismo ma anche contro ogni forma di violenza politica’. Prendere posizione insieme contro il terrorismo dimostra nel modo più evidente che nelle democrazie, per gli schieramenti politici, sono più importanti le cose in comune di quelle che dividono. La lotta al terrorismo è l’occasione in cui potrebbe finalmente emergere nel nostro paese un terreno condiviso. E questa è la premessa essenziale per la reciproca legittimazione degli attori in campo e per il loro tranquillo alternarsi al governo. Per questo la sinistra utopica la boicotta quando proclama: ‘In piazza con Forza Italia? Mai’. Sarebbe un grave errore se gli altri partiti del centro destra facessero altrettanto. La divergenza sia pure grave sulla guerra in Iraq riguarda i modi, non i principi. La sinistra che non intende scindere la protesta contro il terrorismo dalla protesta contro gli americani in Iraq, come fa Alfonso Pecorario Scanio, dimostra di non aver capito la natura del terrorismo.
    L’attentato di Madrid non è una rappresaglia per la guerra in Iraq.
    E’ il frutto ultimo di un’avversione all’Occidente che nasce dalle frustrazioni storiche di una parte del mondo".

    saluti

  5. #5
    Super Troll
    Data Registrazione
    13 Oct 2010
    Località
    cagliari
    Messaggi
    78,414
     Likes dati
    3,887
     Like avuti
    9,802
    Mentioned
    355 Post(s)
    Tagged
    7 Thread(s)

    Predefinito

    cazzate
    il terrorismo è comparso in occidente la prima volta con le olimpiadi di Monaco......
    da allora la politica imperialista occidentale lo ha fatto diventare planetario......... e i nostri leaders voglionom insistere con la stessa politica.....
    quindi prepariamoci al peggio se non riusciremo a far cambaire loro linea di condotta.... ma è difficile far loro perdere le ricche prebende che i soliti noti versano per assicurarsene i servizi.
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  6. #6
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Enfin

    Le Monde cambia idea: un segnale incoraggiante in Francia.
    L’editoriale di oggi del Monde, “Tragédie Européenne,” termina con il sentimento seguente: “Se la Francia non lo sapeva già, lo sa ora: l’Europa fa parte del campo di battaglia dell’iperterrorismo”.
    Segue questo stupefacente pezzo d’analisi in bianco e nero: “Ovviamente nulla, nessuna causa, nessun contesto, nessun presunto obiettivo politico, giustifica un terrorismo di questa portata” .

    E adesso ce lo dicono? Che fine hanno fatto tutte quelle sofisticate “aree grigie” europee?
    Con un pizzico di fortuna, sono perite tra le lamiere dei treni di Madrid.
    Ecco un’altra citazione aurea dal quotidiano francese:
    “Se la pista Al Qaida sarà confermata, gli europei dovranno ripensare la guerra al terrorismo, proprio come hanno fatto gli Stati Uniti dopo gli attentati del’11 settembre… L’11 marzo sortirà in Europa lo stesso effetto dell’11 settembre negli Stati Uniti?
    Dopo aver espresso spontaneamente la loro solidarietà agli americani, gli europei, distratti da altre forme di terrorismo, trovarono che gli americani si erano lasciati consumare dalla paranoia.
    Oggi gli europei scoprono non solo la loro vulnerabilità, ma anche che si trovano di fronte a un fenomeno nuovo, il terrorismo di massa.
    Come gli americani, potranno essere costretti ad ammettere che è stata dichiarata una nuova forma di guerra mondiale, non contro l’Islam, ma contro l’integralismo totalitario e violento.
    Che le democrazie mondiali si confrontano con la stessa minaccia e dovrebbero agire insieme, usando i mezzi militari e facendo allo stesso tempo una guerra per i propri ideali”.

    Una parola sola di commento: enfin.
    In qualche modo questa malvagità ridimensiona tutto, non è vero?
    Se si tratta dell’inizio di una campagna di terrore islamista in tutta Europa, allora assisteremo a una guerra culturale e militare su quel continente mai vista dopo l’ultima guerra mondiale.
    Possiamo solo sperare che questo non succeda, che siamo riusciti a tenere a bada Al Qaida.
    Se invece accade, speriamo comunque che le nazioni democratiche europee comincino a comprendere quel che da tanto tempo Tony Blair e George Bush denunciano come una realtà.
    La domanda non è se il terrorismo colpirà, ma se l’Occidente potrà restituire il colpo, tagliargli le unghie e sconfiggerlo.
    Ora tocca all’Europa. Forse adesso capiranno.



    Quando è minacciata, la democrazia si deve difendere […] A mio parere la democrazia deve difendersi e difendere i suoi valori con ogni mezzo, anche con il mezzo estremo e per le democrazie innaturale della guerra: e se necessario per evitar conseguenze peggiori, persino con la contraddizione della guerra preventiva, quando non esistano altri strumenti di protezione […] Per non cedere alla barbarie, la democrazia deve difendersi restando se stessa […] La risposta politico-militare in Afghanistan all’11
    settembre ha seguito questo percorso.
    La guerra in Iraq no. […] L’Occidente è l’insieme di Europa e Stati Uniti, ha bisogno delle due culture, che i terroristi vedono congiunte. […] la democrazia è il carattere fondamentale
    delle due civiltà […] gli Stati Uniti non possono procedere da soli […] Dall’altra parte l’Europa deve sapere che se il bersaglio è la democrazia occidentale nel suo insieme, non si può dimenticare l’America.
    […] E il movimento pacifista, per primo […] ha il dovere di assumere la condanna del terrorismo come priorità, facendo pesare la sua forza e i suoi ideali contro le bombe.
    Può essere scomodo dirlo, ma è inevitabile: parlare solo di pace, oggi, non basta più, perché la difesa della democrazia è il primo problema.
    C’è dunque bisogno di più Europa, per difendere la democrazia minacciata, e c’è bisogno di Occidente, nella libera alleanza (culturale e politica, ben più che militare) con gli Stati Uniti. Questa è l’unica risposta possibile alla strage di Madrid.
    E può essere data nello stesso tempo in cui si giudica un grave errore la guerra in Iraq e con la stessa convinzione con cui ci si batte per la sconfitta di Bush alle elezioni americane di novembre: senza alcun imbarazzo per l’opinione pubblica democratica dei nostri paesi, per le forze di sinistra, perché la democrazia si difenda a testa alta rendendola anche più giusta e credibile, sapendo che deve sempre legittimare se stessa”.

    Dall’editoriale di Ezio Mauro su Repubblica di domenica 14 marzo 2004, “L’attacco terrorista alla democrazia”.

    Su il Foglio di lunedì 15 marzo

    saluti

  7. #7
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Con il terrore tolleranza zero...

    ...ma con i musulmani tolleranza vera

    Al direttore – In attesa di conferme sulla responsabilità della strage a Madrid, occorre lanciare un appello alla calma.
    Se gli indizi rafforzeranno il sospetto della matrice islamica dell’attentato, è inutile illudersi.
    I più vulnerabili alla rabbia popolare saranno i musulmani che vivono in Europa.
    Il terreno oggi è tragicamente fertile per lo scatenarsi di violenze contro di loro. L’Europa deve alla sua tradizione intellettuale d’impedire un simile sviluppo, in particolare perché il suo comportamento ha spesso tradito nei fatti i valori difesi a parole. Ci sono già indicazioni di un’emergente intolleranza europea nei confronti dell’Islam, sempre più espressa, a livelli istituzionali, mediatici e popolari. La legislazione francese contro il velo ne è l’indizio più recente, ma ci sono anche i tentativi, in alcuni paesi, di rendere illegale la macellazione rituale di carne secondo i riti musulmani (ed ebraici), tentativi che hanno già prodotto leggi in Svezia, e la possibilità che anche la circoncisione (praticata da ebrei e musulmani) sia proibita al di fuori di ospedali e sotto anestesia.
    La crescita di partiti con propensioni anti-immigrati è espressione non solo di un estremismo politico sempre più popolare, ma anche di una diffusa ansia che genera sostegno per l’estremismo di personaggi come Jorg Haider e Jean-Marie Le Pen oltre i confini del loro elettorato. Non solo gli estremisti votano per loro, ma anche chi oggi teme che l’immigrazione principalmente musulmana verso l’Ue metta in crisi le già deboli basi dell’identità europea.
    La violenza a sfondo razziale, esemplificata dalle sommosse di Bradford nell’estate del 2001, preesisteva rispetto all’ancor debole presa di coscienza europea del problema terrorismo.
    E una rapida rilettura del dibattito italiano sul crocifisso metterebbe a nudo quanto vicina sia oggi l’opinione pubblica alla saturazione. La convivenza è fragile. Le periferie parigine, i quartieri dormitorio di Amsterdam e Bruxelles, sono serbatoi di frustrazione: la promessa d’integrazione europea si ferma alle sue radici cristiane, e l’esperienza musulmana in Europa non fa onore all’impegno multiculturale espresso dai suoi leader.
    Un esempio? Il panico di fronte al possibile ingresso nella comunità della Turchia, la cui disponibilità a fare tutti gli aggiustamenti legislativi necessari per superare le barriere dell’Ue non basta ad aprirle le porte dell’Europa.
    I turchi, anche se nessuno lo dice apertamente, rimangono saraceni.
    E questo a molti europei fa paura.
    La tensione era già abbastanza forte prima dell’11 marzo. Ora bisogna riconoscere il potenziale pericolo della constatazione che dietro la carneficina c’è il terrorismo islamista.
    Accanto alle implicazioni operative, legislative, politiche e internazionali, va subito riconosciuta come centrale la questione del successo di un’Europa multinazionale e multiculturale, capace di promuovere all’interno dei suoi confini tolleranza e rispetto per gli altri.
    Queste regole esigono la reciprocità: ogni comunità e ogni minoranza devono impegnarsi a rispettarle.
    Nel caso dei musulmani, molti dei quali venuti in Europa in cerca di libertà, è nel loro interesse denunciare gli estremisti che si nascondono tra loro e diffondono, con toni sempre più minacciosi, il loro messaggio d’odio, facendosi scudo dei passaporti europei e delle leggi liberali che regolano l’immigrazione.
    Dai loro leader è giusto aspettarsi denunce e, in certi casi, la fine dell’ambiguità.
    Non perché debbano farsi perdonare qualcosa di cui non sono responsabili, ma perché è loro interesse riconoscere che il terrorismo a matrice islamica minaccia l’Europa, quindi anche loro e la loro speranza di integrazione in una società tollerante. L’Europa istituzionale deve stare in guardia.
    La lotta al terrorismo metterà a dura prova lo Stato di diritto, costringendone l’occasionale sospensione in certe aree per poter meglio combattere una minaccia che richiede ben più di quanto occorra per lottare contro il crimine.
    Tra le sfide, c’è quella di tutelare le comunità musulmane.

    Emanuele Ottolenghi su il Foglio di lunedì 15 marzo

    saluti

  8. #8
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Il patto....

    ...antiterrorismo

    La proposta di un patto antiterrorismo, formulata dal presidente del Consiglio nell’intervista che pubblichiamo in apertura del giornale, nasce da considerazioni evidenti di per sé.
    Se è vero che il terrorismo internazionale non colpisce più soltanto gli Stati Uniti, Israele, alcuni paesi arabi moderati o regioni del mondo islamico da destabilizzare, le cose per noi europei e per noi italiani cambiano.
    Se è vero che sono sbarcati, oggi in Spagna domani in Italia (o a Londra o a Parigi o a Berlino), bisogna innalzare il livello della risposta politica e della cooperazione repressiva e di intelligence. I due livelli sono interdipendenti, perché senza l’unità nei singoli paesi e senza una ricucitura solidale delle divisioni nate prima della guerra irachena tra le nazioni europee, e tra un pezzo d’Europa e l’America, l’azione di contrasto al terrorismo è più debole.
    Il loro interesse strategico è dividere l’Europa dagli Stati Uniti, il loro obiettivo è ricattare con la paura e dividere l’opinione pubblica europea, la loro speranza è che a forza di morti ammazzati questo o quel governo si pieghi all’angoscia e ripieghi, si rassegni, si arrenda alla tentazione di un patto non contro il terrorismo bensì con il terrorismo.
    Il nostro interesse strategico comune, il nostro obiettivo e la nostra speranza sono l’esatto opposto della loro.
    Di qui nasce l’esigenza non astratta, non retorica, di una nuova alleanza contro un nemico comune, un patto che faccia salva l’identità di ciascuno insieme con le condizioni di una rigorosa lotta politica, nel segno dell’alternanza al governo di forze diverse, che è requisito indispensabile di una sana democrazia.
    Ci sono segnali seri di ripensamento nell’opinione pubblica europea. L’editoriale del direttore di Repubblica di ieri, sulla scia di un analogo pronunciamento del Monde di Parigi, è una felice novità. Coloro che hanno legittimamente sostenuto le ragioni contrarie alla guerra in Iraq, ma che hanno anche fatto pericolosamente da veicolo alle idee di tutto l’arco pacifista, comprese quelle più estreme degli appeaser o degli antiamericani, tornano adesso a considerare le ragioni degli altri, di quelli che l’ideologo del fanatismo pseudo umanitario Gino Strada definisce i “delinquenti politici”.
    E’ l’Occidente che è sotto attacco, c’è una questione chiara di scontro tra civiltà, non si può escludere né la guerra né la guerra preventiva dall’orizzonte di questo inizio del nuovo secolo. L’analisi dei neoliberal, che in alcuni punti coincide con quella dei neoconservatori, se ne distacca poi su questioni importanti, come la valutazione di quel che è oggi il multipolarismo, sul significato del diritto e della legittimità internazionale nell’agire politico e militare degli Stati, sulla preoccupazione per una democrazia che deve sempre rimanere se stessa, e in una dura polemica sulla questione delle armi di distruzione di massa. Ma la conclusione è la stessa: la democrazia occidentale deve difendersi e contrattaccare, non esiste democrazia occidentale senza l’unità euro-atlantica.

    Il punto di partenza
    Di qui si dovrebbe partire nella scrittura di una dichiarazione comune contro il terrorismo, che si proponga di eliminare dal campo di battaglia della democrazia, che è un confronto anche duro ma corretto tra avversari, l’ombra del nemico che intende dividere e spaventare tutti, annullando il gioco stesso e le sue regole.
    Non è un percorso facile.
    Gli spagnoli, in relazione al terrorismo nazionalista e separatista basco, erano arrivati a stringere un patto di ferro, che ha perfino previsto la messa fuorilegge del braccio politico dell’Eta.
    Ma alla prova crudele del bombardamento dei treni dei pendolari, dopo una giornata di clamorosa manifestazione di unità costituzionale e popolare, quel patto ha scricchiolato, e la tendenza faziosa a usare i tragici simboli del terrore dentro i confini della battaglia politica ed elettorale è riemersa con prepotenza, fino alla polemica sulla gestione delle notizie investigative da parte del governo Aznar e alle proteste illegali, nella nottata precedente il voto, dei settori militanti più estremi della sinistra iberica.
    Se in politica si praticassero solo le vie più facili, la politica non varrebbe due soldi. E per paradosso l’Italia, che oggi è il paese politicamente e antropologicamente più diviso d’Europa, con un sistema istituzionale in transizione dopo le ferite degli anni Novanta, può farcela a trovare un punto di unità democratica almeno su questa decisiva questione che riguarda la sicurezza e la difesa del nostro modello di civiltà politica.
    Come ha detto Piero Fassino, il segretario dei Ds, negli anni Settanta l’Italia liquidò con l’unità costituzionale il più vasto, duraturo e ramificato fenomeno di terrorismo politico della sua storia.
    Queste cose bisognerebbe scrivere dunque in una dichiarazione comune, sapendo che ciascuno dei contraenti il patto deve rinunciare a una parte del proprio bagaglio ideologico e alle tentazioni della propaganda di più basso conio.
    Il punto di partenza è il riconoscimento del fatto che le divisioni sulla guerra sono superate, che si può lavorare di comune accordo per la ricostruzione della democrazia in Iraq con la partecipazione dell’Onu, che l’Europa deve riprendere l’iniziativa autonoma e avanzare una sua proposta di impegno comune con gli Stati Uniti sulla pace e la democrazia in Medio Oriente.
    Alcuni segni vanno in questa direzione.
    Chi farà finta di non vederli si assumerà una truce responsabilità.

    Giuliano Ferrara su il Foglio di lunedì 15 marzo

    saluti

  9. #9
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Panebianco ragiona sul voto....

    ....spagnolo e sull'Europa senza guida stabile e forte

    Roma. “E’ la prima volta che un atto terroristico ottiene in pieno quello che i suoi autori si proponevano. Le ultime vicende spagnole dimostrano, senza ombra di dubbio, che la strategia del massacro paga, almeno per ora”.
    Il politologo Angelo Panebianco, che sul Corriere della Sera di ieri evocava lo spettro di Monaco 1938, dice al Foglio “che dai fatti di Madrid in poi, purtroppo, le democrazie europee dovranno tener conto dell’ingresso di un altro attore nel gioco politico”.
    Ma più che di Occidente stanco di guerra, quella vittoria socialista patrocinata da al Qaida gli appare come sintomo
    “dell’invecchiamento dell’Europa, che è sfinita proprio perché è fatta in larga parte di anziani. E una società che invecchia non ha più il nerbo e la vitalità per reagire alle sfide di una società giovane. Naturalmente, quando parlo di perdita di vitalità e d’invecchiamento, non voglio fare determinismo biologico. Dico che si tratta di un dato di fondo da considerare”.
    Detto questo, Panebianco crede che la difficoltà dell’Europa, e la sua incapacità di rispondere a tono alla sfida terroristica, se sono state pesantemente evidenziate in occasione della guerra in Iraq e nelle emergenze successive, arrivano in realtà da più lontano: “Il motivo di fondo è che è successo qualcosa alla Germania, qualcosa che le ha impedito di assumere il ruolo di guida al quale era naturalmente candidata.
    Ai francesi, si sa, interessa fare business e dimostrare un po’ di grandeur, mentre la Germania non è disponibile ad avere un ruolo di leadership, né è in grado di svolgerlo.
    Non sul piano economico, perché non è più la locomotiva d’Europa, e neanche sul piano politico. Se la Germania avesse invece preso in mano i destini dell’Europa, penso che oggi le cose andrebbero molto diversamente. Ma sembrano preistoria le grandi paure degli inglesi e dei francesi, all’epoca dell’unificazione tedesca, nei confronti della resurrezione di un ‘impero’ germanico, e di una sua egemonia impossibile da contrastare. Era vero l’esatto contrario”.
    Un eccesso di memoria bellica, di repulsione per un ruolo imperiale che aveva portato tanti lutti e il disastro della Seconda guerra mondiale?
    “Non sono in grado di decifrare e di valutare i motivi di questa mancata assunzione di leadership, ma penso che sia quella la radice della difficoltà che ci troviamo ad affrontare. Cosa succederà all’Europa, nel momento in cui lo Stato che dovrebbe naturalmente assumerne la guida viene meno a questa funzione e a questo ruolo? Siamo immersi in questo problema, che rende tutto estremamente più complicato e più confuso. Anche i discorsi che si fanno su un rapporto meno squilibrato con gli Stati Uniti, su una partnership più paritaria, restano chiacchiere, se non si sostanziano in un’unione che, guidata dalla Germania, può dare all’Europa una missione. E ormai è chiaro che il primo aspetto, la prima dimensione di questa missione non può che riguardare le strategie per fronteggiare una minaccia che accomuna tutto l’Occidente, noi e gli Stati Uniti”.

    “Di quanti morti abbiamo bisogno?”
    Ma proprio perché si è chiamato fuori dall’impegno in Iraq, nel 2002 uno Schroeder dato già per perdente è riuscito a rimontare e a vincere le elezioni:
    “Certo, Schroeder ha vinto perché ha interpretato benissimo i sentimenti della Germania, e ha assecondato l’orientamento del ‘lasciateci in pace’, che è anche, palesemente, quello della maggioranza delle opinioni pubbliche in Europa. Dopodiché, per fortuna, le società hanno risorse insperate. Il punto è capire di quanti morti ha bisogno l’Europa per riprendersi dalla sua stanchezza, dalla sua voglia di essere ‘lasciata in pace’, dal suo bisogno di rimozione dell’idea del nemico, di una guerra che arriva nelle nostre città. Gli europei non vogliono vedere un nemico perché è troppo spaventoso, e perché agisce in casa. E poi ci sono grandi differenze, nella percezione del pericolo, tra i paesi coinvolti nell’intervento in Iraq e gli altri. I francesi ora hanno più paura a causa della legge sulla laicità, mentre i tedeschi non sembrano essere troppo preoccupati. L’Europa è divisa, e molti europei pensano che l’unico modo per non avere guai è tirarsi fuori dalla lotta al terrorismo. Ma la vera, terribile domanda da farsi è: quante aggressioni ancora sarà disposta a subire l’Europa, prima di arrivare a dire che non ci sta, prima di arrivare ad ammettere che la guerra è già in atto e che riguarda tutti?”. Per ora, comunque, l’unico programma politico vincente e premiato elettoralmente, all’interno delle società europee, sembra essere la pace senza se e senza ma. Si pagano così anche i cincischiamenti degli otto mesi che hanno preceduto la guerra, quando i governi che volevano l’intervento contro Saddam cercavano un consenso di massa impossibile da ottenere?
    Secondo Panebianco, “non dobbiamo dimenticare fino a che punto la decisione di muovere guerra all’Iraq abbia messo a durissima prova tutti. Anche chi, come me, era a favore dell’intervento, riconosceva tuttavia l’esistenza di ragioni nelle posizioni di chi temeva che si andasse a sollevare un vespaio.
    In Iraq è stata giocata una scommessa sicuramente molto azzardata: l’idea che impiantare la democrazia avrebbe prosciugato l’acqua in cui nuota il terrorismo di al Qaida. Un disegno a tavolino che, come è logico che sia, si è incontrato con i mille ostacoli che pone la storia vera. E’ stata una prova molto difficile per l’Europa, anche perché è con l’Iraq che si è sentita, per la prima volta dopo decenni, sul fronte di guerra. Non ci si era sentita con l’11 settembre, anche se certamente aveva dato il suo contributo in Afghanistan. Ma quei teatri di guerra erano lontani. L’intervento in Iraq aumentava invece l’esposizione europea al rischio. Era logico che si arrivasse a divisioni.
    Ripeto: nel momento in cui il paese che doveva essere la guida
    dell’Europa si chiama fuori, finisce per svuotare politicamente
    l’Europa stessa.
    Anche per questo c’è qualcosa di surreale, nei discorsi sulla Costituzione europea o sulla necessità di un ministro degli Esteri dell’Unione.
    Tutto giusto, ma se non c’è la volontà di avere una vera politica estera, il ministro comune rimane un manichino”.
    Nella “resa” spagnola i media hanno giocato un ruolo importante. Non solo in Spagna, sembra più facile cavalcare la tesi che accusa i governi della coalizione di aver attirato la collera dei barbari sulle popolazioni.
    “I media non vanno mai contro l’opinione pubblica. E perché dovrebbero? Se l’opinione pubblica spagnola è al 90 per cento contro l’impegno in Iraq, i media diranno tutto quello che quel 90 per cento vuol sentirsi dire. Ma non esagererei il ruolo dei media. Credo, comunque, che nello specifico della vicenda spagnola, Aznar abbia commesso errori di incredibile ingenuità, come può succedere anche a politici navigatissimi.
    Quegli errori hanno consentito a media malevoli, impegnati ad assecondare un’opinione pubblica contraria alla guerra, di attaccarlo e di farlo in modo esagerato. La lezione è chiara: quello che appare conta più di quel che è. Kennedy nel 1960 vinse contro Nixon per pochi voti, e tutti commentarono che era stato grazie al potere della televisione, perché Kennedy era più telegenico e disinvolto di Nixon. Magari non è vero, ma il fatto che tutti l’abbiano creduto ha rafforzato enormemente il potere della televisione in politica. Può darsi che, in barba ai sondaggi, i socialisti spagnoli avrebbero vinto comunque. Si era prodotta una frattura grave tra il governo e la popolazione, anche se il primo recuperava consensi grazie ai successi in politica economica. Ma ora quello che conta è quel che appare. E anche da lì nascono una serie di effetti, compresi certi riaggiustamenti italiani delle ultime ore”.

    su il Foglio di mercoledì 17 marzo

    saluti

 

 

Discussioni Simili

  1. Garibaldi:opinioni a confronto
    Di L'idraulico (POL) nel forum Destra Radicale
    Risposte: 111
    Ultimo Messaggio: 26-05-08, 08:01
  2. Modernismo: due opinioni a confronto
    Di Mappo nel forum Cattolici
    Risposte: 14
    Ultimo Messaggio: 15-01-08, 22:20
  3. Opinioni a confronto....
    Di T34 nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 27
    Ultimo Messaggio: 18-08-05, 19:08
  4. Due opinioni a confronto
    Di MrBojangles nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 17-10-03, 23:34
  5. Riformare la Costituzione - Opinioni a confronto
    Di Österreicher nel forum Centrodestra Italiano
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 20-09-03, 13:03

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito