a prossima settimana verrà varato il decreto salva calcio. Polemiche e disaccordi a parte, ecco i motivi per cui lo Stato è obbligato a intervenire. Ma che cosa prevede questa nuova soluzione osteggiata da molti ma tanto agognata da società e addetti ai lavori?
MILANO - Non piace a nessuno ma sarà il passo obbligato da compiere per salvare un calcio sempre piu' alla deriva.
Con buona pace dei francesi che hanno gridato allo scandalo 'all'italiana' su Le Monde, lo Stato darà una mano al nostro calcio.
Con buona pace anche di chi pensa che questa scelta sia l'ennesimo aiuto da parte dello Stato (e dei contribuenti) per mantenere in vita una struttura che ha delapidato centinaia di migliaia di vecchie lire nel corso dell'ultimo decennio.
Il decreto salva-calcio, si farà e si farà subito: lunedì la maggioranza troverà, quasi magicamente, l'accordo.
Purtroppo, è l'unica/ultima strada da percorrere perchè le società calcistiche non vadano definitivamente in mano a magnati stranieri (con l'arrivo di capitali esteri ma anche di ingerenze sociopolitiche invise dallo stesso Stato) o perchè molti club, anche prestigiosi, non chiudano pian piano i battenti.
Franco Carraro ha provato in ogni modo a mascherare questo intervento statale, dipingendolo come un atto dovuto da chi, da anni, dal calcio ha sempre ricevuto soldi in abbondanza o dipingendolo come la buona azione dell'accorto creditore che mette in condizione i propri debitore a pagare gli arretrati cumulati.
Ma lo stesso Carraro, non ha convinto nessuno: il salva-calcio è una costrizione alla quale si è giunti per avere procrastinato, per l'ennesima volta, interventi che potevano essere compiuti già mesi fa, in tempi non sospetti.
Che piaccia o no, il decreto, si deve fare.
Ecco, dunque, i contenuti e, soprattutto, il motivo di tanta fretta in questi concitati giorni di fine marzo.
In pratica, ci sarebbe la rateizzazione del debito fiscale in cinque anni con pagamento degli interessi.
Questo è il punto cruciale.
In cambio lo Stato chiede al calcio alcuni aspetti che sono inseriti nello stesso decreto:
- la riduzione degli ingaggi ai giocatori
- l'istituzione di un Salary Cup, ovvero un tetto oltre al quale non si possono investire i propri fondi societari, pari al 60 per cento dei ricavi
- anche le rose dei giocatori verranno calmierate, con un massimo di 25 unità tranne per le squadre che sono impegnate nelle Coppe europee.
C'e' anche una richiesta di cambiare la struttura dei club e la posizione dei giocatori.
Le società non saranno più Spa e verrà abolito lo scopo di lucro, mentre i calciatori da lavoratori dipendenti passeranno a lavoratori autonomi con il versamento diretto delle imposte.
Questo il contenuto, adesso le tempistiche.
Molti vorrebbero avere più tempo per poter ragionare sulla stessa natura del salva-calcio ma di tempo non ce n'è: entro fine mese bisogna presentare tutti i parametri per ottenere l¿iscrizione alle Coppe e una delle condizioni UEFA è il versamento delle ritenute Irpef o la rateizzazione dei pagamenti in virtù di accordi con l'Erario.
Quindi, se non venisse approvato il decreto, l'esclusione dalle competizioni europee vorrebbe significare per molte società, il fallimento quasi immediato.
Piu' che una proposta è un obbligo. Che piaccia o non piaccia, il decreto si fara'.




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