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    La famosa artista idolo delle folle :" si figuri che uno ha addirittura scritto che avrei dovuto investire i MIEI soldi comprando un bar! Io!!!! La barista!!!!"

  2. #2
    Kalki
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    Ottima segnalazione, un peccato non riportare l'articolo integralmente:



    il manifesto - 14 Marzo 2004

    CONTRORDINE
    A lezione con il telecomando
    ALESSANDRO ROBECCHI

    Ma tu guarda come va il mondo. Qui finisce che Silvio ce lo faremo spiegare da una adolescente dell'Ohio, Crudelia Moratti da un teenager della Georgia. Dopo il tam-tam mediatico e l'overdose tele-radiofonica del premier e il monologo-vespasiano in seconda serata, la riforma della scuola finisce che ce la spiegano le cronache Usa - avamposto del liberismo - più che l'accalorato eloquio del liftato. Già, perché Silvio l'ha buttata lì senza parere, quasi en passant: Nelle ore di refezione, a scuola, si potrà guardare alla tivù un divertente programma televisivo per imparare l'inglese. Ecco sdoganata la tivù anche nelle scuole, la tivù come educatore, la tivù-supplente. La tivù. Per informazioni si può chiedere a Carlotta Maurer, 14 anni (nel 2001), studentessa di una scuola dell'Ohio, che per il rifiuto di guardare la tivù a scuola, nelle ore di lezione, è finita addirittura in galera. Storia poco edificante, ma vera. Perché negli Usa - come vanta il sito di Channel One -12mila scuole pubbliche (350mila classi, un totale di 8 milioni di alunni dai 6 ai 14 anni) si «formano» assistendo nelle ore di lezione al telegiornale per ragazzi prodotto dal Network «educativo» privato. Ogni dieci minuti di «lezione», due minuti di pubblicità, un affarone per le scuole (un telecomando costa pur sempre meno di un docente) e per il Network (otto milioni di spettatori obbligati sono un bel pacco di dollari di spot); un furto di sapere e dignità per i bimbi ipnotizzati dalla tivù. Fu così che Carlotta Maurer, 14 anni, fece il suo gesto di ribellione, uscendo dall'aula una bella mattina, dicendo che a vedere la tivù e a chiamare tutto questo scuola non ci stava. Grande preoccupazione delle gerarchie dell'istituto, allarme per il ribellismo adolescente e misure drastiche: un po' per ammonimento e un po' per punizione, Carlotta passò la giornata al Wood County Juvenile Detention Center, riformatorio della contea, insomma in galera.
    Inutile dire che Carlotta è diventata una specie di simbolo, la punta di lancia della protesta, un «caso clamoroso». Per quanto, a dirla tutta, sembra un «caso» ancor più clamoroso e terrificante che otto milioni di marmocchi americani della scuola pubblica (quel che ne resta) siano educati dalla tivù. Tornando a casa nostra, non si fatica a capire che il maggior beneficiario del mercato pubblicitario - incidentalmente anche capo del governo - sia favorevole alla televisione che insegna l'inglese (e l'impresa? E l'informatica? Si torna sempre alle tre I di Berlusconi: I soldi, I soldi, I soldi).

    Ma il problema liberista con la scuola pubblica è proprio questo: è una cosa che deve dare, e non prende niente. Eppure la scuola di cose da vendere ne ha. Per esempio - come spiegano i pubblicitari americani - ha un bene inestimabile: l'accesso agli studenti. Un mercato interessante, immenso, un prorompente serbatoio di consumi. Diciamo la verità: nel clima attuale di smantellamento generalizzato del pubblico, qualcuno si scandalizzerebbe se una grande impresa donasse computer a una scuola? Se sul tappetino del mouse ci fosse il nome del gentile sponsor? Se il libro di testo te lo regalano, puoi sopportare che in copertina ci sia la pubblicità dei fiocchi d'avena, o le facce delle star di Fox tv? Se con i tuoi ditini incerti impari a contare due più due, ti secca proprio farlo con le caramelle Tootsie Roll? Esilarante il caso di bibite e merendine: piani decennali consentono alle scuole di incassare milioni di dollari assicurando la distribuzione di coca-cola. Contratti che contemplano anche sostanziosi bonus in caso di incremento delle vendite, per cui si assiste allo spettacolo di presidi e professori che caldeggiano l'uso di bibite gassate, anche in classe, che piazzano meglio i distributori, che ammaestrano gli alunni a un filo-aziendalismo sospeso tra il ridicolo e il talebano. Anche questa piaga ha il suo piccolo eroe, ovvio. Mike Cameron, 17 anni (nel `98) decise che non era per niente contento di celebrare al suo liceo - la Greenbrier High School di Evans, in Georgia - il coke-day, la giornata dedicata allo sponsor, in cui tutti, studenti e insegnanti, cantano le lodi delle bollicine che cacciano i soldi per la scuola. E' una cosa che fa un po' Corea del Nord, se ci pensate, e Mike non ci sta, va a scuola con una maglietta della Pepsi e viene espulso. Un caso da manuale su come rendere privata la scuola pubblica. Un manuale che forse Silvio & Crudelia hanno studiato per bene.

 

 

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