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    Post LA LEVA MILITARE Un'invenzione giacobina nemica della Tradizione

    Perché fare il soldato deve tornare ad essere un mestiere



    di LUCIANO GARIBALDI
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    COSA FECE SCATTARE LA RIBELLIONE DELLA VANDEA
    Di fronte alla minaccia rappresentata dalla Coalizione antifrancese che minacciava di invadere il territorio nazionale, l'Assemblea costituente varò, il 26 marzo 1791, la prima legge sulla leva obbligatoria. Poiché l'Armata repubblicana non poteva contare che su 100.000 volontari, ne furono giudicati necessari altri 150.000 e i gendarmi furono incaricati di levarli alle famiglie (da cui la parola "levée", che deriva, appunto, dal verbo "lever", levare) nelle città e nelle campagne tra i ragazzi di età compresa tra i 20 e i 25 anni. Non fu che la prima di una serie di leggi che, nel giro di pochi mesi, obbligarono tutti i giovani francesi a presentarsi nelle caserme per essere addestrati all'uso delle armi e al combattimento.
    Il 24 luglio 1792, di fronte alle batoste dell'Armata ai confini con la Germania, il Parlamento (divenuto nel frattempo Assemblea legislativa) emanò una legge che abbassava a 16 anni l'età della leva. E fu a questo punto che la Vandea si ribellò. Il primo assalto popolare ai poliziotti inviati da Parigi che perquisivano le abitazioni per scovare i giovinetti renitenti alla leva e trascinarli al fronte avvenne a Cholet, capitale della Vandea, nel marzo 1793. Parigi reagì con estrema durezza.
    In realtà, i giovani vandeani non si dichiarano renitenti per vigliaccheria, non disertano perché hanno paura di morire al fronte, bensì perché non sopportano più la spocchia e la prepotenza dei "rivoluzionari" venuti da Parigi a insegnare la "virtù" al colto e all'inclita. Mentre Bordeaux, Marsiglia, Tolone, Caen e la Normandia insorgono, agl'inizi del 1793, in nome del federalismo, e Lione in nome della monarchia, la Vandea insorge dunque per difendere il diritto dei figli di vivere assieme ai propri genitori e di non andare a morire per una guerra che non è sentita. Infatti, anche se, da lì a poche settimane, sul vessillo bianco delle armate vandeane campeggeranno le parole "Dieu et le Roi" (Dio e il Re), la Vandea non esplode dopo il 21 gennaio, data dell'esecuzione del re Luigi XVI, bensì quasi due mesi dopo. La miccia che accende la rivolta è infatti, come abbiamo visto, la leva decretata da Parigi.
    NELL'ARMATA BIANCA I GENERALI VENGONO ELETTI DAI SOLDATI
    L'armata bianca che si forma spontaneamente nei villaggi e nelle campagne raggiunge ben presto circa 40.000 effettivi. I vari comandanti eleggono il "generalissimo". I "generalissimi" della Vandea furono, nell'ordine, Cathelineau, d'Elbée e La Rochejacquelein, quest'ultimo appena ventenne e autore della famosa frase: "Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi, se muoio vendicatemi", poi, più di un secolo dopo, fatta propria da Mussolini.
    La prima, grande vittoria dei vandeani è la presa di Saumur, il 9 giugno 1793, cui fa seguito il lungo ma vano assedio di Nantes, durante il quale trova la morte il "generalissimo" Cathelineau. In linea di massima, mentre i vandeani non fanno prigionieri, nel senso che lasciano liberi i soldati "blu" catturati, questi ultimi non fanno prigionieri nel senso che uccidono, e quasi sempre dopo atroci torture, i vandeani che si sono arresi.
    Il primo agosto 1793, sotto la dittatura di Robespierre, la Convenzione decreta "la distruzione della Vandea". Ai primi di settembre giunge in Vandea l'"Armata di Magonza" (generali Kléber e Marceau), forte di 30.000 uomini, artiglierie pesanti e leggere, cavalleria. L'Armata, che avrebbe dovuto fronteggiare la Coalizione antifrancese, diviene libera di dedicarsi alla repressione della rivolta a causa delle esitazioni e della mancanza di grinta del generale Brunswick, comandante delle truppe monarchiche europee, il quale, anziché contrattaccare i vincitori di Valmy, esita per mesi e lascia loro tutto il tempo occorrente per massacrare i vandeani.
    Frattanto, a Parigi, il Parlamento, che adesso ha assunto il nome di Convenzione, vara l'ultima delle leggi sulla leva obbligatoria, la legge 23 agosto 1793, che decreta la "levée en masse", la "leva in massa". Cioè, tutti i cittadini, maschi e femmine, di età compresa tra i 16 e i 60 anni, sono mobilitati per far fronte al nemico interno (la Vandea e la Bretagna, che, nel frattempo, ne ha seguìto l'esempio) ed esterno (la Coalizione monarchica d'Europa). La stessa cosa (con un "decreto del Führer" praticamente identico) farà Hitler nel 1944.
    Al fronte vanno i coscritti maschi e celibi. Gli sposati sono incaricati di trasportare armi e sussistenza. Le donne servono nelle tendopoli e negli ospedali. Gli anziani "predicheranno nelle piazze e nelle chiese l'odio verso i re" (così recita testualmente la legge che, nella premessa, afferma: "Da oggi e fino al momento in cui i nemici saranno cacciati dal territorio della Repubblica, tutti i francesi sono requisiti in permanenza per il servizio militare"). La legge è stata scritta e appassionatamente illustrata dal deputato Barère. Inizialmente Robespierre era contrario, bastandogli "inasprire le punizioni per i traditori", che, nel suo linguaggio, significava far cadere sotto la lama qualche decina di migliaia di teste in più del previsto. Ma alla fine anch'egli aderì alla proposta Barère (quest'ultimo morirà sulla ghigliottina assieme al suo capo).
    IN POCHI MESI SI CONSUMA L'EROISMO DEI CONTRORIVOLUZIONARI
    Il 17 ottobre, in Vandea, ha luogo la battaglia di Cholet, nella quale trova la morte il "generalissimo" d'Elbée. L'armata bianca, ora guidata da La Rochejacquelein, compie la spettacolosa ritirata strategica su Granville, in Normandia, nella speranza di contattare le navi inglesi che pattugliano la Manica e ottenere l'aiuto necessario per puntare su Parigi. Con il giovanissimo comandante, che va all'assalto con un fazzoletto rosso annodato al collo in segno di temeraria sfida al nemico, si muovono quasi 80.000 persone, di cui solo 40.000 armati: il resto sono mogli e figli dei combattenti. Ma gli inglesi non danno l'aiuto sperato.
    Il 14 novembre, La Rochejacquelein torna verso la Vandea sconfiggendo, lungo la strada, numerose colonne "rivoluzionarie", ma il 4 dicembre subisce una dura batosta ad Angers. Ripiega allora su Le Mans, nelle cui strade si compie la prima, terribile carneficina dei vandeani: 10.000 morti. I resti dell'armata bianca trovano rifugio nella foresta di Savenay, dove sono raggiunti e massacrati dalle truppe fresche affluite da Parigi: nei giorni immediatamente precedenti al Natale 1793, con acme il giorno 23, vengono trucidati 70.000 vandeani, tra uomini, donne e bambini. Mentre La Rochejacquelein muore eroicamente, dopo aver ricevuto la Comunione e l'Estrema Unzione da un prete "refrattario" (refrattari sono detti, dai giornali di Parigi, i preti che, ubbidendo a un ordine del Papa, hanno rifiutato di giurare fedeltà alla Costituzione repubblicana), si salvano Charette e Stofflet, che, con gruppi sparsi di superstiti, riparano a Nord della Loira e nel Marais. Saranno loro, nel 1795, a costringere il generale Lazare Hoche, inviato dai Termidoriani, a trattare e firmare un armistizio che permette ai vandeani di ricostruire le loro chiese (erano state tutte distrutte) e ai preti "refrattari" di riprendere le loro funzioni.
    E SUI RIBELLI ALLA LEVA DI MASSA SI ABBATTE LA VENDETTA DI ROBESPIERRE
    La vendetta di Robespierre e della sinistra, dopo la tragedia di Savenay, non si era fatta attendere. Come, nel Novecento, sarà tipico degli eserciti comunisti, i "blu" avevano infierito sugli sconfitti soprattutto dopo che questi ultimi si erano arresi. Tra le "noyades" (gli annegamenti) nella Loira organizzati da Carrier, e la sistematica opera di sterminio portata a termine, a partire dal gennaio 1794, dalle "colonne infernali" di Turreau, i morti furono, fino al luglio '94, non meno di 200.000 (anche se il professor Reynald Secher, della Sorbona, li calcola in 600.000), da aggiungersi ai 100.000 già caduti durante la guerra, mentre tutti i boschi, le città, i paesi e financo i borghi di campagna furono incendiati e rasi al suolo. È quindi anche per le dimensioni spaventose del massacro, il primo, autentico genocidio della storia, che la Vandea riveste un ruolo tanto fondamentale nella storia contemporanea.
    Di esso ha dato un'agghiacciante, scabra descrizione Rino Cammilleri nel suo libro "I mostri della Ragione" (Edizioni Ares): "Fucilare quasi due milioni di persone costava cifre astronomiche in pallottole. Si pensò di spaccare le teste col calcio dei fucili, ma, dopo un certo numero di teste, i fucili avevano la tendenza a esplodere. Le sciabole e le baionette perdevano il filo. Si provò ad avvelenare i fiumi con l'arsenico, ma l'acqua portava il veleno ben oltre i confini della rivolta. Un farmacista fu incaricato di approntare dei gas venefici. Ma anche qui era il vento a orientare spesso gli effluvi verso direzioni indesiderate. Il generale Santerre cominciò a minare il territorio, ma le mine esplodevano anche sotto i "blu". (...) Alla fine fu optato per il cannone (si chiudevano le vittime in un edificio, in genere la chiesa, e si abbatteva il tutto a cannonate) e i forni. Quest'ultimo sistema permetteva il riutilizzo del grasso dei cadaveri, utile per gli ospedali e per i fucili, e della pelle, tolta in precedenza (all'esercito scarseggiavano gli stivali: l'idea fu di Saint-Just). Ancora oggi al museo di Nantes si può ammirare una pelle di vandeano, debitamente conciata".
    Oggi non vi sono più chiese del 1700 e dei secoli precedenti, in Vandea. Eppure erano bellissime. Come abbiamo visto, furono tutte distrutte dalle "colonne infernali" di Turreau, tra il gennaio e il luglio 1794. Oggi, in Vandea, le chiese sono tutte brutte: enormi edifici spogli costruiti nell'Ottocento. Il contributo di vittime e di sofferenze che la Vandea ha dovuto pagare alla Rivoluzione è enorme.


    [Data pubblicazione: 23/03/2004]
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #2
    AUTODIFESA ETNICA TOTALE!
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    Anch'io in teoria, prediligerei un esercito costituito di professionisti. Anzi parlerei di un vero e proprio ceto militare, perchè sono convinto che l'attività della guerra sia particolare rispetto a tutte le altre e che porti alla formazione di un'etica "guerriera" del tutto diversa dalle attività pacifiche, con un proprio codice e determinati valori. É inevitabile, perchè essere pronti a dare e/o ricevere la morte ogni giorno è una cosa molto seria.

    Tuttavia mi rendo conto che questo è un retaggio delle aristocrazie militari europee, perfettamente inserite in società gerarchiche molto diverse da quelle di oggi, ormai scomparse.
    Adesso parlare di professionismo non c'entra niente con un ipotetico ordine dei bellatores, ma rischia di dar luogo ad un blocco di semi-mercenari dalle dubbie motivazioni. Inoltre c'è il rischio di ritrovarci degli stranieri nei contingenti.
    Se non altro la leva militare aveva un indiscutibile vantaggio, cioé rappresentava il popolo e il territorio, avendo un legame diretto con esso. Non c'era pericolo di tradimento etnico, visto che il soldato era il cittadino stesso.

    A proposito, cosa ne pensate del fatto che i Padani disertano in massa le forze armate ? La ragione teorica è che si tratta di forze di occupazione italiane, tuttavia è anche vero che se i Padani si arruolassero e prestassero servizio circa negli stessi luoghi di provenienza, non ci sarebbe l'egemonia terronica nell'esercito.
    É come l'effetto vuoto, se qualcuno lascia dei buchi arriva qualcun altro a riempirli...quindi tanto vale riempirli dei nostri, no ??

  3. #3
    Totila
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    In linea teorica anch'io sono contrario alla leva di massa.
    Certo è che in situazioni eccezionali e rivoluzionarie, tutti dovrebbero contribuire alla difesa. (sto ovviamente parlando di un esercito padano depurato dalla ridicola classe militare terronica)
    Avevo proposto il modello svizzero.

  4. #4
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    Predefinito dopo il federalismo la secessione

    Originally posted by Totila
    In linea teorica anch'io sono contrario alla leva di massa.
    Certo è che in situazioni eccezionali e rivoluzionarie, tutti dovrebbero contribuire alla difesa. (sto ovviamente parlando di un esercito padano depurato dalla ridicola classe militare terronica)
    Avevo proposto il modello svizzero.
    Basta che l'esercito padano sia fattom da P:A:A:N:I.

    ...e presi su base federale.

    Non credo ci sarebbero difficoltà a trovare fioi disposti a farlo.

    Un esercito moderno di professionisti sarebbe molto + piccolo numericamente.

  5. #5
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    vista la situazione attuale, si dovrebbe pensare piuttosto a formazioni paramilitari di autodifesa etnoterritoriale...
    Quando verrà la grande guerra di liberazione etnica, dovremo essere preparati.

    Uno dei modelli che più mi piace è quello dei cosacchi: un popolo armato votato alla guerra per la difesa territoriale della Russia. In un futuro stato etnonazionalista, vedrei bene la formazione di milizie cosacche formate da autoctoni che poco a poco acquisirebbero caratteristiche etno-culturali peculiari, facendo rivivere magari los spirito guerrierolongobardo e celtico...

  6. #6
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    Originally posted by Felix
    Quando verrà la grande guerra di liberazione etnica, dovremo essere preparati.

    ...quando???
    per risorgere bisogna insorgere

  7. #7
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    Da sempre a favore dell'esercito professionale. La leva è un'istituzione giacobina, oltrechè inutile e senza senso oggi che la guerra si è tecnologizzata e necessita di una preparazione tecnica e capillare. A questo proposito, giorni fa ho letto sulla Padania un articolo di un tale di cui non ricordo il nome che esaltava la leva, con argomenti triti, retorici e focalizzati sull'idea di patria...Non padana, visto che traeva spunto dal sentire nazionalista degli attuali militari.

 

 

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