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    Predefinito Movimento Eurasia? Apriamo il dibattito

    L’ottimo articolo di Francesco Boco (Cfr. “Italia Sociale”, 10/1/04, Cultura) sull’abdicazione della Prima Roma al suo ruolo storico consente, a mio giudizio, di aprire un dibattito su quali debbano essere le priorità di un mondo politico-culturale che voglia assurgere a protagonista del terzo millennio.

    Se appaiono irrinunciabili determinati parametri di riferimento -concezione spirituale della vita, comunitarismo, ecologia, Terza Via …- sicuramente da ridiscutere sono le strategie volte ad ottenere i risultati auspicati.

    Rimane infatti molto discutibile il posizionamento di un’area che -come già appare anche dal cartello elettorale formatosi per le prossime europee- può al massimo aspirare a configurarsi quale polo d’attrazione di “estrema destra”, bacino d’utenza per tutti i delusi neofascisti o esasperati dall’immigrazione extracomunitaria.

    Ma quali successi reali si possano ottenere da tale prospettiva, rimane fin troppo facile intuirlo.

    Le storiche battaglie della cd. “Area”, lotta all’immigrazione, alla droga, alle privatizzazioni… pur sacrosante, sono tutte riconducibili ad unico aspetto: l’avanzare impetuoso della globalizzazione capitalista, i cui effetti -ultimo fra tutti il “caso Parmalat”- sono sempre più devastanti sotto tutti i punti di vista.

    La stessa difesa delle ragioni dei vinti nella Seconda Guerra Mondiale -legittima da un punto di vista storico- non può assolutamente fare breccia nelle masse occidentali, ormai completamente assuefatte a un sistema massmediologico totalitario e menzognero.

    Peraltro, se anche tale battaglia di verità storica risultasse vincente, nulla cambierebbe nella creazione di un’alternativa veramente antagonista al mondialismo; ad esempio, tutta la classe dirigente di AN, così come buona parte della sua base, sono perfettamente a conoscenza di ciò che avvenne in passato, ma rimangono ben fermi nelle loro posizioni reazionarie, non solo per convenienza ed opportunismo, ma per reale convinzione.

    Già, perché così come chiaramente espresso nella trasmissione “Ballarò” del 13/1/04, dedicata al terrorismo, l’intera classe politica italiana e la stragrande maggioranza del suo popolo, sono fieri di appartenere al cd. “Occidente” e appaiono talmente attaccati all’egoismo individuale e a uno stile di vita consumista da non comprendere verso quale baratro stiamo precipitando.

    Così come sono incapaci di riconoscere le “ragioni dell’altro” (al proposito si legga “Il vizio oscuro dell’Occidente” di Massimo Fini), per capire che senza un’inversione di rotta si va verso una catastrofe ecologica, demografica e finanziaria (cfr. Guillaume Faye, “Archeofuturismo”, SEB).

    Come allora combattere il sistema e con quali armi a disposizione?

    Sicuramente la geopolitica è lo strumento principale per la nostra battaglia, anche perché tale scienza permette di superare tutte le arretratezze ideologiche e le false dicotomie destra-sinistra, fornendo gli strumenti fondamentali per una politica realmente rivoluzionaria.

    Essa necessita di un serio studio delle relazioni internazionali, unito ad un approccio mentale assolutamente innovativo; esempi di tale impostazione possiamo ritrovarli ad esempio negli studi di Carlo Terraciano (cfr. “La dottrina delle tre liberazioni” e “Rivolta contro il mondialismo moderno”).

    Se già Boco sottolineava giustamente l’indispensabilità della creazione di un elite tesa a far politica e non testimonianza, ecco che allora appare decisivo sganciarsi definitivamente da tutti quei clichets che potrebbero castrare la nostra azione.

    Non tanto, si badi bene, a livello italiano, dove tranne alcune minoranze le cd. “sinistre” non possiedono comunque né la caratura umana né la forma mentis adeguata per poter aderire ad un’eventuale “Movimento Eurasia”, ancora vittime delle antiche debolezze ideologiche che possono portarle tutt’al più a schierarsi su posizioni pacifiste ed antimperialiste ma non ad un’alternativa reale alla dominazione atlantista.

    Mutamento importante quello da realizzare, invece, per riuscire a stabilire contatti proficui con tutte le realtà internazionali potenzialmente rivoluzionarie; specie nel mondo slavo, ma anche nella “Vecchia Europa” o nell’area del Mediterraneo, la ricezione del passato è avvenuta sotto le lenti deformanti della propaganda marxista ed occidentalista, perciò non risulterebbe proficuo un nostro approccio basato su stereotipi “anni trenta” …

    D’altronde, se la minaccia è oggi globale, necessariamente globale dovrà esserne la risposta, nella convinzione che la “mia patria è la dove si combatte per la mia idea”, ma anche per l’impossibilità di conquistare la vittoria assaltando il Parlamento o il Palazzo d’Inverno come avveniva all’inizio del XX secolo. Che se pure un nostro eventuale partito raggiungesse in Italia il 51% (cosa impossibile visto l’attuale stato di decomposizione della colonia italiota), il governo seguente verrebbe fatto cadere nel giro di un paio di giorni dall’alta finanza internazionale.

    Senza volersi avventurare in considerazioni fantasiose, in quanto la politica è l’arte del possibile e del reale, possiamo comunque partire da alcune considerazioni concrete: per ragioni geopolitiche e culturali la Russia dovrà, prima o poi, contrapporsi frontalmente agli Stati Uniti, pena l’estinzione, quindi rimane tutt’oggi un alleato probabile, perfino indispensabile se si considerano il suo potenziale economico e militare.

    In secondo luogo rimane valida la possibilità d’interagire con il vasto magma del mondo arabo-islamico, oggi direttamente devastato dalle plutocrazie occidentali e dai loro alleati sionisti, distinguendo tra movimenti di liberazione nazionale e terroristi strumentalizzati dalla CIA.

    Così come appare necessario affiancare nella loro battaglia tutti quei movimenti che lottano per tutelare la propria specificità etno-culturale e resistere alla globalizzazione americanocentrica.

    Mosca polo di riferimento allora; ma quale strumento possiamo adottare per affiancarla in questa battaglia per l’indipendenza dell’Eurasia?

    Rispolverando un autore troppo a lungo dimenticato, l’idea di Jean Thiriart (cfr. “La grande nazione: 65 Tesi sull’Europa”, SEB) di un “Partito Europeo nel quale tutte le tendenze politiche possano integrarvisi a condizione di accettare come legge suprema l’interesse dell’Europa, considerata come nazione unitaria, come patria comune” è ancora validissima.

    Un “équipe rivoluzionaria, divenuta partito rivoluzionario e poi partito storico (il partito cioè che crea formalmente la nazione) può fare con successo delle nazioni”.

    All’indomani dell’11 settembre, l’ex direttore della CIA - James Wolsey - ha definito la reazione degli Stati Uniti agli attentati “l’inizio della Quarta Guerra Mondiale”.

    Dopo di essi sono infatti partite le aggressioni all’Afghanistan e all’Iraq per il controllo delle aree strategiche del Pianeta Terra: altre ne seguiranno, tutte a danno dell’Europa.

    Ma se oggi stiamo vivendo la “Quarta Guerra Mondiale”, vogliamo noi continuare ad attardarci a discutere sulla “Seconda” o iniziare a fare politica?


    Stefano Vernolei

  2. #2
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    Discorso giustissimo, Cornelio, ma, come tu stesso fai notare, la grande pecca che affligge l'"area" è la penalizzazione mass-mediologica.

    A sostegno delle nostre tesi, citi delle opere di indubbio valore storico e politico. Ma, a sostegno di chi ci viene contro, c'è "Ballarò". Che potrà sembrare una sciocchezza, ma ha un piglio sul pubblico molto maggiore rispetto alle opere citate. Costa molto meno premere un tasto sul telecomando ed ascoltare che aprire un libro e leggerlo (ammesso che se ne conosca l'esistenza).

    Il problema, come si notava, non è il raggiungere il 51%. Cerchiamo di parlare in termini realistici, questa è un'utopia. E, quand'anche fosse (inverosimilmente) realizzata, le ripercussioni sarebbero immediate e catastrofiche. Un'Italia con le forze d'area al 51% diventerebbe immediatamente il nuovo Iraq/Afghanistan. Non ci sarebbe neanche bisogno di aspettare l'intervento americano, gli stop arriverebbero direttamente (ed immediatamente) dall'interno, cioè dall'Europa stessa.

    Ma ciò non è neanche termine di discussione, perchè la propaganda "occidentalista" è talmente capillare e radicata nei popoli che una tale situazione politica in Italia (nè in altro paese europeo) non è neanche immaginabile.

    Fai bene a sottolineare come l'unico partito, che lontanissimamante poteva costituire punto di riferimento delle nostre istanze, in realtà da tali istanze si sia irrimediabilmente allontanato. AN è una sigla che non dobbiamo prendere neanche in considerazione, troppi sono i casi che ognuno di noi ha esperito di militanti di tale partito che tengono il piede in due scarpe, sostenendo che sì, la battaglia ideologica resta immutata, ma allontanarsi dal partito vorrebbe dire restare isolati, per cui è meglio combattere dall'interno.

    Illusi, solo poveri illusi. Illusi che si rifiutano di capire che il loro genuino ardore viene solo sfruttato dai vertici del partito per mantenere una solida base di sostegno, che verrà però costantemente delusa nei fatti, oppure opportunisti da due soldi, che predicano bene ma razzolano malissimo.

    E comunque, la propaganda "occidentalista" non ha risparmiato neanche quella che parrebbe essere la "base pura" di AN. A parole sono anti-americani, anti-sionisti, ma in realtà sono contenti e sodisfatti di vivere in questo "occidente". Non è lì che bisogna andare a guardare.

    La Russia parrebbe essere la direzione esatta. Il problema è che se ne sono accorti anche "loro". Lo hanno capito benissimo, ed infatti l'opera di accerchiamento della Grande Madre prosegue imperterrita. La Nato di questa Europa di servi Usa è ai suoi confini occidentali. I Balcani, una volta ridotta al silenzio la Serbia, sono in mano agli USA ed ai suoi alleati narcos-islamici. Gli USA hanno basi in Bosnia, Kosovo e Macedonia. Poi c'è la fedelissima (alla Nato) Turchia; la Georgia, ormai base USA in funzione anti-russa, la Cecenia, l'Uzbekistan, il Tagikistan (con basi USA) e l'Afghanistan, protettorato americano.

    La Cecenia è un punto fondamentale di tale accerchiamento, e non per niente la sua causa sta particolarmente a cuore ai liberal, parte della sinistra e ai pannelliani. Per quale motivo Berlusconi si è preso le bacchettate di tutta Europa quando ha sostenuto la politica di Putin contro la Cecenia? Per una fantomatica difesa dei diritti umani? Beato chi ci crede...

    Per completare tale accerchiamento mancano tre punti fondamentali: Kazakhistan, Mongolia e Cina. Il primo dei tre è già praticamente baluardo USA, il secondo conta come il due di picche, essendo un pezzo di nulla grande come mezza Europa abitato da 3 milioni di pastori, mentre il terzo sarà l'ultimo punto strategico, e l'esplosione finale di tale politica. La Cina, agli occhi di chiunque abbia un minimo di discernimento, non è l'Iraq o l'Afghanistan. Per questo gli USA le stanno concedendo tempo. Ma tale tempo non sarà infinito, e se le cose non gireranno come vogliono "loro", sarà guerra ancora una volta.

    Cosa può fare l'Europa? QUESTA Europa non può fare nulla, anzi, può solo chinare il capo davanti a tali interessi. Non è da questa Europa di buracrati che dobbiamo aspettarci reazioni e soluzioni. Sono i popoli europei che devono svegliarsi. Ma qui torniamo al problema iniziale, della castrazione mass-mediologica, che impedisce un tale processo di risveglio. A ciò aggiungiamo quella che sembra essere la tendenza legislativa europea del nuovo millennio, per la quale chiunque si opponga, anche solo a parole, a tale nuovo ordine mondiale in fieri, debba essere zittito con la forza, e si capisce come la battaglia sia ben lungi dall'essere non semplicemente vinta, ma addirittura fattibile.

    Mi permetto, in via del tutto personale, di dubitare inoltre che il blocco islamico possa esserci d'aiuto. Non sono per nulla convinto che l'islam, per il solo fine comune della battaglia all'imperialismo americano ed al sionismo, possa rivelarsi alleato affidabile, che non cercherà di prendere il posto del nemico attuale una volta che questo sarà (eventualmente) sconfitto.

    Non vorrei, insomma, correre il rischio di liberarci da una dominazione per doverne combattere un'altra, che non sarebbe migliore. Se si vuole davvero creare un "Partito Europeo nel quale tutte le tendenze politiche possano integrarvisi a condizione di accettare come legge suprema l?interesse dell?Europa, considerata come nazione unitaria, come patria comune", non si può credere di poter contare su chi da tale luminoso progetto sarebbe in tutta evidenza, e per cause che definirei naturali, escluso.

    E' necessario, a mio avviso, innanzitutto un riarmo completo dell'Europa, unito ad una creazione della consapevolezza di ciò cui stiamo andando incontro, nei limiti di ciò che è consentito, perchè purtroppo i compromessi sono inevitabili, che possa, in un processo progressivo, riportare i Popoli Europei alla condizione di voler decidere autonomamente il proprio destino e le strategie geo-politiche volte a raggiungerlo.
    Riaffiorano i ricordi degli anni di passione
    ritorna il vecchio sogno per la rivoluzione.
    Racconti senza fine di gente che ha pagato
    non puoi mollare adesso la lotta a questo stato.
    La rivoluzione è come il vento, la rivoluzione è come il vento.

  3. #3
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    E' insano e dannoso fare di parti di discorso un soggetto come se fosse completo.
    E' fortemente criminale formare nuovi movimenti.
    Tomàs, quante volte si è parlato fra noi del progetto eurasia? e se ne è discusso molto costruttivamente?
    Ma da qui a farne un movimento...

    Chi sarebbe il vate di questa ulteriore frazione?

  4. #4
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    "Lo stato-nazione che voglia essere indipendente è obbligato a dotarsi di mezzi militari adeguati. Il possesso di questi mezzi dipende dalla demografia, dalla geografia, dall'autarchia in fatto di materie prime, dalla potenza industriale dello stato. Fra l'Islanda e Vladivostok possiamo unire 800 milioni di persone (non fosse altro, per mantenere l'equilibrio con 1.200 milioni di Cinesi) e trovare nel sottosuolo della Siberia tutto il necessario per soddisfare il nostro fabbisogno energetico e strategico. Affermo che, dal punto di vista economico, la Siberia è la provincia dell'impero Europeo maggiormente necessaria alla sua sostenibilità. Una grande unione dell'Europa Occidentale altamente industrializzata e tecnologicamente all'avanguardia con l'Europa Siberiana che dispone di riserve pressoché inesauribili di materie prime, consente la creazione di un potentissimo Impero repubblicano, col quale nessuno potrà far altro che venire a patti" (Jean Thiriart - L'Europa fino a Vladivostok)

    Chi siamo? "Progetto EurAsia" è una iniziativa che ha visto la luce nel corso dell'anno 2002, all'indomani dell'aggressione anglo-americana contro la Repubblica Afghana, e che intende contribuire alla comprensione dell’attuale fase storica e dei suoi probabili sviluppi. Comprendere il presente significa intendere sia le azioni della potenza che svolge oggi il ruolo del protagonista sulla scena mondiale, sia quelle dei suoi alleati, delle forze che negli albori di questo millennio ne agevolano, con un maggiore o minor grado di consapevolezza, i fini. Gli intendimenti di questo progetto sono stati comunque in una certa misura superati dal corso stesso degli eventi. Da una parte, si è constatata una crescente presenza in rete di siti che contribuiscono all'opera di controinformazione ed analisi delle vicende connesse alla guerra Atlantista contro l'Europa. D'altra parte, nei mesi trascorsi sono nati o si sono ulteriormente precisati i contorni di numerose iniziative che si muovono nella prospettiva di un progetto geopolitico Eurasiatico, della creazione di un blocco geopolitico continentale alternativo al blocco Atlantico. Della produzione teorica di tali iniziative intende dare conto "Progetto EurAsia".

    A chi si rivolge "Progetto EurAsia"? L'appello ad aderire ed appoggiare il nostro movimento è rivolto ad ogni europeo, istruito o meno, all'influente e all'ultimo dei diseredati, all'operaio e al dirigente, al bisognoso e al benestante, al conservatore e al modernista, allo studente e al tutore dell'ordine, al soldato e al tessitore, al governatore e al musicista rock. Ma solo a colui che ama l'Europa, che non sa concepire se stesso senza di essa, che ha compreso la necessità del severo sforzo a tutti noi richiesto affinché il nostro paese ed il nostro popolo conservi il suo posto sulla mappa del nuovo millennio (da cui continuamente cercano di cancellarci); a colui che vuole, appassionatamente vuole che noi tutti alla fine torniamo ad erigerci in una grande potenza, che sradichiamo dal nostro comune organismo tutte le escrescenze parassitarie, che strappiamo il velo di nebbia dalle nostre menti, che affermiamo al di sopra del paese, del continente, del mondo i nostri solari ideali europei – ideali di Libertà, Equità, Fedeltà alle Origini.



    "Come un cuore pulsante l'Heartland, inviolato e inviolabile fino ad ieri nelle sue difese naturali e climatiche, nei suoi immensi spazi scrigno di ricchezze ancora inesplorate, ha continuato a pompare sangue vivo nelle arterie del Mondo Antico, linfa vitale di giovani energie per alimentare, in pace come in guerra, le civiltà dell'EurAsia che hanno modellato il mondo intero come oggi lo conosciamo" (Carlo Terracciano - Guerra d'EurAsia)

    Il movimento EurAsia può dunque diventare una realtà solo se molti si raccoglieranno attorno ad esso. Molto può essere fatto anche da un singolo uomo, ma la poesia, come ebbe a dire Lautréamont, riguarda tutti! A maggior ragione, l'EurAsia riguarda tutti! Ora tutto dipende dai nostri sforzi. Nessuno promette soltanto vittorie ed aumento del benessere. Avanti stanno giorni di duro lavoro, spesso invisibile dall'esterno. Avanti stanno difficoltà e battaglie, perdite e fatiche, ma anche il piacere ed il Grande Fine!



    Rappresentazione iconografica del continente EurAsia nella prospettiva Nazionalcomunista russa (Mosca Terza Roma) che mostra le tre bandiere dell'opposizione patriottica unite: la bandiera rossa comunista, la bandiera tricolore con l'aquila bicefala dei monarchici e la bandiera nera dei nazionalrivoluzionari

    Perchè "EurAsia"? La Geopolitica ridisegna le carte geografiche in base alla reale suddivisione delle masse continentali, che hanno determinato nella Storia il compattamento di aree culturali (in senso lato), etno-linguistiche, religiose ecc... Un solo esempio: l'Europa. L'Europa dall'Atlantico agli Urali, da Capo Nord al Mediterraneo, è veramente un "continente", nella definizione scolastica del termine?

    Certamente NO!

    Benché circondata da un oceano e dai suoi mari interni, vista da Est l'Europa non è altro che una propaggine, una grossa penisola della massa territoriale asiatica, la più estesa del globo. Gli Urali sono poco più che colline che non hanno mai rappresentato una barriera per i popoli che da est o da ovest hanno sempre "corso" la pianura Sarmatica, la cui estrema propaggine arriva a Calais ed oltre, a bagnarsi nelle acque oceaniche.

    Per la Geopolitica la vera unità continentale è l'EURASIA = l'Europa + l'intera Siberia, fino all'altro oceano, il Pacifico.

    Anche sul piano storico e culturale, non si può parlare veramente di Europa senza considerare tutto il mondo slavo e ortodosso. E tutto il mondo slavo-ortodosso vuole dire anche Russia! Quindi quando i geopolitici parlano di EURASIA, intendono appunto l'Europa tutta, compresa la Federazione russa fino al Pacifico; l'Europa da Reykjavik a Vladivostok, la "capitale" europea d'Oriente. Al di sotto c'è l'Asia "gialla", la Cina, la Mongolia, ed in mezzo i grandi altopiani desertici, le alte catene di montagne, fino al naturale confine fluviale dell'Amur-Ussuri, sulle cui opposte sponde russi e cinesi si confrontano da secoli.

    "Chi controlla l'Est Europa comanda l'Heartland [letteralmente: il Cuore della Terra]: chi controlla l'Heartland comanda l'Isola -Mondo [la massa terrestre eurasiatico-africana]: chi controlla l'Isola-Mondo comanda il mondo" (Halford Mackinder)



    La destabilizzazione geopolitica orchestrata dagli USA colpisce esattamente il percorso delle antiche vie della seta e il percorso meridionale dell’attuale Ponte di Sviluppo Eurasiatico, cioè le arterie indispensabili di un’integrazione infrastrutturale eurasiatica. La guerra in Iraq del 1991 e il conflitto Kurdo 1 hanno bloccato una via di collegamento tra Europa, Medio Oriente e Asia. La Guerra dei Balcani 2 ha bloccato la navigazione danubiana, ed ha impedito la costruzione del collegamento ferroviario tra il sud-est Europa e la Turchia. I conflitti nella regione caucasica 3 hanno bloccato i collegamenti ferroviari da costruire tra Europa, Russia europea e Medio Oriente, interrompendo inoltre il flusso di petrolio che da Baku attraversa la Russia per arrivare in occidente. Il perenne conflitto afghano 4, i diversi focolai in Asia Centrale 5 rischi di insurrezione nella provincia cinese dello Xinjiang 6 bloccano i principali corridoi di collegamento necessari tra Cina, Medio Oriente ed Europa. La minaccia di un conflitto tra India e Pakistan 7 ostacolerebbe lo sviluppo delle linee ferroviarie lungo la via della seta meridionale.
    Sinistra Nazionale!

  5. #5
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    Claudio Mutti

    Introduzione al libro di Jean Thiriart
    Un impero di 400 milioni di uomini: l’Europa
    (Nuova edizione in preparazione presso le Edizioni Controcorrente)




    L’ultimo ricordo che ho di Jean Thiriart è una lettera che mi scrisse alcuni mesi prima di morire: mi chiedeva di indicargli una località isolata sugli Appennini, dove potersi accampare un paio di settimane per fare qualche escursione sui monti. Quasi settantenne, era ancora pieno di vitalità: non si lanciava più col paracadute, però navigava con la barca a vela sul Mare del Nord.

    Negli anni Sessanta, in qualità di giovanissimo militante della Giovane Europa, l’organizzazione da lui diretta, ebbi modo di vederlo diverse volte. Lo conobbi a Parma, nel 1964, accanto a un monumento che colpì in maniera particolare la sua sensibilità di “eurafricano”: quello di Vittorio Bottego, l’esploratore del corso del Giuba. Poi lo incontrai in occasione di alcune riunioni della Giovane Europa e in un campeggio sulle Alpi. Nel 1967, alla vigilia dell’aggressione sionista contro l’Egitto e la Siria, fui presente a un’affollata conferenza che egli tenne in una sala di Bologna, dove spiegò perché l’Europa doveva schierarsi a fianco del mondo arabo e contro l’entità sionista. Nel 1968, a Ferrara, partecipai a un convegno di dirigenti della Giovane Europa, nel corso del quale Thiriart sviluppò a tutto campo la linea antimperialista: “Qui in Europa, la sola leva antiamericana è e resterà un nazionalismo europeo ‘di sinistra’ (…) Quello che voglio dire è che all’Europa sarà necessario un nazionalismo di carattere popolare (…) Un nazionalcomunismo europeo avrebbe sollevato un’ondata enorme di entusiasmo. (…) Guevara ha detto che sono necessari molti Vietnam; e aveva ragione. Bisogna trasformare la Palestina in un nuovo Vietnam”. Fu l’ultimo suo discorso che ebbi modo di ascoltare.

    Jean-François Thiriart era nato a Bruxelles il 22 marzo 1922 da una famiglia di cultura liberale originaria di Liegi. In gioventù militò attivamente nella Jeune Garde Socialiste Unifiée e nell’Union Socialiste Anti-Fasciste. Per un certo periodo collaborò col professor Kessamier, presidente della società filosofica Fichte Bund, una filiazione del movimento nazionalbolscevico amburghese; poi, assieme ad altri elementi dell’estrema sinistra favorevoli ad un’alleanza del Belgio col Reich nazionalsocialista, aderì all’associazione degli Amis du Grand Reich Allemand. Per questa scelta, nel 1943 fu condannato a morte dai collaboratori belgi degli Angloamericani: la radio inglese inserì il suo nome nella lista di proscrizione che venne comunicata ai résistants con le istruzioni per l’uso. Dopo la “Liberazione”, nei suoi confronti fu applicato un articolo del Codice Penale belga opportunamente rielaborato a Londra nel 1942 dalle marionette belghe degli Atlantici. Trascorse alcuni anni in carcere e, quando uscì, il giudice lo privò del diritto di scrivere.

    Nel 1960, all’epoca della decolonizzazione del Congo, Thiriart partecipa alla fondazione del Comité d’Action et de Défense des Belges d’Afrique, che di lì a poco diventa il Mouvement d’Action Civique. In veste di rappresentante di questo organismo, il 4 marzo 1962 Thiriart incontra a Venezia gli esponenti di altri gruppi politici europei; ne esce una dichiarazione comune, in cui i presenti si impegnano a dar vita a “un Partito Nazionale Europeo, centrato sull’idea dell’unità europea, che non accetti la satellizzazione dell’Europa occidentale da parte degli USA e non rinunci alla riunificazione dei territori dell’Est, dalla Polonia alla Bulgaria passando per l’Ungheria”. Ma il progetto del Partito europeo abortisce ben presto, a causa delle tendenze piccolo-nazionaliste dei firmatari italiani e tedeschi del Manifesto di Venezia.

    La lezione che Thiriart trae da questo fallimento è che il Partito europeo non può nascere da un’alleanza di gruppi e movimenti piccolo-nazionali, ma deve essere fin da principio un’organizzazione unitaria su scala europea. Nasce così, nel gennaio 1963, la Giovane Europa (Jeune Europe), un movimento fortemente strutturato che ben presto si impianta in Belgio, Olanda, Francia, Svizzera, Austria, Germania, Italia, Spagna, Portogallo, Inghilterra. Il programma della Giovane Europa si trova esposto nel Manifesto alla Nazione Europea, che esordisce così: “Tra il blocco sovietico e il blocco degli USA, il nostro compito è di edificare una grande Patria: l’Europa unita, potente, comunitaria (…) da Brest sino a Bucarest”. La scelta è a favore di un’Europa decisamente unitaria: “Europa federale o Europa delle Patrie sono delle concezioni che nascondono la mancanza di sincerità e la senilità di coloro che le difendono (…) Noi condanniamo i piccoli nazionalismi che mantengono le divisioni tra i cittadini della NAZIONE EUROPEA”. L’Europa deve optare per una neutralità forte e armata e disporre di una forza atomica propria; deve “ritirarsi dal circo dell’ONU” e sostenere l’America Latina, che “lotta per la sua unità e per la sua indipendenza”. Il Manifesto abbozza un’alternativa ai sistemi sociali vigenti nelle due Europe, proclamando la “superiorità del lavoratore sul capitalista” e la “superiorità dell’uomo sul formicaio”: “Noi vogliamo una comunità dinamica con la partecipazione nel lavoro di tutti gli uomini che la compongono”. Alla democrazia parlamentare e alla partitocrazia viene contrapposto una rappresentanza organica: “un Senato politico, il Senato della Nazione Europea basato sulle province europee e composto delle più alte personalità nel campo della scienza, del lavoro, delle arti e delle lettere; una Camera sindacale che rappresenti gli interessi di tutti i produttori dell’Europa liberata dalla tirannia finanziaria e politica straniera”. Il Manifesto conclude così: “Noi rifiutiamo l’Europa teorica. Noi rifiutiamo l’Europa legale. Noi condanniamo l’Europa di Strasburgo per crimine di tradimento. (…) O vi sarà una NAZIONE o non vi sarà indipendenza. A questa Europa legale che rifiutiamo, noi opponiamo l’Europa legittima, l’Europa dei popoli, la nostra Europa. NOI SIAMO LA NAZIONE EUROPEA”.

    Accanto a una scuola per la formazione politica dei militanti (che dal 1966 al 1968 pubblica mensilmente “L’Europe Communautaire”), la Giovane Europa cerca di dar vita a un Sindacato Comunitario Europeo e, nel 1967, a un’associazione universitaria, Università Europea, che sarà attiva particolarmente in Italia. Dal 1963 al 1966 viene pubblicato un organo di stampa in lingua francese, “Jeune Europe” (con frequenza prima settimanale, poi quindicinale); tra i giornali in altre lingue va citato l’italiano “Europa Combattente”, che nel medesimo periodo riesce a raggiungere una frequenza mensile. Dal 1966 al 1968 esce “La Nation Européenne”, mentre in Italia “La Nazione Europea” continuerà ad uscire, a cura dell’autore di queste righe, anche nel 1969 (un ultimo numero sarà pubblicato a Napoli nel 1970 da Pino Balzano).

    “La Nation Européenne”, mensile di grande formato che in certi numeri raggiunge la cinquantina di pagine, oltre ai redattori militanti annovera collaboratori di un certo rilievo culturale e politico: il politologo Christian Perroux, il saggista algerino Malek Bennabi, il deputato delle Alpi Marittime Francis Palmero, l’ambasciatore siriano Selim el-Yafi, l’ambasciatore iracheno Nather el-Omari, , i dirigenti del FLN algerino Chérif Belkacem, Si Larbi e Djamil Mendimred, il presidente dell’OLP Ahmed Choukeiri, il capo della missione vietcong ad Algeri Tran Hoai Nam, il capo delle Pantere Nere Stokeley Carmichael, , il fondatore dei Centri d’Azione Agraria principe Sforza Ruspali, i letterati Pierre Gripari e Anne-Marie Cabrini. Tra i corrispondenti permanenti, il professor Souad el-Charkawi (al Cairo) e Gilles Munier (ad Algeri).

    Sul numero di febbraio del 1969 appare una lunga intervista rilasciata a Jean Thiriart dal generale Peròn, il quale dichiara di leggere regolarmente “La Nation Européenne” e di condividerne totalmente le idee. Dal suo esilio madrileno, l’ex presidente argentino riconosce in Castro e in Guevara i continuatori della lotta per l’indipendenza latinoamericana intrapresa a suo tempo dal movimento giustizialista: “Castro – dice Peròn – è un promotore della liberazione. Egli si è dovuto appoggiare ad un imperialismo perché la vicinanza dell’altro imperialismo minacciava di schiacciarlo. Ma l’obiettivo dei Cubani è la liberazione dei popoli dell’America Latina. Essi non hanno altra intenzione se non quella di costituire una testa di ponte per la liberazione dei paesi continentali. Che Guevara è un simbolo di questa liberazione. Egli è stato grande perché ha servito una grande causa, finché ha finito per incarnarla. È l’uomo di un ideale”.

    Per quanto riguarda la liberazione dell’Europa, Thiriart pensa a costituire delle Brigate Rivoluzionarie Europee che intraprendano la lotta armata contro l’occupante statunitense. Già nel 1966 egli ha avuto un colloquio col ministro degli Esteri cinese Chu En-lai, a Bucarest, e gli ha chiesto di appoggiare la costituzione di un apparato politico-militare europeo che combatta contro il nemico comune (1). Nel 1967 l’attenzione di Thiriart si dirige sull’Algeria: “Si può, si deve prendere in considerazione un’azione parallela e auspicare la formazione militare, in Algeria, fin da ora, di una sorta di Reichswehr rivoluzionaria europea. Gli attuali governi di Belgio, Paesi Bassi, Inghilterra, Germania, Italia sono in diversa misura i satelliti, i valletti di Washington; perciò noi nazionaleuropei, noi rivoluzionari europei, dobbiamo andare a formare in Africa i quadri di una futura forza politico-militare che, dopo aver servito nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente, un giorno potrà battersi in Europa per farla finita coi Kollabos di Washington. Delenda est Carthago” (2). Nell’autunno del 1967 Gérard Bordes, direttore de “La Nation Européenne”, si reca in Algeria, dove entra in contatto con la Segreteria Esecutiva del FLN e col Consiglio della Rivoluzione. Nell’aprile del 1968 Bordes ritorna ad Algeri con un Mémorandum à l’intention du gouvernement de la République Algérienne firmato da lui stesso e da Thiriart, nel quale sono contenute le proposte seguenti: “Contributo europeo alla formazione di specialisti in vista della lotta contro Israele; preparazione tecnica della futura azione diretta contro gli Americani in Europa; creazione di un servizio d’informazioni antiamericano e antisionista in vista di un’utilizzazione simultanea nei paesi arabi e in Europa”.

    Siccome i contatti con l’Algeria non hanno nessun seguito, Thiriart si rivolge ai paesi arabi del Vicino Oriente. D’altronde, il 3 giugno 1968 un militante di Jeune Europe, Roger Coudroy, è caduto con le armi in pugno sotto il fuoco sionista, mentre con un gruppo di al-Fatah cercava di penetrare nella Palestina occupata.

    Nell’autunno del 1968 Thiriart viene invitato dai governi di Bagdad e del Cairo, nonché dal Partito Ba’ath, a recarsi nel Vicino Oriente. In Egitto assiste ai lavori d’apertura del congresso dell’Unione Socialista Araba, il partito egiziano di governo; viene ricevuto da alcuni ministri e ha modo di incontrare lo stesso Presidente Nasser. In Iraq incontra diverse personalità politiche, tra cui alcuni dirigenti dell’OLP, e rilascia interviste a organi di stampa e radiotelevisivi. Ma lo scopo principale del viaggio di Thiriart consiste nell’instaurare una collaborazione che dia luogo alla creazione delle Brigate Europee, le quali dovrebbero partecipare alla lotta per la liberazione della Palestina e diventare così il nucleo di un’Armata di Liberazione Europea. Davanti al rifiuto del governo iracheno, determinato da pressioni sovietiche, questo scopo fallisce. Scoraggiato da questo fallimento e ormai privo di mezzi economici sufficienti a sostenere una lotta politica di un certo livello, Thiriart decide di ritirarsi dalla politica militante.

    Dal 1969 al 1981, Thiriart si dedica esclusivamente all’attività professionale e sindacale nel settore dell’optometria, nel quale ricopre importanti funzioni: è presidente della Société d’Optométrie d’Europe, dell’Union Nationale des Optométristes et Opticiens de Belgique, del Centre d’Études des Sciences Optiques Appliquées ed è consigliere di varie commissioni della CEE. Ciononostante, nel 1975 rilascia una lunga intervista a Michel Schneider per “Les Cahiers du Centre de Documentation Politique Universitaire” di Aix-en-Provence ed assiste Yannick Sauveur nella compilazione di una tesi universitaria intitolata Jean Thiriart et le national-communautarisme européen (Università di Parigi, 1978). Quella di Sauveur è la seconda ricerca universitaria dedicata all’attività politica di Thiriart, poiché sei anni prima era stata presentata all’Università Libera di Bruxelles una tesi di Jean Beelen su Le Mouvement d’Action Civique.

    Nel 1981, un attentato di teppisti sionisti contro il suo ufficio di Bruxelles induce Thiriart a riprendere l’attività politica. Riallaccia i contatti con un ex redattore della “Nation Européenne”, lo storico spagnolo Bernardo Gil Mugarza (3), il quale, nel corso di una lunga intervista (centootto domande), gli dà modo di aggiornare e di approfondire il suo pensiero politico. Prende forma in tal modo un libro che Thiriart conta di pubblicare in spagnolo e in tedesco, ma che è rimasto finora inedito.

    Nel 1982 incontra Luc Michel, che due anni più tardi fonda in Belgio un Parti Communautaire National-Européen. Thiriart diventa una sorta di consigliere politico di questo partito e collabora a “Conscience Européenne”, il periodico diretto da Luc Michel.

    All’inizio degli anni Ottanta, Thiriart lavora a un libro che non ha mai visto la luce: L’Empire euro-soviétique de Vladivostok à Dublin. Il piano dell’opera prevede quindici capitoli, ciascuno dei quali si articola in numerosi paragrafi. Come appare evidente dal titolo di quest’opera, la posizione di Thiriart nei confronti dell’Unione Sovietica è notevolmente cambiata. Abbandonata la vecchia parola d’ordine “Né Mosca né Washington”, Thiriart assume ora una posizione che potrebbe essere riassunta così: “Con Mosca contro Washington”. Già tredici anni prima, d’altronde, in un articolo intitolato Prague, l’URSS et l’Europe (“La Nation Européenne”, n. 29, novembre 1968), denunciando gli intrighi sionisti nella cosiddetta “primavera di Praga”, Thiriart aveva espresso una certa soddisfazione per l’intervento sovietico e aveva cominciato a delineare una “strategia dell’attenzione” nei confronti dell’URSS. “Un’Europa occidentale NON AMERICANA – aveva scritto – permetterebbe all’Unione Sovietica di svolgere un ruolo quasi antagonista degli USA. Un’Europa occidentale alleata, o un’Europa occidentale AGGREGATA all’URSS sarebbe la fine dell’imperialismo americano (…) Se i Russi vogliono staccare gli Europei dall’America – e a lungo termine essi devono necessariamente lavorare per questo scopo – bisogna che ci offrano, in cambio della SCHIAVITU’ DORATA americana, la possibilità di costruire un’entità politica europea. Se la temono, il modo migliore di scongiurarla consiste nell’integrarvisi”.

    A Mosca, Thiriart ci va nell’agosto 1992 assieme a Michel Schneider, direttore della rivista “Nationalisme et République”. A fare gli onori di casa è Aleksandr Dugin, il quale nel marzo dello stesso anno ha accolto Alain de Benoist e Robert Steuckers e in giugno ha intervistato alla TV di Mosca l’autore di queste righe, dopo averlo presentato agli esponenti dell’opposizione “rosso-bruna”. L’attività di Thiriart a Mosca, dove si trovano anche Carlo Terracciano e Marco Battarra, è intensissima. Tiene conferenze stampa; rilascia interviste; partecipa a una tavola rotonda con Prokhanov, Ligacev, Dugin e Sultanov nella redazione del giornale “Den’”, che pubblicherà sul n. 34 (62) un testo di Thiriart intitolato L’Europa fino a Vladivostok; ha un incontro con Gennadij Zjuganov; si intrattiene con altri esponenti dell’opposizione “rosso-bruna”, tra cui Nikolaj Pavlov e Sergej Baburin; discute con il filosofo e dirigente del Partito della Rinascita Islamica Gejdar Dzemal; partecipa a una manifestazione di studenti arabi per le vie di Mosca.

    Il 23 novembre, tre mesi dopo il suo rientro in Belgio, Thiriart è stroncato da una crisi cardiaca.

    Apparso nel 1964 in lingua francese, nel giro di due anni Un Empire de 400 millions d’hommes: l’Europe vide la luce in altre sei lingue europee. La traduzione italiana venne eseguita da Massimo Costanzo, (all’epoca redattore di “Europa Combattente”, organo italofono della Giovane Europa), il quale presentò l’opera con queste parole: “Il libro di Jean Thiriart è destinato a suscitare, per la sua profondità e per la sua chiarezza, un forte interesse. Ma da dove deriva questa chiarezza? Da un fatto molto semplice: l’autore ha usato un linguaggio essenzialmente politico, lontano dai fumi dell’ideologia e dalle costruzioni astratte o pseudometafisiche. Dopo una lettura attenta, nel libro si possono anche trovare impostazioni ideologiche, ma queste traspaiono dalle tesi politiche e non il contrario, come fino ad oggi è avvenuto nel campo nazionaleuropeo”. Nonostante le riserve che alcune “impostazioni ideologiche” dell’Autore (eurocentrismo, razionalismo, giacobinismo ecc.) potranno suscitare, il lettore di questa seconda edizione italiana probabilmente concorderà con quanto scriveva Massimo Costanzo quarant’anni or sono; anzi, si renderà conto che questo libro, senza dubbio il più famoso dei testi redatti da Thiriart (4), è un libro preveggente ed attuale, per quanto inevitabilmente risenta della situazione storica in cui venne concepito. Preveggente, perché anticipa il crollo del sistema sovietico, e questo una decina d’anni prima dell’”eurocomunismo”; attuale, perché la descrizione dell’egemonia statunitense in Europa è ancor oggi un dato reale; anzi, l’analisi thiriartiana dell’imperialismo si avvale della lettura di un autore come James Burnham, che già negli anni Sessanta candidava gli USA al dominio mondiale assoluto.

    Nella mia biblioteca conservo un esemplare della prima edizione di questo libro (“édité à Bruxelles, par Jean Thiriart, en Mai 1964”). La dedica che l’Autore vi scrisse di suo pugno contiene un’esortazione di cui vorrei si appropriassero i lettori delle nuove generazioni, questa: “Votre jeunesse est belle. Elle a devant elle un Empire à bâtir“. Diversamente da Luttwak e da Toni Negri, Thiriart sapeva bene che l’Impero è l’esatto contrario dell’imperialismo e che gli Stati Uniti non sono Roma, bensì Cartagine.

    Claudio Mutti



    NOTE

    (1) Nel 1985 Thiriart rievocò l’episodio nei termini seguenti. “Nella sua fase iniziale, il mio incontro con Chou En-lai non fu che uno scambio di aneddoti e ricordi. Chou En-lai si interessò ai miei studi sulla scrittura cinese ed io al suo soggiorno in Francia che per lui rappresentava un gradevole ricordo giovanile. La conversazione si orientò poi sul tema degli eserciti popolari – tema caro tanto a lui quanto a me. Le cose si guastarono quando progressivamente si arrivò al concreto. Dovetti subire allora un vero e proprio corso di catechismo marxista-leninista. Chou stese poi l’inventario dei vari errori psicologici commessi dall’Unione Sovietica. E la lezione si spostò sulle nozioni di ‘alleanza gerarchica’ e ‘alleanza ugualitaria’. Per distendere l’ambiente, affrontai il tema dei disordini che avevo organizzato a Vienna nel 1961, durante l’incontro Krusciov-Kennedy. Ma il tentativo di fargli accettare il concetto della lotta globale quadricontinentale di tutte le forze anti-americane nel mondo, quali che siano i loro orientamenti ideologici, fallì. Attirai a tal scopo la sua attenzione sul fatto che era anche l’opinione del generale Peròn, un amico di lunga data. Si inalberò un po’ quando gli feci notare che in Argentina Peròn – sul piano psicologico – era una forza incommensurabilmente più forte che il comunismo. Io sono un uomo pragmatico. Gli domandai dunque dei mezzi – del denaro per sviluppare la nostra stampa ed un santuario per la nostra organizzazione – per la preparazione e la strutturazione di un apparato politico-militare rivoluzionario europeo. Mi rinviò ai suoi servizi. Il solo risultato fu, alla fine dell’incontro, un eccellente pranzo, consumato in un clima molto disteso. Ricomparvero allora gli ufficiali rumeni, che non avevano assistito agli incontri politici. In seguito, non riuscii ad ottenere nulla dai servizi cinesi, la cui incomprensione dell’Europa era totale sia sul piano psicologico che su quello politico” (Da Jeune Europe alle Brigate Rosse. Antiamericanismo e logica dell’impegno rivoluzionario, Società Editrice Barbarossa, Milano 1992, pp. 24-25).

    (2) J. Thiriart, USA: un empire de mercantis, “La Nation Européenne”, 21, ottobre 1967, p. 7.

    (3) Autore di España en llamas 1936, Acervo, Barcelona 1968.

    (4) Oltre a questo libro, Thiriart pubblicò anche La Grande Nation. 65 thèses sur l’Europe, Bruxelles 1965 (ed. it. La Grande Nazione. 65 tesi sull’Europa, Milano s. d.; 2° ed. italiana Società Editrice Barbarossa, Milano 1993; ed. tedesca Das Vierte Reich: Europa, Bruxelles 1966). Nel 1967 Thiriart progettò un libro intitolato Libération et unification de l’Europe. L’incarico di redigere gli ottocento paragrafi di questa opera venne assegnato a un collettivo composto di redattori della “Nation Européenne”.

  6. #6
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    noto con piacere che i finanziamenti del KGB sono graditi nella destra radicale...

  7. #7
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    In origine postato da Rodolfo

    "Chi controlla l'Est Europa comanda l'Heartland [letteralmente: il Cuore della Terra]: chi controlla l'Heartland comanda l'Isola -Mondo [la massa terrestre eurasiatico-africana]: chi controlla l'Isola-Mondo comanda il mondo" (Halford Mackinder)



    La destabilizzazione geopolitica orchestrata dagli USA colpisce esattamente il percorso delle antiche vie della seta e il percorso meridionale dell’attuale Ponte di Sviluppo Eurasiatico, cioè le arterie indispensabili di un’integrazione infrastrutturale eurasiatica. La guerra in Iraq del 1991 e il conflitto Kurdo 1 hanno bloccato una via di collegamento tra Europa, Medio Oriente e Asia. La Guerra dei Balcani 2 ha bloccato la navigazione danubiana, ed ha impedito la costruzione del collegamento ferroviario tra il sud-est Europa e la Turchia. I conflitti nella regione caucasica 3 hanno bloccato i collegamenti ferroviari da costruire tra Europa, Russia europea e Medio Oriente, interrompendo inoltre il flusso di petrolio che da Baku attraversa la Russia per arrivare in occidente. Il perenne conflitto afghano 4, i diversi focolai in Asia Centrale 5 rischi di insurrezione nella provincia cinese dello Xinjiang 6 bloccano i principali corridoi di collegamento necessari tra Cina, Medio Oriente ed Europa. La minaccia di un conflitto tra India e Pakistan 7 ostacolerebbe lo sviluppo delle linee ferroviarie lungo la via della seta meridionale.
    1) l'europa occidentale è culturalmente molto più vicina agli usa che alla russia

    2)10 milioni di kmq su 14 della siberia sono abitati da stirpi siniche

    3)gli stati uniti non si identificano con la politica di bush

    4)la "via della seta" è stata riaperta dal presidente Nixon, la presidenza Reagan vendeva armi all'Iran...

    5) la caratteristica peculiare della russia è la sua incapacità a funzionare

    6)l'abbraccio della corrotta russia sarebbe mortale per l'europa, perchè verrebbe stritolata dall'alleaza asia-nord america

    7)la russia non ha saputo conservare territori suoi da millenni, mi pare improbabile che possa fondersi con altri lontani ed estranei

    8) ciò che veramente serve per un europa indipendente è assorbire le russie occidentali(ucraina e bielorussia) e permettere alla cina di inglobare la siberia orientale

    9)la vera funzione della russia è di fare da cuscinetto e serbatoio di materie prime fra europa e Cina.

  8. #8
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    In origine postato da cornelio
    Per quanto riguarda la liberazione dell’Europa, Thiriart pensa a costituire delle Brigate Rivoluzionarie Europee che intraprendano la lotta armata contro l’occupante statunitense. Già nel 1966 egli ha avuto un colloquio col ministro degli Esteri cinese Chu En-lai, a Bucarest, e gli ha chiesto di appoggiare la costituzione di un apparato politico-militare europeo che combatta contro il nemico comune (1).
    (1) Nel 1985 Thiriart rievocò l’episodio nei termini seguenti. “Nella sua fase iniziale, il mio incontro con Chou En-lai non fu che uno scambio di aneddoti e ricordi. Chou En-lai si interessò ai miei studi sulla scrittura cinese ed io al suo soggiorno in Francia che per lui rappresentava un gradevole ricordo giovanile. La conversazione si orientò poi sul tema degli eserciti popolari – tema caro tanto a lui quanto a me. Le cose si guastarono quando progressivamente si arrivò al concreto. Dovetti subire allora un vero e proprio corso di catechismo marxista-leninista. Chou stese poi l’inventario dei vari errori psicologici commessi dall’Unione Sovietica. E la lezione si spostò sulle nozioni di ‘alleanza gerarchica’ e ‘alleanza ugualitaria’. Per distendere l’ambiente, affrontai il tema dei disordini che avevo organizzato a Vienna nel 1961, durante l’incontro Krusciov-Kennedy. Ma il tentativo di fargli accettare il concetto della lotta globale quadricontinentale di tutte le forze anti-americane nel mondo, quali che siano i loro orientamenti ideologici, fallì. Attirai a tal scopo la sua attenzione sul fatto che era anche l’opinione del generale Peròn, un amico di lunga data. Si inalberò un po’ quando gli feci notare che in Argentina Peròn – sul piano psicologico – era una forza incommensurabilmente più forte che il comunismo. Io sono un uomo pragmatico. Gli domandai dunque dei mezzi – del denaro per sviluppare la nostra stampa ed un santuario per la nostra organizzazione – per la preparazione e la strutturazione di un apparato politico-militare rivoluzionario europeo. Mi rinviò ai suoi servizi. Il solo risultato fu, alla fine dell’incontro, un eccellente pranzo, consumato in un clima molto disteso. Ricomparvero allora gli ufficiali rumeni, che non avevano assistito agli incontri politici. In seguito, non riuscii ad ottenere nulla dai servizi cinesi, la cui incomprensione dell’Europa era totale sia sul piano psicologico che su quello politico” (Da Jeune Europe alle Brigate Rosse. Antiamericanismo e logica dell’impegno rivoluzionario, Società Editrice Barbarossa, Milano 1992, pp. 24-25).
    Thiriart è solo un millantatore, chi conosce l'etichetta cinese sa che solo i capi di stato potevano conferire con Mao, e solo i primi ministri con Zhou enlai.

    La Cina in quegli anni andava impostando la sua alleanza con l'america di Nixon, certo Zhou non si sarebbe fatto notare con un esponente dell'antiamericanismo d'accatto, capo di milizie immaginarie...

    Parallelamente la Cina sviluppò un'alleanza ancora più stretta con l'UE dalla quale dipese la possibilità per l'europa di proseguire nella sua integrazione a dispetto degli usa dei rockfeller-bush
    Da questa alleanza uscirono Karol Woitila, Solidarnosc, Gorbaciov, il crollo del muro e l'indipendenza Ucraina....altro che incomprensione dell'europa!!

  9. #9
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    In origine postato da doddy
    Come si puo fare una eurasia senza eliminare l'islam ad esempio ? Per quale motivo la nostra civilta rinascimentale basara sulle repubbliche marinare fu stroncata e il commercio si sposto sulle coste dell'Atlantico ? Per colpa di chi ?
    Cristoforo Colombo perchè scopri l'america ?
    Te lo dico io perchè ...
    per colpa dei turchi magari??
    guarda che l'islam esisteva già da 800 anni e non bloccò nessun commercio....

  10. #10
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    In origine postato da Pasquin0
    1) l'europa occidentale è culturalmente molto più vicina agli usa che alla russia

    2)10 milioni di kmq su 14 della siberia sono abitati da stirpi siniche

    3)gli stati uniti non si identificano con la politica di bush

    4)la "via della seta" è stata riaperta dal presidente Nixon, la presidenza Reagan vendeva armi all'Iran...

    5) la caratteristica peculiare della russia è la sua incapacità a funzionare

    6)l'abbraccio della corrotta russia sarebbe mortale per l'europa, perchè verrebbe stritolata dall'alleaza asia-nord america

    7)la russia non ha saputo conservare territori suoi da millenni, mi pare improbabile che possa fondersi con altri lontani ed estranei

    8) ciò che veramente serve per un europa indipendente è assorbire le russie occidentali(ucraina e bielorussia) e permettere alla cina di inglobare la siberia orientale

    9)la vera funzione della russia è di fare da cuscinetto e serbatoio di materie prime fra europa e Cina.
    Sei sempre così abituato a dare dogmie prospettive assolute?

    contento tu...


 

 
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