Berlusconi rilancia: precisa, circostanzia, spiega. Ma non demorde, non arretra, non smentisce.
Sia sulle tasse che sulle festività.
Sulle prime, dice che la riduzione che il governo vuol operare riguarda tutti e non solo i ricchi, non solo insomma quella minoranza che paga l'aliquota più alta.
Quanto alle seconde, afferma che non si tratta di eliminare qualche festa, tipo l'Epifania o Ognissanti, (ipotesi che ha suscitato la risentita reazione della Conferenza episcopale), semmai spostarle facendole coincidere col sabato o la domenica, problema che non si pone per quest'anno perché le festività coincidono proprio col weekend.
Insomma, il premier smussa il pericolosissimo messaggio elettorale inviato da Cernobbio (meno tasse per chi ha più soldi; meno feste per tutti gli altri) ma non ne modifica di una virgola la sostanza.
Di più - oltre all'accusa consueta all'opposizione di aver strumentalizzato le sue parole - attacca direttamente l'Unione europea.
Sostiene: non possiamo più incidere sui tassi, e nemmeno sui cambi, e neanche sui deficit perché tutte queste cose le decidono a Bruxelles o a Francoforte, e lassù finora poco hanno fatto per rilanciare l'economia europea.
Quando parla di Unione europea, Berlusconi allude evidentemente a Romano Prodi, il suo competitore diretto del 2006. Ed è chiarissimo da tempo quale sarà il leit motiv della campagna elettorale del centrodestra alle europee: se ci sono difficolà economiche queste sono dovute non all'incapacità del nostro governo ma alle crisi internazionali, al terrorisimo, all'euro e all'inefficienza della Commissione Prodi.
Quanto a noi, abbiamo già cominciato, sia pure tra mille difficoltà, a diminuire la tasse, a riformare le pensioni, a rilanciare l'occupazione, eccetera.
Il punto è però che su buona parte di questa linea Berlusconi non trova la solidarietà dei suoi alleati. Non tanto sulla pars destruens del suo discorso elettorale, quanto sulla parte propositiva.
E questo perché le sue proposte sono percepite dal centrodestra come lesive dei loro interessi elettorali.
Gianfranco Fini ieri è stato gelido: non soltanto ha disertato la riunione del Consiglio dei ministri per correre a Marina di Pietrasanta a presentare un libro, ma ha anche dettato il titolo che vorrebbe leggere sui giornali di oggi: «Fini invita Berlusconi a riflettere».
Insomma, ripensaci, così andiamo alla rovina. E ha fatto partire dai suoi colonnelli precisi inviti a Berlusconi a rispettare i patti della verifica.
Si è incaricato Gasparri, il ministro di An più vicino a Berlusconi, di dire: la collegialità va praticata sul serio, il vicepresidente del Consiglio deve contare davvero nella conduzione della linea economica. Insomma, caro Silvio, la prossima volta che parli devi concordare con Fini - e non solo con Tremonti - le parole.
Ma, come abbiamo detto, Berlusconi non se ne è dato granché per inteso: intervistato da «Italia Uno» ha rilanciato le sue ricette. Quel che colpisce è che intorno a lui si muovono a difesa soltanto gli uomini di Forza Italia: da Bondi a Cicchitto, da Adornato ai vari peones. I quali attaccano la sinistra ma non dicono una sola parola sul problema vero che ha il partito azzurro: i rapporti con gli alleati. Persino con la Lega che si è velocemente smarcata dalle posizioni del premier. Una situazione di scollamento che dovrebbe indurre Berlusconi a riconquistare la collegialità nella maggioranza. Ma che per il momento lo spinge a riaffermare con forza il proprio ruolo di leader indiscusso e, in certa misura, indiscutibile.
Andrea Ferrari