I giovani? Arruolati in un esercito senza missione né regole Parla la
scrittrice e docente Mastrocola
Il clan dei mai cresciuti
«Mi turba il loro interesse ai vestiti, obbediscono a diktat rigidissimi. E
la scuola, invece di coltivare i talenti, insegue la Santa Uguaglianza
Universale»
«Ma sono figli nostri. Noi abbiamo reso impronunciabili alcune grandi parole
come merito e fatica, onestà, passione fine a se stessa... Neanche i
genitori sanno più dire perché studiare; e i prof non credono più al loro
lavoro culturale»
Di Luigi Vaccari
«Fotografia perfetta, direi», risponde Paola Mastrocola. Confessa di
osservarli molto, i giovani; le piace guardarli, spiarli, a scuola, per
strada, in autobus. E le appaiono proprio così: tutti uguali
nell'abbigliamento, negli atteggiamenti, nel linguaggio e nell'afasia,
nell'indolenza... «Quella che mi ha prospettato nella domanda forse non è
un'impressione superficiale - aggiunge -. Purtroppo».
Che cosa la turba di più, di questi ragazzi?
«L'appartenenza al loro clan. Se ne scelgono uno, poi ci vanno dentro a
capofitto, senza riserve, senza varianti. E se ne stanno lì buoni buoni,
come dentro a una tana. Mi turba soprattutto questo loro interesse
spasmodico all'abbigliamento. Si vestono tutti uguali, all'interno del loro
clan. Obbediscono a diktat rigidissimi, guai una firma fuori posto, una
cintura sbagliata: rischi di essere radiato. Mi sembrano battaglioni diversi
di un unico esercito, in cui però. nessuno ha mai chiesto loro di
arruolarsi. Autoarruolamento volontario. A quale esercito non lo so. Senza
un capitano, senza una missione, senza una regola: un esercito di divise
smandrappate, dentro le quali non si capisce bene se ci abiti qualcuno o no.
Divise autoreggenti.».
Tutti così?
«No, non tutti. C'è una buona minoranza che si salva, ma se ne sta nascosta
e in disparte: sono quelli che non si riconoscono nel branco, che provano a
stare da soli, ma nessuno li vuole: troppo diversi, troppo scomodi. Anche il
mondo degli adulti non li ama: i genitori si preoccupano di un figlio
introverso che magari ama leggere e studiare; gli insegnanti hanno paura di
allievi così: troppo esigenti, troppo seri, poco socializzati, poco
intruppati. Molto individui, poco massa. In questa specie di mondo alla
rovescia che abbiamo creato, giovani simili ci sembrano presuntuosi e
lontani, ci piacciono ben poco, ahimé».
Presi singolarmente, quelli del branco, come sono?
«Presi singolarmente? Non è mica facile stanarli dal loro clan, anche perché
li abbiamo relegati noi in ques ti recinti abitati rigorosamente soltanto da
coetanei: guai se un ragazzo partecipa a una cena di adulti, deve brancolare
con i suoi pari nei locali appositi, altrimenti è un disadattato. Quando
riusciamo a prenderli singolarmente, come sono? Teneri, piccoli, spaesati:
mai cresciuti. Tremendamente bisognosi di adulti che facciano la parte degli
adulti. Invece trovano adulti-quindicenni assetati di futuro (carriera e
successo), non certo genitori consapevoli del loro naturale e ineluttabile
passare...».
Nello studio manifestano lacune gravi?
«Non sanno parlare e non sanno scrivere. Soprattutto non sanno costruire un
discorso e tenerlo in piedi. Hanno un pensiero frantumato, slegato, non
connesso (forse, a forza di connettersi con l'esterno, hanno perso le
connessioni interne.). Non sanno mettere l'apostrofo. Né l'accento. Né la
punteggiatura. Quando li correggo, mi guardano sconcertati, come a
chiedermi: ma è così grave? No, per loro nulla è mai grave. Sono figli
nostri: gliel'abbiamo insegnato noi che mettere o non mettere un apostrofo
non era poi così grave: solo una banale questione di forma. L'importante era
la famigerata "creatività", vero?».
Quali sono le loro insofferenze?
«La loro insofferenza numero uno è studiare. Soprattutto se spieghiamo loro
che studiare vuol dire stare almeno un paio d'ore concentrati e scollegati:
cioè, soli! Se consigliamo loro di spegnere il telefonino due ore al giorno
per fare i compiti, ci guardano sinceramente dispiaciuti: mission
impossible, ci dicono i loro occhi».
Temono le incertezze del futuro o il presente, «ora e qui»?
«Temono di essere considerati "out" dai loro coetanei. Mi sembra che la loro
principale preoccupazione sia di essere "in". Non credo che il futuro li
tocchi molto, anche perché semmai hanno del futuro un'idea (e quindi una
paura) generica, collettiva e stereotipata: quella che gli abbiamo passato
noi, tipo pianeta da salvare, diritti umani da salvaguardare. tutte
bellissime cose, ma un po' astratte e lontane, che non riguardano mai loro,
cioè il singolo individuo e quindi non toccano le responsabilità
individuali. Voglio dire che questi ragazzi hanno, forse, un'idea del mondo,
ma non hanno un'idea di sé nel mondo. Non si vedono, non sanno cosa faranno
da grandi. Tanto, ci sono mamma e papà, le cose in qualche modo le
metteranno a posto loro: con i soldi, per esempio, o le conoscenze giuste».
Quanto influisce sulla loro malformazione culturale e civile la società in
cui crescono, dove conta più apparire che essere, e gli accordi sotto banco,
la furbizia, il mercanteggiamento pagano più del merito e dell'onestà?
«La società non solo influisce moltissimo, ma è la prima colpevole: questi
ragazzi, lo ribadisco, sono figli nostri. Ci riflettono come specchi, sono
quel che noi abbiamo creato. Mi dispiace: credo che la mia generazione abbia
enormi responsabilità, che non si sta affatto prendendo. Noi abbiamo reso
impronunciabili alcune grandi parole: merito e onestà, ma anche
responsabilità, fatica, sacrificio, studio, lealtà, passione fine a se
stessa. Nessuno ci crede più, sono parole che suonano ridicole».
Con quale spirito frequentano la scuola? Cercano e vorrebbero che cosa?
«La scuola è un dovere di cui si è perso il senso. Neanche i genitori sanno
più dire ai loro figli perché devono andare a scuola. Una volta lo sapevano:
era per migliorare la loro condizione, intellettuale e quindi sociale. Oggi
"devono" e basta, anche perché se no cosa fanno? Stanno in casa anche al
mattino a guardare la tivù e giocare alla Play Station? Almeno a scuola si
svariano un po', trovano amici: socializzano, meraviglioso verbo
salva-tutti! Poi ci sarebbe sempre quella buona minoranza (direi un bel 5%)
che cerca la profondità, la passione, i maestri. Ma sono pochi, e noi non ci
occupiamo dei pochi (soprattutto se sono bravi)».
Come cerca di conquistare l'attenzione, la considerazione, la fiducia della
maggioranza, che non è interessata allo studio e non vuole maestri?
«Facend o la mia parte: cioè l'insegnante. Se uno lo fa davvero, cioè
prendendosi tutto il carico di quel che vuol dire (pretendere un impegno,
richiedere risultati alti, premiare, punire, amare la propria materia nonché
prima di tutto conoscerla.), allora direi che otteniamo tutto in modo
assolutamente naturale».
Suggerisce modelli che si contrappongano ai modelli consumistici,
edonistici, sessuali proposti dai mass media?
«Io insegno letteratura. È una fortuna. Se uno parla di gente come Dante,
Cervantes, Tolstoj o Montale. automaticamente propone altri modelli.
Altissimi ed eversivi. La letteratura è sempre eversiva. Il problema semmai
è diverso: sono modelli talmente "altri", che rischiano di cadere nel
vuoto».
Riesce a evitare questo pericolo? O gli alunni la rifiutano, comunque, anche
perché pesa negativamente la scarsa considerazione che lo Stato riserva ai
docenti, per esempio retribuendoli una miseria?
«Non credo che, quando spiego Dante, i miei allievi pensino a quanto
guadagno. Dovremmo un po' finirla con questa storia. O, almeno, mostrare che
si tratta di due storie diverse: da una parte, è vero, gli stipendi da fame;
dall'altra il valore intrinseco del nostro lavoro: e qui, mi dispiace molto
dirlo, siamo noi insegnanti i primi che non ci crediamo più. Quando
accettiamo di abbassare così tanto il livello (rendendo tutto facile e
predigerito, aggiornandoci solo sulla didattica e mai, dico mai, sulla
nostra materia, rinunciando al valore esemplare della lezione frontale,
dando sempre ragione ai genitori, alzando i voti per migliorare il tasso del
cosiddetto "successo scolastico"), è lì che ci diamo noi stessi la zappa sui
piedi! Dovremmo tenere più in conto il valore del nostro mestiere. Che non è
solo educativo: è anche, e prima di tutto, culturale».
Esistono corsi di recupero e di sostegno per aiutare gli studenti carenti. E
per.
«Non mi parli dei corsi di recupero, sono la mia spina nel cuore. Non ci
volevo credere quando sono stati introdotti. Chi è sta to il colpevole? La
destra o la sinistra? Non me ne ricordo mai, tanto cosa importa, non mi
sembra ci sia più una distinzione rilevante tra le due parti, almeno per
quel che riguarda un'idea di scuola.».
.e per i più dotati? Che cosa si fa? Riescono ad approfondire, a mettersi
alla prova ed emergere o sono condannati a essere risucchiati nella palude
della mediocrità?
«In questa faccenda del recupero, i veri puniti sono i bravi. i migliori. i
meritevoli. (tutte parole che non piacciono a nessuno, ma non so in che
altro modo chiamarli). Già, perché per consentire ai non-studiosi di
recuperare, io fermo le lezioni e torno indietro. E gli altri? Languono a
rifare le stesse cose, a sentire per l'ennesima volta le stesse spiegazioni;
la loro intelligenza andrebbe di continuo provocata, sfidata a nuove
difficoltà, io invece la lascio marcire. Questo ha fatto la riforma della
scuola. In nome, credo, della Santa Uguaglianza Universale. Ma la vera
uguaglianza non si fonda sul buon uso sociale delle differenze? Non deve
forse la società tendere a tirar fuori il meglio da ogni individuo perché
poi si attui una collaborazione tra individui? Non dovremmo coltivare anche
i talenti, e non solo innaffiare i non talenti? Dovremmo fermarle, sì, le
lezioni, ma per alzare il tiro, per far partire corsi di Difficoltà e
Approfondimento, invece che corsi di Facilità e Ripetizione Infinita e
Ritorno all'indietro!».




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