Tutto è artificiale. Avendo deciso di costruire il migliore dei mondi
possibili, la natura è stata addomesticata, la vita regolata e messa in
grado di soddisfare ogni desiderio di tipo consumistico.
"Globalia"
Si vota per qualsiasi cosa, si tutela qualsiasi minoranza,si vieta, in nome
della maggioranza, qualsiasi eccesso.
di Stenio Solinas
Intorno alla seconda metà del XXI secolo la globalizzazione
liberalcapitalista si è oramai radicata in un unico, grande sistema
politico. Il suo nome è Globalia, comprende l'Europa, la Russia, la Cina,
gli Stati Uniti e il Nord America e altre enclaves sparse fra Africa, Asia,
America latina. È una sorta di arcipelago e di sistema chiuso, nel senso che
la più raffinata tecnologia ha permesso di isolarlo da quelle che vengono
definite le «non zone», lì dove si è rivelato impossibilitato e/o non
interessato ad attecchire, ed è il risultato cui si è giunti dopo che un
lungo periodo, detto delle «guerre civili», ha fatto capire come, esposta al
vento della storia, ai suoi appetiti, alla sua irrazionalità, ai sogni, agli
errori e agli orrori che ad essa si accompagnano, la democrazia planetaria
corresse il rischio di inabissarsi. Dentro Globalia, dunque, il passato non
esiste, ma conta soltanto un eterno presente. Le conquiste scientifiche
assicurano un'età media praticamente raddoppiata rispetto agli inizi del
secolo e la formula «mortalità zero, natalità zero» fotografa perfettamente
qual è la situazione: uno status quo atemporale dove la giovinezza è
tollerata, la vecchiaia negata e si ha il trionfo della «maturità avanzata».

Dentro Globalia tutto è artificiale, dalle stagioni ai cibi ai vestiti:
avendo deciso di costruire il migliore dei mondi possibili e la sola
democrazia auspicabile, la natura è stata addomesticata, la vita regolata e
messa in grado di soddisfare ogni desiderio di tipo consumistico. Essendo un
ordinamento democratico, si vota per qualsiasi cosa, si tutela qualsiasi
minoranza, si vieta, in nome della maggioranza, qualsiasi eccesso. Che poi
nessuno o quasi vada più a votare è visto come la riprova che la popolazione
è contenta e non chiede di meglio... Fuori Globalia il mondo non esiste,
ovvero se ne conosce l'esistenza, ma se ne fugge la contaminazione. Ogni
tanto lo si bombarda, ma subito dopo vengono spediti aiuti umanitari...
Rappresenta quella landa popolata e rovinata dalla storia dove si continua
ancora a credere nei feticci di un'umanità retrograda: le religioni, le
guerre, le tradizioni. La sua presenza, e la minaccia che da essa proviene,
sotto forma di attentati terroristici, testimonia la bontà di Globalia e la
sua necessità di preservarla a qualsiasi costo. Il benessere dei suoi
abitanti è garantito dalla paura di perderlo. L'esistenza di un nemico è la
ragione stessa della propria esistenza. E qualora questo nemico si rivela
troppo debole rispetto allo strapotere bellico del sistema vincitore, ci
pensano i responsabili della sicurezza di quest'ultimo a fabbricarne uno che
abbia i requisiti necessari.

Il panorama che abbiamo finora descritto, una sorta di Medio Evo Tecnologico
prossimo venturo, è opera di uno scrittore francese, Jean Christophe Rufin.
Globalia (Gallimard, 496 pagine, 21 euri) è il titolo infatti del suo ultimo
romanzo. Già vincitore di un Goncourt opera prima nel 1997 con L'Abissino e,
due anni dopo, con Rosso Brasile, del Goncourt vero e proprio, il più
importante premio letterario d'oltralpe, Rufin oltre a essere un romanziere
di talento è anche uno dei fondatori di Médecins sans Frontières e dell'
associazione Action contre la faim. È proprio da questo suo doppio registro
di scrittore e di persona impegnata in prima linea nei grandi problemi del
nostro tempo, che Globalia acquista ancora più interesse: una sorta di 1984
di Orwell rovesciato di segno. Lì dove c'era un Grande Fratello totalitario
adesso c'è un Grande Fratello democratico, lì dove si riscriveva il passato
adesso lo si cancella, lì dove si vietavano i libri adesso li si rende
inutili stampandoli all'eccesso, lì dove il fine era la sottomissione
attraverso il terrore, adesso il fine è la sottomissione attraverso il
benessere...

Nello stato di Globalia la parola d'ordine è «Libertà. Sicurezza.
Prosperità ». Un programma di regolazione climatica, attraverso i «canoni
del bel tempo», garantisce sempre una temperatura ideale, il «Minimum
prosperità» fa sì che nessuno muoia di fame, al posto dei licenziamenti,
termine insultante e perciò abbandonato, si ha la «forte accelerazione di
carriera», ovvero la fuoriuscita dalla stessa, il «Programma di lotta all'
anonimato» dà a ogni cittadino un'ora di televisione dove dire la sua. Le
«generazioni di grande avvenire» rappresentano la maggioranza della sua
popolazione: la vecchiaia, infatti, non esiste come nome, la giovinezza è
contingentata e sopportata soltanto in virtù della maturità che
successivamente la attende. A Globalia tutto è permesso, ma in realtà tutto
è regolato. I diritti umani sono stati allargati anche agli animali e alla
natura, dimodoché nei boschi si possono fare solo passeggiate virtuali,
cuoio e pelle sono soltanto sintetiche, si può pensare soltanto
democraticamente.

Con un occhio a Orwell e un altro a Swift Rufin delinea una contro-utopia di
straordinaria efficacia nella quale l'essere umano, illudendosi di essere
libero, si ritrova a vivere prigioniero in una gabbia. L'abolizione della
storia e della memoria lo privano di ogni capacità di comprensione e di
paragone, ne ottundono la sensibilità, favoriscono il gregarismo e il
conformismo, alimentano l'alienazione e la paura dell'altro da sé. L'umanità
raccontata nel romanzo è un popolo di consumatori la cui vita si dilata all'
infinito, ma senza che se ne percepisca più il senso, dove le occasioni
collettive di divertimento sono moltiplicate, ma le individualità non hanno
più posto, dove non c'è più curiosità rispetto al diverso perché il diverso
è stato messo al bando, considerato, in quanto tale, antidemocratico.

Dice Rufin che «nel mondo di Globalia, che non è altro che quello di una
democrazia spinta ai limiti della sua pericolosità, non avrei che un
desiderio: evadere». Nel romanzo questa evasione è affidata a una coppia di
protagonisti, Baikal e Kate. Loro rappresentano ciò che Rufin ha più a
cuore: l'individuo con la sua capacità di stupirsi, di lottare, di
confrontarsi con ciò che non conosce. La consapevolezza che la democrazia
ideale e planetaria è un'utopia portatrice di catastrofi epocali, la
speranza in un futuro dove l'egoismo non sia la molla principale e l'
attenzione verso i più deboli una scelta di civiltà.