
Originariamente Scritto da
Voyager
Non è certo agevole comprendere cosa sia il male: se sia un’entità ontologica di una potenza efferata indicibile, oppure solo un’assenza, come testimonia qualcuno. Ma è un dato di fatto: il male, seppure possa essere un’assenza, o essere una non presenza o un non ente (un Niente) o una non entità, è ben vivo nella realtà quotidiana di ciascuno di noi. Ne preavvertiamo il solfureo e ammorbante respiro ogni qualvolta la vita ci sospinge a scrutare oltre le tenui increspature della superficie, oltre e più a fondo dell’epidermide dell’esistenza, al di là e più in là della mera contemplazione delle meraviglie del creato. Il Male sta là, nel fondo, immanente, aggrovigliato e inscindibilmente aggrumato con il suo omologo contrario. Avvinghiato agli eventi, pronto a mordere e graffiare con le sue adunche unghie ferine, a spiccare il salto mortale per ghermire la preda. Il Male può non essere reale, fattuale, ma è davvero ingenuo disconoscerne la possanza, se non altro il dolore, il patire, il soffrire sono pronti a testimoniarne la virilità. Cosa sia il Male è un mistero, che ben conviene a quell’ancor più grande mistero che è la vita. Il Male impregna il Creato fin dall’origine dei tempi, giacché non è dato conoscere epoca priva di dolore, sofferenza e patimento, se non quelli idillici che fanno parte del mitologema d’Arcadia o dell’Eden, oramai irrimediabilmente perduti. E se dunque il Male fa udire la sua roca voce, e se ogni pianto, urlo, disperazione umane che impestano il creato sono squilli di tromba che annunciano l’esserci del Male, vuol pure dire che questa assenza non è del tutto assente, potendo benissimo tradursi in una presenza, poiché un’assenza non si udrebbe, non si vedrebbe, non colpirebbe con tanta forza, eppure, ciò è innegabile, noi del Male percepiamo sia la voce, sia le nefaste conseguenze del suo imperversare.
Il suo esserci traspare chiaramente anche dalle bellissime pagine di Genesi. Se il Male non fosse un’entità ontologica, Dio stesso non avrebbe imposto alla sua più bella creatura di non cibarsi dei frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male. Il divieto divino tendeva, con evidenza, a evitare che il creato stesso entrasse in contatto con un qualcosa che fin dall’origine – ab origine, direbbe un latinista – impregnava la creazione, così come il suo omologo contrario. Conoscere significa aver cognizione di qualcosa che esiste, tanto il bene quanto il male, dunque. Diversamente, qualora il male non fosse stato, Dio avrebbe impartito un ordine insensato, privo dell’oggetto del conoscere. Nondimeno, pur ammettendo che il male sia il niente, oppure un’assenza di bene, è pur sempre un’inemendabile responsabilità divina l’aver disposto le cose in maniera tale che il bene potesse essere sopravanzato da un’assenza, oppure che il bene recasse in sé il germe patogeno della propria dissoluzione e corruzione, fino a tradursi in assenza. Che il bene, universalmente attribuito a Dio, fosse così volatile, tanto da dileguarsi o evaporare al calore della conoscenza, è un altro difetto costitutivo della Creazione, e tale lacuna non può che essere totalmente ascritta al suo architetto. Se il Male è il Nulla, come affermano certe dottrine, l’insegnamento patristico della creatio ex nihilo, imputa al creatore la responsabilità d’aver forgiato la materia viva e pulsante attingendo al metastatico crogiuolo del Nulla. Come il freddo si apprende attraverso i cristalli di ghiaccio, o l’oscurità la si riconosce per via della cecità e l’occlusione del senso visivo, così il Male lo si coglie, presagisce e patisce a causa del dolore, del patimento e della sofferenza, avanguardie tutte delle schiere della dissoluzione, e, al tempo stesso, inquisitori dell’unico Dio che, si racconta, ha creato la vita. Né oscurità, né freddo, né male possono essere oggetto di studio diretto, di osservazione immediata, di analisi certosina, di entrambi, però, noi registriamo, in una cronaca dolorosa, le terribili conseguenze. Male, oscurità e freddo li conosciamo per induzione, e nessuno, credo, può negarne gli effetti. Qualcuno, sempre per induzione, vede Dio nella meraviglia e nello stupefacente, nella policromia del creato, sperticandosi in infinite e accorate lodi; perché non accedere alla sua esistenza riconoscendo anche il terrifico del Male? SE un Dio c’è – io non lo so, ci credo assai poco –, Egli non può essere che Bene e Male, meraviglia e terrifico, eden e ctonio, luce e ombra, tenue color pastello del cielo olimpico e bigio plumbeo della bufera. Negare il Male è negare Dio, e solo l’inesistenza di quest’ultimo lo assolve dall’aver creato il Male; diversamente Dio è colpevole.