L'assassinio del fondatore e leader spirituale di Hamas, sheikh Ahmad Yassin, non dovrebbe essere stato una sorpresa per coloro che seguono le azioni di Ariel Sharon ed hanno prestato un minimo di attenzione al modo in cui egli opera.
La sua logica e' piana ed impeccabile: Israele e' una potenza militare senza paragoni nell'area ed il suo maggiore alleato e' la forza militare più imponente al mondo; di conseguenza, finché il conflitto con i palestinesi resterà nell'arena militare, Israele avrà la meglio.
La logica e' concisa ed ovvia eppure, nonostante il fatto che le linee guida di questa strategia siano ben comprese e perduranti, ci viene costantemente detto che l'Israele di Sharon desidererebbe risolvere il conflitto pacificamente ed equamente, che sarebbe interessato a ricercare una soluzione politica, se solo trovasse un partner serio all'altro lato del tavolo.
Vi sono molti esempi che illustrano l'ovvietà di questa strategia.
Ricordate il summit di Aqaba, agli inizi di giugno 2003? Esso seguì l'insediamento del primo premier nella storia palestinese, Mahmud Abbas (Abu Mazen), un uomo che Israele considerava abbastanza "accettabile" come partner da permettere al residente Bush di invitarlo alla Casa Bianca. E ricordate ciò che Israele fece immediatamente dopo quello "storico summit"?
Esattamente cinque giorni dopo, ben sapendo che la cosa peggiore da fare in quel momento, se desiderava rafforzare il nuovo primo ministro palestinese, era uccidere un membro di Hamas, Israele non solo tentò di assassinarne uno, ma scelse proprio il più autorevole rappresentante dell'ala politica di Hamas e suo portavoce, Abdel Aziz al-Rantissi. Rantissi se la cavò con ferite leggere, ma i sei missili lanciati da due elicotteri Apache uccisero una donna anziana, il giovane Mustafa Saleh, 27 anni, Khadra abu Hamada, 34 anni e la sua figlioletta di tre anni, ferendo almeno 27 altri civili.
L'attacco era stato così grossolanamente predisposto per essere un sabotaggio agli sforzi di pace di Abbas che suscitò un'insolita e franca reazione da parte della Casa Bianca, la quale emanò un comunicato in cui sosteneva che "il presidente e' preoccupato che l'attacco possa minare gli sforzi delle autorità palestinesi di mettere fine agli attacchi kamikaze, ed e' certo che esso non contribuisce alla sicurezza di Israele".
Fortunatamente, ed ironicamente con l'aiuto degli influenti leaders palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, il 29 giugno 2003 il premier Abu Mazen in qualche modo riuscì a strappare una dichiarazione di tregua unilaterale da parte di tutti i principali gruppi palestinesi. La tregua doveva durare tre mesi ed applicarsi ad entrambi i lati della Linea Verde tracciata nel 1967.
Invece di afferrare al volo l'opportunità per rafforzare politicamente Abu Mazen sia con gesti simbolici (come il rilascio dei veri prigionieri politici che erano la chiave per negoziare una tregua reale) che con mosse concrete volte a rendere la vita dei palestinesi un po' meno che un incubo, Sharon scelse, come al solito, la strada del sabotaggio.
Ad esempio, la tregua fu definita dal governo israeliano, sin dall'inizio, "un trucco predisposto dai terroristi per guadagnare tempo e riarmarsi". Ra'anan Gissin, portavoce di Sharon, dichiarò che "gli accordi con le organizzazioni terroristiche non valgono il foglio di carta su cui sono scritti".
Invece, da allora, non soltanto Israele ha negoziato con i suoi più grandi nemici, gli Hezbollah - anch'essi definiti "un gruppo terroristico" da Israele - ma ha trattato addirittura il rilascio di 429 prigionieri, inclusi due personalità prominenti del gruppo, Mustafa Dirani ed Abdel Karim Obeid, in cambio di tre corpi di militari israeliani uccisi in Libano e di un uomo d'affari israeliano (molto presumibilmente un agente segreto).
Da allora, inoltre, Sharon ha dichiarato la sua intenzione di evacuare la striscia di Gaza e di smantellare molti insediamenti lì creati.
Immaginate se Ariel Sharon avesse liberato centinaia di prigionieri politici palestinesi ed avesse dichiarato la sua intenzione di lasciare Gaza subito dopo i colloqui con Abu Mazen? Abu Mazen avrebbe immediatamente acquisito un immenso capitale politico, poiché la sua posizione sarebbe stata rafforzata dalla percezione che il negoziato pacifico era in grado di ottenere risultati.
Ma Ariel Sharon non era affatto interessato a rafforzare Abu Mazen né qualsiasi altro partner politico. Egli sa bene che l'assassinio di Yassin darà vita ad una serie di attentati kamikaze. Sa bene che tali omicidi extragiudiziari screditano agli occhi dei palestinesi chiunque tratti con Israele. Dunque, perché tanta di voglia di provocare continue escalation di violenza?
La risposta non e' un mistero, ed e' stata molto ben articolata più di un anno fa da Yossi Sarid, presidente del partito Meretz, che, il 3 gennaio 2003, scrisse: "Ciò che spaventa Sharon ... e' la prospettiva di quiete o moderazione. Se la situazione dovesse placarsi e stabilizzarsi, Sharon dovrebbe ritornare al tavolo dei negoziati e, di fronte a pressioni interne ed esterne, dovrebbe fare proposte di accordo serie. Questa ipotesi lo terrorizza e lui la respingerà finché potrà".




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