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Discussione: Come "spingere" per...

  1. #1
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    Predefinito Come "spingere" per...

    ...attivare la ripresa

    Roma. Ieri a Berlino, l’ennesimo incontro franco-tedesco per coordinare l’atteggiamento da tenere in materia economico-finanziaria al Consiglio europeo di giovedì e venerdì. All’ordine del giorno, oltre all’eventuale rilancio del negoziato sulla Costituzione europea e a questioni straordinarie come la cooperazione antiterrorismo, ci sarebbe infatti la tanto bistrattata agenda di Lisbona, le misure-obiettivo adottate 3 anni fa che dovevano fare dell’euroarea l’economia più competitiva del mondo.
    Abbandonate a mezza strada, vista la resistenza fortissima che i governi del continente, socialisti e moderati, incontrano sul cammino delle riforme tese ad aprire il mercato dei beni e flessibilizzare quello del lavoro, alzare l’età pensionabile, abbassare le tasse.
    In realtà, Francia e Germania stanno coordinando una propostina sul Patto di stabilità, e sarebbe anche ora, visto che davvero non si capisce come mai i governi abbiano continuato da due anni a questa parte a praticare politiche deflazionistiche, lamentando la “stupidità” del Patto nonché i tassi d’interesse praticati dalla Banca centrale europea, tranne poi non riuscire a concordare alcuna modifica al Patto che non fosse quella che a Francia e Germania è consentito violarlo senza sanzioni.
    L’Italia si è prestata con il suo semestre di presidenza al vulnus del Patto, ma è mancata al ruolo propositivo di modifiche, ferma alla linea che con il 106 per cento del pil di debito pubblico ogni proposta che non nasca da Francia e Germania ci vedrebbe penalizzati ad hoc, con meccanismi più stringenti sulla riduzione del debito pubblico.

    Sarà. In attesa che l’Europa quagli di suo, però, il confronto su un “colpo d’ala” allo sviluppo italiano per il governo si pone, come diceva Totò, a prescindere.
    Lo testimonia il dibattito suscitato dal Sole 24 Ore a seguito della mesta pubblicazione dell’ultimo Bollettino della Banca d’Italia, che ha gelato le aspettative perché se è vero che nel 2003 il rafforzpil italiano è cresciuto di uno zerovirgola più di quello francese e quello tedesco si è addirittura contratto nell’ultimo trimestre 2003, da loro si manifestano segni – tenuissimi – di ripresa che da noi invece mancano.
    Siamo fermi allo zero secco, con diminuzione sia della domanda interna che di quella estera. Per il governo, condurre col pilota automatico la parte finale della legislatura assecondando scenari così poco promettenti, significherebbe inevitabilmente esporsi a un conto ancor più salato, in termini di delusione dell’elettorato che aveva investito sul “fenomeno Berlusconi” sperando in un salutare impulso alla crescita. Il problema non è di quanto il governo abbasserà nella prossima Trimestrale di cassa gli scenari di crescita per l’anno in corso e a venire. E’ di riuscire a dare una staffilata alla stagnazione ridando vigore ad animal spirits oggi depressi. Per l’effetto concomitante degli scandali Parmalat e della gelata su credito e tipologie di impieghi finanziari, della campagna battente sul presunto impoverimento dei ceti medi italiani, nonché della effettiva mancanza di un “pacchetto” per la crescita. L’appuntamento è con il prossimo Dpef, la sfida è anticiparlo alla prossima campagna elettorale.

    La lagna sulla “lesa collegialità”
    Giulio Tremonti si tiene ancora strette le idee che sta elaborando, non vuole vederle tritate dalla consueta lagna di “lesa collegialità” da parte di An e Udc. Il quesito centrale riguarda ciò a cui quasi più nessuno è disposto a credere. Esiste lo spazio per un uso massiccio dell’alleggerimento fiscale? Se sì, a che condizioni? Oppure ha ragione Luigi Spaventa, che sul Corriere ha malignamente argomentato che con la bassa crescita prevista a malapena c’è il margine per reperire risorse sostitutive a pareggiare i 20 miliardi di euro da entrate straordinarie e condoni, mentre non si saprebbe dove ricavarne per scendere dal 41,8 per cento di imposizione fiscale sul pil, visto che ogni punto sono 13 miliardi e mezzo di euro? La ventina di proposte raccolte dal Sole fotografa una situazione in cui prevale la sfiducia. La maggior parte di esse – rilanciare il turismo, la ricerca, l’inglese nelle scuole o un patto con la Cina – sono giuste e scontate, tanto per evitare di dir chiaro che dal governo non ci si aspetta più nulla tranne che il suo declino. Solo pochissimi hanno avuto il fegato di indicare una strada “vera”.
    Lo ha fatto il liberista Alberto Alesina, direttore del dipartimento di economia ad Harvard. Il suo “basta col gradualismo” chiede la riduzione non di 1 ma di 5-10 punti di pressione fiscale, ed è l’orizzonte che il governo dovrebbe darsi per chiedere una conferma per tutta la prossima legislatura. A testimonianza che si può essere anche politicamente per una campana diversa, ma ciò non significa dover dire sciocchezze economiche, il deciso ricorso alla leva fiscale viene poi proposto da Paolo Onofri di Prometeia, perché il problema della produttività italiana va affrontato con una decisa strategia di innalzamento del tasso di partecipazione della forza di lavoro, delle donne e degli over 55. Oltre che di innalzamento stabile delle ore lavorate annualmente per lavoratore, come ha saggiamente proposto un’altra seria “non simpatizzante” come Fiorella Kostoris. E per raggiungere tale obiettivo c’è bisogno di un forte incentivo fiscale e contributivo.
    Niente di tutto questo però è credibile senza un colpo d’ala vero, legato “anche” alla diminuzione dei dipendenti pubblici
    in ragione di standard e obiettivi dichiarati di maggior efficienza della pubblica amministrazione.
    Significa mettersi di nuovo i sindacati per traverso, annunciare
    come ha fatto Tony Blair che 50 mila dipendenti pubblici in meno entro 5 anni “liberano” a Londra 18 miliardi di euro da reinvestire
    nei servizi pubblici.
    Ma è sbagliato credere che non sia possibile.
    Soprattutto, è illusorio immaginare che senza una “forte” sterzata – anche ideologica, diciamolo – ci sia la possibilità di rimettersi in onda con un’opinione pubblica sfiduciata.
    Proposte concrete e agganci internazionali non mancano, si tratta solo di scegliere.
    Domani vedremo come.


    saluti

  2. #2
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    Predefinito Cinque idee per uno scatto di....

    ...reni di metà legislatura

    Roma. A proposito di ripristino della fiducia, ieri è stata una giornata per molti versi topica dell’incartamento in cui versa il sistema politico-istituzionale.
    Da giorni, giravano indiscrezioni sul fatto che Moody’s potesse abbassare sotto la soglia dell’investment grade il rating sul complesso delle cartolarizzazioni Trevi cui ha massicciamente fatto ricorso nel passato esercizio Capitalia, dopo il giudizio negativo emesso intorno a coperture e solvibilità di una di tali operazioni in particolare.
    Capitalia aveva rassicurato. Ma le voci continuavano, intrecciandosi alle speculazioni intorno alle difficoltà che sta incontrando Scip2, una delle cartolarizzazioni del patrimonio immobiliare pubblico varate dal governo.
    In tempi in cui è l’Italia nel suo complesso a rischiare il downgrading, meglio dare una risposta autorevole, ci si è detti.
    Di qui la convocazione di una nuova riunione del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio, in cui parlare “anche” delle cartolarizzazioni bancarie e dell’eventuale rischio cui esse esporrebbero il sistema finanziario italiano.
    La riunione si è regolarmente tenuta, il ministro Rocco Buttiglione ha informato le agenzie che il confronto tra Fazio e Tremonti è stato costruttivo e disteso, il governatore ha escluso che il sistema sia esposto a rischi di sorta, e il ministro ha messo a verbale una sua memoria. Un veloce giro di telefonate ai desk che si occupano di Italia dei maggiori istituti internazionali a Londra e Francoforte, ed ecco il coro di cachinni.
    “Ma come, dalle audizioni parlamentari del ministro Tremonti e del governatore Fazio avevamo capito che già nell’estate scorsa il primo aveva chiesto in un Cicr informazioni al secondo sulle cartolarizzazioni effettuate proprio da Capitalia e Popolare di Lodi. Ma il governatore aveva eccepito per scritto che le riunioni del Cicr non convocate sulla base di delibere preparate dalla Banca d’Italia erano illegittime. E aggiunto che era tenuto a op-porre il segreto d’ufficio al ministro, di fronte a operazioni di singole banche. Ora ci risiamo, eppure il governatore partecipa alla riunione anche se non c’è traccia di delibera. Riferisce, tono cordiale, e a noi questo dovrebbe suonare tranquillizzante. E perché? Se Fazio ha affermato in Parlamento che le vostre leggi attuali rendevano il Cicr illegittimo, tale dovrebbe restare. E se non poteva rispondere su vicende concrete, vuol dire che non l’ha fatto neanche ora. Per rassicurare i mercati ci vuol altro, che interpretare le leggi a seconda delle circostanze. Se si prestano a tutte le interpretazioni, valgono poco”.
    Ci siamo sentiti in qualche difficoltà, di fronte a tali obiezioni. Abbiamo provato a sostenere che in effetti la richiesta del ministro questa volta era deliberatamente rivolta alla generalità del “rischio sistemico” proprio per non incorrere nel segreto opposto dal governatore su singole operazioni. Ma non si sono convinti.

    Gli esempi su cui si lavora
    Questo per dire che l’attrito politico-istituzionale in cui ci si è finiti per incastrare non rende credibili. Tra la riforma della vigilanza banco-finanziaria rinviata a non si sa quando. La riforma delle pensioni via via depotenziata dopo anni che se ne parla, e ancora per strada. Uno sciopero generale alle porte e i vertici delle imprese italiane quasi pronti a scusarne il sindacato, quando nel solo 2001 e 2002 (le cifre Istat per il 2003 ancora mancano) le 41 milioni di ore di sciopero proclamate da che c’è il governo Berlusconi hanno abbondantemente superato le 38 milioni dell’intero quinquennio precedente. E tre mesi di feroce campagna elettorale in cui si arriverà da una parte e dall’altra a darsi dei mentecatti incapaci. Non è il quadro idoneo a far credere mercati e Ue che qui si sia in procinto di un grande scatto di reni per accelerare la crescita.
    Per fortuna, la consapevolezza c’è, a cominciare dal ministero dell’Economia.
    Si sono ripresi in mano i sacri testi del “Reinventing government” le cui tappe vanno dall’esperienza di Margareth Thatcher a quella del canadese Brian Mulroney, dalla Nuova Zelanda che si rifece le ossa negli anni Ottanta sotto Graham Scott, sino alla Citizen’s Charter adottata dal governo Blair per ridefinire gli standard di servizio pubblico, e alle Customer Charters adottate nelle amministrazioni pubbliche americane sotto Clinton, che riuscì a diminuire di più di 80 mila unità i dipendenti delle agenzie federali. In tutti questi paesi occidentali le riforme sono venute sia da conservatori sia da laburisti, di fronte a sfide avvertite come decisive per l’emarginazione internazionale o un’insostenibile perdita di punti sui mercati mondiali.
    Lo testimonia il recentissimo “Govern Innovation Around the World”, di Elaine Kamarck della John Kennedy School of Government di Harvard, la più recente Bibbia tascabile da cui trarre le indicazioni di massima anche per uno “scatto di reni” della crescita italiana.
    Cinque capitoli – minor costo dell’apparato pubblico, gestione della spesa pubblica in base a performance di risultato, interoperabilità tra i diversi comparti del bilancio pubblico, cooperazione finanziaria del privato a fini pubblici, promozione generale della produttività interfattoriale. Oltre cento diverse proposte, con rinvio al successo che hanno già ottenuto in questo o quel paese. Si tratta di sceglierne non più di quattro o cinque, una per capitolo.
    E di adattarle alla specificità italiana, naturalmente.
    Perché non c’è sgravio fiscale che pesi punti di pil possibile senza dare all’elettorato l’appuntamento a una vera e propria rivoluzione della macchina pubblica. Si può fare, altrove è riuscito. Dunque si deve fare, l’Italia non è condannata al fatalismo e al declino. Sul totale della popolazione tra i 15 e i 64 anni, gli italiani lavoravano in media solo 16 ore a settimana rispetto alle 26 degli statunitensi, alle 23 dei britannici, alle 17 e mezzo dei francesi. Un contratto con gli italiani perché tutti guadagnino di più lavorando di più, pagando meno tasse e con una pubbblica amministrazione meno costosa e più efficiente, è la vera partita da giocare.
    Ora, o mai più.

    su il Foglio di mercoledì 24 marzo

  3. #3
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    In origine postato da brunik
    ----------------------------
    Bamboccetto capo dimentica lo slogan dei suoi: più tasse per tutti.

    Sono 35 anni che lo si sente "cantar" in tutte le piazze.

    I soldini ce li hanno scuciti, zitti zitti come ladroni, pure di notte.
    Ma i bamboccetti si sà.....ridono sempre....e chiacchierano....chiacchierano!!

  5. #5
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    In origine postato da mustang
    ... Ma i bamboccetti si sà.....ridono sempre....e chiacchierano....chiacchierano!!
    Voi invece, a tasche vuote, continuate a leccare, leccare, leccare. E Bondi continua a guardare Dio estasiato, estasiato, estasiato, e gli italiani sempre meno ricchi continuano a maledirvi, maledirvi, maledirvi.....

  6. #6
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    Ma come? 28.866.000 italiani che pagano meno tasse, 1.338.000 nuovi posti di lavoro ti sembrano niente?

    Nota che da Dicembre, quando disse che i nuovi posti di lavoro erano 700mila, ad oggi, ha CREATO 638.000 nuovi posti di lavoro.

    E poi dicono che non è in contatto con lo Spirito Santo. Per fare questi miracoli avrà anche bisogno del Padre e del Figlio, mica no!!

    Notare poi la finezza degli "spiccioli" (866.000 - 338.000) per far apparire veritieri i numeri che snocciola.

    Povera Italia....

 

 

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