....agli ulivisti
Nell’alluvione del sentito dire, delle stupidaggini che tracimano di corteo in stadio, di giornale in tv, fino a ieri la perla della scempiaggine era questa: Tony Blair è finito, ha perso autorità per le bugie che ha detto sulla guerra in Iraq e per il suo thatcherismo liberista impenitente, il suo tramonto può solo essere dilazionato ma s’avvicina.
Il vecchio leader socialista portoghese Mario Soares è arrivato a dire, in un’intervista a Aldo Cazzullo nel Corriere, che quel D’Alema è bravino, peccato sia un po’ troppo amico di Blair.
Tutto può succedere in politica, e le bombe aiutando, nell’era dell’informazione proditoria o della versione postmoderna della disinformazia stile sovietico, un laburista churchilliano può ben fare domani o dopodomani la fine di un conservatore spagnolo come Aznar.
Ma il fatto è che la Gran Bretagna cresce del 3 per cento, mangiando la pappa in testa all’affannata Europa continentale del falso welfare; profittando della crescita e di un tasso di occupazione da far invidia ai protezionisti sociali di là dalla Manica, il governo atlantico di Sua Maestà invece di mangiarsi le unghie fa le riforme, nella scuola come nella ricerca come nella sanità e nella pubblica amministrazione; i sondaggi dunque dicono che Blair è senza alternative e che eventuali elezioni nella primavera dell’anno prossimo sarebbero per lui un plebiscito, peace o non peace.
E’ il fattore leadership. E’ il fattore credibilità.
E’ l’effetto di una certa pulizia nei comportamenti politici, della disponibilità a perdere.
E’ la conseguenza di un’intelligenza scaltra combinata con il carattere, che è la vera qualità della direzione politica di un paese: organizzare il proprio pensiero, trasformarlo in una agenda politica seria e tenace, comunicarlo con rigore, senza iattanza e senza falsa modestia, poi si vedrà.
Esecutivo e opposizione italiani, cioè il governo di oggi e il virtuale governo di domani, dovrebbero semplicemente prendere nota del fatto che c’è in Europa un’alternativa sensata, e anche politicamente ed elettoralmente produttiva, all’opportunismo generico e alla rincorsa propagandistica spicciola.
Berlusconi di cose ne ha fatte molte più di quante il paese ne percepisca, e l’opposizione un tentativo di tirarsi fuori dalle secche della mera predicazione antiberlusconiana, una nonpolitica, lo ha messo in cantiere.
Ma è poca roba, detto senza boria e con comprensione per un sistema politico novizio, che non ha dalla sua la grandezza di una tradizione politica secolare.
Mancano l’agenda e il carattere, la disponibilità a perdere.
Solo così si vince.
Ferrara su il Foglio di mercoledì 24 marzo
saluti




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