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    Predefinito Vegetarianesimo e diritti di proprietà animali

    Le teorie libertarie si fondano su due concetti fondamentali: il diritto alla proprietà e il diritto alla vita. Entrambe sono proprietà individuali che nessuno ha il diritto di estorcere, ma che sono solo “trattabili” tramite liberi contratti.
    Tuttavia il discorso sembra valga solo per gli esseri umani: essi hanno il diritto alla proprietà, solo essi dispongono della loro vita, e non possono uccidere ovvero estorcere una proprietà ad un altro. Ora mi chiedo: perché all’animale possono essere liberamente estorti tali diritti?
    Secondo il mio parere, e secondo una analisi logica e equilibrata della questione, gli animali hanno gli stessi nostri diritti naturali.
    Si potrebbe subito ribattere che l’animale non ha diritto alla vita come un uomo: ma questo vorrebbe dire assegnare “cattolicamente” dignità e anima al solo uomo,discriminare l’esistenza della vita animale; e questo mi pare irragionavole e antiscientifico. Sappiamo bene che l’animale vive e soffre esattamente come noi.
    Allora si potrebbe dire che l’uomo è in grado di affermare e difendere i propri diritti naturali, mentre l’animale no. Ma questo è errato: l’animale non è capace di parlare come non lo sono uomini muti, alcuni handicappati, i neonati. Si può uccidere un handicappato o un bambino solo perché non sono in grado di difendersi, o reclamare la loro proprietà della vita? O togliere loro i propri beni (es. i vestiti) solo perché non sono in grado di reclamarli?
    Oltretutto, l’animale in confronto a loro sa reclamare i propri diritti alla proprietà. Se provate a cacciare un animale, egli ringhierà, tenterà di difendersi, cercherà di scappare: si mostrerà insomma “cosciente” del fatto che la vita è sua e nessuno può prendergliela. Insomma reclamerà, a suo modo, il diritto alla proprietà.
    Che differenza c’è fra l’uccidere un animale o privarlo dei suoi “beni” (cibi, compagnia di simili, habitat), e la pura e semplice estorsione?

    L’essere vegetariani è insomma, a mio parere, una dimostrazione di coerenza verso la difesa (estesa) dei diritti alla vita e alla proprietà, di qualunque essere vivente capace di possederle, difenderle, reclamarle.
    Diverso è l’uso dei “prodotti animali”: latte, formaggi, etc.. In tal caso, infatti, si scambia il bene con l’animale: prendo non coercitivamente i suoi beni, e do in cambio assistenza e cibo.
    Qualcuno storcerà il naso leggendo “non coercitivamente”: sappiamo bene come le moderne industrie usino mezzi violenti e innaturali, fino a limitare tutti i diritti alla libertà di movimento, per prelevare beni dagli animali (allevamenti intensivi). La scelta da fare, come cerco di fare io, da vegetariano, è quella verso allevamenti naturali fatti da contadini. Non è poi così difficile.
    E saremmo sicuri di aver preservato la libertà alla vita dell’animale e di aver solo con lui scambiato beni, senza coercizione violenta.
    viaggiatore in libertà

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  2. #2
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    Thumbs down Uomo=zucchina?

    Penso che non possa esserci risposta migliore di questo articolo di Giorgio Bianco, apparso qualche tempo fa su Ragionpolitica.

    Ecologismo surreale: la delirante invenzione dei "diritti animali"

    In passato, le organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani e le associazioni ambientaliste si sono non di rado scambiate accuse di "antropocentrismo" o "ecocentrismo". Da alcuni anni a questa parte, il pensiero di tradizione democratico-socialista appare orientato ad accogliere il cosiddetto "diritto all'ambiente" all'interno dei diritti umani. Questo ha fatto sì che, da diverso tempo, abbia preso piede la moda - che vede tra i suoi capofila Peter Singer, filosofo e docente di bioetica, autore di Liberazione animale, considerato la "bibbia dell'animalismo" - di estendere il concetto di diritti dagli esseri umani agli animali, sostenendo che, dal momento che gli animali hanno pari diritti degli uomini, non è permesso ucciderli e mangiarli.

    In realtà, si tratta di una posizione che, se esaminata attentamente, si rivela del tutto inconsistente sul piano teoretico. Innanzitutto va osservato che la stessa esistenza umana comporta la negazione di "diritti fondamentali" dei micro-organismi di cui abbiamo necessariamente bisogno per vivere (per esempio, la flora batterica). "Non vi sono molti teorici - ha scritto al proposito Murray N. Rothbard - disposti a spingersi fino alla posizione di Albert Schweitzer e a negare a chiunque il diritto di calpestare uno scarafaggio. E se la teoria venisse estesa per comprendere non solo gli esseri viventi coscienti, ma tutti gli organismi viventi, come i batteri o le piante, la razza umana si estinguerebbe rapidamente". Del resto, neppure Singer si lancia nella liberazione anche di quegli esseri viventi! In effetti, l'animalismo, preso sul serio non potrebbe condurre che alla negazione di ogni diritto degli esseri umani individuali. Per inciso, va osservato che le posizioni animaliste si rivelano tanto più incoerenti nel momento in cui "gerarchizzano" esseri animali ed esseri vegetali. Anche le piante "sentono": e allora, perché essere vegetariani? Perché nutrirsi di esseri viventi vegetali?

    Secondo Rothbard, inoltre, l'affermazione che gli esseri umani hanno diritti non è fondata soltanto su un fattore emotivo, cioè sul fatto che gli individui "sentono" di possederli, ma è radicata nella natura umana stessa, ossia nella capacità di scelta consapevole di ciascun individuo, nel suo desiderio di usare il proprio intelletto per perseguire scopi e valori liberamente assunti, nel suo bisogno di comprendere la realtà che lo circonda, nella capacità di partecipare alla divisione del lavoro, e nella facoltà di comunicare e interagire con altri esseri umani. "Nessun altro animale - scrive Rothbard - possiede la stessa capacità di ragionare, di fare scelte consapevoli, di trasformare il proprio ambiente per svilupparsi, di collaborare consapevolmente nella società e nella divisione del lavoro". Già Locke, nel Saggio sull'intelletto umano, scriveva che "il potere di astrarre non si trova affatto nei bruti e che il possesso delle idee generali e ciò che pone una perfetta distinzione tra l'uomo e i bruti, ed è una cosa di tale eccellenza che le facoltà dei bruti non possono in nessun modo raggiungerla".

    Il conflitto contemporaneo sulla natura e sui diritti individuali quali diritti di proprietà rinvia a concezioni radicalmente alternative, il che spiega probabilmente l'asprezza del conflitto e la difficoltà del dialogo. Da una parte, infatti vi sono quelli che sono stati definiti "eredi del naturalismo pagano", i quali pongono al centro dell'essere la vita di tutti gli esseri viventi, senza distinzioni di dignità fra gli uni e gli altri. Il pieno dispiegarsi di questa cultura esige che l'altro uomo - i suoi diritti, la sua dignità, la sua libertà - non sia più considerato quale cardine dell'etica, ma che altre siano le coordinate fondamentali ed altri gli scrupoli più avvertiti. L'ambiente naturale diventa il feticcio di un nuovo paganesimo che può arrivare a marginalizzare gli esseri umani, costruendo un inedito egualitarismo basato sul comune carattere biologico degli uomini, delle foche, dei delfini, delle sequoie, ecc. Il valore della natura, secondo questo paradigma, è indipendente dall'utilità, dal giudizio e dall'azione degli esseri umani. Si veda, ad esempio, questo passo di Bill Devall e George Sessions, ideologi della cosiddetta "ecologia profonda": "Il benessere e la prosperità della vita umana e non umana sulla Terra hanno valore per se stesse (in altre parole: hanno un valore intrinseco o inerente). Questi valori sono indipendenti dall'utilità che il mondo non umano può avere per l'uomo. [...] Il termine ‘vita' viene usato qui in modo più comprensivo e non tecnico perché si riferisce anche a quanto i biologi classificano come ‘non animato': fiumi e bacini idrografici, paesaggi, ecosistemi. Gli slogan del tipo ‘Fate vivere il fiume' chiariscono agli ecologisti profondi questa accezione più ampia del termine ‘vita' così diffuso in molte culture. L'espressione ‘valore inerente', come qui viene impiegata, si riscontra comunemente in tutta la letteratura sull'ecologia profonda (‘La presenza di valore inerente in un oggetto naturale è indipendente da qualsiasi consapevolezza, interesse o suo apprezzamento da parte di un essere cosciente')".

    A questa concezione olistica, i teorici dell'ecologia di mercato (free market environmentalism) contrappongono il recupero di un individualismo fondato sulla centralità della persona umana. La natura è certo da preservare e difendere, ma in quanto serve all'uomo e all'espressione delle sue migliori facoltà. natura, come ogni altra cosa, è quindi nelle mani degli individui e soltanto loro, se saranno lasciati liberi di agire e se sapranno cogliere tale opportunità, potranno garantire un futuro migliore. Per i fautori dell'ecologia liberale, quindi, non esiste una dignità della natura per sé, la quale prescinda dalla nostra valutazione, dal nostro apprezzamento, e conseguentemente anche dalla nostra volontà di agire per preservare l'integrità di un certo equilibrio ecologico. Lo stesso valore dei beni ambientali, del resto, dipende dal giudizio e dall'azione umana: "grazie ad un uso intelligente delle nostre facoltà intellettuali - ha scritto Mike Gemmell - non distruggiamo il valore dell'ambiente, ma creiamo valore".

    Del resto, è a tutti ovvio che gli animali non rispettano di certo i "diritti" degli altri animali, né degli esseri umani. Un lupo che aggredisce agnelli o polli non è un "malvagio", ma semplicemente segue la legge naturale della propria sopravvivenza. Allo stesso modo, se un lupo aggredisce un uomo e lo uccide, nessuno si sognerebbe di dire che quel lupo è un "malvagio aggressore", e che per questo va "punito". "Gli animali - ha scritto l'etologo Danilo Mainardi - non sono né buoni né cattivi. Una cultura che attribuisce bontà e cattiveria al di fuori della nostra specie è, in primo luogo, scientificamente scorretta, almeno per quanto ne sappiamo. I meccanismi che muovono il comportamento animale non sono dettati da spinte morali. [...] Scimpanzé, gorilla, oranghi sono intelligenti, ma non sono in grado di pensare moralmente. Che senso avrebbe inserirli alla pari nel nostro sistema giuridico?". Eppure questa sarebbe la grottesca conseguenza di un animalismo preso sul serio, ovvero di un'estensione agli animali di un'etica dei diritti, e dei conseguenti doveri. Appare evidente, quindi, che il concetto di diritti (e quelli, correlati, di violazione dei diritti, di criminalità, di aggressione) possono essere applicati unicamente agli esseri umani, o a gruppi di esseri umani nei confronti di altri uomini: "Vi è una rozza correttezza - scrive ancora Rothbard - nella battuta: ‘riconosceremo i diritti degli animali non appena essi ci presenteranno una petizione'. Il fatto che gli animali, ovviamente, non possano presentare una petizione per ottenere il riconoscimento dei loro ‘diritti' è parte della loro natura e parte della ragione per cui chiaramente essi non sono equivalenti agli esseri umani e non possiedono alcun diritto".

    Non si insisterà mai abbastanza sul fatto che, quanto più lo si affronta sul piano tecnico-giuridico, tanto più il concetto di "diritti animali" si manifesta nella sua natura di frode, di imbroglio, di surreale invenzione priva di ogni fondamento razionale. Che cosa sono infatti gli animali se non free riders, "scrocconi" a spese della generosità di "Madre Natura" e della laboriosità dell'essere umano? Gli animali sfruttano la terra, la spogliano: lo hanno sempre fatto, millennio dopo millennio, e ovviamente nulla fa pensare che cambieranno comportamento. I castori costruiscono dighe, e abbbattono alberi per farlo. Ma qualcuno ha mai visto un castoro piantare un albero? Se il nostro vicino di casa invade il nostro terreno, o in qualunque modo ci forza a fare qualcosa che non vogliamo, noi possiamo rivolgerci a una corte per chiedere che si ponga fine a questa usurpazione dei nostri diritti. La formula del diritto romano, sic utere tuo ut alienum non laedas (usa la tua proprietà in modo da non danneggiare gli altri) è alla base delle dispute e delle controversie tra esseri umani. Ma quale corte verrà in nostro soccorso se i conigli rosicchiano la nostra lattuga o se gli uccelli bucherellano i nostri pomodori appena maturi?

    Nessuno si nasconde che alcuni esseri umani sono puri sfruttatori, o quasi, nel loro rapporto con la terra. Ma quello che troppo spesso i "verdi" e coloro che danno loro credito dimenticano, è che, come dimostra la storia del costume e della vita quotidiana nei secoli passati (si veda, ad esempio, La modernità e i suoi nemici di Piero Melograni, ed. Mondadori) questo sfruttamento era di gran lunga più sfrenato nella società precapitalistica. Con il tempo, e con una migliore definizione dei diritti di proprietà, con lo sviluppo dell'economia capitalistica e con l'espansione del libero mercato, si è sviluppata negli uomini una sempre maggiore attenzione verso la terra, un'inclinazione a prendersene cura e persino a migliorarla. Gli ecologisti di sinistra e i "profeti di sventura" mancano clamorosamente il bersaglio quando accusano l'essere umano di maltrattare la terra, e soprattutto dimostrano una clamorosa cecità e insensibilità nel non comprendere che la miglior difesa dell'ambiente è la proprietà privata, come se i proprietari non fossero coloro che più di chiunque altro hanno interesse a preservare la loro proprietà.

    Questa mentalità, peraltro, sembra essere il tipico frutto di un'ideologia, quella di un ecologismo integralista che ha completamente perso di vista la centralità dell'uomo, secondo cui quest'ultimo è anzi da considerarsi il cancro della terra, soprattutto a causa della sua diabolica tecnologia e della sua bieca vocazione al profitto. Parallelamente, gran parte degli ecologisti vanno coltivando il mito di una natura incontaminata ed intrinsecamente "buona". Questi neoarcadi sembrano dimenticare il fatto che proprio l'amore e il rispetto per la natura sono, essenzialmente, il frutto dell'avvento della società moderna e capitalistica, mentre, per millenni, il rapporto dell'uomo con la natura è stato di diffidenza e di ostilità ad un tempo. Per tutto questo tempo, il problema dell'uomo non è stato quello di difendere la natura, ma di difendersi dalla natura, spesso oggettivamente nemica dell'uomo, e purtuttavia indifferente, nelle sue impersonali ed autonome leggi, alle sue sorti. "Immaginavi tu - chiede la Natura all'Islandese nella celebre operetta leopardiana - che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l'intenzione a tutt'altro, che alla felicità degli uomini o all'infelicità". E negli altrettanto celebri versi della Ginestra: "Non ha natura al seme / Dell'uom più stima o cura / Che alla formica: e se più rara in quello / Che nell'altra è la strage, / Non avvien ciò d'altronde / Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde". Come dimostra l'esempio degli elefanti, che per secoli gli africani sono stati abituati a temere come nemici dei loro raccolti e della loro stessa incolumità, la natura, per divenire habitat ospitale e grembo accogliente, necessita non di minore, ma di maggiore intervento dell'uomo.

    Giorgio Bianco

 

 

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